COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (3)

TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA (3)
P. Carmelo Casile

Padre Carmelo Casile ci offre un utile e interessante  lavoro conclusivo e riassuntivo di riflessione sui contenuti della Regola di Vita, che ha per titolo “Temi introduttivi alla Regola di Vita”, sotto forma di vocabolario (20 voci). Qui presentiamo i nn. 10-11-12-13 : Vita ascetica; Stile di vita; Testimoniare; Mistero.

Testo doc Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (3)
Testo pdf Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (3)

10. CAMMINO ASCETICO O VITA ASCETICA

10.1. Dalla vita nascosta con Cristo risorto in Dio verso gli altri per condurli a Dio
10.2. Il cammino ascetico in Comboni
10.3. Il cammino ascetico nell’Istituto Comboniano

11. STILE DI VITA

12. TESTIMONIARE – TESTIMONIANZA – TESTIMONE

13. MISTERO / MISTERI / CUORE / SIMBOLO / CONTEMPLAZIONE

13.1. Mistero
13.2. Cuore
13.3. Simbolo
13.4. Contemplazione
13.5. Il Mistero del Cuore di Gesù e i Misteri della sua vita
13.6. Il mistero del Cuore trafitto di Cristo nel vissuto di san D. Comboni

10. CAMMINO ASCETICO O VITA ASCETICA

Il cammino ascetico riferito al “cammino dello spirito”, in senso generale, si può definire come un viaggio al centro dell’interiorità.

Il termine cammino richiama l’idea del viaggio: ogni viaggio ha una partenza, un luogo e un tempo e mezzi precisi per muoversi, un punto di arrivo che indica la direzione; conosce tappe, soste, accelerazioni, svolte e punti di non ritorno. Ogni viaggio passo dopo passo attua un progressivo avvicinamento alla meta.

La formazione alla vita cristiana in generale e nella varietà delle sue forme come nella nostra vita missionaria comboniana – in quanto cammino spirituale o viaggio dello spirito o dell’anima – ha le stesse caratteristiche: senza un punto di partenza, una meta che orienta, tappe e soste che la scandiscono non può essere un cammino formativo iniziale e permanente, ma soltanto un vuoto girare su di sé, nell’illusione di un cammino che non c’è e che perde inesorabilmente di interesse e di vigore.

Con il termine cammino spirituale, si designa il processo ascetico-mistico, proposto dalle grandi tradizioni cristiane e scandito in tappe successive e ascendenti, che partono dalla dimensione più esteriore e, passando a quella più interiore, approdano a Dio, mettendosi a servizio della sua gloria e della salvezza dell’umanità. Per tanto, la nostra vita può essere, se vogliamo, un’affascinante avventura spirituale al servizio di Dio e degli uomini.

Si tratta dello sviluppo della proposta vocazionale di Gesù all’umanità: una proposta unica, che costituisce il cammino spirituale fondamentale per tutti i suoi seguaci. È il punto di partenza dell’itinerario spirituale cristiano, che si sviluppa in tre momenti o chiamate, strettamente connessi tra di essi, e a partire dalle situazioni di ogni persona o gruppo umano a cui è rivolta la chiamata. Queste situazioni esigono che i discepoli diano alla proposta vocazionale di Gesù una risposta nella maturità della fede e, per tanto, creativa e responsabile, strettamente connessa con l’umanità e la sua storia, che li faccia vivere nel mondo come segno di salvezza, come segno del Regno di Dio che viene.

Nascono così nella storia della Chiesa i vari cammini o itinerari ascetici-mistici, caratteristici di un’epoca storica, che si vanno sviluppando in modo progressivo e complementare, avendo tutti come principio e fondamento il cammino o itinerario spirituale proposto da Gesù; è “il cammino spirituale evangelico”, cioè “la proposta vocazionale di Gesù all’umanità”.

In questa proposta si possono distinguere tre momenti:

1. La chiamata universale al banchetto o invito al Regno di Dio (cfr. le parabole sulla vocazione: Mt 13; 20, 1-16; 21, 33-41; 22, 1-14; Lc 14, 15-20).

2. La chiamata al cambiamento di vita o alla conversione, abbandonando la situazione di peccato che è comune a tutti gli uomini (cfr. Mc 2, 17; Rom 3, 23).

3. La chiamata a farsi discepolo missionario di Gesù (Mc 10, 17-21)

Le tre chiamate costituiscono gli elementi di un’unica proposta vocazionale:

  • tutti sono chiamati alla salvezza, per mezzo della conversione dallo stato di peccato, facendosi discepoli di Gesù, per essere degni e segni del Regno di Dio;

  • questa vocazione è unica, giacché nessuno dei tre elementi ha senso completo da se stesso: ognuno di essi ha un nesso intrinseco e si specifica negli altri, costituendo assieme l’unica vocazione cristiana e il conseguente cammino spirituale per realizzarla;

  • quest’unica vocazione è l’albero su cui si innestano le vocazioni specifiche, tra cui la vocazione missionaria (Mc 3,13-16; Ef 3, 1-2.11-13).

10.1. Dalla vita nascosta con Cristo risorto in Dio verso gli altri per condurli a Dio

Nella storia della Chiesa le risposte al cammino spirituale evangelico sono molteplici, da quelli classici agli itinerari nati nel contesto dell’avventura spirituale del nostro tempo.

L’uomo d’oggi infatti, è alla ricerca di nuove spiritualità, religioni e filosofie capaci di dare una risposta al senso dell’esistenza. La domanda spirituale che si credeva ormai tramontata, è chiaramente percettibile nella nostra società. Gli itinerari sono molteplici, le proposte tra le più svariate e inaspettate, a tal punto che sembrano, talvolta inintelligibili se non addirittura incoerenti.

Robert de Langeac (1877-1947), fortemente impregnato della spiritualità del Carmelo così da essere chiamato il «Giovanni della Croce francese», ripresenta l’itinerario classico, e contribuisce in modo straordinario ad esplicitare l’apporto specifico del cristianesimo in questa molteplicità di proposte.

Non si tratta di un’esposizione didattica sull’itinerario spirituale, ma di un’esperienza raccontata con molta spontaneità nel libro «LA VITA NASCOSTA IN DIO» (Ed San Paolo 2003).

Il cammino spirituale del cristiano è un cammino verso Dio e verso gli altri, che può essere riassunto in questi termini:

– Dalla vita nascosta con Cristo risorto in Dio, noi possiamo andare verso il Padre nello Spirito Santo per vivere con Lui della sua vita trinitaria, per la sua gloria e la salvezza del mondo.

Egli stesso ne segnala le tappe, che corrispondo ai quattro capitoli del suo libro:

Prima tappa:

Lo sforzo dell’anima

Tutto il primo capitolo è dedicato a descrivere quello che gli autori spirituali chiamano «lo sforzo ascetico dell’anima»: Incontrare Dio, conoscerlo, amarlo, dipende da noi. Bisogna volerlo e prendere i mezzi per arrivarci con la grazia di Dio e l’aiuto della Vergine Maria. «Volere amare è già amare».

Seconda
tappa:

L’azione di Dio

Il secondo capitolo descrive quello che Dio vuole fare, quello che farà in noi per renderci capaci di unirci a lui. Questo non dipende da noi, ma da lui. Noi dobbiamo solamente lasciarlo fare!

Quest’opera è un’opera di purificazione. Dio fa a poco a poco il vuoto in colui che lo cerca. Attraverso un misterioso e progressivo lavoro, Dio separa colui che egli ha scelto da tutto ciò che non è lui. Si impadronisce anzitutto della sua volontà, questa potenza di amare, poi delle altre facoltà, l’intelligenza e la memoria, affinché tutto in noi sia orientato verso di lui, e ci sia un sempre minore ripiegamento su noi stessi.

Terza Tappa:

L’unione con Dio

«È l’intimità profonda, è la comunione perfetta, è la fusione senza commistioni e senza confusione. Siamo lui e lui è se stesso. Siamo tutto ciò che egli è. Abbiamo tutto ciò che egli ha. Lo sappiamo. Lo vediamo quasi. Lo sentiamo, lo gustiamo, ne godiamo, ne viviamo, ne moriamo».

Quarta tappa:

Fecondità apostolica

Tutto quello che Dio dà è sempre per gli altri. Nel possesso di Dio non ci può essere la minima traccia d’egoismo, di ripiegamento su di sé. Per lui e per gli altri noi siamo chiamati, gli uni e gli altri, al nostro livello, con quello che noi siamo, là dove siamo, ad unirci al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo «per la gloria di Dio e la salvezza del mondo».

Questa misteriosa fecondità dell’anima interiore si esercita su quelli che sono vicini, ma anche su quelli che sono lontani. I sei miliardi di uomini che ci circondano ne sono i beneficiari.

«L’anima, che ti è intimamente unita mediante l’amore, comunica alla tua potenza e partecipa della tua forza. Diventa fonte di salvezza con Gesù. … Ogni anima unita a te mediante l’amore eleva il mondo».

Il cammino ascetico è, per tanto, un viaggio al centro della propria interiorità e da qui un cammino verso i fratelli.

Chi, sotto l’azione dello Spirito Santo, coltiva la vita interiore al seguito di Gesù, è ricondotto di continuo al vissuto quotidiano, giacché la pratica spirituale incide profondamente sulle nostre abitudini mentali e operative. Incidenza che chiama in causa un costante impegno, un’ardua disciplina, alle volte una lotta coraggiosa. Cose tutte che troviamo condensate in una parola programmatica nella vita spirituale: ASCESI.

Per tanto, il cammino dello spirito, in quanto impegno a coltivare la vita interiore, suppone l’ascesi, chiamata anche sforzo ascetico, o lotta (combattimento) spirituale, perché indica esercizio, pratica, e designa l’attitudine, l’impegno, lo sforzo, con cui il cristiano cammina verso Dio, usando i mezzi necessari per lasciarsi plasmare da Dio stesso con l’azione del suo Spirito. Per tanto, nel cammino dello spirito, l’ascesi e l’azione dello Spirito Santo si chiamano in causa reciprocamente e quindi l’una opera in sinergia con l’altra, così che il cammino spirituale, senza l’ascesi, è alienazione, cioè, velleità, desiderio vano.

Il termine “ascesi” è desunto dal linguaggio sportivo e rimanda all’esercizio fisico dell’atleta che si prepara a conseguire la vittoria. Già nell’antichità designava nel contempo lo sforzo spirituale e morale per raggiungere la sapienza e la virtù. Assunto nel linguaggio religioso, servì a indicare lo sforzo del credente proteso verso il perfezionamento e la santificazione della propria vita.

In tale contesto non sbalordisce il fatto che alcuni interpretino l’esercizio ascetico in termini di lotta: «Farsi violenza in tutto: questo è il cammino di Dio», erano soliti dire i Padri del deserto. Altri tuttavia, come san Benedetto, preferiscono rifarsi al concetto di consapevolezza: «Vigilare ogni ora sulle azioni della propria vita». Nell’uno e nell’altro caso, comunque, l’ascesi non vuol distruggere, ma governare. Come è stato asserito, «l’idea base dell’ascetismo consiste nell’essere fondamentalmente equilibrati».

L’ascesi si giustifica con l’esigenza di restaurare nell’uomo i lineamenti originari, che ne fanno l’icona di Dio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gn 1, 27). Per gli antichi Padri, l’immagine è il punto di partenza e la somiglianza quello di arrivo, e traducono il testo biblico: «…a immagine per la somiglianza».

Il passaggio dall’immagine alla somiglianza chiama in causa l’ascesi, non meno di quanto chiami in causa l’azione dello Spirito santo, così che l’una e l’altra opera in sinergia.

10.2. Il cammino ascetico in Comboni

Comboni è consapevole della necessità del camino ascetico, lo chiama spirito di sacrificio e lo propone al missionario come una necessità per vivere una vita missionaria “di spirito e di fede” e quindi “operare in spirito e verità”.

Questa necessità nasce nel missionario dalla tensione del suo cuore animato da “un forte sentimento di Dio” e proteso verso la realizzazione della vocazione missionaria, vissuta come olocausto della propria vita, offerta intera di se medesimi a Dio.

Tuttavia il missionario dell’Africa centrale “lavora in un’opera di altissimo merito sì, ma sommamente ardua e laboriosa” (S 2701), perché si realizza tra “le anime più abbandonate della terra “, sfigurate “dagli orrori della schiavitù più inumana” (cf S 2700); per questo, egli nel suo spirito di sacrificio ha bisogno di un supplemento di generosità per mantenersi fedele al dono della vocazione e quindi rimanere fedele ai popoli oppressi dell’Africa Centrale a cui è inviato.

In questo contesto, per il missionario lo spirito di sacrificio è la prima forma di carità. Egli, infatti, impegnato a tenere sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo crocifisso, riconosce che il suo Cuore palpita di amore per ogni essere umano; nel Cuore trafitto di Gesù vede presente Dio-Padre che soffre la sua passione d’amore per il mondo, ed esplode in lacrime negli occhi di Gesù.

Quando il missionario vive tenendo lo sguardo fisso su Gesù crocifisso, il volto del Crocifisso-Risorto si imprime nel suo essere interiore, riceve quindi il riflesso degli atteggiamenti del Cuore di Gesù verso l’umanità, e si apre alla solidarietà benevolente, cioè a quella disponibilità interiore che lo spinge ad amare gli altri con gli stessi atteggiamenti del Cuore di Gesù verso l’umanità, che si esprimono nell’universalità del suo amore per il mondo e nel suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini, cominciando dagli ultimi (cf Gv 3, 16; 2Cor 5, 14-15; Fil 2, 5ss).

Così il missionario vivendo in solidarietà benevolente, fa “causa comune” e diventa sentinella (cfr. Ez 3, 16) per la vita di quelle persone che la Provvidenza gli mette sul cammino, facendosi collaboratore dello Spirito Santo, affinché ricevano il dono del ripristino della propria condizione di figli e figlie che gridano “Abbà, Padre”.

Lo spirito di sacrificio, per tanto, quando è autentico, non ci allontana dagli altri, anzi ne abbiamo bisogno, perché è spirito di carità che ci spinge sempre più verso di essi, con particolare attenzione per gli ultimi.

Lo spirito di sacrificio così vissuto aggancia saldamente la vita del missionario alla risposta che egli dà alla chiamata di Dio nelle scelte concrete della vita e lo restituisce continuamente rinnovato all’amore e servizio dei fratelli.

Per Comboni, vivere una “vita di spirito e di fede”, “operare in ispirito e verità”, suppone una continua pratica dell’abnegazione di se stessi, per continuare ad elevarsi a Dio e farsi sempre più capace di portare nel cuore gli uomini ricevuti in dono da Dio stesso come fratelli e compagni di viaggio nel pellegrinaggio terreno verso l’eternità, e portare Dio a questi stessi fratelli. Per questo, il missionario che “non cerca a Dio le ragioni della Missione da lui ricevuta, ma opera sulla sua parola, e su quella de’ suoi Rappresentanti, come docile strumento della sua adorabile volontà, ed in ogni evento ripete con profonda convinzione e con viva esultanza: servi inutiles sumus; quod debuimus facere fecimus”.

Per mezzo della solidarietà benevolente, il missionario si fa rigeneratore o riparatore con Cristo.

Riparare è un’azione positiva di ricostruzione di ciò che rimase danneggiato o distrutto. È effettuare un restauro. È rifare qualcosa che è stato disfatto. È proprio ciò che Gesù ha operato, per esempio, nella Samaritana, stimolando la sua stessa collaborazione e facendola sua collaboratrice riguardo ai suoi concittadini.

Lo spirito di sacrificio nella sua dimensione di riparazione è ottimista, costruttivo, suscitatore di speranza. Coltivare lo spirito di sacrificio come spirito riparatore e praticare la riparazione é assumere la missione d’infermiere o medico per curare le infermità del peccato. Riparare è amare. «È l’amore “sino alla fine” (Gv 13,1) che conferisce al sacrificio di Cristo valore di redenzione… Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita» (CCC. 616). Riparare è collaborare con Gesù perché dove c’è il male regni il bene (Rm 12, 21), dove abbonda il peccato sovrabbondi la grazia (Rm 5, 20).

Riparare è unirci a Gesù Cristo, all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. È dire con Paolo: Completo ciò che manca alla riparazione di Cristo nel suo corpo, che è la Chiesa (cfr. Col 1, 24).

Riparare è unirci al Cuore di Gesù mediante la nostra consacrazione, cioè mediante “l’offerta intera di se medesimi a Dio”, mediante l’olocausto della propria vita, che mentre si va consumando è una terapia per il mondo intero, partendo da quei luoghi o da quelle situazioni a cui la sua Provvidenza ci invia…

In fondo, la riparazione è una risposta all’«ho sete » del Cuore Trafitto di Gesù Buon Pastore che è venuto perché tutti abbiamo vita e l’abbiano in abbondanza. Per san Daniele Comboni, l’essere riparatore con Cristo significò vivere per realizzare un piano missionario, che si concretizzò nel «Piano per la rigenerazione dell’Africa». Per Comboni, il Cuore di Gesù palpitò di amore anche per i Neri dell’Africa Centrale. Per questo, al sintonizzarsi con quel palpito del Cuore di Gesù si mette a sua totale disposizione per la rigenerazione di quel popolo.

10.3. Il cammino ascetico nell’Istituto Comboniano

La passione per Gesù Cristo, crocifisso e risorto, contemplato specialmente nel mistero del suo Cuore che ‘dona la sua vita per le pecore più abbandonate’, perché diventino soggetti e protagonisti della propria storia e della salvezza già avvenuta” (AC’91, 13.1), fa nascere nel missionario comboniano l’esigenza profonda di conformarsi a questo mistero contemplato.

Per il missionario comboniano questa è l’ascesi, che deve essere intesa come cammino di formazione di base e permanente.

Il cammino ascetico nella formazione comboniana di base e permanente “deve essere intesa come una graduale assimilazione della “sequela Christi” vissuta dal Comboni, concretizzata nel servizio missionario “ad gentes” secondo i segni dei tempi. La missione, come afferma il Fondatore nell’introduzione alla Regola del 1871, illumina e determina l’iter formativo, affinché i missionari siano ‘santi e capaci‘. Oggi più che mai queste parole sono attuali e degne della massima attenzione” (AC’91, 34;cfr. Ratio 4-5).

La nostra Regola di Vita descrive il carisma comboniano non solo a partire dall’esperienza mistica del Comboni e dai suoi elementi concomitanti (RV 1-9), ma anche dalle esigenze del cammino ascetico nei suoi vari aspetti, come il modo di seguire Gesù (RV 10-11; 20-35), il modo di essere e di agire caratteristici del missionario comboniano (RV 3.2-3), i mezzi per rinnovare ogni giorno l’impegno alla vita di comunità (RV 36-45), lo stile di preghiera (RV 46-54), gli atteggiamenti o le virtù che si ritengono fondamentali per una spiritualità missionaria (RV 90.2), ecc…

La RV contiene un chiaro programma ascetico, che si riferisce alla persona in se stessa, alle sue relazioni con Dio e con gli altri, al suo servizio missionario; è un programma che si sviluppa dalla vita di preghiera al modo di stabilire relazioni interpersonali, dalle qualità morali necessarie per la realizzazione del servizio missionario al modo di vivere la consacrazione, di interpretare i voti e di usare i beni materiali.

È un programma, per tanto, completo e molto concreto, che traduce per noi comboniani lo spirito di san Daniele Comboni e la tradizione dell’Istituto, da cui nasce lo stile di vita proprio del missionario comboniano di oggi.

Questo programma fatto vita poco a poco per mezzo della fedeltà e della costanza nella vita quotidiana, si trasforma nel più chiaro distintivo, che deve rendere riconoscibile ogni comboniano dentro e fuori della comunità, perché in lui risplende il dono ricevuto dal Padre per l’avvento del suo Regno.

Per questo, gli Atti Capitolari del ’91 tra i mezzi fondamentali per la conoscenza e l’approfondimento del carisma mettono la REGOLA DI VITA al primo posto (cfr. AC ’91, 15) e quindi raccomandano che “si continui l’assidua lettura e meditazione della Regola di Vita, quale strumento qualificato per garantire la presenza viva del Fondatore” (n. 17).

11. STILE DI VITA

Lo stile di vita è la trasparenza della persona nei gesti dei propri compiti quotidiani, in cui la vita spirituale si interseca con i compiti e gli imprevisti che la vita propone tutti i giorni, sottraendo il quotidiano da quella routine che sospinge verso pause di evasione per poter essere “sopportato”.

Lo stile di vita è quel modo di vivere, essere e operare, che sintetizza la piena assunzione dei propri compiti e al tempo stesso la non piena identificazione con essi. E l’arte di dare impronta personale ai propri gesti ed azioni, tramite competenza e disponibilità, con il senso del limite e il gusto del valore, con adesione alla storia e riserva escatologica. È insieme etica ed estetica, che tiene insieme, senza appiattirle, le differenti dimensioni del reale. (Prendersi cura di sé…, p. 173).

L’Istituto Comboniano deve prendere coscienza che è una comunità cristiana consacrata per la sua professione dei consigli evangelici all’amore di Dio e dei fratelli, in modo speciale dei fratelli non-cristiani. Questa realtà è l’elemento catalizzatore della vita personale di ogni membro dell’Istituto e deve determinare la struttura della comunità Comboniana e lo stile di vita dei suoi membri.

La vita consacrata nell’Istituto Comboniano non può essere considerata una dimensione a se stante e la missione un’altra. Missione e consacrazione sono una realtà unica, nel Comboniano si identificano. La missione si alimenta nella consacrazione e la consacrazione si esprime nella missione. Missione e consacrazione sono, nel Comboniano, i due elementi costitutivi del suo essere-in-Cristo e del fare-in-nome-di-Cristo nella Chiesa per il mondo.

Non è possibile, dunque, cadere nell’equivoco di pensare che “la santità o spiritualità religiosa” e “la santità o spiritualità missionaria” stiano in opposizione tra loro. È vero esattamente il contrario: quanto più è radicale la donazione di sé a Dio, tanto più è radicale l’idoneità per l’apostolato.

Si deve però tener presente che la “regolarità monastica” e la “regolarità apostolica” sono due cose ben distinte. Spetta agli Istituti Missionari creare quello stile di vita richiesto dalla consacrazione a Dio per l’attività missionaria “ad gentes”.

La Regola di Vita vuole essere una risposta a questa esigenza, anche se nella consapevolezza di «rispondere a tale chiamata in modo insufficiente frammentario, accettando di rivedere costantemente il loro stile di vita per viverre nel mondo come segno di salvezza» RV, Preambolo, e).

12. TESTIMONIARE – TESTIMONIANZA – TESTIMONE

Testimoniare vuol dire “affermare la realtà di un fatto, dando alla propria affermazione tutta la solennità che esigono le circostanze. Un processo, una contesa sono il quadro generale di una testimonianza”. Essa comporta due aspetti:

  • una dichiarazione, una comunicazione relazionata con gli avvenimenti dei quali il testimone possiede una conoscenza basata nell’esperienza;

  • questa dichiarazione generalmente è fatta in funzione di una persona determinata: con la sua deposizione il testimone si pronuncia in favore o contro una persona. Testimonianza, per tanto, significa azione e deposizione di testimoni.

Testimonianza vuol dire una parola per mezzo della quale una persona invita un’altra ad ammettere una cosa come vera, fidandosi del suo invito come garanzia prossima di verità, e della sua autorità come garanzia remota.

Così la testimonianza è garanzia prossima di verità, perché il testimone per lo stesso fatto che invita a credere, fa appello alla fiducia e si impegna a dire solo la verità; si impegna a non tradire questa fiducia e promette essere sincero e verace.

La parola del testimone deve divenire per chi non ha visto il rimpiazzo della sua esperienza. La testimonianza, esigendo una intensità di fiducia che si misura dai valori che si rischiano con essa, coinvolge non solo la intelligenza, ma anche in gradi differenti, la volontà e l’amore.

Testimonianza esistenziale vuol dire uno stile di vita, un modo di comportarsi, che suscita negli altri alcune domande: Chi sei? Perché sei così? Perché operi, ti comporti, fai così?

Testimone è quella persona che, con la parola e con i fatti e a volte anche con la propria vita, afferma l’autenticità della verità che essa vuole testimoniare.

Gli Apostoli furono testimoni della morte e della resurrezione di Gesù Cristo, proclamandole con la parola di fronte al mondo intero, vivendo secondo questa testimonianza e facendo della loro vita un essere che dà sé stessi per Gesù Cristo e l’avvento del suo Regno.

In effetti, Gesù trasformò i suoi discepoli in suoi testimoni; per questo sono stati scelti e chiamati a partecipare nella sua vita terrena per tre anni fino all’ora suprema della sua morte e risurrezione.

E i discepoli furono testimoni di Cristo e trasmisero ai nuovi discepoli la stessa esigenza.

Essere cristiano alle origini del cristianesimo voleva dire prima di tutto dare testimonianza di Cristo, della sua opera in mezzo e in favore degli uomini. La testimonianza fu presentata dagli Apostoli come il fondamento dell’adesione al Signore Gesù, l’essenza della vita cristiana e così fu intesa e vissuta dalle prime generazioni cristiane.

La testimonianza cristiana è una conseguenza dello Spirito ricevuto (At 1,8; Gv 15,26). È una manifestazione della presenza di Dio, dell’Uomo-Dio in noi; della sua grazia, del suo amore, della sua azione divina dentro e fuori di noi. È inoltre un elemento essenziale, caratteristico di tutta la Chiesa, di tutti i suoi membri, in ogni tempo e luogo. Questa testimonianza affonda le sue radici nell’intima unione tra Cristo e la su Chiesa, tra il Signore Gesù ed ogni battezzato. E siccome la Chiesa è un corpo articolato in distinti gradi, nella varietà di mansioni e differenti missioni, come chiaramente sottolinea il Concilio Vt. II, è necessario che questa testimonianza sia data al Signore Gesù da ciascuno nella propria funzione.

È per questa ragione che nei Documenti Conciliari il tema della testimonianza è come la chiave di tutto l’insegnamento conciliare: l’ ”aggiornamento, il rinnovamento e l’autenticità della vita della Chiesa si possono effettuare solo nella fedeltà, integrità e autenticità della testimonianza che essa dà al Signore Gesù.

La Regola di Vita si mette in questa prospettiva e al numero 58 afferma che “il missionario proclama il messaggio evangelico anzitutto con la testimonianza personale e comunitaria dei consigli evangelici”.

Questa testimonianza non proviene da una decisione strategica nostra, ma dall’iniziativa gratuita con la quale Dio-Padre chiama a sé quelli che egli vuole per portare il suo Nome alle nazioni (RV 20). Questa chiamata del Padre si concretizza nella sequela del Figlio suo Gesù Cristo, che consiste nel rimanere con Lui, essere mandato da Lui al mondo e condividere il suo destino (RV 21).

Questa consacrazione del e al Padre seguendo Gesù Cristo è vissuta dal missionario mediante la professione pubblica dei Consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza. Così può conformarsi di più a Cristo, “il quale, vergine e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza fino alla morte di croce” (RV 22).

Per tanto, abbracciamo la Vita religiosa come conseguenza dell’incontro con Cristo (RV 21.1), che ci sedusse al punto di riprodurre, riattualizzare il genere di vita verginale, povera e obbediente, che Egli scelse per se stesso al venire in questo mondo. E vivendo così rendiamo più palpabili, più visibili, più corporei, i valori del regno da Lui annunciati; Regno posto sotto “riserva escatologica”, cioè, vissuto nella attesa della pienezza finale.

Allora ciò che siamo deve trasparire, irradiarsi. Da qui nasce una caratteristica essenziale della consacrazione religiosa: la visibilità costituita dai voti pubblici, dalla vita comunitaria, e perfino dall’abito religioso.

I voti al contrario di ciò che avviene negli Istituti secolari e in altre forme di consacrazione, hanno un carattere pubblico, cioè devono esprimere socialmente sia l’annuncio dei valori evangelici sia la denuncia delle situazioni contrarie al Regno.

In questo senso la testimonianza per mezzo della pratica dei voti è il nostro primo apostolato. E anche il nostro primo dovere.

Mediante la professione pubblica dei voti diveniamo uomini pubblici. E gli uomini pubblici sono tenuti a vivere d’accordo con ciò che professano di essere e con i discorsi che fanno: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN 41).

Nel contesto della Vita Religiosa a volte si può parlare di una “irreligiosità dei religiosi”. L’espressione è paradossale, ma la fortuna del paradosso sta proprio nel fatto che oggi la Vita religiosa manifesta la sua maggiore fragilità nel punto più essenziale e rappresentativo, cioè nell’opacità della pratica dei voti.

Le cause dell’insufficienza della Vita Religiosa nello specifico sono varie. Prima di tutto c’la tendenza a considerare terminata la formazione per l’identità religiosa. In seguito il religioso si dedica all’attività intellettuale o professionale, si immerge nell’apostolato; scopre o riscopre altre dimensioni della Vita Religiosa, come la comunità, la solidarietà, il servizio. In una parola entra con tutto il suo essere nella realtà umana, nei suoi problemi; sente, vive con gli altri, che non hanno fatto la professione religiosa. Così poco a poco l’identità religiosa diviene sempre più impercettibile. Non si tratta di tiepidezza o disimpegno, ma dello sviluppo unilaterale e sproporzionato di altri valori della Vita religiosa, soprattutto l’apostolato e la solidarietà con il mondo.

Tra noi Comboniani questa situazione si acuisce quando si discute se siamo prima missionari e poi anche religiosi e viceversa. La nostra Regola di Vita ci dà una indicazione qualificata, prospettandoci una “Vita consacrata missionaria religiosa comboniana”.

La consacrazione che si esprime nei voti (RV 1; 20-22) è un dono gratuito di Dio Padre in Cristo Gesù. Lo sviluppo di un così grande dono richiede forte dinamismo ascetico, sostenuto da accompagnamento personale e comunitario e di continuità. C’è chi dice che la durata normale per il pieno sviluppo di una vocazione religiosa è di 40-60 anni (Federico Ruiz, OCD). Lungo tutto questo arco di tempo la vocazione continua a fluire, a espandersi internamente ed esteriormente. Ma ha bisogno di un clima e di un ritmo adeguato di approfondimento e assimilazione personale. Se ciò non avviene, in vece della crescita, entra nella via dell’involuzione, forma di stagnazione, retrocessione. Allora il religioso si ferma nel sottosviluppo della sua consacrazione, nel nanismo della sua vita religiosa.

Lo sviluppo della pratica dei consigli evangelici nel religioso si realizza negli anni del suo pieno sviluppo apostolico, cioè terminato il periodo dell’iniziazione. Il momento della Professione Perpetua è il momento in cui viene consegnata a Dio tutta la vita mediante la professione dei consigli evangelici, ma sarà consegnata definitivamente, solamente nella misura in cui questa consegna affiora con tutta la sua ricchezza e permea ogni passo del religioso lungo l’intero arco della sua esistenza. Per tanto il peso della maturazione nella pratica dei voti viene a cadere sugli anni della maturità del religioso, cioè quando normalmente si considera già formato. Da qui risulta evidente l’importanza e l’urgenza del discernimento spirituale permanente, che mantenga la vita del religioso in movimento fedele e creativo verso una sempre più piena identità religiosa.

È dolorosa la perdita di tante vocazioni, anche nel nostro Istituto. Tuttavia dobbiamo è importante prendere coscienza della perdita più grave e più dannosa: le tante vite religiose che perseverano a livello della stagnazione o involuzione nell’identità religiosa. Questo danno è molto grave e pernicioso. Come nella vita sociale il maggior danno economico non viene dai “disoccupati”, ma da coloro che hanno lavoro e non lavorano o lavorano male.

La riflessione sulla Regola di vita ci serve in primo luogo per prendere nelle mani la nostra vita di missionari religiosi in formazione e già formati, per vedere se è vita ed è religiosa, e con l’aiuto di Dio ci impegniamo più a fondo perché sia veramente più vita e più religiosa in tutta la sua pienezza, e lungo l’arco di tutta la nostra esistenza, coscienti e grati a Dio, che ci chiama a proclamare il messaggio evangelico anzitutto con la testimonianza personale dei consigli evangelici (RV 58).

Va sottolineata la dimensione della testimonianza personale, perché senza di essa la dimensione comunitaria, che è pure essenziale, non trova alimento e possibilità.

Per approfondire il tema, vedere:

  • Discorso del Papa Francesco alle partecipanti all’assemblea plenaria dell’U.I.S.G., 08 Maggio 2013

  • Omelia del Papa Francesco nella Messa per la “Giornata dei seminaristi, novizi, novizie e di quanti sono in cammino vocazionale”, 07 Luglio 2013

  • Essere missionari al tempo di Papa Francesco, P. Enrique Sánchez G. mccj, Luglio 2013

13. MISTERO / MISTERI / CUORE / SIMBOLO / CONTEMPLAZIONE

13.1. Mistero

In generale, è un qualcosa che non è evidente e che si manifesta soltanto nel suo attuarsi, nel suo farsi dentro la realtà della nostra esistenza, del nostro desiderio.

Nell’ambito biblico, è un’azione discreta e silenziosa, con la quale Dio agisce efficacemente nel cuore dell’uomo in ordine alla sua salvezza e che nello stesso tempo lo trasforma in strumento di questa stessa salvezza. Il mistero, pertanto, racchiude il progetto salvifico di Dio nei confronti dell’umanità, il quale si manifesta gradualmente nella storia degli uomini. Al centro di questo progetto vi è Cristo stesso che è il «Mistero» in persona, giacché in Lui si fa presente e si rivela il disegno eterno dell’amore di Dio che vuole salvi tutti gli uomini (cfr. Col 1, 26-27; Ef 1, 4-9; 3, 3-9).

13.2. Cuore

Il cuore è un termine ricco di significati di ordine antropologico, spirituale, simbolico e sociale.

a) Visto dal versante antropologico-spirituale, per il fatto di essere l’organo più «sentito» e più «prezioso» diventa la rappresentazione e la sintesi più plastica della persona, del «centro e fondo» del suo essere, di ciò che essa è nel suo intimo, di ciò che essa ha di più proprio. Quindi, del suo essere spirituale.

Quando una persona parla del suo cuore, parla di se stessa: parla di quel «luogo dentro di sé » in cui i processi psichici, le esperienze, le emozioni, le percezioni, i ricordi, i pensieri, i desideri e i propositi sono dati e conosciuti a se stessa. Parla di quel « luogo dentro di sé » in cui ha consapevolezza o coscienza di se stessa, del proprio corpo, delle proprie sensazioni, delle proprie idee, dei significati e dei fini delle proprie azioni, dei propri valori morali.

È per il cuore che l’uomo si sente vivo e si sente persona concreta. È nel cuore, infatti, il «luogo» dove vengono idealmente collocati i sentimenti più profondi e individuanti dell’essere umano, in primo luogo il senso di relazione e di interscambio all’esterno e agli altri.

Sviluppando ancora un poco questa descrizione, si può dire che il cuore è anzitutto punto di sintesi di dimensioni e potenzialità umane diversificate, una realtà omnicomprensiva dell’uomo, in cui convergono la coscienza intellettuale e quella etica, la percezione della gioia e della paura; il senso dell’affidamento e quello del tradimento e della perversione. E così si presenta come il raccordo tra il corpo, l’affettività (anima) e lo spirito (cfr. 1Tes 5, 23: “Tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”).

In questa visione unitaria dell’essere umano, Pietro vede nel cuore il profondo dell’essere, la sede dell’uomo non ancora neppure a lui rivelato. Si tratta dell’“uomo nascosto in fondo al cuore” (1Pt 3,4). È quello che filosofi e teologi hanno chiamato homo interior, che può essere intercettato nel quotidiano della vita quando la persona intraprende un itinerario di interiorizzazione.

In quest’orizzonte si riveste di particolare significato la preghiera per il cuore nuovo, come nella a supplica di Davide: “Crea in me, o Dio, un cuore nuovo” (Sl 51,12), frutto della presa di coscienza della necessità della conversione, intesa come riordinamento del cuore. Di fronte a questa necessità, Dio stesso promette a chi avanza nella sua interiorità di sostituirgli il cuore di pietra con un cuore di carne (cf. Ez 36, 26; 11, 19).

Il Termine cuore, per tanto, si riferisce alla scaturigine profonda della persona che si trova in immediato perenne contatto con la Vita. L’uomo interiore è la persona che nella sua integralità si apre attraverso la totale e amorosa disponibilità all’azione salvifica di Dio fino all’intima partecipazione dell’uomo alla natura divina (2Pt 3, 1-4; + Ef 3, 17: Cristo abita nei vostri cuori per la fede).

L’uomo-cuore, quando è funzionante, è capace di esplorare la sua interiorità, nella quale traluce la presenza della Trinità e viene continuamente raggiunto dall’amore che è riversato dallo Spirito Santo che gli è stato donato (Rom 5, 5): primariamente verso Dio, ma che riceve il timbro di autenticità quando si dirige anche alle creature di Dio.

b) Dal versante della simbologia, il cuore è universalmente considerato, nell’esperienza e nel linguaggio comuni, come simbolo «naturale» dell’amore: è cioè il simbolo spontaneo, voluto dalla stessa natura delle cose. Infatti il cuore ha un rapporto « naturale » con l’amore che simbolizza, un rapporto nell’ambito psicofisico: il sentimento, l’emozione amorosa sono dal cuore percepiti, accompagnati e manifestati fisicamente. E così fortemente sentito questo «mettere insieme » cuore e amore che ogni lingua ha creato una lunga serie di parole ed espressioni su questo simbolismo, tra cui emerge il termine “miseri-cordia”, che vuole dire “dare il cuore al misero”.

Il cuore, pertanto, diventa il simbolo o la «rappresentazione sintetica» della persona-che-ama fino al punto che si può dire (e tutti, spontaneamente, ne capiranno il senso) che una persona « è tutta cuore », «è soltanto cuore», «è un cuore d’oro».

c) Dal versante sociale il cuore è luogo d’incontro. II cuore (quello che potremmo descrivere come amore, misericordia, cordialità) è anche il punto di comunicazione e di incontro tra persona e persona.

La comunicazione «cordiale» o «del sangue che comincia dall’amore sponsale e dall’amore materno, si estende alle persone del nucleo familiare, della stirpe e della razza. In modi diversi si estende anche alle relazioni di affetto, di amicizia, di convivenza.

Su questo punto è bene notare che «i cuori», per sentirsi avvolti in uno stesso bene e per essere partecipi di una stessa vita, devono essere il più vicino possibile e aprirsi il più possibile l’uno all’altro.

Il cuore è luogo d’incontro anche tra popoli, culture e religioni diverse e, a livello «razionale o teorico », lontane e inconciliabili. Dove la ragione divide, il cuore riesce ad unire; la bontà e la misericordia abbattono sospetti e pregiudizi; l’amore vince tutto.

Il linguaggio del cuore è come la « lingua materna » di tutta l’umanità. Tutti la capiscono, tutti possono comunicare per mezzo di essa. I gesti del cuore sono accettati da tutti, come lo sono, del resto, i gesti del corpo: con questi ci si intende sempre, anche se si parlano lingue diverse, da una parte e dall’altra. Un abbraccio, un sorriso, un compartire il cibo, un’elemosina, un gesto di compassione sono linguaggio universale (come i gesti della nascita, della sessualità e della morte) che permette, in ogni circostanza, l’incontro tra persone e tra cuori.

Il cuore è luogo d’incontro, perché le sue radici sono in Dio, di Lui tutti siamo figli e figlie – fatti a sua somiglianza – e in Lui tutti siamo ugualmente fratelli. Il linguaggio del cuore è il linguaggio di Dio Padre, con il quale egli ci parla, con il quale egli ha disposto che comunicassimo tra noi.

d) Considerato dal versante biblico, il cuore, non è solo la sede dei sentimenti, ma in modo particolare designa la coscienza, il luogo della libertà, con la quale un uomo dispone della propria vita. Per tanto, il “cuore” è la “coscienza”, l’io dell’essere umano.

e) In riferimento a Gesù, il cuore è il suo Io, la sua coscienza; è l’uso che egli fa della sua libertà, il suo modo di stare al mondo, il suo modo di essere venuto al mondo, di essere cresciuto nel mondo, di aver guardato il mondo. Il cuore di Gesù è il luogo della condizione filiale del Figlio di Dio. Se c’è qualcosa in cui egli si è specializzato, questa è l’essere Figlio di Dio nel e per il mondo; il leggere e contemplare il mondo che esce dalle mani di Dio, per mettere continuamente in relazione la creazione con il Padre. Quando lo accusano di andare con i peccatori dice: «In cielo si fa festa…, io faccio festa sulla terra» (cf Lc 15, 1-10).

13.3. Simbolo

È un termine derivato dal greco symbolon, che significa segno o contrassegno, connesso con il verbo synbàllein, composto da syn (insieme) e bàllein (mettere): quindi « mettere insieme ».

« Simbolo » è ciò che mette insieme una realtà concreta e una realtà spirituale, un oggetto e un valore. Di conseguenza, il simbolo è anche quella cosa concreta che indica, fa referenza, rinvia o rappresenta una realtà che sfugge alla percezione materiale.

Il Simbolo inteso in senso teologico è come un’unità di due mondi: quello visibile e palpabile e quello invisibile ed eterno.

Nel simbolo ci sono come degli spiragli su un abisso, un abisso che lascia intravedere qualcosa o Qualcuno che attrae…

Il simbolo ti attira e se tu ti lasci attirare, ti dischiude sempre più la “presenza”, cioè il mistero come reale presenza, dove tu puoi incontrarti con il Signore. La forza del simbolo sta proprio nel far desiderare di ritrovare un rapporto con Dio, di farti bramare di uscire da un mondo solo pensato, solo psichico, e di incontrare un Altro, realmente incontrarlo e non solo pensarlo. (Rupnik).

13.4. Contemplazione

La contemplazione è il punto di arrivo dell’esercizio meditativo. Consiste nell’esperienza immediata di Dio o del Mistero senza raziocinio, senza fretta, senza la necessità di far uso di parole, pensieri, immagini e sentimenti, ma mettendo in movimento l’affettività che rimane segnata da questa esperienza del mistero di Dio.

È il punto d’arrivo della lettura meditativa della Parola di Dio o di un testo liturgico. Consiste nell’esperienza immediata di Dio o del mistero divino su cui si sta meditando senza ragionamento, senza fretta, senza la necessità di fare uso di parole, pensieri, immagini e sentimenti, ma abbandonandosi al movimento dell’affettività mossa e segnata da quest’esperienza del mistero di Dio.

Contemplare fondamentalmente consiste nell’aprirsi del cuore, sotto l’azione dello Spirito, al mistero di Dio, alla sua azione salvifica: sento nel cuore, cioè prendo coscienza, come Dio sta venendo a me, mi ama, mi sta salvando e mi sceglie come strumento di questa stessa salvezza, suscitando in me un atteggiamento di generosa donazione di me stesso a Lui, una sincera disponibilità a compiere la sua volontà, perché si compia il suo piano di salvezza su me stesso e sull’umanità.

Questa tappa del cammino di preghiera non viene raggiunta ogni volta che ci si dispone alla lettura meditativa. La meditazione è possibile sempre ma la contemplazione no, perché é un dono della grazia.

Quando la lettura meditativa sfocia nella contemplazione, il cammino migliore per fissare l’anima in essa consiste nel custodire nel segreto del cuore una di quelle parole che Dio ci ha mandato e nel farle echeggiare in continuità dentro di noi.

Questa Parola, essendo Parola divina é Parola sacramentale, cioè realizza ciò che significa ed annuncia, rigenera e guarisce, poco a poco ci introduce nella mentalità divina. Essa deve trasferirsi dalle labbra alla mente e dalla mente al cuore. Sull’onda di questa Parola, le parole cedono il passo al silenzio adorante, la riflessione e la stessa orazione fanno spazio al puro amore e l’orante rimane fermo nel dolce riposo contemplativo.

Tutte le pagine della Bibbia che contengono una scena o un avvenimento concreto possono essere oggetto della nostra contemplazione. Bisogna tuttavia riconoscere che i misteri della nostra salvezza si trovano come che riepilogati nella celebrazione del Triduo Pasquale.

La contemplazione del Mistero della Passione-Morte Risurrezione del Signore Gesù è il cammino privilegiato, che porta il discepolo a scoprire e vivere Gesù in modo sempre più pieno, vivo, attraente e stimolante e lo fa penetrare nella profondità del mistero del suo Cuore Trafitto, che ricapitola e spiega la vita di Cristo: la sua donazione incondizionata al Padre, l’universalità del suo amore per il mondo e il suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini (RV 3-5).

L’efficacia di questo esercizio contemplativo dipende dal frutto della contemplazione che è quello di farci divenire ciò che contempliamo e dal carattere unificante del Trafitto. La caratteristica unificante della contemplazione del Trafitto sta nel fatto che ogni mistero della vita di Gesù trova il suo culmine ed il suo compimento nel Mistero Pasquale. Lì tutte le sue parole e tutti i suoi gesti sono raccolti in unità, ricapitolati, pienamente espressi e spiegati.

La dinamica biblico-liturgica del Triduo Pasquale è cosparsa di Icone e simboli che attirano il nostro sguardo contemplativo e coinvolgono il nostro cuore.

13.5. Il Mistero del Cuore di Gesù e i Misteri della sua vita: RV 3-5

Il mistero del Cuore di Gesù si manifesta attraverso l’insieme dei misteri della sua vita.

Con l’espressione “misteri della vita di Gesù Cristo” si indicano tutti gli eventi della vita di Gesù, dalla sua Infanzia alla sua glorificazione (Risurrezione – Ascensione), testimoniati nel Nuovo Testamento, in quanto in essi si manifesta il mistero della sua persona, cioè della sua coscienza e del suo Cuore.

I misteri, infatti, non indicano delle verità dottrinali superiori alla conoscenza umana, ma sono degli “eventi” della vicenda storica di Gesù, in cui è presente e da cui traspare l’azione salvifica di Dio. Sappiamo che i Misteri in questo senso non sono altro che delle illustrazioni particolari del Mistero vero e proprio che è la Persona stessa di Gesù Cristo, e quindi esprimono la sua coscienza e il suo Cuore.

Perciò, il credente può entrare in contatto intimo e vitale con il Cuore di Gesù mediante la meditazione e contemplazione dei misteri della vita del Verbo vivente di Dio fatto uomo.

Al centro dei misteri della vita del Signore Gesù c’è il Mistero del suo Cuore. Al centro del mistero del Cuore di Gesù c’è la sua morte, il Mistero del suo Cuore Trafitto, che si schiude nella risurrezione. La rivelazione più decisiva del Cuore di Gesù è che l’amore non è totale se non passa attraverso la morte; non diviene portatore di vita se non accetta di attraversare la morte. Al centro, per tanto, del mistero della sua morte c’è il suo amore, il suo Cuore Trafitto. Per questo possiamo dire che il Mistero del Cuore di Gesù conduce all’essenza del cristianesimo: la persona di Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, svelato fin nel mistero più intimo del suo essere, fino alle profondità da cui scaturiscono tutte le sue parole e le sue azioni: il suo amore filiale e fraterno fino alla morte (cfr. RV 3.2). Nel Mistero del Cuore di Gesù è espresso il nucleo essenziale del cristianesimo, ci è stata rivelata e donata tutta la novità rivoluzionaria del Vangelo: l’Amore che ci salva e ci fa vivere già nell’eternità di Dio (cfr. Ef 2,4-6).

Nella contemplazione del dinamismo di quest’Amore salvifico san Daniele Comboni è stato raggiunto e coinvolto nel mistero dell’identificazione di Gesù con i più poveri e abbandonati (cfr. RV 5).

13.6. Il mistero del Cuore trafitto di Cristo nel vissuto di san D. Comboni

RV 3; 3.3; AC ’97, 10-14; AC ’09, 5.3; 20

Comboni vive il Mistero del Cuore di Cristo in intima connessione con il mistero della croce sul Monte Calvario, così che diviene il Cuore di Gesù trafitto in Croce, colto nella sua intima relazione con il Mistero trinitario e nell’identificazione con i popoli oppressi dell’Africa Centrale.

In Comboni il rapporto con il Cuore trafitto di Cristo, Buon Pastore, non nasce come ricerca di sostegno alla missione evangelizzatrice alla quale è votato, ma la precede e la crea. Comboni, infatti, si è fatto missionario per portare l’amore di Cristo (genitivo soggettivo, cioè quello che sgorga dal suo Cuore e lo coinvolge) ai più bisognosi di evangelizzazione e promozione umana. La sua dedizione totale alla causa missionaria dei popoli dell’Africa Centrale (RV 2) non è frutto di un’elaborazione teorica di tipo umanitario ma di un’esperienza spirituale: Comboni sentiva come l’amore di Cristo che abitava il suo cuore, si dirigeva adesso con intensità raddoppiata verso gli Africani. Il suo ministero missionario consisteva nell’estendere alla Nigrizia o nel versare su di essa le fiamme di questa Carità che Cristo era venuto ad accendere sulla terra (cf. Introduzione al Piano, S 2742).

La sorgente e lo slancio, per tanto, del suo instancabile ministero è il fatto che “il Cuore di Cristo palpitò anche per gli Africani e anche per essi morì sulla Croce1; è ancora di più il fatto che nei neri poveri ed oppressi Comboni scorge il volto sfigurato del Crocifisso, che fissa lo sguardo su di lui e lo chiama non soltanto a evangelizzarli ma anche a lavorare per il loro progresso e, soprattutto, per la soppressione della schiavitù.

Questa esperienza è una esperienza mistica: in Comboni è Gesù che ama l’africano e nell’africano Comboni ama lo stesso Gesù.

Comboni visse “la sua dedizione totale alla causa missionaria” (RV 2) in un profondo e intrinseco legame con la motivazione vocazionale personalizzata nel Cuore di Gesù. Comboni è missionario dei popoli dell’Africa perché, per dono dello Spirito Santo, è stato introdotto nel mondo del Cuore di Gesù ed è stato coinvolto nel suo amore salvifico di Buon Pastore, “che offrì la sua vita sulla croce per l’umanità”. La Regola di Vita nella sezione che definisce il carisma del Fondatore e quindi dell’Istituto2, evidenzia questo rapporto usando le parole stesse del Comboni: «E fidandomi in quel Cuore sacratissimo… mi sento vieppiù disposto a patire… e a morire per Gesù Cristo e per la salute dei popoli infelici dell’Africa Centrale». (RV 3).

Per tanto, alla radice della vocazione missionaria del Comboni troviamo il Cuore di Gesù e la Nigrizia che, indissolubilmente uniti, possiedono e dinamizzano la sua vita missionaria. Quest’unione, vissuta da Comboni sotto l’azione dello Spirito Santo, lo rende sacramento dell’amore rigeneratore di Dio Padre, incarnato nei palpiti del Cuore di Gesù per l’infelice Nigrizia. Simbolo di questo amore rigeneratore è il Cuore Trafitto di Gesù. Sta qui il contributo originale di Comboni allo sviluppo della devozione al Sacro Cuore di Gesù: ha unito il Mistero del Cuore di Gesù all’evangelizzazione e ne ha fatto il centro e l’orizzonte della sua vita missionaria.

In questo rapporto Cuore di Gesù-Nigrizia, la fonte da cui nasce il senso della vocazione di Comboni è il Cuore di Gesù, Buon Pastore; il termine a cui lo spinge questo Cuore fino ad un rapporto di tipo nuziale è la Nigrizia. La passione di Gesù per l’africano s’incarna e si esprime attraverso il cuore di Comboni, disposto a dare la sua vita con Gesù fino al martirio: Comboni lascia che l’amore di Gesù lo porti all’Africano, lo trasformi in Cuore di Gesù per l’Africano.

Questa motivazione di vita missionaria personalizzata nel Mistero del Cuore trafitto di Gesù è la “preziosa eredità” lasciata da san Daniele Comboni ai suoi missionari (RV 3; 3.1). Entreremo in possesso di essa seguendo lo stesso cammino seguito dal Comboni, che è il cammino della contemplazione del Mistero del Cuore trafitto di Gesù. Attraverso questo esercizio arriveremo ad assumere gli atteggiamenti interiori di Cristo: “la sua donazione incondizionata al Padre, l’universalità del suo amore per il mondo e il suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini” (RV 3.2); e riceveremo “lo stimolo all’azione missionaria come impegno per la liberazione integrale dell’uomo, e a quella carità fraterna ch deve essere un segno distintivo della comunità comboniana” (RV 3.3).

Consapevole di questa eredità, il Capitolo ’97 ci ricorda che il Cuore trafitto di Cristo Buon Pastore è alla radice della nostra consacrazione, e c’invita a contemplare il Cuore trafitto di Cristo per rinnovare la nostra consacrazione missionaria (n. 14), da noi vissuta mediante la professione pubblica dei consigli evangelici (RV 1; 10; 22). L’invito ci viene ripetuto dal Capitolo ’09, che ci indica nel Cuore di Cristo “la sorgente del nostro essere e operare”, da cui “attingiamo lo slancio e gli atteggiamenti di servizio e gratuità per la nostra vita di discepoli e inviati” (5.3), “la ragione che ci anima ad una donazione totale e ci spinge verso i poveri e abbandonati” (20).

La contemplazione del Trafitto è la cima a cui si arriva attraverso la contemplazione dei Misteri della vita di Gesù alla luce del supremo Mistero della sua Risurrezione.

San Daniele Comboni era abituato alla pratica di quest’esercizio e ci offre una visione d’insieme nella “Lettera Pastorale per la Consacrazione del Vicariato al S. Cuore”:

“Questo Cuore adorabile divinizzato per l’ipostatica unione del Verbo con l’umana natura in Gesù Cristo Salvatore nostro, scevro mai sempre di colpa e ricco d’ogni grazia, non vi fu istante dalla sua formazione, in cui non palpitasse del più puro e misericordioso amore per gli uomini. Dalla sacra culla di Betlemme s’affretta ad annunziare per la prima volta al mondo la pace: fanciulletto in Egitto, solitario in Nazaret evangelizzatore in Palestina divide coi poveri la sua sorte, invita a sé i pargoli e gl’infelici conforta, risana gl’infermi e rende agli estinti la vita; richiama i traviati e ai pentiti perdona; morente sulla croce mansuetissimo prega pei suoi stessi crocifissori; risorto glorioso manda gli Apostoli a predicare la salute al mondo intero” (S 3323).

1 Cf. S 3463; 5647; 6080; 6381; 6447.

2 Regola di vita, nn. 1-9.

Vedi testo completo:
TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA

 

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Questa voce è stata pubblicata il 08/05/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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