COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (2)

TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA (2)
P. Carmelo Casile


Padre Carmelo Casile ci offre un utile e interessante  lavoro conclusivo e riassuntivo di riflessione sui contenuti della Regola di Vita, che ha per titolo “Temi introduttivi alla Regola di Vita”, sotto forma di vocabolario (20 voci). Qui presentiamo i nn. 7-8-9: Esperienza di Dio; Spiritualità; Spiritualità di Comboni.

SOMMARIO (2)

7. ESPERIENZA DI DIO /Esperienza religiosa

8. SPIRITUALITÀ
8.1 Il “cammino dello spirito” nella vita del cristiano
8.2 La spiritualità, come riflessione sulla “vita dello spirito”

8.3 La vita spirituale secondo la visione biblica unitaria e tricotomia della persona umana
8.4 Spirito e carne nella vita spirituale
8.5 Spiritualità incarnata
8.6 La spiritualità come crescita interiore che si manifesta nel quotidiano della vita
8.7. La spiritualità come fatto globale della vita cristiana

9. LA SPIRITUALITÀ VISSUTA E PROPOSTA DA SAN DANIELE COMBONI
9.1 Il ”Cammino dello spirito” di san D. Comboni nell’evento carismatico del 15 settembre del 1864.
9.2. Attualizzazione del cammino dello spirito di san D. Comboni
9.3. La spiritualità del comboniano nei suoi elementi essenziali
9.4. Un errore fatale


7. ESPERIENZA DI DIO /Esperienza religiosa

Quando si usa l’espressione “fare un’esperienza” si vuole dire che l’esistenza di una persona è percorsa da un fremito particolare che la sottrae al ritmo delle ripetizioni quotidiane. Una vita priva di esperienze sarebbe sempre uguale a se stessa dall’inizio alla fine, quindi vuota e priva di significato. Sarebbe anche senza tempo, perché l’esperienza implica una determinazione temporale, una variazione, un “esodo” da una situazione ad un’altra.

L’esperienza è un passaggio, un incrocio, una porta: un’esperienza è sempre un evento particolare per il quale avviene un passaggio. Esperienza viene da due verbi greci: “peiro“, che vuol dire attraversare, passare attraverso; “peirào“, che vuol dire tentare, provare, fare esperienza, nonché dal termine “peira“, che significa tentativo, esperimento, esperienza (per cui “empeiria” significa esperienza o conoscenza, o anche semplicemente abilità). In italiano ne è rimasta traccia nella preposizione “per” usata in senso locativo: “passare per la sofferenza”. Il latino l’ha arricchito, in un certo senso, perché nel suo experior il termine “-perior” implica la nozione di pericolo, prova, qualcosa con cui ci si misura, una prova attraverso cui passare. Quindi nell’esperienza c’è il passaggio e la prova, il pericolo e la misura: fare un’esperienza vuol dire passare là dove non si era mai passati, come quando per andare in montagna o scalare una parete ci si affida a una guida, perché appunto “esperta” (in latino esperienza si traduce anche con peritia), nel senso che ci è già passata tante volte per quei luoghi. Allo stesso modo, si preferisce andare da un chirurgo esperto, perché è già passato per tanti corpi e conosce meglio i luoghi da attraversare. Questo discorso vale per tutti i professionisti, ma vale anche per ogni persona che impara a vivere attraverso tante esperienze, vale anche nell’ambito della fede per i credenti, per i mistici…

Per il suo essere temporale, ogni esperienza lascia un segno. Nel linguaggio comune, quando parliamo di qualcuno che è stato “segnato dall’esperienza”, intendiamo dire qualcosa di preciso riguardo a una persona che ha attraversato determinate vicende, e che ne è uscita. “È un’esperienza che non auguro a nessuno”, oppure “è un’esperienza che va assolutamente fatta”, implicano il contrassegno dell’esperienza stessa, il segno lasciato e quindi il cambiamento. Ogni esperienza, lasciando un segno, denota un cambiamento, una trasformazione. È una storia, o meglio fa insorgere una storia, nella misura in cui l’esperienza, incidendo la sua traccia, costruisce un mondo di cui fa parte e che si può ripercorrere nel suo svolgersi (senza memoria non si dà esperienza, anzi, quelle esperienze che la memoria cosciente non vuol riconoscere premono dal basso nell’inconscio, determinando comunque la nostra storia personale). Ecco cosa va inteso come “passaggio”.

Questo passaggio può essere tutto, un evento straordinario, una catastrofe o un fatto ordinario: qualcosa comunque che s’incastona nel tempo per rivelarsi come un’esperienza. Può essere la parola detta da qualcuno e che ci apre all’improvviso un nuovo modo di veder le cose, può essere una lettura, può essere un evento, una scelta, un caso. Può essere qualcosa di pianificato in precedenza, oppure un’irruzione improvvisa, ma in ogni caso sempre decisiva. [Enrico Castelli Gattinara, passim].

Etimologicamente, per tanto, il termine «esperienza» sta a indicare chi ha una conoscenza diretta di qualcosa e nello stesso tempo evoca lo spazio della novità e del rischio che una tale conoscenza inevitabilmente comporta. Si potrebbe dire che l’esperienza è la conoscenza immediata e diretta, proprio per questo rischiosa e aperta al nuovo, che si ha di qualcosa e ancor più di qualcuno.

Applicato all’incontro con Dio il termine assume un forte significato evocativo e al tempo stesso narrativo-simbolico: “esperienza di Dio” è quella conoscenza diretta, pagata di persona, che nasce dall’incontro sempre sorprendente con Lui, eccedente ogni nostra attesa o deduzione. Un incontro al tempo stesso vivificante e mortale, accecante e pieno di luce, come è analogamente ogni vero incontro d’amore. Questo venire a noi di Dio si offre nel segno della meraviglia e del dono assolutamente gratuito. Il rischio presente in una tale conoscenza è ben noto alla tradizione biblica, che non esita a definire “fuoco divorante” il Signore della vita e della storia e l’esperienza di Lui (cf. Dt 4,24; cf. Eb 12,29). Portare alla parola questa esperienza è il compito dell’espressione e della comunicazione della fede: solo a questa condizione esse risultano veramente efficaci, perché si nutrono dell’eccedenza del vissuto dell’incontro, mai pienamente esaurito dalla parola o dal gesto che si sforzano di parteciparlo. (Bruno Forte, passim).

Questa esperienza di Dio in Cristo o esperienza religiosa è frutto di una ricerca reciproca tra Dio e l’uomo. Questa ricerca segna l’inizio di ogni vita spirituale e quindi anche di quella del cristiano. L’uomo, infatti, come essere religioso, cerca Dio; a sua volta anche Dio cerca l’uomo. Dio e l’uomo sono due cercatori; l’uomo è creato come cercatore di Dio, e Dio si manifesta come cercatore dell’uomo; si muovono l’uno verso l’altro, per realizzare l’ “Alleanza”, cioè l’incontro cercato e realizzato tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e Dio nell’amore.

Anche se sembra che sia l’uomo che prende l’iniziativa dell’incontro (“Il tuo volto, Signore, io cerco”, Sal 27, 8; “Che cercate?”, “Rabbì, dove abiti?” (Gv 1,38), in realtà l’amore di Dio che si dona a chi lo cerca, precede la ricerca dell’uomo (cfr. RV 20). È significativo il fatto che il Capitolo 2009 ci ricorda che per noi è arrivata l’ora di lasciarci raggiungere da questo amore e di lasciarci modellare come argilla nelle mani del Vasaio (cfr. Ger 18,6; AC’09, 15).

L’esperienza di questo incontro si riassume nell’amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi e ancora più come Dio ama noi. La perfezione nella vita cristiana consiste nella carità. Tutte le pratiche di pietà che accompagnano la vita del cristiano sono mezzi per progredire nella carità nella sua duplice direzione verso Dio e verso il prossimo. L’opera maggiore che scaturisce da questa carità verso Dio e verso il prossimo, è l’evangelizzazione; Dio, infatti, vuole che tutti gli uomini giungano alla conoscenza della Verità che li salva, e gli uomini hanno estrema necessità di incontrare Dio, di beneficiare della sua opera redentrice realizzata in Cristo Gesù (cfr. Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2011).

L’esperienza religiosa del cristiano, per tanto, si concretizza nell’incontro con Dio in Cristo, vissuto contemporaneamente nella contemplazione di Dio-Amore e nell’azione a servizio dell’uomo, immagine e oggetto dell’amore di Dio. L’incontro con Dio si consuma, cioè si compie totalmente nell’incontro e nell’amore dell’altro “immagine e somiglianza di Dio”, cioè il prossimo. L’incontro con Dio sfocia naturalmente nella passione per gli uomini e per il mondo, perché Dio è presente sotto il volto di ogni persona e nel cuore del mondo. Un mondo che il cristiano, dalla sua esperienza di Dio, si sforza di trasformarlo o rigenerarlo con l’azione, collaborando con Dio. E tutto questo si realizza non nella visione immediata di Dio, ma alla luce della fede, che è la certezza delle cose che speriamo, e la prova, il mezzo per conoscere le cose che non vediamo (cfr. Eb 11,1), “anche se è di notte”.

L’esperienza di Dio in Cristo deve toccare i quattro centri vitali della persona: l’intelligenza (contenuti), il cuore (sentimenti), le mani (deve essere pratica); e i piedi (deve aiutare a camminare nella vita, ad andare in missione), avendo come meta “testimoniare e proclamare l’amore del Padre, esperimentato nella comunione personale con Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo” (RV 46a).

In questo itinerario verso “l’incontro con Dio” (RV 46) la preghiera è imprescindibile, “perciò il missionario focalizza la sua intera esistenza nell’incontro con Dio e forma con i suoi fratelli una comunità orante” (RV 46b). La comunità comboniana, per tanto, è una comunità consacrata per la missione, fondata nella preghiera.

È possibile notare come la Regola di Vita, nel proporci il tema dall’ “Incontro con Dio” (n. 46), cioè, dall’esperienza religiosa, ci traccia il significato della consacrazione per la missione, che consiste nel “proclamare e testimoniare l’amore del Padre, esperimentato nell’incontro personale con Cristo sotto la guida dello Spirito Santo”

Sullo sfondo di quest’indicazione della Regola di Vita si intravede l’esperienza personale del senso di Dio vissuto da Comboni: egli è convinto che la missione parte da Dio ed è Dio il vero protagonista; che la vita di un missionario si fonda su una chiamata di Dio e si realizza in una missione che riceve da Dio stesso; che al centro della vita del missionario sta Dio, così che, «avvezzo a giudicare delle cose col lume che gli piove dall’alto, guarda l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della sua fede» (S 2742).

8. SPIRITUALITÀ

Con il temine “spiritualità” si indica anzitutto l’attività umana con la quale si coltiva lo spirito per sperimentare la Vita nella vita:
«È necessario coltivare lo spirito in modo che si sviluppino le facoltà dell’ammirazione, dell’intuizione, della contemplazione e si diventi capaci di formarsi un giudizio personale, di coltivare il senso religioso, morale e sociale» (GS 59a).

Sfide e speranze della spiritualità nel mondo di oggi

Le sfide e le speranze nel campo della spiritualità provengono da espressioni culturali, orientate allo studio e all’impegno nella soluzione dei problemi del mondo attuale, e dalla ricerca del religioso o del sacro con la “domanda di nuove forme di spiritualità” (Ecclesia in Europa 37). L’uomo d’oggi, infatti, è alla ricerca di nuove spiritualità, religioni e filosofie capaci di dare una risposta al senso dell’esistenza. La domanda spirituale che si credeva ormai tramontata, è chiaramente percettibile nella nostra società. Gli itinerari sono molteplici, le proposte tra le più svariate e inaspettate, a tal punto che sembrano, talvolta inintelligibili se non addirittura incoerenti, aprendo le persone al rischio dello spiritualismo e del sincretismo religioso1.

Molti contenuti che si convertono in un fattore importante per il cammino spirituale del cristiano soprattutto del mondo occidentale di oggi, provengono da espressioni culturali orientate allo studio e all’impegno nella soluzione dei problemi del mondo attuale.

È indicativa, per esempio, l’espressione culturale delle Carovane, che consiste in una manifestazione culturale che ha come filo conduttore la conoscenza del mondo che viviamo, per mezzo d’incontri con testimoni e autori di saggi, racconti e raccolte di poesie significativi che caratterizzano il nostro tempo. È una corrente culturale che va alla ricerca delle cosiddette Città invisibili: espressione che richiama la necessità di svelare i molti mondi possibili al di là della nostra cultura e del nostro sistema sociale occidentale.

Si scopre così come i paesi del Sud del mondo c’insegnano prospettive diverse, testimoniano di altre priorità, apportano un nutrimento vitale al nostro sapere e mettono in questione i nostri stili di vita. Nasce così una corrente di spiritualità laica, che va in cerca di un nuovo umanesimo; essa si propone di formare persone “riconciliate con se stesse, con gli altri e con la natura, capaci di pensare e di vivere in maniera diversa, per portare l’umanità da una situazione di estrema competitività ad una situazione di estrema solidarietà”.

In questo contesto entrano i temi quali “sviluppo, ambiente, pace”, la lotta contro le grandi emergenze sanitarie e ambientali, contro l’indigenza di milioni di esclusi dalle leggi dell’economia moderna; la cooperazione internazionale, il mercato equo e solidale, ecc.

In questo stesso contesto entra anche la ricerca del silenzio come «uno spazio necessario per ritrovare la nostra identità, per non perderci in sterminati campi incolti dove i sogni, come le piante, inaridiscono e muoiono», perché in «questa nostra età tanto progredita tecnologicamente e tanto umanamente regredita, (…) la nostra vita scorre in mezzo al chiasso, tra fiumi di parole spesso inutili che servono solo a coprire le nostre incertezze, il disaggio interiore quando siamo a contatto con gli altri». È tempo quindi «di rivalutare il silenzio: esso solo ci consente di ritagliare spazi di buonsenso per non essere travolti dal ritmo incalzante dell’arroganza dilagante, per intrecciare un dialogo sereno con noi stessi e con gli altri»2.

Nel campo più specifico della spiritualità cattolica si propone una spiritualità che punta a formare «l’uomo trascendente»3, a promuovere «una spiritualità della politica»4. Questa sfocia nella virtù della «carità politica», cioè nella passione per l’uomo, come impegno per promuovere i suoi diritti fondamentali, la giustizia e la pace, sottolineando la dimensione sociale del Vangelo; nella «carità cosmica», cioè aperta all’amore del creato; nella «carità intellettuale», cioè aperta alle diversità culturali, impegnata nel dialogo ecumenico e interreligioso, nell’annuncio del Vangelo nella prospettiva dell’evangelizzazione delle culture, ecc.

Nel campo della spiritualità cattolica, stanno fiorendo anche nuove forme di Vita Consacrata (cfr. VC 62).

«Queste nuove associazioni di vita evangelica non sono alternative alle precedenti istituzioni, le quali continuano ad occupare il posto insigne che la tradizione ha loro assegnato. Le nuove forme sono anch’esse un dono dello Spirito, perché la Chiesa segua il suo Signore in perenne slancio di generosità, attenta agli appelli di Dio che si rivelano mediante i segni dei tempi. Così essa si presenta al mondo variegata nelle forme di santità e di servizi, quale «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Gli antichi Istituti, tra cui molti passati attraverso il vaglio di prove durissime, sostenute con fortezza lungo i secoli, possono arricchirsi entrando in dialogo e scambiando i doni con le fondazioni che vengono alla luce in questo nostro tempo.

In tal modo il vigore delle varie istituzioni di vita consacrata, dalle più antiche alle più recenti, come pure la vivacità delle nuove comunità, alimenteranno la fedeltà alle Spirito Santo, che è principio di comunione e di perenne novità di vita» (VC 62f-g).

Per noi Missionari Religiosi è una sfida inevitabile conoscere le espressioni culturali e movimenti di spiritualità attuali nelle loro radici, motivazioni ed espressioni concrete. Si tratta di una sfida di fronte alla necessità di inculturazione del Vangelo e di rispondere dal nostro essere consacrati alle sfide della Missione nel mondo attuale.

Siamo chiamati, per tanto, a dedicare tempo ad esplorare parte del vasto campo delle attuali tendenze della spiritualità, per ampliare la nostra identità missionaria comboniana e essere capaci di dialogare e collaborare con gli altri dalla sua identità.

Evitando le questioni inutili e ogni polemica, il missionario è chiamato ad integrare nella sua vita le intuizioni e gli impegni concreti che arricchiscono la sua identità, soprattutto la solidarietà con i poveri in piena docilità allo spirito di Gesù, «mite e umile di cuore». Questa docilità, liberandolo da ogni attaccamento ed egoismo, lo renderà autentico strumento di liberazione integrale dell’uomo nelle situazioni e nelle aree geografiche in cui si troverà a lavorare.

8.1 Il “cammino dello spirito” nella vita del cristiano

Il “cammino dello spirito”, detto anche esperienza spirituale o vita spirituale, nella vita del cristiano è frutto di una ricerca reciproca tra Dio e l’uomo. L’uomo, come essere religioso, è un pellegrino alla ricerca del Volto del Signore e delle vie per raggiungerlo; a sua volta anche Dio cerca l’uomo e gli propone la sua Via perché lo possa incontrare. Dio e l’uomo sono due cercatori; l’uomo è creato come cercatore di Dio, e Dio si manifesta come cercatore dell’uomo; si muovono l’uno verso l’altro, per realizzare la “Alleanza”, cioè l’incontro cercato e realizzato tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e Dio nell’amore, seguendo la Via che porta a Lui (cf. Gv 14,4-6: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me»).

Anche se sembra che sia l’uomo che prende l’iniziativa dell’incontro (“Il tuo volto, Signore, io cerco”, Sal 27, 8; “Che cercate?”, “Rabbì, dove abiti?” (Gv 1,38), in realtà l’amore di Dio che si dona a chi lo cerca, precede la ricerca dell’uomo. Giovanni è molto esplicito nell’affermare che il primo che ama è Dio, il quale è Amore (1Gv 4, 8.16.19).

Questo modo di procedere di Dio è legato al fatto che il peccato ha bloccato la comunicazione tra l’uomo e Dio e la chiave per sbloccare questa situazione di morte si trova nelle sole nelle mani di Dio che è Amore-Misericordia: «Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rom 5,6-8).

La ricerca di Dio “costituisce la fatica di ogni giorno” per ogni credente, anche per il cristiano; la vita cristiana, infatti, non si realizza nella visione immediata e idillica di Dio, ma alla luce della fede in Lui. E Lui è Dio, e non sempre le sue vie e i suoi pensieri sono le nostre vie e i nostri pensieri (cf. Is 55,8). Il cammino di fede, come il viaggio dell’Esodo, si svolge sotto la guida della nube luminosa e oscura dello Spirito di Dio che, anche se talvolta sembra perdersi per strade senza senso, ha per destino l’intimità beatificante del cuore di Dio: «Ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me» (Es 19,4; cfr. FT5, 1-2).

Lo Spirito Santo ci conduce a questa intimità introducendoci nelle logica del Mistero pasquale del Crocifisso/Risorto, perché è Egli colui che ha compiuto l’intero cammino di ascesa al Padre e di donazione ai fratelli.

Il cristiano, in virtù del Battesimo, entra in questa dinamica pasquale e impara a vivere sempre più in profondità una vita spirituale pasquale. Lo sguardo contemplativo sul Crocifisso/Risorto è capace di «operare sull’ultimo livello delle coscienze umane, che è la liberazione dal peccato, cioè dall’amore di sé fino al disprezzo degli altri e di Dio, per insegnar agli uomini ad amare Dio e ogni esse umano fino al dono di sé, come ha fatto Gesù, e in virtù della forza che il suo Spirito dona loro» (Lc 24,49; At 1,8)6.

Nell’incontro con il Crocifisso/Risorto il cuore dell’uomo comincia a vivere immerso in una situazione vitale contrastante tra il desiderio e la felicità dell’incontro con Dio in Cristo e l’anelito di donarsi agli uomini.

La migliore esemplificazione di questa situazione ce la dà San Paolo, quando manifesta la sua esperienza di conversione-vocazione: «Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me suo Figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» (Gal 1, 15).

Imparando a vivere in questa situazione di contrasto vitale, il missionario è mosso da uno zelo missionario “discreto”, che nasce dal suo “rimanere con Cristo” e gli impedisce di concentrarsi sull’opera che svolge come unico protagonista, sfigurando così la sua identità di “inviato” (cfr. RV 21).

8.2 La spiritualità, come riflessione sulla “vita dello spirito”

Il termine “spiritualità”, in quanto arte di coltivare lo spirito, designa anche la riflessione sulla “vita dello spirito”, per cui ci sono vari modi di esprimere questa realtà, secondo i punti di vista da cui viene considerata o secondo i punti che di essa vengono sottolineati.

Il punto di partenza più appropriato per la riflessione e la comprensione della vita spirituale è la persona creata da Dio, secondo la struttura che Lui stesso le ha dato e che noi possiamo cogliere nell’antropologia biblica: infatti, non esiste la vita spirituale in sé, ma la persona che vive spiritualmente, cioè nel e secondo lo Spirito del Signore Gesù.

8.3 La vita spirituale secondo la visione biblica unitaria e tricotomica della persona umana

Nella Bibbia, l’uomo è una realtà unitaria e tricotomica.

Con il ribaltamento del dualismo cartesiano e il ritorno al corpo, viene superata l’angusta dicotomia corpo-anima, quasi si trattasse di due realtà in conflitto, e affermata la visione unitaria dell’uomo. Resta però il fatto che la Bibbia non considera l’uomo come unità di anima e corpo, non ha una visione dicotomica (propria della cultura classica da Platone in poi): se così fosse, faremmo fatica a distinguere i desideri della creatura e delle cose create dai desideri del Creatore e a parlare di vita spirituale. Perciò i Padri della Chiesa Orientale, rifacendosi alla Bibbia, hanno completato la dicotomia filosofica (corpo-anima) con la tricotomia teologica (spirito- anima- corpo).

La Bibbia, infatti, non fa mai confusione fra lo spirito e l’anima, come se i due termini fossero sinonimi, e ha quindi una visione tricotomica dell’uomo. La parola di Dio concepisce l’uomo come un essere tripartito: spirito, anima e corpo.

1Ts 5,23 dice: Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Questo versetto mostra chiaramente che la creatura umana è composta di tre parti, e la santificazione riguarda tutte e tre le parti che la compongono: lo spirito, l’anima e il corpo. Se la completa santificazione dei credenti includesse soltanto due elementi, l’apostolo Paolo avrebbe detto semplicemente: la vostra anima e il vostro corpo. Invece ha detto: spirito, anima e corpo.

La distinzione fra l’anima e lo spirito è affermata in altri testi biblici, come Eb 4,12 e Gen 2,7.

Eb 4,12 dice: La Parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore

In questo versetto l’autore afferma la presenza di due gli elementi non fisici nell’uomo: l’anima e lo spirito. La parte fisica comprende le giuntura e le midolla. Quando il sacerdote si serviva della spada per dividere completamente l’animale sacrificato, nulla delle parti interiori poteva rimanere nascosto. Anche le giunture e le midolla venivano separate. È in questo modo che il Signore Gesù si serve della Parola di Dio per il suo popolo, per operare una separazione completa e provocare una divisione fra ciò che è spirituale, ciò che è psichico e ciò che è fisico. Ne consegue che, poiché lo spirito e l’anima possono venire separati, devono logicamente essere diversi per natura. È dunque chiaro che la creatura umana è formata da tre parti.

Gen 2,7 racconta la creazione dell’uomo in questi termini: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.

Dio creò l’uomo prendendo della terra e formando con essa il corpo (adamà). Poi soffiò (ruah) nelle narici di questo corpo inanimato un alito di vita (neshamah) e quando questo venne a contatto con il corpo l’uomo divenne un’anima vivente (nefesh).

Per tanto in questa operazione appare chiaro che Dio:
Plasmò l’uomo con polvere del suolo”: questa espressione si riferisce al corpo dell’uomo.
Soffiò nelle sue narici un alito di vita”: si riferisce allo spirito dell’uomo che viene da Dio.
E l’uomo divenne un essere vivente”: si riferisce all’anima dell’uomo.

La sequenza delle espressioni indica che, quando il corpo si trovò vivificato dall’alito di vita, cioè dallo spirito, questo fece sorgere un essere vivente e cosciente della propria esistenza.

In questa trilogia di componenti, «spirito» può essere letto simultaneamente con la Esse minuscola o con la Esse maiuscola. Letto con la Esse minuscola, indica la dimensione propria della creatura umana dotata di intelligenza e libera volontà.

L’alito di vita, infatti, è lo spirito dell’uomo, cioè il principio di vita che è dentro di lui (Gv 6,63: “È lo spirito che dà la vita; Gb 33,34: “Il soffio dell’Onnipotente mi dà la vita”), e lo costituisce persona capace di avere rapporti con gli altri (cfr. anche Sl 31, 6).

Questo alito viene da dentro Dio, è quindi l’effusione originaria dello spirito divino creatore e anche salvatore e rigeneratore (cfr. Sal 51,12: “Crea in me o Dio, un cuore puro,/rinnova dentro di me un spirito saldo”), ma non sta ad indicare lo Spirito Santo di Dio. Piuttosto indica lo spirito che Dio ha voluto dare all’uomo che, appunto, ha fatto a sua immagine e somiglianza, dato che, come dice la Scrittura, “Dio è Spirito” e lo Spirito Santo attesta allo spirito dell’uomo che siamo figli di Dio (Rm 8,16). Può essere inteso, per tanto, come la capacità di apertura a Dio e all’azione del suo Spirito intrinseca all’essere umano.

Lo Spirito con la S maiuscola seguito dalla qualifica di Santo, richiama la presenza dello Spirito Santo, sia nella sua effusione originaria nella creazione, sia come dono pentecostale, cioè effuso nei credenti in Cristo nell’evento di Pentecoste, e che, come afferma il Concilio Vat. II, «dobbiamo ritenere dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero Pasquale» del Cristo morto e risorto (cfr. GS 22e).

L’anima, invece, non viene direttamente da Dio, ma è, come dire, un elemento derivato, non “primario”, che si forma a seguito ed in dipendenza del contatto tra lo spirito umano e il corpo. Secondo Genesi 2,7, infatti, l’uomo era formato soltanto di due elementi indipendenti: quello fisico e quello spirituale. Ma quando Dio pose lo spirito all’interno del corpo plasmato con la polvere del suolo, ne scaturì l’anima. Lo spirito dell’uomo messo a contatto con il corpo inerte produsse l’anima. Senza spirito, il corpo era morto; ma con lo spirito, l’uomo divenne un’anima vivente. L’organo così creato venne chiamato: anima.

“L’uomo divenne un’anima vivente”: questa affermazione esprime, dunque, il fatto che l’incontro tra il corpo e lo spirito produsse l’anima, ma suggerisce anche il concetto che lo spirito e il corpo si siano trovati completamente amalgamati nell’anima. In altri termini, l’anima e il corpo si sono combinati con lo spirito e lo spirito e il corpo si sono amalgamati nell’anima.

Per tanto, nello stato in cui Adamo si trovava prima della caduta, c’era una perfetta fusione dei tre elementi in una unità e l’anima, come sede decisionale, diede origine alla sua personalità, alla sua esistenza di essere distinto dagli altri. L’uomo è stato definito “anima vivente” perché è nell’anima che lo spirito ed il corpo si incontrano ed è per mezzo dell’anima che la sua personalità si manifesta.

Così, la struttura tricotomica dell’uomo si può schematizzare in tre cerchi concentrici: corpo, anima, spirito/Amore. Tale struttura ci può dare una visione veramente integrale e concreta dello spirituale e della vita spirituale.

In base a questa struttura, alla radice della vita spirituale dell’uomo sta il principio agapico: “Lo Spirito santo versa nei nostri cuori l’Amore di Dio Padre” (cfr. Rom 5,5); la vita spirituale, per tanto, ha la sua origine nell’azione dello Spirito Santo che agisce dal di dentro della persona umana e si manifesta all’esterno, nel vissuto, nell’agire e nella mentalità del cristiano. (cfr. M. I. Rupnik, Nel fuoco del roveto ardente. Iniziazione alla vita spirituale, Lipa 19972).

8.4 Spirito e carne nella vita spirituale

La vita secondo lo Spirito, la vita spirituale, la vita divina, non è una vita sovrapposta o parallela alla nostra vita umana normale, alla vita di ogni giorno. Questo può succeder quando la fede è ridotta a pratiche religiose che non toccano la persona in profondità o quando si cade in spiritualismi disincarnati. In tutta la Bibbia è in particolare nel Nuovo Testamento, la vita secondo lo Spirito è questa nostra vita nella carne – l’unica di cui disponiamo – animata però dallo Spirito di Gesù, dallo spirito del Vangelo. In altri termini: la vita spirituale non è un’altra vita nella quale evadere, ma è questa nostra vita che diventa “altra”, cioè diversa e nuova perché guidata dallo spirito filiale di Gesù. Scrive l’apostolo Paolo ai Galati:«Vivo io, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me! Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se tesso per me» (Gal 2,20). «L’amore di Dio, riversato nei nostri cuori con il dono dello Spirito» (Rom 5,5), è capace di animare dall’interno tutta la realtà umana: pensieri, sentimenti e gesti corporei. Tutto l’uomo è chiamato a diventare “spirituale”, cioè animato dallo Spirito: il processo è di divinizzazione.

La vita secondo la carne invece è un’esistenza guidata da motivazioni egoistiche, di cui la persona può essere più o meno consapevole, ma che in ogni caso portano lontano dall’amore puro frutto dello Spirito.

Si tratta proprio di due maniere antitetici di impostare la vita; tutto si gioca nel profondo dell’uomo: un cuore aperto plasmato dal Vangelo, nel primo caso; un cuore egocentricamente ripiegato, nel secondo. [Michele Lavra, Preti uomini, p. 13 e 83s].

8.5 Spiritualità incarnata

La vita spirituale è una realtà incarnata.

Ogni spiritualità cristiana, infatti, non è soltanto un modo di pregare, ma anche un modo di vedere la realtà e di essere al mondo: essa dà «forma» a una vita umana e le conferisce una particolare sensibilità, la quale si proietta anche in un certo stile di vita. In concreto, chi si riconosce in una via spirituale (benedettina, domenicana, carmelitana, ignaziana, comboniana…) non solo vive la propria fede, ma anche la propria esperienza di vita alla luce di un carisma particolare, coinvolgendo anche tutti gli aspetti dell’esistenza.

Le diverse spiritualità cristiane perciò hanno una ricaduta specifica anche a livello del rapporto tra l’attività che si svolge e la vita di preghiera (A. Spataro).

Per tanto, l’esperienza di Dio in Cristo deve essere tale da farci scendere fino a mordere la polvere, a sporcarci realmente le mani, a sederci presso i pozzi dove si dialoga e si beve, si ricorda e si domanda, si danza e si fanno confidenze (Testimoni, 30/6, 2005, p. 27).

Non è lecito vivere una antropologia senza tempo e senza volti reali, perché in fondo si finisce per essere senza storia e anche senza compassione (ib).

8.6 La spiritualità come crescita interiore che si manifesta nel quotidiano della vita

La spiritualità è anche descritta come un processo in due fasi: la prima relativa alla crescita interiore, e la seconda relativa alla manifestazione di questa crescita nell’esperienza quotidiana della vita in mezzo al mondo.

In questa prospettiva si può paragonare all’acqua che mantiene il prato verde e in crescita.

Mons. Franco Masserdotti nel suo libro “Spiritualità missionaria. Meditazioni” (EMI 1989), riporta questa definizione di spiritualità che si trova a p. 18 del libro di Galilea che ha per titolo “El camino de la espiritualidad”(Bogotà 1982) e che Segundo Galilea dice che gli è stata suggerita da un operaio:

«Segundo Galilea afferma che la vita spirituale è simile ad un prato verde costituito dalle nostre attività, idee, visioni, progetti… cioè dal nostro impegno di vita: La spiritualità cristiana è come l’acqua che mantiene il prato umido, sempre verde e in crescita. Non vediamo l’acqua (vediamo solo il verde), ma senza di essa il prato diventerebbe secco» (p. 11).

8.7 La spiritualità come fatto globale della vita cristiana

A questo punto si può affermare che con il termine “spiritualità” intendiamo un fatto globale della vita cristiana, cioè quell’insieme di aspetti e di valori del mondo umano e del mistero cristiano, che un determinato gruppo di persone, guidate dallo Spirito Santo sotto la forza-attrazione di un “carisma” vive in maniera intensa, sia interiormente a livello affettivo, sia nel suo comportamento esteriore, in vista di una missione da compiere. Ogni spiritualità, per tanto, presenta una sua immagine del Cristo, attinta alla ricchezza del mistero del Verbo Incarnato ed è un modo di vivere la vita cristiana nel gran pluralismo che caratterizza la vita della Chiesa.

9. LA SPIRITUALITÀ VISSUTA E PROPOSTA DA SAN DANIELE COMBONI

Cammino dello spirito” (S 2712) è l’espressione usata da Comboni per indicare la vita spirituale o la spiritualità, che egli vive, coltiva e propone ai suoi missionari, in maniera molto precisa nelle Regole del 1871.

Comboni, missionario consacrato all’Africa, cerca e accoglie compagni con cui condividere questa sua consacrazione, riassunta ed espressa nel motto «O Nigrizia o Morte!»: «I miei missionari ed io saremo perseveranti nel nostro grido di guerra: O Nigrizia o Morte!» (S 5849).

Questo motto esprime l’audacia dello spirito missionario e il proposito di perseveranza nella consacrazione missionaria vissuti da Comboni e da lui inculcati ai suoi missionari. Infatti nel Regolamento del 1869 ad appena due anni dalla fondazione dell’Istituto, Comboni dichiara i suoi missionari “consacrati” all’opera della rigenerazione dell’Africa. Più esplicitamente nelle Regole del 1871 prescrive: «Non verrà ammesso all’Istituto nessuno […] il quale non si giudichi disposto a consacrare tutto se stesso fino alla morte per l’Opera della rigenerazione della Nigrizia» (S 2654). Nelle Regole del 1872 — che furono quelle presentate alla Santa Sede per l’approvazione — si legge che il candidato «deve avere una volontà ferma di consacrarsi a Dio per la rigenerazione della Nigrizia fino alla morte» (S 2804).

Perché la consacrazione sia vissuta nell’audacia e nella perseveranza, deve essere animata da una intensa vita spirituale: cioè il missionario deve avere «un forte sentimento di Dio» e un interesse vivo «al bene delle anime»; deve coltivare «una vita di spirito e di fede» e “operare in ispirito e verità”; la pratica costante della preghiera personale (“l’orazione mentale di un’ora la mattina”: S 2707) deve aprirsi alla contemplazione di Cristo morto in croce per la salvezza di tutti (S 2721-2722).

Questa vita spirituale viene incrementata in occasione del rinnovo della consacrazione: «[I Missionari della Nigrizia] in certe circostanze di maggior fervore fanno tutti insieme in comune una formale ed esplicita consacrazione a Dio di se stessi, esibendosi ciascuno con umiltà e confidenza nella sua grazia anche al martirio» (S 2892; 5824).

Il Comboni era consapevole di chiedere molto ai suoi missionari nel consacrarsi a una vita di grandi sacrifici. Ma era anche consapevole che la missione africana era estremamente dura e difficile. Per cui era indispensabile una dedizione a tutta prova, animata da una generosa tensione alla santità, dalla croce e dalla disponibilità al martirio.

In questa proposta Comboni proietta sulla nascente famiglia missionaria l’esperienza della donazione o consacrazione di se stessi, che egli aveva compiuto nella sua gioventù e viveva con generosità crescente.

In particolare nel Cap. X delle Regole del 1871, che ha il carattere di una condivisione di vita, Comboni propone ai suoi missionari un “cammino dello spirito”, fondato su elementi raccolti da varie fonti, ma vissuti in prima persona da lui stesso e arricchiti dall’apporto della propria esperienza spirituale incarnata nella situazione concreta della missione dell’Africa Centrale.

Riflettendo sull’esperienza spirituale di san Daniele Comboni, ci accorgiamo che il “cammino dello spirito” (S 2712), da lui vissuto e da lui stesso proposto ai suoi missionari, è un itinerario di vita spirituale pasquale. Per Comboni, il missionario è un uomo assetato di Dio che sotterra la vita di prima e la centra in Lui solo, animato da un vivo interesse alla sua gloria e al bene dell’anime; sazia la sua sete e centra la sua vita in Dio “col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime”: S 2698; 2701-2702; 2720-2722.

9.1 Il “Cammino dello spirito” di san D. Comboni nell’evento carismatico del 15 settembre 1864

Il “Cammino dello spirito” di San D. Comboni raggiunge l’espressione più alta nell’evento carismatico del 15 settembre del 1864.

Egli stesso narra che, mentre si trovava in preghiera nella basilica di S. Pietro, “come un lampo mi balenò il pensiero di proporre un nuovo Piano per la cristiana rigenerazione dei poveri popoli neri, i cui singoli punti mi vennero dall’alto come un’ispirazione” (S 4799).

Spinto dal fervore per tale illuminazione, Comboni formulò il contenuto nell’introduzione alla I edizione del Piano (Torino, dicembre 1864, p. 3-4):

Il cattolico, avvezzo a giudicare le cose col lume che gli piove dall’alto, guardò l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della Fede; e scorse colà una miriade infinita di fratelli appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comune Padre su in cielo, incurvati e gementi sotto il giogo di Satana.

Allora trasportato egli dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota, ed uscita dal costato di un Crocifisso, per abbracciare tutta l’umana famiglia, sentì battere più frequenti i palpiti del suo cuore; e una virtù divina parve che lo spingesse a quelle barbare terre, per stringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegl’infelici suoi fratelli”: S 2742-2743; 4799.

In questo testo Comboni svela nella Trinità le misteriose Sorgenti, che danno origine e sostengono il suo amore “così tenace e resistente” per l’Africa fino al sacrificio della propria vita. Il profondo “senso di Dio” vissuto abitualmente da Comboni, per la prima e unica volta diviene comunicazione di vita sul Mistero Trinitario in intima connessione con la sua passione missionaria.

Questo testo, infatti, conserva l’atto di “testimonianza” di un “avvenimento carismatico”, che configura definitivamente la sua vita come “consacrazione” senza riserve alla Nigrizia7 con una configurazione perfettamente trinitaria: è testimonianza del suo coinvolgimento nel Mistero di Dio-Trinità; è “confessione della Trinità” da lui vissuta, che dà ragione del suo “impeto” missionario. Comboni, assorto in preghiera, si trova come coinvolto nel dinamismo storico-salvifico del Mistero Trinitario che lo trascende e insieme lo abilita ad un preciso compito apostolico.

Il dinamismo trinitario vissuto dal Comboni è originato dall’azione dello Spirito Santo, che agisce attraverso il mistero della Croce, punto culminante della storia dell’Amore trinitario.

Tale storia ha come punto di partenza l’iniziativa del Padre che vuole abbracciare nel suo amore anche i neri dell’Africa centrale, si manifesta in pienezza nel Cuore Trafitto del Crocifisso e ritorna verso il “comun Padre su in cielo…seduto nella sua eternità” (S 2742 e 2754), cioè verso l’Amore “fontale” e finale di ogni vita umana.

L’Amore trinitario e crocifisso anche per gli Africani vissuto da Comboni, segue il seguente itinerario: nello Spirito dal Padre per mezzo del Figlio verso il Padre con gli oppressi rigenerati. La “virtù divina”, lo Spirito Santo uscito dal Cuore del Trafitto sul Golgota, fluisce vitalmente nell’attività quotidiana del missionario facendolo una cosa sola con l’amore di Gesù per gli Africani, e così lavora unicamente per riportare la Nigrizia alla comunione con il “comun Padre su in cielo”, lavora cioè “per l’eternità” (cf Regole 1871, Cap. X).

La formulazione del testo ha il sapore di una comunicazione personale, della condivisione di una esperienza mistica, nella quale “il cattolico” (= Comboni) manifesta quella rivelazione interiore, che garantisce che “i punti gli erano venuti dall’Alto, come un’ispirazione”. In essa traluce “il Tutto” che dà ragione della sua dedizione totale alla causa missionaria tra i popoli dell’Africa centrale (cf RV 2-3).

In Comboni lo scambio di relazione amorosa con ciascuna delle Tre Persone della Trinità è realtà di fede vissuta, che si concretizza in un impegno forte a essere servo dei popoli dell’Africa, per introdurli in questo Regno di Amore.

Comboni vive la relazione con Dio-Padre nella carità del Cuore Trafitto di Gesù, nel Mistero della sua Croce. La “Virtù divina” che scaturisce “dal costato del Crocifisso” eleva l’orante alla sua sorgente, cioè al mistero dell’ “Amore fontale”, che è il “comun Padre”, che attende il ritorno all’unico ovile del gregge disperso degli Africani.

Afferrato dall’amore e dal dinamismo del Crocifisso, egli supera ogni condizionamento della carne e del sangue e vede la Nigrizia come “una miriade infinita di fratelli  dice ‘di fratelli’ non di maledetti da Dio  appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comun Padre su in cielo”. Vivendo nel dinamismo trinitario, Comboni esperimenta un Dio Padre universale segnato dalla sofferenza di tanti suoi figli, fra cui emergono gli Africani, e nel bisognoso africano scopre un fratello, uno che è come lui nelle cose più vere della vita… ma che ancora non usufruisce della benedizione del Padre che scaturisce dalla Croce… per cui ha bisogno di essere incamminato verso di Lui.

Comboni, per tanto, vive la relazione con Dio-Padre come la comune fonte di vita e di destino e l’origine della salvezza di tutti gli uomini. Questo Padre attraverso il suo Figlio incarnato, morto e risorto, ascolta il grido di quella miriade di figli che vivono in Africa ancora “incurvati e gementi sotto il giogo di Satana” ed entra con tutto il suo essere nella loro storia e nel loro dolore.

L’esperienza di Dio come “comun Padre” impegnato con l’esistenza personale di Comboni stesso e con la vita dei suoi fratelli più abbandonati fino alla consegna del suo proprio Figlio, lo spinge ad assumere la loro storia e il loro dolore divenendone parte e facendo “causa comune” con essi, anche con il rischio della vita (cf AC ’91, 6.1).

L’avvenimento carismatico fondamentale della vita di san Daniele Comboni è, dunque, chiaramente deciso dal Mistero Cristologico-Trinitario, che è mistero della solidarietà divina con la storia e il dolore degli uomini, esperimentato da Comboni attraverso l’esperienza del Mistero del Cuore di Gesù nel Mistero della Croce (cfr. RV 3-4).

Si può dire, per tanto, che “il carisma originario che si rifà all’esperienza missionaria del Comboni è schiettamente trinitario”. La sorgente della spiritualità del Fondatore è la Trinità, che per mezzo di lui entra nell’esilio del mondo africano, affinché questo popolo di esiliati entri nella patria della comunione trinitaria.

9.2 Attualizzazione del cammino dello spirito di san D. Comboni

Secondo gli Atti Capitolari del ’91, il cammino dello spirito vissuto da san Daniele Comboni porta il suo seguace a un continuo passare da una visione di fede sui fatti della storia all’impegno missionario.

È una dinamica spirituale che coinvolge tutta la vita, che suppone un’intensa vita di preghiera (RV 46; 47) e in cui si possono distinguere tre momenti:

  1. Abituarsi a giudicare gli avvenimenti della storia con la luce che viene dalla fede nell’amore del Padre, esperimentato nella comunione personale con Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo.

  2. Contemplando o leggendo i fatti della storia al puro raggio della fede, unirsi a Dio che, attraverso il suo Figlio incarnato, morto e risorto, ascolta il grido del povero e entra con tutto il suo essere nella storia e nel dolore degli ultimi.

  3. Assumere questa stessa storia e questo dolore diventandone parte e facendo “causa comune”, anche con il rischio della propria vita (= disponibilità martiriale), per rigenerarli con l’annuncio esplicito del Vangelo di Gesù Cristo.

– Cfr. AC ´91, 6; 6.1-6; RV 2-5; 46; 16; 60-61; 59; S 2742; VC 82; NMI 49.

9.3 La spiritualità del comboniano nei suoi elementi essenziali

La nostra spiritualità ha la sua radice nella specificità dell’esperienza carismatica di Daniele Comboni. Quest’esperienza, assunta e tradotta in stile di vita, determina l’identità del missionario come comboniano ed imprime la fisionomia all’Istituto dei MCCJ; nasce così una spiritualità comboniana, cioè, “qualificata dagli ideali e dall’esperienza del Comboni come sono vissuti nell’Istituto” (RV 81).

Assumendo il carisma di Comboni mediante il dono dello Spirito, il missionario fa la sua esperienza spirituale (= di Dio, di se stesso, del mondo e della missione) attratto dalla grazia carismatica di Daniele Comboni, che specifica così la sua vocazione e la sua storia personale, il suo modo di leggere gli avvenimenti ed il suo operare nella Chiesa per il mondo (cf. RV 1; 16).

Per tanto, avere una spiritualità come comboniani significa essere sensibili a determinati aspetti e valori del Mistero di Cristo e della realtà umana che ci interpella nella storia, assumerli personalmente e condividerli con i membri della comunità in vista della missione da compiere sotto la forza-attrazione del “carisma originario”.

Così l’esperienza carismatica ereditata da Daniele Comboni si sviluppa e diviene spiritualità comboniana, di cui si alimenta continuamente l’identità del missionario comboniano e da cui dipende il “come” svolge la sua attività apostolica.

Nel vissuto e nello sviluppo della spiritualità comboniana, i due poli del nucleo del carisma (= Cuore Trafitto di Cristo-Nigrizia) devono rimanere uniti l’uno all’altra, in modo che il Cuore di Gesù sia sempre la fonte della missione e la missione si rifletta a sua volta nel Cuore di Gesù, facendo risaltare i suoi sentimenti di Buon Pastore (cfr. RV 3; 3.2-3).

Infatti, il Cuore di Gesù, come origine dell’impegno missionario, fa del comboniano un discepolo di Gesù, che vive unito alla sua persona e condivide la sua missione ed il suo destino, non come causa che lo convince ideologicamente, ma come frutto dell’incontro personale con il Signore Gesù, che è “immedesimarsi con Lui, assumendone i sentimenti e la forma di vita” (VC 18b; => RV 21; 21.1; 3; 3.2-3); incontro che si alimenta di un forte sentimento di Dio e della certezza della vocazione, accolta con libertà e gratitudine come frutto dell’iniziativa dell’amore gratuito del Signore (cfr. RV 2; 20; 46).

A sua volta, il sevizio missionario (= la Nigrizia) configura lo stile di vita del comboniano, nel suo rapporto con Dio e con le persone, a partire dalla comunità, giacché l’intera sua esistenza rimane segnata dalla missione, che è partecipazione e sacramento dell’amore redentore di Dio e diviene quindi segno del Regno che viene (cfr. RV 58).

Nella spiritualità comboniana Cuore di Gesù-Nigrizia sono fonti reciproche di spiritualità e, nello stesso tempo, determinano lo stile di vita. Spiritualità e stile di vita convergono nel servizio missionario preferenziale ed in una particolare metodologia missionaria (Cfr. RF 86-96).

Gli AC ’91 descrivono la spiritualità comboniana come una vita cristiana intensamente vissuta, totalmente dedicata alla causa missionaria, in forma “sponsale e martiriale”, che scaturisce:

  • dal rapporto con Cristo Buon Pastore dal Cuore Trafitto, che spinge a condividere con lui l’amore incondizionato ai popoli: aspetto del mistero cristiano: AC ’91, 9; RV 3; 2;

  • dall’impegno in favore dei “più bisognosi ed abbandonati” dell’Africa, come conseguenza del rapporto con Cristo Buon Pastore: aspetto della realtà storica che interpella sotto l’ottica della fede: AC ’91, 6.1-2 12; 12.1-2; RV 3.2-3;

  • dal vivere insieme questa impegno missionario, che nasce dal comune rapporto con Cristo Buon Pastore, che genera la carità fraterna ed uno “stile di vita”, cioè, un modo di relazionarsi, di condividere, di essere solidali con la gente, che dà vita ad un “nuovo cenacolo di Apostoli”, comunità evangelizzatrice, segno di Cristo Trafitto in favore dei più abbandonati: dimensione comunitaria della spiritualità: AC ’91, 9; 13.2; RV 3.3.

L’assimilazione del carisma dell’Istituto Comboniano rivela al missionario il suo “io ideale”, il suo nome nuovo, MCCJ, che Dio gli dà, che consiste in quella particolare somiglianza con Gesù che, per iniziativa di Dio, è chiamato a vivere nella Chiesa per la salvezza del mondo.

Per questo, non è sufficiente avere un’idea chiara sul carisma di Daniele Comboni e sul suo sviluppo storico, ma è necessario andare oltre fino a rivestirsi di una personalità comboniana, attingendo alle fonti che vanno dal Comboni fino ai nostri giorni attraverso la storia dell’Istituto (cfr. AC ’91, 9; 11.1-4). Allora la storia di Daniele Comboni diventa “memoriale”, cioè, si attualizza nella Congregazione dei MCCJ e diviene per ciascuno storia “sua” e lo fa missionario alla maniera di Comboni nel “qui e ora” della Chiesa e del mondo (AC ’91, 12.1-3).

Da questo processo d’identificazione personale nasce il “noi” comboniano e quindi le “COMUNITÀ FRATERNE DI DISCEPOLI E MISSIONARI”, auspicate dal Capitolo 2009 (AC ’09, 22-27).

Per tanto, la spiritualità comboniana è una spiritualità di comunione e partecipazione nella pluralità dei ministeri (RV 10, 11.2; AC ’03 n. 122), che accentua il legame che esiste tra evangelizzazione e promozione umana, in cui il Fratello è chiamato a dare un contributo specifico (RV 60, 61).

L’apostolato è uno degli elementi essenziali della spiritualità comboniana: esperienza mistica, comunità fraterna e servizio missionario formano un’unità indivisibile nella quale il missionario comboniano, per mezzo del cammino ascetico, trova la sua identità. Questa identità viene scossa, se il progetto carismatico viene ad essere colpito in qualcuno degli elementi che lo compongono.

Un avvenimento carismatico è come un mosaico ideato e progettato dallo Spirito Santo: la sua originalità e novità va cercata nel suo insieme ed anche e soprattutto nella relazione di reciprocità tra le parti che la compongono, nel modo come ogni componente si coniuga con le altre parti.

9.4 Un errore fatale

Un errore fatale è identificare il carisma con l’obiettivo apostolico, che l’Istituto è chiamato a realizzare nella Chiesa. Questo è un modo riduttivo e puramente funzionale di intendere e vivere il dono dello Spirito, ricevuto per mezzo di san Daniele Comboni; questo modo di intendere il carisma impoverisce l’efficacia apostolica in favore dell’efficienza, fino a ostacolare la continua crescita del missionario o a portarlo alla perdita dell’identità vocazionale (cfr. RV 85; AC ’91, 11. 3).

Per questo, è importante che il missionario sappia cogliere la dimensione apostolica come essenziale e costitutiva, come componente naturale e conseguenza inevitabile del suo essere consacrato. Il comboniano è per vocazione un consacrato a Dio per la missione e quindi deve imparare a concepire e a vivere tutta la sua vita in funzione del suo servizio missionario: se centra la sua vita sulla esperienza di Dio, è perché deve annunciare questa esperienza (RV 46; 81-82); se costruisce se stesso secondo un concreto programma ascetico (RV 2.2; 3.2; 90. 2; ecc.), è perché ciò lo abilita ad un determinato stile di servizio missionario (cfr. AC ’91, 13; 13.1;ecc.); se vive l’amore fraterno all’interno della comunità religiosa come in un “nuovo piccolo cenacolo di Apostoli”, è perché l’amore fraterno è per sua natura segno della presenza di Cristo e del suo Regno: “Umanità nuova nata dallo Spirito” (RV 36; cfr. AC ’91, 30; 30.1), ed è la prima testimonianza che deve dar al mondo a cui è inviato.

In questo cammino unificante, il servizio missionario, definito dal carisma comboniano, costituisce il punto di riferimento costante, la tensione ideale, verso la quale il missionario, per mezzo della Consacrazione, orienta la sua comunione con Dio, il suo cammino ascetico ed il suo amore fraterno nella comunità.

Tuttavia, ognuno impara dall’esperienza secondo il grado di libertà interiore che gli consente di lasciarsi toccare dalla realtà esterna e così imparare nella, dalla e per la missione, senza dimenticare che lo sviluppo della vita interiore ha il suo dinamismo, che ha bisogno di tempo, di un ambiente e di condizioni adeguate.

1 Jean Vernette, Nuove spiritualità e nuove saggezze. Le vie dell’avventura spirituale, Ed. Messaggero 2001

2 Cf Romano Battaglia, Silenzio, Rizzoli maggio 2005, luglio 20053

3 Cf Alberto Degan, L’Uomo trascendente. Progetto Missionario di Dio, EUROPRINT, Rovigo 2005

4 Cf: – Marco Guzzi, La nuova umanità. Un progetto politico e spirituale, Ed. Paoline 2005; 20052
– A. Riccardi, La Pace preventiva. Speranze e ragioni in un modo di conflitti, San Paolo 2004
– Giordano Frisino, Per una spiritualità della politica, Editrice Esperienze 1996

6 F. Rossi de Gasperis, È risorto, non è qui!, p. 97

7 Cf S 2269; 2271; 2568-69; 2941; 33156; 3159; ecc. Si veda anche RV 2.

Testo completo:
TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA

 

Un commento su “Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (2)

  1. Benito Amonini
    03/05/2020

    GRAZIE P.BENITO AMONINI

    Il 02/05/20, COMBONIANUM – Spiritualità e

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 02/05/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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