COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Più messe più Chiesa? la polemica sul recente comunicato CEI


Cardinale Gualtiero Bassetti,

Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei


La dura presa di posizione della CEI sulla apertura delle chiese e la ripresa delle celebrazioni (sera del 26 aprile) ha suscitato delle reazioni polemiche e un ampio dibattito in seno alla società e alla Chiesa italiana. La richiesta di PRUDENZA e OBBEDIENZA fatta dal Papa martedì mattina nella Messa a Santa Marta sembra anch’essa sconfessare la linea dura della CEI: “in questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena – dice il Papa – preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”.
Vedi in proposito SettimanaNews: Dibattito sul comunicato CEI / 1 (28 aprile) e  Dibattito sul comunicato CEI / 2 (30 aprile).
Il timore di molti è che la “ripresa” sia intesa come un  semplice ritorno alla “normalità” di prima, ad un passato di usanze e costumi spesso scambiati per fede. “I vescovi avrebbero dovuto ricordare ai cristiani che il loro compito non è di riempire le chiese, ma di ridare un’anima al mondo” (don Aldo Antonelli).
Si sperava che questo tempo di quarantena fosse una opportunità da sfruttare  per riflettere sulla realtà della vita cristiana e su un nuovo modo di essere Chiesa.
Vedi in questo senso il recente articolo di Tomáš Halík che ha suscitato molto interesse ed è stato tradotto in diverse lingue: Il segno delle chiese vuote. P
er una ripartenza del cristianesimo.
Vi offriamo qui due interventi, pacati ma interessanti: il primo di don Gianluca Zurra, assistente nazionale dei giovani di Ac; il secondo di fr. MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino.
(MJ)

Libertà di culto
o liberazione del culto in direzione della vita?

di don Gianluca Zurra
assistente nazionale dei giovani di Ac

L’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35) dovrebbe essere, per la Chiesa di tutti i tempi, un riferimento canonico circa lo stile della sua missione. Gesù si accosta e cammina con i discepoli, senza invadenza, ma condividendo “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” (Gaudium et Spes 1). Traduciamolo per noi: il battesimo non cancella il nostro essere cittadini del mondo, ma lo esige. Appartenere fino in fondo alla comune umanità è la condizione della fede, perché senza di essa anche il Vangelo non sarebbe udibile, non risuonerebbe come lieta notizia, rischiando di essere percepito come ideologia.

Se oggi, a causa della pandemia, non siamo nelle condizioni adeguate per poter celebrare insieme l’Eucaristia, non significa che venga meno la “libertà di culto”, ma si tratta di riscoprire la prima, fondamentale, profetica testimonianza cristiana dello stare accanto, della capacità di condividere nel quotidiano la fatica che tutti stiamo attraversando.

Se al centro sta davvero l’umanità e la cura per l’uomo, come l’incarnazione dovrebbe insegnarci, allora possiamo riscoprire in modo fresco, propositivo, senza contrapposizioni, che la vita ecclesiale non può essere concentrata in modo esclusivo sul momento cultuale. La Chiesa c’è, eccome, là dove sta riemergendo la forza e la profondità della Parola di Dio, là dove storie bellissime di solidarietà, spesso nascoste, tengono in piedi la nostra socialità ferita, là dove le famiglie, le associazioni custodiscono la luce del Vangelo con la loro quotidiana testimonianza di vita. Mi piacerebbe che nei comunicati ecclesiali istituzionali risuonasse questa freschezza, che per altro già è presente in abbondanza nel sostrato di tanti cristiani; vorrei che se ne parlasse di più, che ci raccontassimo di come la nostra attuale “Eucaristia” sia questo coraggioso “stare accanto”, come ha fatto Gesù con i due discepoli di Emmaus.

La stessa cosa vale per i funerali: perché continuare a dire che non si celebrano? Non è così: l’accompagnamento al cimitero, ben preparato, curato nello stile e nei particolari, dovrebbe essere la forma normale delle esequie, a cui purtroppo non ci siamo abituati, perché non ci siamo preparati per tempo a ripensare questo momento così importante al di là dell’Eucaristia, continuando a ritenere che “quando non c’è messa, non c’è nulla”. Se mai proprio sulle esequie, affinché possano essere vissute con più calma e in modo più comunitario, si potrebbe chiedere all’istituzione civile un’attenzione a proposito di una possibile partecipazione più allargata al cimitero, pur nel rispetto delle giuste regole, essendo un luogo all’aperto, molto più gestibile rispetto al luogo chiuso delle chiese.

In ogni caso, credo fermamente che il “digiuno eucaristico” a cui ci costringe la serietà di una pandemia da non prendere per nulla sotto gamba, non è contro la libertà di culto, ma mi piace leggerla come la possibilità di liberare il culto in direzione della vita, perché quando sarà di nuovo possibile gustare insieme il pane del cammino possiamo averne davvero fame e non dimenticarci mai più del suo inconfondibile sapore. Non stiamo vivendo senza Eucaristia: ne stiamo sperimentando un risvolto fondamentale, che l’abitudine stava rischiando di farci perdere!

Dunque, credo che sia opportuno non trasformare l’Eucaristia in una bandiera (messa sì, o messa no!) e, se mai, sempre con il rispetto necessario, alzare un po’ di più la voce sulla mancanza (questa sì problematica!) di prospettive ad ampio respiro sulle scuole, sulla gestione famigliare dei figli, sulle nuove povertà che si stanno profilando, sulla realtà giovanile e universitaria, sul senso della didattica a distanza. È su tali questioni che, come Chiesa, dobbiamo dare un contributo profetico, evitando di dare al virus l’ultima parola con precipitose e inutili contrapposizioni.

Torneremo a celebrare, come fonte e culmine irrinunciabile della nostra fede, ma adesso è importante ricordarci a vicenda che lo stare accanto non è altra cosa dall’Eucaristia: è l’espressione della sua più profonda verità, in attesa di poterla rivivere con gioia e in modo finalmente rinnovato.    Questa è l’ora di essere nulla di meno che cittadini responsabili, consapevoli che proprio così diventiamo pane buono gli uni per gli altri, Corpo di Cristo dentro questo faticoso sentiero di Emmaus, in cui tutti cerchiamo di camminare, semplicemente come uomini!

Ripreso da:
http://www.noisiamochiesa.org
27 aprile 2020

Lettera a un vescovo – fr. MichaelDavide

Carissimo vescovo,

permettimi di condividere con te la riflessione di questa mattina. Penso alla reazione forte della CEI alla dichiarazione del Presidente del Consiglio circa la famigerata “fase 2”.

Se ho capito bene, si invoca la “libertà di culto” per reagire alla delusione del mantenimento delle restrizioni circa le celebrazioni liturgiche con la sola eccezione per i funerali. Non ritengo assolutamente di conoscere l’insieme della questione e non penso di avere né soluzioni da proporre, né approcci più saggi di quello di chi è costituito in autorità nella Chiesa. Ma condivido con te questa suggestione che mi è salita dal cuore passando dalle “ultime notizie” all’angolo della mia cella in cui mi dedico alla lectio divina.

Libertà di culto o libertà nel culto?

Proprio in forza del Vangelo e del mistero pasquale di Cristo Signore, ciò che ci caratterizza non è solo la libertà di culto, ma anche la libertà da un certo culto, che permette di maturare un bene cristiano prezioso: una libertà nel culto. Se, con le altre religioni, condividiamo la giusta rivendicazione della libertà di culto per tutti, precipuo di ciò che il Cristo ci ha “guadagnato”, è che la nostra pratica di fede non si identifica con il culto. In alcuni momenti, il culto si può trascendere, senza venir meno alla fedeltà discepolare.

Un miracolo che era avvenuto fin qui era la serena alleanza tra la Chiesa, lo Stato e persino la scienza. Gli unici che si sono opposti a questa serena assunzione di responsabilità sono stati i tradizionalisti e quei politici stigmatizzati da papa Francesco in Gaudete et exsultate 102. Taluni invocano la religio e la christianitas, ma così poco conoscono del profumo sottile e sempre eccedente del Vangelo di Cristo.

Mi auguro vivamente che i vescovi del nostro Paese non prestino oltre il fianco alla tentazione, in nome del culto, di perdere un appuntamento storico per rimettere al primo posto il Vangelo. Anche quando i sacramenti non possono essere celebrati, il Vangelo è sufficiente come sorgente di comunione tra i discepoli e di carità verso tutti.

Spero tanto che la nostra Chiesa in Italia non ceda alla tentazione di passare dalla testimonianza appassionata, serena e creativa ad una denuncia di non riconoscimento del “diritto di culto”, assumendo la postura di “perseguitata”. Questo rischia di rendere vano il grande guadagno di queste settimane difficili in cui siamo stati capaci di vivere in regime di alleanza nella consapevolezza che nessuno sa bene come comportarsi per evitare il peggio e cercare il meglio. Non penso che si possa accusare il Governo in carica della colpa di “incertezza”, quando la situazione non permette di capire l’evoluzione della pandemia.

Sarebbe un peccato passare dall’accompagnamento dei fedeli a vivere serenamente le restrizioni imposte, a lanciarsi in una “crociata” sul diritto alla “libertà di culto”.

Sinceramente, penso non si possa nemmeno minimamente immaginare che il nostro Governo attuale voglia calpestare la libertà di culto proprio mentre persino i nostri fratelli musulmani, nel tempo sacro del Ramadan, hanno serenamente accettato di viverlo in modo diverso. Forse è più vero che le forze politiche potrebbero approfittare di questa crepa che si è creata nelle ultime ore per far rientrare alcune pressioni tanto “cattoliche” quanto poco “evangeliche”. Penso in particolare al senso ampio della vita di fede e l’attenzione ai più poveri.

Come discepoli del Risorto possiamo andare al tempio, come facevano i primi cristiani, e “spezzare il pane” a casa. Se questo non è possibile o diventa troppo pericoloso o semplicemente incerto, abbiamo sempre le nostre “serene catacombe” dove, con fiducia, attendiamo tempi migliori senza inutili agitazioni. Il Cristo Signore ci dona, con le sue parole e i suoi gesti, di vivere il culto senza identificarci con il culto.

Il dialogo magnifico tra il Signore Gesù e la Samaritana può esserci di guida, di luce, di pace.

Vedo il rischio di sprecare ciò che siamo stati capaci di recuperare stupendamente in queste settimane prestando il fianco a posizioni che difendendo la religione, in realtà, hanno a cuore la preservazione di un mondo di privilegi e di egoismi.

La nostra fede in Cristo ci spinge piuttosto ad una rinuncia unilaterale ai nostri diritti per portare insieme agli ultimi i “pesi” di doveri condivisi per rendere più prossimo il Regno di Dio. Se anche fossimo gli ultimi tra gli ultimi a ritrovare la possibilità di radunarsi nelle nostre chiese, potremmo portarlo con grazia e perfino con eleganza.

Quando parla un vescovo si esprime il Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.

Quando si parla ad un vescovo, ci si rivolge al Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.

E’ quello che sto facendo all’alba di questo giorno nel tempo che dedico abitualmente alla lectio divina: attraverso di te chiedo ai vescovi della Chiesa che è in Italia di non rendere vana la libertà che Cristo ci ha conquistato con la sua morte in croce. Di questo mistero l’eucaristia è memoria irrinunciabile. Eppure, la nostra vita di battezzati – anche senza eucaristia – è incarnazione nella realtà che rimane più grande di ogni idea dogmatica e di pratica anche cultuale.

In ultimo, mi sento di rammentare che sempre si debba vigilare nel purificare ogni presa di posizione sugli ideali e i principi, dalla nostra paura di aprirci all’inedito e al nuovo accettando anche di rinunciare alla nostra influenza e, persino, al nostro potere religioso.

Ti chiedo scusa di importunarti così presto al mattino e spero tu possa accogliere la confidenza di un monaco che spera di morire cristiano. Ti chiedo di benedirmi e di correggermi se ti sembra necessario.

27 aprile 2020

di fr. MichaelDavide Semeraro (monaco benedettino)
Ripreso da http://www.settimananews.it

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Questa voce è stata pubblicata il 30/04/2020 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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