COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (1)

TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA (1)
P. Carmelo Casile

Padre Carmelo Casile ci offre un utile e interessante  lavoro conclusivo e riassuntivo di riflessione sui contenuti della Regola di Vita, che ha per titolo “Temi introduttivi alla Regola di Vita”. È una riflessione che egli ha cominciato praticamente all’inizio del suo servizio nel noviziato di Santarém (1972) e che ha portato avanti fino a questi ultimi anni e che ha riassunto sotto forma di vocabolario (20 voci: qui ne presentiamo le prime 6).

Testo doc Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (1)
Testo pdf Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (1)

SOMMARIO (1)

1. REGOLA DI VITA: “CODICE DI ALLEANZA”

2. VOCAZIONE
2.1 Un malinteso concetto di vocazione

3. CARISMA
3.1. Il carisma negli Istituti Religiosi e nel nostro
3.2. Descrizione del Carisma di Daniele Comboni

4. CONSACRAZIONE, VITA CONSACRATA, VITA RELIGIOSA, STATO DI VITA
4.1 Un malinteso concetto di consacrazione

5. VOTUM RELIGIONIS / VOTUM MISSIONIS

6. PROFESSIONE DEI CONSIGLI EVANGELICI
6.1 L’Omelia di Khartoum, formula di consacrazione missionaria

***

Ci sono alcuni termini che ci fanno da guida e ci introducono nei contenuti della Regola di Vita e così ci permettono di personalizzarli. È importante familiarizzarsi con essi e lasciarsi condurre dal significato che essi rivelano.

Da questi termini, infatti, nasce un vocabolario che possiamo chiamare comboniano, che ci può aiutare a cogliere dal di dentro la storia della nostra salvezza e della nostra vocazione missionaria, guidati da san Daniele Comboni.

Partiamo da:

1. REGOLA DI VITA: “CODICE DI ALLEANZA”

La Regola di Vita nasce in funzione dell’assimilazione del carisma comboniano; è quindi uno dei mezzi fondamentali per la conoscenza e l’approfondimento del carisma (AC ‘91, 15) e per garantire la presenza viva del Fondatore” in mezzo a noi (AC ‘91, 17).

Il suo contenuto si svolge intorno ai temi fondamentali che innervano la vita dei membri dell’Istituto Comboniano, che sono: Carisma – Consacrazione – Comunità – Missione. Sono questi i pilastri della vita missionaria comboniana, che indicano al missionario il cammino da seguire e lo sostengono nel fare dell’evangelizzazione la ragione della propria vita (Cf RV 56).

Questi temi fondamentali sono strettamente legati alla comprensione del Mistero di Cristo, l’unico in grado di dare “nuovo inizio al mondo”.

In effetti, la Regola di Vita è un modo di interpretare, attraverso il particolare aspetto del Carisma di san Daniele Comboni, tutta la vita cristiana. Il carisma diviene così il punto di vista da cui guardare tutto il resto, attraverso cui vivere il Mistero di Cristo Gesù nella sua globalità. Questo modo sintetico di interpretare l’essere cristiani si traduce in uno stile di vita, cioè si rende visibile, si esprime in atteggiamenti, gesti, modi concreti di vivere e di agire e in questo senso diventa parola – non detta ma fatta – che dice il Vangelo e la sua fecondità storica.

In quest’ottica, l’Incipit del “Piano per la rigenerazione dell’Africa” del 1864 (S 2742) e le “Regole dell’istituto delle missioni per l’Africa” del 1871 segnano l’inizio di una corrente di vita cristiana all’insegna della consacrazione missionaria che, iniziata con Comboni, arriva fino a noi attraverso l’attuale Regola di Vita, ci coinvolge e si sviluppa nell’Istituto Comboniano.

Così la consacrazione missionaria è “comboniana” e appare una scelta storica di Dio, un’iniziativa dell’amore che Egli, creatore e Padre, ha per il genere umano: un dono quindi che viene dall’Alto e che può essere capito e accolto soltanto con la luce e la forza che vengono dall’Alto (cf S 2742).

La consacrazione, per tanto, prende corpo in una relazione di reciprocità tra Dio che si fa presente in modo nuovo nella vita di un credente e il credente che è introdotto nel mistero di Dio, nei suoi disegni di salvezza in un determinato contesto storico. Tutto ciò comporta una osmosi continua tra Dio e l’uomo, una bilateralità tra due amici in continua attuazione esistenziale, così che la consacrazione viene vissuta nella dinamica dell’Alleanza.

Per questo, «la nostra vita comboniana corre secondo i paradigmi dell’Alleanza. Dio ci ha chiamato ad una “alleanza” (RV. 10) con Lui e tra di noi; ci consacra come sua “proprietà” (RV 20), ci costituisce “comunità” (RV 36), ci invia per attuare la missione evangelizzatrice della Chiesa (RV 13) secondo il carisma di Daniele Comboni.

La nostra risposta, vissuta prima di tutto nel e dal Fondatore, ora diventa concreta e comunitaria nella RV, nostro “codice dell’alleanza”. Infatti quando entriamo nell’Istituto con la professione (RV 91) ci impegniamo a vivere “secondo le costituzioni dell’Istituto dei MCCJ”. Se prescindiamo da questo punto di riferimento, cadiamo nell’individualismo, si frantuma la comunione, si appanna la finalità specifica del nostro lavoro di evangelizzazione e animazione missionaria, e si svuota la “sequela Christi”, che è mistero di obbedienza (Fil 2,5-11)».

– Cfr. Lettera del Superiore Generale, P. Francesco Pierli, in MCCJ Bulletin n. 149, Aprile 1986; anche RF 218-219).

La comprensione, accettazione e integrazione dei contenuti basici della RV, ci permette di approfondire e mantenere dinamica la nostra identità di missionari comboniani e quindi di situare l’azione missionaria, alla quale siamo consacrati, in coerenza con questa identità.

Una profonda consapevolezza della propria identità è previa ad ogni tipo di analisi della realtà, è punto di partenza imprescindibile per discernere le urgenze missionarie del mondo di oggi, per interagire con l’identità del popolo o gruppo umano a cui siamo inviati, e di altri agenti pastorali, con i quali condividiamo la missione. Questa consapevolezza nella relazione con l’altro da una parte ci porta a rafforzare la nostra identità e, dall’altra, a sentire come arricchimento la presenza e l’apporto che ci viene dall’altro e a individuare i punti di aggancio per l’azione missionaria.

Per ottenere questo obiettivo, è indispensabile rimanere radicati o ritrovare le radici della nostra vita missionaria comboniana, e dedicarci a coltivarle, così da coniugare armonicamente l’essere e il fare dei membri dell’Istituto, che è composto di Sacerdoti e Fratelli.

La connessione con le radici o le sorgenti della nostra identità ci mantiene in un cammino di continua crescita in Cristo e di identificazione con il carisma dell’Istituto, necessari per mantenerci fedeli alla nostra vocazione e da qui rispondere alle esigenze sempre nuove della missione della Chiesa nel mondo di oggi (cfr. RV 99).

2. VOCAZIONE

La vita dell’uomo è essenzialmente vocazione, “chiamata”.

«C’è una voce nella mia vita» è il primo verso della poesia “La voce” di Giovanni Pascoli.

Descrive qualcosa che accade a ciascuno di noi. Qualcuno ci chiama, e il nostro nome risuona in ogni avvenimento, in ogni incontro, in ogni circostanza. Anche se a volte noi siamo distratti e non ce ne accorgiamo, questa voce c’è, e, per poco che siamo vivi, la sentiamo.

In ambito biblico, la vocazione è una categoria interpretativa di tutta la Bibbia; si presenta come un dinamismo di tipo narrativo, espressivo, affettivo e progettuale, che si instaura nel dialogo tra Dio e l’uomo. Si tratta di un dialogo in cui è coinvolto l’essere umano di ogni tempo, di ogni età e di ogni condizione, e che consiste in un percorso interiore per cogliere il senso definitivo, progettuale della sua esistenza.

La vocazione diventa così una categoria interpretativa dell’intera esistenza umana. In questo senso primordiale, la “vocazione” è l’impegno dell’uomo che di fronte all’appello di Dio scopre, comprende, cerca, verifica il suo progetto di felicità, di pienezza di vita in quanto creatura di Dio. Da questo stadio può orientarsi verso una vocazione di speciale consacrazione.

Per tanto, il punto di partenza della proposta della vocazione nella Chiesa non è innanzitutto la preoccupazione del reperimento delle forze ecclesiastiche e religiose, ma la creazione delle condizioni per la qualità dell’ascolto della Parola, e dell’annuncio fatto proprio per aiutare l’uomo a trovare la sua vocazione. Il cammino più appropriato è la “scuola di preghiera” in chiave biblica.

Questa visione della vocazione, ci aiuta a capire che quando scardiniamo (o abbiamo scardinato) la Parola dall’annuncio vocazionale, spesso abbiamo reso l’annuncio vocazionale o un fatto emotivo-affettivo-psicologico o soltanto un fatto morale, un ideale etico, che sono realtà che fanno paura.

2.1 Un malinteso concetto di vocazione

Questo indebolimento del fatto vocazionale viene aggravato da un malinteso concetto di vocazione.

Di fatti, passando dal contesto religioso a quello profano o laico, la parola vocazione acquista un significato molto differente: da un concetto che aveva per centro e protagonista Dio si è passati ad un concetto che ha unico protagonista l’uomo. Nel contesto profano la vocazione non è una chiamata di Dio che coinvolge l’uomo in un progetto che lo trascende, ma la risposta dell’uomo alle sue esigenze interiori, in vista della propria realizzazione. Per tanto, uno non riceve una vocazione ma se la dà; e come se la dà così se la può cambiare. Il fatto che si parli di “temporaneità” della vocazione sacra è conseguenza di questo concetto secolarizzato o laico della vocazione.

Allora è proprio ripartendo dalla Parola che la vocazione può ritrovare in ogni epoca e circostanza della vita una vitalità profonda, sempre giovane.

Di fronte a questa chiamata, che sollecita drammaticamente la libertà del singolo, siamo invitati a rispondere ogni giorno, per incontrare Dio e non smarrire noi stessi: RV 2; 6; 72.1; 20-21; 41; 46; 72; 84-85

3. CARISMA1

È un termine tipico del N. T., e concretamente di S. Paolo, che lo usa 16 volte (“karis”). Nel resto del N.T. lo troviamo una sola volta, in 1Pt 4,10. S. Paolo ci presenta quattro liste, nelle quali enumera circa 20 carismi, naturalmente senza pretendere di essere esaustivo, perché lo Spirito, nella sua libertà, può suscitare nuovi carismi secondo le necessità della Chiesa, come effettivamente è successo lungo la storia.

Carisma è una “concreta manifestazione”, una “concrezione”, una “materializzazione della grazia”. È un dono del tutto gratuito perché è “Dio che opera tutto in tutto” (1Cor , 12,6) e perché i carismi sono una “manifestazione” (v 7) dello Spirito: “Tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole” (v 11).

Segue che i carismi sono doni di grazia, concessi secondo il codice della gratuità e non quello del dovuto, e quindi doni liberamente dati. Di fronte ad essi, per tanto, non è possibile nessuna pretesa, ma solo l’accettazione e l’impegno a corrispondervi nella libertà, nella gratitudine e nel ringraziamento (cf RV 20).

I carismi sono la conseguenza molteplice dell’unica grazia di Dio offerta dall’unico Spirito che diversifica nelle distinte persone (1Cor 12,4.11.12.27.28.31) per produrre in esse una determinata capacità, per farla capace di servire l’intera comunità ecclesiale (1Cor 14,2). Perciò il carisma è essere che diventa fare; vita che diventa missione.

S. Paolo mette chiaramente in evidenza l’aspetto comunitario del carisma: il carisma non è dato, in primo luogo, in favore dell’individuo ma dei suoi destinatari. Per questo il primo carisma è quello dell’apostolato. Il carisma rende capace la persona di compiere un servizio specifico in favore della comunità ecclesiale. Tutto ciò che Dio ha fatto, l’ha fatto in funzione dell’uomo. E l’uomo si assomiglia a Dio nella misura in cui esce da se stesso per mettersi al servizio degli altri.

Comboni viveva profondamente questa dimensione “altruista” del carisma. Era cosciente che, se fosse infedele alla sua vocazione, se avesse vanificato il suo carisma, avrebbe defraudato i suoi destinatari: i più poveri ed abbandonati della Nigrizia.

Nell’enumerazione dei carismi si nota quindi un passaggio dallo straordinario all’ordinario, dal transitorio al permanente e vocazionale (= dono vocazionale), come l’apostolato.

A cominciare dal sec. XIII, avviene il passaggio dall’Ecclesiologia alla Teologia Spirituale. Pio XII nella Mystici Corporis li restituì all’Ecclesiologia, ma ancora li considerò come fatti straordinari (pensando forse a Santa Teresa di Gesù o a Santa Caterina da Siena).

Il Card. Suenens in un famoso discorso nel Concilio affermò che si trattava di un fatto ordinario e quotidiano nella vita della Chiesa. Da parte sua il Concilio riscoprì i carismi e affermò che i carismi di tutti animano la Chiesa. Riguardo alla Vita Consacrata ha sottolineato, specialmente nel decreto Perfectae Caritatis (1b e 8a), che essa nelle sue varie forme viene da un impulso dello Spirito Santo “per la edificazione del Corpo di Cristo”.

3.1 Il carisma negli Istituti Religiosi e nel nostro

Paolo VI cominciò ad applicare la riscoperta e riaffermazione dei carismi nella vita della Chiesa al caso dei Fondatori e degli Istituti esattamente nello stesso senso di San Paolo; tuttavia ciò che all’epoca paolina si diceva degli individui adesso si dice dei gruppi che animano la Chiesa. La chiesa di Paolo, infatti, era una piccola comunità di base, dove non c’era ancora spazio per gruppi. In questa ottica, il carisma è una presenza particolare (non legata strettamente al dinamismo sacramentale) dello Spirito del Cristo Risorto in una persona, che dopo passa ad un gruppo. È il dono vocazionale dato al fondatore e nel quale si riconoscono i primi compagni e quindi gli altri che si aggreghino per formare l’Istituto.

  • Una presenza particolare dello Spirito, quindi legata ad un intervento gratuito di Dio. Dio vede un gruppo umano che ha uno speciale bisogno per cui suscita una sua particolare presenza in una persona (‘incarnazione’) che Egli “unge” attraverso lo Spirito per poter rispondere a questo speciale bisogno. Quindi questa risposta di Dio è legata ad una mediazione. Così è stato nel caso di Comboni rispetto ai popoli africani.

  • Lo Spirito di Cristo Risorto: che vuole portare da situazioni di morte ad una esperienza di vita. Il “carismatico” viene usato da Dio per far passare un popolo (gruppo umano) dall’esperienza di venerdì santo alla Pasqua. Il dinamismo dello Spirito è un dinamismo pasquale. Non andiamo a “portare la croce” (è già presente dove noi andiamo) ma l’esperienza della Pasqua (gioia, speranza).

  • Lo Spirito Santo attua ed è presente in una persona o un gruppo. Non agisce se non incarnato. Questa incarnazione è importante sia per l’efficacia apostolica sia per il processo formativo di base e permanente. Non ci si può introdurre nel carisma, crescere in esso e dedicarsi alle attività apostoliche, se questo non si incarna nelle persone della comunità. Il carisma ha un aspetto intellettuale (concettuale), ma l’aspetto più importante è la sua esperienza nel concreto della vita (coinvolgimento esistenziale, quindi affettivo-operativo), altrimenti diventa una ideologia.

  • Questa incarnazione del carisma si ha nella famiglia comboniana globalmente, per cui nessuno possiede la totalità del carisma. Per questo è importante il contatto e lo scambio tra i membri dell’Istituto nelle comunità locali, nelle province, tra le province, tra queste e la Direzione Generale. Particolarmente importante è che i candidati alla vita comboniana abbiano la possibilità di contatti con le diverse incarnazioni del carisma; è indispensabile un contatto sufficiente tra i diversi gruppi o case e le comunità formative. Senza questa comunicazione a tutti i livelli mancherà qualcosa nella trasmissione e nell’assorbimento del carisma, che avrà ripercussioni negative per tutti i membri dell’Istituto. Nella trasmissione del carisma ci dovrebbe essere di valido aiuto l’esperienza che abbiamo del catecumenato. Inoltre, in quanto missionari, dobbiamo anche essere aperti ad imparare da tutti. E abbiamo molto da imparare per esempio dai movimenti ecclesiali, dove c’è una metodologia della trasmissione del carisma che a noi manca. Non è per caso che i migliori spunti dati da Giovanni Paolo II sul carisma vengono dai suoi incontri con questi movimenti!

  • In conclusione: il carisma non è un’idea, e nemmeno un ideale, ma una presenza dello Spirito in una persona e poi in un gruppo. Quindi qualcosa che viene dall’Alto (dono di Dio), la cui presenza nella storia è legata ad una incarnazione in persone concrete.

3.2 Descrizione del carisma di Daniele Comboni

Cf. Lettura sinottica della Regola di Vita a partire dal nucleo del carisma del fondatore:

RV 1-9

4. CONSACRAZIONE, VITA CONSACRATA, VITA RELIGIOSA, STATO DI VITA

La consacrazione è la libera iniziativa con cui Dio va incontro all’uomo per santificarlo, unirlo a sé e affidargli un incarico a favore dei suoi simili. Non esiste consacrazione che non sia ordinata ad una missione; ed è esercitando che si vive e si attualizza la consacrazione”2.

La consacrazione è una realtà in cui convergono due versanti: il primo divino e l’altro umano.

Per esprimere questa realtà si usa il verbo “consacrare” o “consacrarsi”, secondo il versante da cui viene vista. Chi consacra è Dio, si è consacrati da Dio; la creatura umana “si consacra a Dio”, in quanto si impegna a corrispondere alla chiamata e all’azione consacrante di Dio.

Consacrare (RV 20a), dunque, dal versante divino, è l’azione di Dio che opera nella creatura, ne prende possesso, la trasforma, vi pone il suo Sigillo, la costituisce sua esclusiva proprietà e la plasma in modo da renderla idonea a compiere la particolare missione che le vuole affidare. La consacrazione, per tanto, riferita alla persona umana che è consacrata da Dio, designa una azione divina che unisce la persona a Dio stesso mediante un vincolo tanto stretto che tale persona rimane separata dal suo mondo e da ciò che possedeva, e riservata al Signore in una particolare reciprocità. Da qui ha origine il duplice aspetto della consacrazione: l’uno negativo, di rottura; l’altro positivo, di instaurazione di una particolare reciprocità in virtù della quale la persona è riservata da Dio per una vita in alleanza con Lui e tutta dedita a Lui (LG 44a; AG 18a).

Consacrarsi (“consegnarsi”, “dedicarsi”; cfr. RV 2; 20b) è l’atto con il quale la persona, attratta e abilitata dal dono di grazia che Dio le fa, si consegna totalmente a Lui, cioè si mette nelle mani di Dio e si lascia prendere da Lui in modo tale che dal quel momento non appartiene più a se stessa, ma si considera totalmente espropriata di se stessa e totale possesso di Dio, in piena e totale disposizione sua.

Si tratta della consacrazione personale, in cui è sempre presente un aspetto oggettivo ed un altro soggettivo, che concorrono simultaneamente nel dinamismo della consacrazione, perché il primato dell’iniziativa divina non elimina l’apporto dell’uomo, ma lo esige: la consacrazione è atto di Dio che opera nell’uomo e nel contempo atto dell’uomo che risponde all’iniziativa di Dio.

L’aspetto oggettivo (divino) indica l’azione di Dio, che prende l’iniziativa e si impossessa della persona rendendola particolarmente partecipe di «Qualcosa di sé», del suo Mistero, da cui segue come effetto la trasformazione della persona stessa, la quale risulta, così, «consacrata» o «sigillata».

La consacrazione, per tanto, strettamente parlando è opera di Dio, perché solo Dio è capace di introdurre una creatura nel suo mondo, comunicandole qualcosa di sé o delle su prerogative.

L’aspetto soggettivo (umano) consiste in quelle azioni che il consacrato pone liberamente e responsabilmente con la finalità di personalizzare il dono della consacrazione con la corrispondenza nelle opzioni concrete della vita. Tali azioni si esplicano nella libera accettazione, gratitudine, offerta di se stesso con le proprie capacità, accettazione di una missione da compiere, ecc.

L’aspetto oggettivo è il principale e il fondamentale ed è caratteristico della religione biblica, la quale non consiste in uno sforzo da parte dell’uomo per mettersi in contatto e raggiungere Dio; ma è Dio che gratuitamente, per puro amore, viene a cercare l’uomo e si offre a lui, per salvarlo, per consacrarlo, per santificarlo e farlo strumento del suo amore misericordioso. Per tanto, nel contesto cristiano la consacrazione indica, anzitutto ed essenzialmente, il movimento discendente che viene da Dio e va verso l’uomo, e non quello ascendente, che va dall’uomo verso Dio.

Nell’ottica biblica, per tanto, la consacrazione particolare di un cristiano, che ha le sue radici nella consacrazione battesimale (RV 20.1), è chiamata Vita Consacrata.

Tuttavia il primato assoluto dell’iniziativa divina non elimina la collaborazione dell’uomo, che è ugualmente necessaria e diviene effettiva per mezzo della vita ascetica. Infatti, essendo l’uomo intelligenza e libertà non esiste consacrazione personale se essa non chiama in causa l’intelligenza e la libertà dell’uomo. Il risultato è che l’uomo possiede Dio nello stesso tempo in cui si trova posseduto da Lui e destinato a fare della sua vita un atto di culto e di servizio al Signore.

La collaborazione dell’uomo nella consacrazione si basa nell’esercizio della virtù della religione, per mezzo della quale la creatura umana tende a Dio e gli dà l’omaggio interno ed esterno, che gli è dovuto in quanto è suo Principio e suo Fine. Quando nel parlare o nel vissuto della consacrazione si mette l’accento sull’esercizio della virtù della religione, allora si parla di Vita Religiosa, la quale costituisce un esercizio eminente, ufficiale e permanente della virtù della religione come risposta al dono della consacrazione nella Chiesa.

La consacrazione allora designa uno stato di vita o condizione ecclesiale nuova in cui il soggetto si viene a trovare, proprio in conseguenza della consacrazione ricevuta e professata con vincoli pubblici. Per questo nel linguaggio tradizionale il termine «Religione» designa un Ordine o Congregazione (“entrare in Religione”) e la parola «Religioso» designa i suoi membri.

4.1 Un malinteso concetto di consacrazione

È necessario notare che in concomitanza con un malinteso concetto di vocazione circola anche un malinteso concetto di consacrazione.

Di fatti, passando dal contesto religioso a quello profano o laico, la consacrazione non è l’atto di Dio che prende possesso dell’uomo trascinandolo a sé e trasformandolo interiormente perché possa vivere le esigenze di un mondo trascendente, ma è l’atto dell’uomo che si dedica così intensamente ad un determinato compito o progetto da lasciarsene totalmente assorbire. In questo senso, ad esempio si dice che uno si “consacra” alla educazione dei giovani, alla ricerca scientifica, all’azione umanitaria, ecc.

Per il credente questo discorso è un’autentica contraddizione di termini; in effetti, se la consacrazione nell’ambito della vita del credente cristiano dice sempre rapporto con Dio in Cristo che è il consacrato per eccellenza, non si riesce proprio a capire come si possa parlare di consacrazione quando si fa riferimento solo ad un progetto o attività umana. Ma c’è di più. Quando si parla di consacrazione personale si vuole dire che la persona è totalmente presa, sequestrata, espropriata; ora non c’è nessun progetto che possa giustificare una cosa del genere. Perché questo sia possibile è necessario che al centro ci sia Dio, e si instauri un rapporto di tipo sponsale con Lui. La conclusione è che si finisce col concepire la vita religiosa non come una “consacrazione” incondizionata a Dio per essere a sua disposizione, bensì come adesione ad un progetto nella cui attuazione uno pensa di realizzarsi. L’estrema conseguenza di tutto questo si verifica quando una persona consacrata (per motivi i più svariati) non si ritrova più nel progetto abbracciato: il suo abbandono sarà presentato addirittura come una esigenza della fedeltà dovuta a se stessi.

Certamente, alla presenza della consacrazione intesa come cammino per la propria autorealizzazione, i giovani ci ammirano e nel loro cammino formativo concentrano le loro forze sulla preparazione “professionale” con lo studio e l’attività apostolica. Il risultato, però, è mortifero: una vita consacrata missionaria vissuta mediante la professione dei consigli evangelici (RV 1; 11; 22), ridotta ad una semplice vita generosa (= filantropica), non giustifica le rinunce che richiede, anzi potrebbe avvallare l’idea che si tratta di un inutile, se non infame, sfruttamento di una persona da parte del suo Dio. Si finisce così per diffamare Dio stesso precisamente quando si è convinti di servirlo3.

5. VOTUM RELIGIONIS / VOTUM MISSIONIS

Il termine Votum religionis fa da cerniera tra il temine “consacrazione” e “professione” dei voti.

Il Votum religionis4, infatti, non esprimeva anzitutto un vincolo d’obbligo, giuridico, ma l’aspirazione, la volontà di vivere una radicale donazione di sé direttamente a Dio (= consacrazione). Il segnale di questa donazione è dato nel quotidiano della vita, adottando un peculiare modo di esistenza che manifesta l’amore assoluto verso Dio nel servizio ai membri della Chiesa e l’intero genere umano (= missione). Si tratta di un voto unico e inglobante, che si esprime in un determinato stile di vita che radicalizza l’esperienza cristiana comune a tutti i battezzati, sottolineando singoli aspetti importanti del Vangelo, come la vita di verginità, povertà e obbedienza, il servizio dei malati, l’evangelizzazione, ecc.

Da principio erano cristiani di tutte le classi sociali che assumevano il Votum religionis; poi vennero i primi anacoreti dell’Egitto e i cenobiti d’Oriente e d’Occidente.

In quest’ottica, l’evento della consacrazione in quanto separazione racchiude contemporaneamente quello di missione nel mondo in nome di Dio. Essere consacrati significa essere segregati dal mondo per essere inviati al mondo in modo più profondo con una missione specifica, secondo un particolare carisma.

Nella vita consacrata, per tanto, entrano in rapporto di reciprocità la dimensione spirituale e la dimensione della attività apostolica; da questo rapporto nasce una particolare organizzazione o stile di vita, e quindi l’adozione di mezzi propri e rispondenti al servizio da compiere.

La professione dei voti, per tanto, non è un semplice vincolo giuridico che lega il religioso all’Istituto come un operaio all’impresa che gli dà lavoro, ma costituisce la base teologica ed evangelica dell’impegno personale e comunitario, che diviene continua spinta nell’incontro con Dio in Cristo (cfr. RV 46) e quindi nel seguire e conformarsi al Cuore di Cristo e alla missione da Lui ricevuta (Cfr. RV 3; 21-22).

San Daniele Comboni, profondamente immerso nel Mistero di Dio e attentissimo all’evoluzione del mondo, percepisce con vigore il progetto di Dio per la “rigenerazione” dell’Africa Centrale e la vocazione divina di impegnarsi in questa missione con dedizione totale, cioè di consacrarsi a Dio per questa missione. Così in lui il Votum religionis si connota chiaramente come Votum Missionis, dove la sua vita centrata in Dio è contemporaneamente orientata verso una determina area geografica, cioè l’Africa Centrale.

A questo punto si può notare come Comboni, pur non avendo dato fin dal principio al suo Istituto una struttura religiosa, in realtà la consacrazione missionaria, da lui vissuta e proposta ai suoi compagni, era inclusiva di quella legata ai voti religiosi e nello stesso tempo più radicale per via di quella disponibilità, nello spirito della croce, a morire a ogni istante «per la salvezza degli africani»: infatti «quelli che ne fanno parte — precisava — devono avere tutte le virtù dei religiosi e quella di essere ad ogni istante disposti alla morte per la salvezza degli africani» (S 5984)..

Allora si può pensare che la trasformazione dell’Istituto in Congregazione Religiosa, avvenuta nel 1885, è stato un evento che va colto non come un semplice fatto giuridico imposto dall’esterno, ma come un evento in una storia che si sviluppa: un evento che ci allaccia all’esperienza di consacrazione del Comboni, e con lui ci fa risalire allo slancio della donazione totale a Dio che si esprimeva nel Votum missionis e che ci coinvolge nel rinnovamento della vita consacrata promosso dal Concilio Vat. II e dal successivo Magistero ecclesiale fino ad oggi.

La professione dei consigli evangelici, per tanto, è la manifestazione visibile del Votum missionis, cioè della consacrazione missionaria, in quanto impegno interiore di dedizione totale al Signore per la causa missionaria. Una dedizione imparata e vissuta sotto la guida di san D. Comboni, che porta il missionario ad una peculiare conformazione con la persona e la missione del Signore Gesù. La professione religiosa assume e nello stesso esprime un significato e un valore di segno in rapporto all’apostolato, in quanto è ordinato alla comunione con Gesù e alla missione in nome di Gesù (RV 21-22; AG 23-24).

6. PROFESSIONE DEI CONSIGLI EVANGELICI: RV 22; 10

La professione dei Consigli Evangelici esprime e concretizza la consacrazione di se stesso che il missionario fa a Dio Padre, in Gesù Cristo per dono dello Spirito Santo e i1 dinamismo di servizio missionario che radica nella stessa consacrazione (RV 20). Tale dono dello Spirito porta il cristiano ad assumere un «essere-in-Cristo», da cui nasce un «fare» da e per Cristo, e così ad avvicinarsi sempre più all’essere e al fare di Gesù, in una partecipazione alla totalità del suo Mistero: LG 44a; PC 1d; RV 20-21.

Il termine «professione» in primo luogo indica l’atto liturgico, e quindi pubblico e ufficiale in quanto accolto dalla legittima autorità, col quale durante la celebrazione eucaristica si assume l’obbligo di praticare i consigli evangelici. In secondo luogo indica la testimonianza pubblica, che supera l’atto pubblico ufficiale, ed implica il fatto che l’osservanza dei consigli evangelici deve essere percepita pubblicamente, cioè deve avvenire in modo aperto davanti alla Chiesa e alla società, con una certa separazione dal mondo.

In effetti, la professione religiosa favorisce il dinamismo della consacrazione-missione, introducendo le condizioni che permettono di vivere in modo intenso la consacrazione missionaria per il fatto che libera i1 cuore del cristiano, rendendolo disponibile per un amore totale ed immediato a Dio e ai fratelli.

Pertanto, la pratica dei consigli evangelici non è fine a se stessa, né innanzitutto è in funzione di qualcosa da fare, ma è una strada speciale dentro l’ambito della vita cristiana, cioè l’espressione di quell’atteggiamento interiore provocato dallo Spirito Santo che spinge e porta verso la perfezione della carità mediante la consegna di sé a Dio e ai fratelli nella Chiesa.

La rinuncia al mondo espressa con i voti, benché debba essere reale, tuttavia non è fuga, bensì il modo evangelico più radicale e significativo di mettersi in relazione col mondo. Emettendo i voti, i1 missionario religioso non distrugge la relazione con i beni di questo mondo, né con la società o con le persone; al contrario, queste relazioni prendono in lui una caratteristica che lo distingue dagli altri in virtù della consegna totale di sé a Dio e agli uomini. Mediante la “rinuncia” in essi espressa, i1 missionario non nega né si oppone ai valori storici ed umani, ma li supera, non lasciandosi schiavizzare dalla loro ambiguità, denunciando il loro falso potere e restituendo loro la giusta dimensione.

I voti, oltre ad un significato di separazione e di santificazione personale, hanno quindi una dimensione socio-ecclesiale, un carattere pubblico, per cui significano tanto l’annuncio dei valori evangelici, tanto la denuncia critica di situazioni sociali strutturate nel peccato e nell’ingiustizia, sia dentro la Chiesa come nella società civile.

I voti, pertanto, essendo espressione di una realtà interiore che supera gli impegni concreti che richiedono, se sono vissuti solo dal punto di vista giuridico, hanno una portata molto limitata e possono favorire perfino una vita imborghesita e contraria al senso dei voti stessi.

In effetti, i voti sono innanzitutto la manifestazione visibile di un impegno interiore di consegna incondizionata di se stesso per amore a Cristo che porta all’identificazione con la sua persona e la sua missione, e che i tre voti esprimono in modo peculiare, benché non esclusivo né completo. La consegna incondizionata per amore che i voti suppongono, si manifesta nella disponibilità senza condizioni della persona consacrata: è la persona tutta, in tutta sua affettività e capacità, che si dona a Cristo.

6.1 L’Omelia di Khartum, formula di consacrazione missionaria mediante la professione dei consigli evangelici

Nella vita di san Daniele Comboni c’è un intimo rapporto tra consacrazione-missione e professione dei consigli evangelici.

Infatti, la vita del Comboni è segnata da un itinerario spirituale che culmina nella consacrazione missionaria, cioè nel dono totale della propria vita per la Nigrizia. Questa dedizione totale alla causa missionaria nasce in lui come risposta alla certezza di essere stato chiamato da Dio (S 6885-86). Mosso da questa certezza, Comboni fa l’esperienza dell’amore di Dio Padre fino ad essere disposto a donare la propria vita come Cristo, Buon Pastore, trafitto sulla croce (cf RV 2-3; 46).

In questo itinerario è possibile cogliere il nesso profondo tra vocazione, consacrazione e missione e come la consacrazione missionaria è da lui vissuta come partecipazione nell’amore casto povero ed obbediente del Cuore di Gesù.

L’Omelia di Khartoum del 1873 può essere considerata come l’Inno che canta la partecipazione di Comboni a questo amore.

In essa, infatti, Comboni mette in luce come egli di fatto vive la consacrazione missionaria nella professione dei consigli evangelici in chiave missionaria, cioè qualificata dai suoi ideali missionari, incentrati sul Cuore di Gesù e la Nigrizia. La sollecitudine di Comboni per le sorti dell’Africa rivela la profondità del dono di sé a Dio, vissuto come partecipazione nell’amore casto, povero ed obbediente del Cuore di Gesù, “che ha palpitato anche per i poveri neri dell’Africa centrale” (S 5647). Non è difficile, per tanto, individuare nell’Omelia di Khartum gli elementi di una formula di consacrazione missionaria, in cui Comboni fa suoi questi palpiti mediante la professione dei consigli evangelici. Essa può essere considerata come l’Inno dell’amore casto di Comboni per la Nigrizia; un amore casto, vissuto in povertà ed obbedienza, così come l’ha imparato dal Cuore di Cristo. È un Inno che nasce dal cuore di Comboni, totalmente spoglio di se stesso e aperto a Dio e ai fratelli, che gli permette di far suoi i sentimenti del Cuore di Gesù per gli Africani e di dichiararsi di fronte ad essi “vostro per sempre”: S 3156 3159.

Castità:

Il primo amore della mia giovinezza fu per voi… Lasciando quanto più caro avevo al mondo venni tra voi… Voi siete figli miei, vi abbraccio e vi stringo al cuore: io sono vostro Padre… Assicuratevi che l’anima mia vi corrisponde un amore illimitato per tutti i tempi e per tutte le persone… Io ritorno fra voi per non più cessare di essere vostro”.

La castità è vissuta da Comboni come totale donazione di sé alla Missione nell’Amore che abita il suo cuore, come un lasciarsi abitare dall’Amore irradiandolo sulle persone che Dio gli affida:

Da questa testimonianza si possono capire tante altre espressioni del suo zelo apostolico:

  • Vorrei avere cento lingue e cento cuori per raccomandare la povera Africa, che è la parte del mondo meno nota, e più abbandonata” (S 1215).

  • Io non ho che la vita per consacrare alla salute di quelle anime: ne vorrei avere mille per consumarle a tale scopo” (S 2271).

  • Noi lavoriamo e soffriamo per amore di Dio e delle anime” (S 6855).

  • La missione è l’unico desiderio della mia vita” (S 5061).

  • La vita del missionario è carità, ma una carità anche paterna” (S 5859).

  • Il Signore l’ho sempre servito e lo servo adesso, e lo servirò sempre fino alla morte in mezzo alle più gran croci e patimenti, e col sacrificio della mia vita” (S 6900).

Povertà:

Io ritorno fra voi per non più cessare d’essere vostro… Voi siete la mia parte e la mia eredità… Il vostro bene sarà il mio e le vostre pene le mie… Il più felice dei miei giorni sarà quello, in cui potrò dare la vita per voi”.

Comboni nella Omelia di Khartum rivela una povertà vissuta anzitutto come solidarietà nella reciprocità con il suo popolo; unica ricchezza infatti di Comboni è il suo popolo; ciò che egli è e ciò che ha, appartiene al popolo ed il popolo appartiene a lui.

Allo stesso modo che la castità, anche la povertà è vissuta da Comboni come irradiazione dell’amore di Dio che arde dentro il suo gran cuore verso “i poveri neri” e diviene sua compagna inseparabile nel servizio missionario:

  • Egli fin dall’inizio della sua esperienza missionaria costata che i mazziani sono più poveri dei tedeschi e perciò hanno più speranza di riuscire nella missione: S 227 e 208.

  • Si dichiara povero anzi poverissimo per vocazione e necessità, perché sacrifica tutta la sua esistenza per soccorrere i suoi fratelli in Cristo: S 1769; 2320.

  • Per questo i mezzi di cui dispone sono a servizio della missione: “Non mi è permesso, in coscienza di spendere un soldo per il mio piacere”: S 1772.

  • In lui la povertà è anzitutto umiltà e spirito di sacrificio. Ricordando la sua preghiera in Terra Santa si definisce: Povero, poverissimo al cospetto del Signore: S 87. In seguito si dichiara: Servo dei neri: S 437; Povero crocifisso, ma sempre allegro e contento: S 2026.

  • Povero per vocazione, Comboni possiede come unica ricchezza un gran cuore. Massaia ha colto come caratteristica peculiare della vita del Comboni il suo gran cuore, totalmente libero, in cui arde l’amore di Dio che si riversa sui “poveri negri”: “Ho sempre ammirato come ammiro attualmente, la vostra costanza nell’amore verso i poveri negri… Quanto bramerei abbracciarvi ancora una volta… Voi mi conoscete e perciò non vi aspettate da me cerimonie inutili. Sapete che non vi amo per la vostra bella figura, ma per il vostro gran cuore e per l’amore di Dio che vi arde dentro; e ciò vi basti”: Positio I, pp. CI-CII.

  • Abitato dall’amore di Dio e perciò libero da ogni ricchezza, da ogni paura e da ogni affetto, Comboni non può vivere che per l’Africa: “Fissate nella mente che Comboni non può vivere che per l’Africa: mi raccomando alla vostra protezione, fratellanza e amicizia. Bisogna che le opere di Dio incontrino difficoltà. Così portano i disegni adorabili della Provvidenza”: S 1185.

  • La povertà di Comboni è partecipazione e fiducia nel sacrificio glorioso di Gesù sul Golgota: “Solamente Colui, che col suo sacrificio glorioso sul Golgota volle che fosse estirpata per sempre dalla terra la schiavitù, egli che annunciò agli uomini la vera libertà, chiamando tutte le nazioni e ogni singolo essere umano alla figliolanza di Dio, al quale l’uomo rigenerato con la vera fede può dire Abba Pater, solamente Lui potrà liberare l’Africa dalla macchia della schiavitù”: S 1820.

Obbedienza:

Io prendo a far causa comune con ognuno di voi… non ignoro punto la gravezza del peso che mi indosso…. difendere gli oppressi… mi aiuterete a portare questo peso con gioia…”.

L’obbedienza è vissuta da Comboni fondamentalmente come obbedienza alla vocazione, cioè come fedeltà a Dio nel servire il popolo che Egli gli affida attraverso la Chiesa; un’obbedienza quindi che si traduce in attenzione, ascolto e obbedienza al popolo di Dio nelle sue necessità. Questa obbedienza al popolo di Dio lo fa essere risposta di Dio al Suo popolo.

Questo stile di obbedienza nasce da alcune convinzioni e atteggiamenti che segnano la vita del Comboni:

  • L’obbedienza che Comboni impara dal Cuore di Gesù, è obbedienza anzitutto alla Chiesa. Egli è convinto che riceve e vive la sua vocazione nella Chiesa e per mezzo della Chiesa, perciò si abbandona ai superiori, alla Santa Sede, a Propaganda Fide: “Io ho venduto la mia volontà, la mia vita, e tutto me stesso alla S. Sede, cioè, al Vicario di Cristo, all’E.mo Card. Prefetto di Propaganda ed ai loro venerati Rappresentanti, ed intendo lavorare unicamente, e direi ciecamente, sotto la loro sacra guida ed autorità, e mi rifiuterei anche a convertire, se lo potessi con la grazia di Dio, tutto il mondo, ove non lo fosse per comando ed autorità della S. Sede e dei suoi Rappresentanti, fonte unica di benedizione e di vita. Per me la divina Provvidenza è unicamente l’autorità della S. Sede, a cui fu detto: qui vos audit, me audit”: S 2635.

  • Questa obbedienza “cieca” in Comboni è fedeltà a se stesso, a ciò che egli è in virtù del suo “sì” alla vocazione ricevuta, è autenticità di vita a cui non può rinunciare, perciò: “Se il Papa, la Propaganda e tutti i Vescovi del mondo mi fossero contrari, abbasserei la testa per un anno, e poi presenterei un nuovo piano: ma desistere dal pensare all’Africa, mai, mai”: S 1071.

  • L’obbedienza che nasce in Comboni come fedeltà alla vocazione ricevuta e vissuta in comunione con l’autorità della Chiesa, è praticata all’insegna del sacrificio, dell’intelligenza e della creatività, che esigono un esercizio maturo della libertà personale: “La lacrimevole miseria dei poveri Negri pesa immensamente sul mio cuore, e non v’è sacrifizio ch’io non mi senta disposto ad abbracciare, per il loro bene. Se l’Em. V. non approverà un Piano, io ne farò un altro: se non accoglierà questo, ne apparecchierò un terzo, e così di seguito fino alla morte” (a Barnabò, S 1011).

1 Questa descrizione è una elaborazione degli interventi in alcuni raduni per formatori:

  • Don Juan Manuel Lozano, Il carisma comboniano. Schemi presentati nel Raduno dei Formatori del Noviziato e Solasticato-CIF, México, 11-31 luglio 1993; Verbali e Allegati, pp. 236-242.

  • P. Francesco Pierli, Carisma e Formazione, Corso per formatori, Palencia 1995, Sussidio, p. 3s.

  • P. Vittorino Girardi, Carisma e Formazione, Corso per Formatori, Bogotà 1996, Sussidio p. 3s.

2 Agostino Favale, Il ministero presbiterale, LAS – ROMA 1989, p. 249.

3 Cfr. A. Manaranche, Come gli Apostoli, Queriniana 1972, p. 89

4 Cfr. A. Boni, Professione dei Consigli Evangelici e Vita in Comune. Problemi e prospettive, in Per una presenza viva dei Religiosi nella Chiesa e nel Mondo, ELLE DI CI, pp. 526-7.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/04/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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