COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (4)

TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA (4)
P. Carmelo Casile

Padre Carmelo Casile ci offre un utile e interessante  lavoro conclusivo e riassuntivo di riflessione sui contenuti della Regola di Vita, che ha per titolo “Temi introduttivi alla Regola di Vita”, sotto forma di vocabolario (20 voci). Qui presentiamo i nn. 14-15: PREGHIERA, ICONA

Testo doc Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (4)
Testo pdf Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (4)

SOMMARIO

1. REGOLA DI VITA: “CODICE DI ALLEANZA”
2. VOCAZIONE
3. CARISMA
4. CONSACRAZIONE, VITA CONSACRATA, VITA RELIGIOSA, STATO DI VITA
5. VOTUM RELIGIONIS / VOTUM MISSIONIS
6. PROFESSIONE DEI CONSIGLI EVANGELICI
7. ESPERIENZA DI DIO /Esperienza religiosa
8. SPIRITUALITÀ
9. LA SPIRITUALITÀ VISSUTA E PROPOSTA DA SAN DANIELE COMBONI
10. CAMMINO ASCETICO O VITA ASCETICA
11. STILE DI VITA
12. TESTIMONIARE- TESTIMONIANZA – TESTIMONE
13. MISTERO / MISTERI / CUORE / SIMBOLO / CONTEMPLAZIONE

14. PREGHIERA, “SPIRITO DI PREGHIERA”, PREGHIERE
14.1. La preghiera come dovere
14.2. La preghiera nella sua essenza
14.3. Lo “spirito di preghiera”
14.4. Le preghiere
14.5. La preghiera nell’esperienza di Dio e nella genesi della vocazione-missione
14.6. Uno sguardo sulla preghiera di san Daniele Comboni
14.7. La preghiera personale e comunitaria nella Regola di Vita

15. ICONA
15.1. La Sacra Famiglia: I «tre cari oggetti del nostro amore»: Gesù, Maria e Giuseppe
15.2. La vita del gruppo dei Dodici con Gesù
15.3. Il gruppo degli Apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme

15.3.1. Il Cenacolo della “cena”
15.3.2. Il Cenacolo della “Risurrezione”
15.3.3. Il Cenacolo della “Pentecoste”
15.3.4. Il cenacolo apostolico ci interpella

15.4. La prima comunità di Gerusalemme

15.4.1. L’insegnamento degli Apostoli
15.4.2. La Koinonia (comunione fraterna)
15.4.3. La frazione del pane
15.4.4. Le preghiere
15.4.5. Simpatia di fronte al popolo
15.4.6. Insidie contro la vita della comunità di Gerusalemme

15.5. Il Cenacolo-comunità ci interpella

16. GLORIA DI DIO
17. SERVIZIO
18. MISSIONE – MISSIONARIO
19. MISTICA
20. POSSIBILI DERIVE NEL CAMMINO DELLO SPIRITO E DELLA MISSIONE

14. PREGHIERA, “SPIRITO DI PREGHIERA”, PREGHIERE

14.1. La preghiera come dovere

Parlando della preghiera, la prima idea che ci viene in mente è il dovere della preghiera, da compiere secondo varie modalità e in determinati momenti, personalmente o in comunità. La preghiera quindi è intesa in primo luogo come un’attività stabilita, preordinata, in cui facciamo preghiere individuali, comunitarie e liturgiche.

Molto spesso però ci limitiamo al compimento del dovere, cioè a fare le preghiere, ma non entriamo nella preghiera e quindi non raggiungiamo lo “spirito di preghiera”. In questo caso la preghiera non c’è, ci sono le preghiere, cioè formalità da compiere, che possono ridursi a pratiche monotone e senza anima, fatte per tranquillizzare la coscienza.

14.2. La preghiera nella sua essenza

La preghiera ha due versanti: uno che porta il credente a stare dinanzi alla verità di Dio nella verità di se stesso e che quindi plasma lo spirito dell’orante, lo forma secondo il beneplacito di Dio; l’altro che porta l’orante a narrare e a indicare a tutti il cuore della sua vita, che è “vita nascosta con Cristo in Dio”.

Per tanto, la preghiera nella sua essenza è rompere l’involucro del proprio “io”, per aprirci a Dio, alla ricerca e al compimento della sua volontà, scoperta nel Cuore di Cristo. “Essa consiste nel rimanere con Dio, compiendo ogni azione con lo stesso atteggiamento che Cristo aveva verso il Padre” (RV 46.2).

La preghiera realizza una presenza reciproca, nella quale Cristo Gesù opera in me ed io prendo coscienza che Egli sta operando la mia salvezza e nello stesso tempo prendo anche coscienza che mi elegge e mi invia come strumento di questa stessa salvezza in favore degli altri. Si tratta dello stabilirsi della reciprocità delle coscienze o meglio della fusione delle coscienze tra il Cuore di Gesù ed il mio “io”.

In questo scambio profondo, Cristo penetra la mia esistenza, intelligenza-volontà-cuore, in modo tale da suscitare quelle reazioni intellettive, affettive ed operative, come avviene quando mi incontro con una realtà che mi riguarda e mi scuote profondamente.

Pregare quindi è incontrare Dio che si dà a me in Cristo ed al quale io permetto di entrare nella mia vita per elaborare con Lui un progetto comune di salvezza per me e per gli altri. Pregare è aprire il cuore e tenerlo aperto alla venuta del Signore. Pregare è scoprire come Dio sia coinvolto nella propria esistenza, negli avvenimenti più ordinari e in quelli imprevisti, per redimerli e dargli un valore di storia di salvezza.

La preghiera muove la persona orante alla maturazione nella fede, e le permette di interpretare la sua storia alla luce della Parola di Dio, di discernere quindi se la sua vita è secondo “lo spirito o la carne” e di individuare nella vita quotidiana i segni che Dio le manda per un impegno sempre più profondo di fede, speranza e amore.

La preghiera, per tanto, è l’incontro “reale personale” con Dio; in essa si delinea l’esperienza di Dio-Amore, che il credente poi proclama al mondo. La preghiera non consiste, per tanto, in elaborare ed esporre soprattutto nozioni o concetti su Dio ma nel tratto diretto e immediato con Lui e in esprimere come l’orante sente Dio, lo vive e lo vede vicino a sé. La preghiera consiste nel modo di pensare Dio, la sua salvezza, noi stessi e il prossimo, il mondo in cui viviamo; consiste nel nostro modo di stare davanti a Dio e da Dio nel e per il mondo. La preghiera è il paradigma, il clima abituale e l’atteggiamento di fondo di come si vive una vita da credente e dei legami che si creano a partire dalla fede in Dio.

14.3. Lo “spirito di preghiera”

Quando si dice di una persona che ha lo “spirito di qualcosa” si vuol dire indicare una sua attitudine o inclinazione, un suo modo di essere e di fare.

La preghiera quando è incontro “personale reale” con Dio (RV 47), crea sotto l’azione dello Spirito Santo un modo di essere, uno stato interiore di adesione con tutto se stessi a Dio e quindi un atteggiamento costantemente orante, sostenuto dallo stesso Spirito.

Lo “spirito di preghiera è questo stato interiore, che abita l’interiorità dell’orante e si riflette in tutte le espressioni della sua persona: valori vissuti e proclamati, comportamenti, situazioni della vita quotidiana.

Lo “spirito di preghiera” è quel clima abituale, quell’atteggiamento orante, che si stabilisce nel cuore di chi nella preghiera cerca Dio e il compimento della sua volontà. Tale “spirito” gli consente di trovare il ritmo giusto nel cammino di fede, l’equilibrio tra azione e contemplazione, tra ascolto di Dio e parola con Dio e con gli altri, tra lavoro e riposo, tra ricerca della solitudine e relazione con gli altri…, rendendo tutto preghiera e lode all’Altissimo, come in un continuo stare dinanzi a Lui; ma è anche ciò che permette di restare aperti agli imprevisti di fronte alla missione da compiere, rendendo tutto animato dall’amore e mettendo l’amore al primo posto, l’unico amore per Dio e l’uomo.

Lo “spirito di preghiera” è un costante desiderio di Dio, che permea la propria intimità, abbraccia tutto il tempo, pervade tutta la persona e si estende a tutti i momenti della vita che passa; consacra così i movimenti, le parole, le azioni; è come una rete che raccoglie i vari aspetti della vita di ogni giornata, e li tiene uniti attorno a dei nodi, che sono quegli appuntamenti distribuiti nel tempo secondo un ritmo personale e liturgico… Questo potere unitivo dello “spirito di preghiera” consente all’orante d’immergersi nella complessità della vita senza smarrirsi, e lo rende capace di narrare e indicare il centro o il cuore della sua vita.

14.4. Le preghiere

Le preghiere nascono con l’esercizio del dovere della preghiera e vanno collocate nel campo dei fattori che alimentano l’esperienza della preghiera cristiana; fanno parte di quella molteplicità di forme di preghiera o modi pregare, che la tradizione della Chiesa ci offre, per alimentare la preghiera e lo “spirito di preghiera”, cioè questo stato interiore di adesione con tutto se stessi a Dio.

In questo campo c’è quindi una vasta possibilità di scelta, che la tradizione della Chiesa ci offre e che è soggetta alle varie circostanze di luogo, di tempo, di persone.

14.5. La preghiera nell’esperienza di Dio e nella genesi della vocazione-missione

Nella genesi divina d’ogni vocazione all’interno del Popolo di Dio la preghiera è la porta che introduce all’«esperienza di Dio» e la fonte che la alimenta. Da questa esperienza nasce il dialogo vocazionale che mantiene l’eletto in “un processo di maturazione che dura tutta la vita” (cfr. RV 85).

Esiste un nesso intrinseco tra esperienza di Dio, fede, vocazione e preghiera, così da costituire un tutto unico inscindibile. Se la fede e la vocazione sono una relazione personale con Dio, un “sì” detto a Lui, una risposta alla sua proposta: – Mi ami tu? -, perciò stesso la fede e la vocazione sono dialogo con Dio. La preghiera è pertanto la fede e la vocazione vissute in modo cosciente ed espresse in un dialogo formale e costante con Dio.

14.6. Uno sguardo sulla preghiera di san Daniele Comboni

Comboni anzitutto era convinto era convinto del nesso intrinseco tra esperienza di Dio, fede, vocazione e preghiera, e per questo diceva: «Siccome l’opera che ho tra le mani è tutta di Dio, così è con Dio specialmente che va trattato ogni grande e piccolo affare della Missione» (S 3615).

Questo nesso è messo in risalto dalla nostra Regola di Vita al n. 46. In esso è chiaro che alla base della vocazione-missione di testimoniare e proclamare l’amore del Padre, c’è l’«incontro con Dio», cioè l’esperienza di Dio in Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo. La preghiera, per tanto, sostanzialmente è amare, è entrare nell’atteggiamento contemplativo della vita cristiana, è attenzione e compimento della volontà salvifica di Dio Padre, contenuta ed espressa nella sua Parola fatta Uomo (cfr. Gv 1,1-18; 1Gv 1, 1-4). «Perciò (il missionario) focalizza la sua intera esistenza nell’incontro con Dio e forma con i suoi fratelli una comunità orante» (RV 46).

Comboni ha colto e viveva questo nesso, perché ha vissuto una vita di preghiera particolarmente intensa e profonda. Basta ricordare la sua confessione sul dovere e sulla frequenza della preghiera:

«Non passano mai tre ore senza che io preghi, ovunque mi trovi» (S 4320)

«Peccato è il non far mai meditazione. Ma io rare volte l’ho lasciata nella vita passata, ma da molto tempo non l’ho mai e poi mai lasciata, nemmeno in deserto, neanche una volta, eppure egli dicea di no. Così pure l’ufficio non vuole che io l’abbia quasi mai detto. Invece non l’ho mai lasciato, mai, meno quando fui gravemente ammalato o stava 40 giorni senza dormire un’ora» (S 6474).

Comboni, però, supera la formalità materiale delle pratiche di pietà e anima gli altri a fare altrettanto, seguendo la sua anima contemplativa. Partendo dalla sua esperienza, li invita a “pregare non con le parole, ma col fuoco della carità” (S 7063) e a “fare orazione succosa e concludente, e di operare in ispirito e verità” (S 2709).

Già nell’Istituto di don Mazza, aveva aperto il suo cuore al “senso di Dio”, cioè era arrivato alla consapevolezza nella fede che Dio è presente nella nostra vita, vivificandoci con il suo amore, invitandoci a trovare la vita in Lui e nei suoi disegni (S 2698; 2700). Perciò ci invita a renderci «familiarissimo e quasi connaturale l’esercizio assiduo della presenza di Dio, e di un’intima filiale comunicazione con Lui per mezzo di frequenti e devote aspirazioni» (Regole 1871, S 2707).

Comboni giustifica le tante pratiche di pietà nella sua vita e in quella dei suoi missionari partendo proprio dalla sua esperienza personale del senso di Dio: è convinto che la missione parte da Dio ed è Dio il vero protagonista; che la vita di un missionario si fonda su una chiamata di Dio e si realizza in una missione che riceve da Dio stesso; che al centro della vita del missionario sta Dio, così che, «avvezzo a giudicare delle cose col lume che gli piove dall’alto, guarda l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della sua fede» (S 2742).

Perciò, quando arrivano difficoltà e incomprensioni, Comboni dirà: «Noi lavorammo per Dio, lasciamo a lui la cura di tutto e Iddio ci aiuterà. La nostra Opera è basata sulla fede. È un linguaggio che lo intendono poco anche i buoni sulla terra. Ma l’hanno compreso i santi, che soli noi dobbiamo imitare» (S 6933).

Comboni, per tanto, fonda la ragione di queste pratiche sulla natura stessa della Missione e sulle circostanze in cui si svolge l’apostolato missionario in Africa Centrale: la Missione che gli è affidata, è opera di Dio; è un’opera da realizzare in un contesto particolarmente difficile, e quindi può essere svolta solo se i missionari rimangono in comunione con Dio e uniti tra loro mediante “queste pratiche ordinarie di pietà”: S 3615; 2234; 2698; 1867; 3617

14.7. La preghiera personale e comunitaria nella Regola di Vita

Alla fine del breve rimando sulla preghiera in san Daniele Comboni è possibile notare come gli elementi essenziali della dinamica della preghiera da lui vissuta e proposta ai suoi missionari, siano presenti nella nostra attuale Regola di Vita, ovviamente “aggiornati” secondo il momento attuale che sta vivendo la Chiesa.

In effetti, nei numeri 46-54 dedicati alla “Vita di preghiera” è affermato:

  • il dovere della preghiera secondo un ritmo personale e comunitario;

  • il dovere della preghiera si esplica in pratiche di pietà tratte dalla tradizione ecclesiale e nelle celebrazioni liturgiche;

  • tutte le forme di preghiera proposte hanno la finalità di portare il missionario alla «pratica costante di una preghiera personale reale» (RV 49), cioè a una preghiera “succosa e concludente” (S 2709);

  • «la pratica costante di una preghiera personale reale» è orientata verso la preghiera meditativa o contemplativa, che «conduce il missionario a trasformare la sua intera vita e attività in una continua preghiera» (RV 49), lo conduce, cioè, allo “spirito di preghiera”;

  • la fedeltà alla pratica costante della preghiera costituisce il cammino unico perché l’esistenza del missionario si incammini verso l’«incontro con Dio» (RV 46) e faccia dell’evangelizzazione la ragione della sua vita (RV 56).

Infatti, «il missionario comboniano è chiamato a testimoniare e a proclamare l’amore del Padre, esperimentato nella comunione personale con Cristo, sotto la guida dello Spirito santo. Perciò focalizza la sua intera esistenza nell’incontro con Dio e forma con i suoi fratelli una comunità orante». (RV 46).

Per mantenersi fedele alla pratica costante della preghiera, il missionario assume la responsabilità di confrontarsi con il continuo apprendimento e la perseveranza nella preghiera, organizzandosela personalmente, alla luce dell’esempio dello stesso Gesù (RV 49), facendo perno nella continua evoluzione della sua vita personale (RV 41; 41.1-2; 81; 82; 82.1; 87; 99; 99.1).

La preghiera personale costante e progressiva (RV 49), integrata con la pratica del sacramento della riconciliazione (RV 54) e della direzione spirituale (RV 54.3), diviene allora la fonte da cui emana e si alimenta l’attività apostolica del missionario. Facendo leva sulla preghiera personale (RV 49), il missionario si apre alle ricchezze della preghiera liturgica (RV 51), della liturgia delle ore (RV 52) e soprattutto dell’Eucaristia (RV 53), della preghiera missionaria (RV 48) e comunitaria (RV 50), all’interno della comunità religiosa, che vuole essere « una comunità orante» (RV 46), e con il popolo di Dio (RV 48.3-4).

I frutti di questa esperienza spirituale saranno l’apprezzamento e la valorizzazione della religiosità popolare (RV 48.5), la comprensione dei segni dei tempi (RV 16; 48.4) e l’azione divina nella storia e nella cultura dei popoli; il culmine di questi frutti è la proclamazione dell’amore del Padre nel Mistero di Gesù di Nazaret (RV 20; 46; 56-57; 59).

15. ICONA

Questo temine proviene dal greco eikôn, immagine. L’icona ha origine nella Chiesa d’Oriente, dove di essa vi è un vero e proprio culto, perché è considerata una manifestazione del divino. È un’immagine sacra dipinta con l’intento di favorire la penetrazione del Mistero in essa raffigurato e di suscitare un atteggiamento di preghiera e di contemplazione. “L’icona é per noi l’occasione di un incontro personale, nella grazia dello Spirito, con colui che essa rappresenta. Più il fedele guarda le icone, più si ricorda di colui che viene rappresentato e si sforza di imitarlo”.

La Bibbia è piena di icone, cioè di fatti, di persone, di immagini espresse con parole, da cui si sprigionano intensi raggi del Mistero di Dio, che ci raggiungono e si imprimono nel nostro cuore.

Nella nostra Regola di Vita possiamo individuare varie Icone, che trovano riscontro nella esperienza dello spirito dello stesso san Daniele Comboni.

15.1. La Sacra Famiglia: I «tre cari oggetti del nostro amore»: Gesù, Maria e Giuseppe

Per Comboni la Sacra Famiglia costituisce «una Triade santissima», formata da Gesù Maria e Giuseppe, che egli venera come i «tre cari oggetti del nostro amore» e ai quali affida i suoi Istituti del Cairo (S 5891; 5866).

Il rapporto di Comboni con la Sacra Famiglia, iniziato negli anni della formazione nell’Istituto Mazza, si approfondisce con il pellegrinaggio in Terra Santa e poi in Egitto, dove la Sacra Famiglia guidata da Giuseppe, fugge dalla persecuzione di Erode e dimora per 7 anni.

Nel pellegrinaggio in Terra Santa Comboni che la “visita”, rimane chiaramente “visitato” dai misteri della vita di Cristo che si sono realizzati in quei Luoghi. Ne sono un segno le lettere scritte ai genitori sul viaggio a Gerusalemme e la “Lettera Pastorale per la Consacrazione del Vicariato al S. Cuore”.

In questa Lettera, infatti, Comboni presenta il Cuore di Cristo nel suo cammino di amore per l’umanità dalla “sacra culla di Betlemme” al sepolcro del Crocifisso-Risorto in Gerusalemme (S 3323).

Nel paragrafo di questa lettera, in cui Comboni descrive il Mistero globale del Cuore di Cristo, costituito dall’Incarnazione-Esistenza-Pasqua del Signore, è evidente il riferimento alla Sacra Famiglia, indicata dalla “sacra culla”, dalla figura di Gesù “fanciulletto in Egitto”e “solitario in Nazaret”.

Dietro questa descrizione non è difficile ascoltare la eco del suo pellegrinaggio a Betlemme, dove protagonista del Mistero contemplato è appunto la Sacra Famiglia. È significativo il fatto che i sentimenti che Comboni condivide con i suoi genitori di fronte a quella “sacra culla”, mettono in rapporto la “grotta fortunata”e “beata” di Betlemme con il Calvario. Così la casa che ospita i Tre santi personaggi, si proietta verso il sepolcro e l’altare del sacrificio, culmine della manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità, che comincia a manifestarsi proprio in seno alla Sacra Famiglia (S 111-113).

A questo punto è interessante rilevare come il pellegrinaggio alla grotta di Betlemme può aver evocato in Comboni le sue umili origini di « un povero figlio di uno scartator di Limone, nato nelle grotte, e vissuto all’ombra di S. Carlo, che ha mangiato per molti lustri la proverbiale polenta » (S 4680; cfr. anche S 642; 981-982).

Il ricordo di essere nato nelle grotte non è dovuto alle sole condizioni materiali dell’abitazione, ma anche al fatto che in casa sua si respirava l’aria evangelica della grotta dei pastori, e anche della casa di Nazaret.

La formazione spirituale ricevuta da Comboni in casa è frutto della sintonia spirituale esistente tra i suoi genitori, che sfociava in un amore familiare fondato su una grande fede in Dio. Nei suoi genitori questa fede diviene coinvolgimento nella vocazione missionaria del loro unico figlio, e in lui certezza della vocazione e unità di misura per verificare la sua fedeltà ad essa; l’esempio del loro sacrificio nel donare il figlio alle missioni diviene in lui sprone a dedicarsi con altrettanta generosità ai fratelli dell’Africa.

Comboni incontra ancora la Sacra Famiglia e il ruolo provvidenziale di san Giuseppe al Cairo, in occasione delle prime fondazioni (1867). Si tratta degli Istituti del Cairo, chiamati: Istituto Sacro Cuore di Gesù, filiale dell’Istituto di Verona (S 2895) e Istituto del Sacro Cuore di Maria:

«Ho preso a pigione … il Convento dei Maroniti a Cairo Vecchio che ha annessa una casa antica, a cento passi dalla grotta della B. V. M., ove è tradizione che abbia dimorato la S. Famiglia durante il suo esilio in Egitto. Nelle due case che divide una Chiesa abbastanza comoda ho aperto ed iniziato due piccoli Istituti, che camminano per grazia di Dio assai bene». (S 1578).

In questi Istituti Comboni si impegna a far respirare l’aria salutare della Sacra Famiglia, dove si vive in maniera sublime il mistero della comunione con Dio. Egli, infatti, svolge il servizio di animatore che, tra elementi “tutti eterogenei”, è chiamato a creare “perfetta armonia, e ridurre ad unità di intenti e di bandiera” (S 2508).

Siamo in presenza del «Cenacolo di Apostoli» abbozzato sulle orme della Sacra Famiglia, che gradualmente si va traducendo in vita di comunione, all’insegna della prima comunità cristiana:

«Noi quattro siamo un cuor solo, un’anima sola: l’uno va a gara per compiacere l’altro: io so e sono convinto di non essere degno nemmeno di baciare i piedi a’ miei compagni; ma essi sono tanto buoni e caritatevoli che non solamente mi compatiscono, ma mi circondano del rispetto e dell’amore dovuto a un superiore: essi sono compresi dell’altezza della divina missione che vanno a compiere. (S 1507).[…] Noi siamo in un Eden di pace: quello che vuole l’uno vuol l’altro (S 1562). […] Le Suore sonno animate da uno spirito ottimo, esemplari nella loro vita religiosa e piene di dedizione e di zelo per l’opera nostra. E noi da parte nostra non tralasciamo di fortificarle nella loro vocazione» (S 2523).

In questo «Cenacolo di Apostoli» in fieri appare chiara l’identità del Missionario: colui che vive una “vita di spirito e di fede” in un clima di famiglia creato mediante un forte vincolo di “familiarità” con Dio, affinché possa vivere il “suo essere consacrato” per il servizio del Regno con totale e perseverante dedizione:

«Siamo tutti disposti, o Eminenza, di morire anche martiri della Fede; ma vogliamo morire con giudizio, e con sommo giudizio, cioè coll’operare saviamente per la salvezza dell’anime le più derelitte della terra, ed esporci per esse ai più grandi pericoli della vita con quella prudenza, discrezione, e magnanimità, che si addice ai veri apostoli e martiri di Gesù Cristo (S 2225).

Si profilano qui due modelli ispiratori della comunità nella nostra Regola di Vita, la Sacra Famiglia e la Prima Comunità Cristiana, che fanno parte del fondamento del “Cenacolo di Apostoli”, pensato da san Daniele e denominato nella Regola di Vita «Comunità di fratelli» (RV 10-12).

15.2. La vita del gruppo dei Dodici con Gesù: RV 21

Una delle ragioni che ci dà la Regola di Vita per la nostra vita comunitaria è il fatto che Gesù visse in comunità con il gruppo dei Dodici, che chiamò per rimanere con Lui ed essere mandati da Lui nel mondo, condividendoNe il destino (RV 21).

La comunità comboniana, realizzando questa sequela radicale di Cristo, diventa annuncio concreto di Lui, perché il mondo sappia che il Padre lo ha inviato nel mondo (RV 36; Gv 17,23).

Gesù chiama alcuni per associarli strettamente alla sua vita e al suo destino (“per rimanere con Lui”), alla sua missione (“per mandarli a predicare”), al suo potere (“con il potere di scacciare i demoni”), cioè, di liberare la terra dalle potenze del male (cfr. Mc 3, 14; Gv 15, 4-11).

La chiamata è alla comunione di vita con Lui e a partecipare alla sua missione. Ciò che è fondamentale in questa chiamata è il vincolo con la persona di Gesù. È necessario svincolarsi dalla vita anteriore per vincolarsi a Lui.

I Dodici stanno con Lui perché devono dargli testimonianza. Non stanno con Lui perché devono essere istruiti e dopo inviati a ripetere quello che hanno imparato, ma perché lo conoscano intimamente in una comunione di vita e dopo gli diano testimonianza» (C. M. Martini).

Si tratta, pertanto, di identificarsi con il suo stile di vita, con il suo modo di agire, per riprodurlo esistenzialmente nel modo più fedele possibile. Così Gesù si rende presente in mezzo agli uomini attraverso la presenza dei suoi discepoli.

La consacrazione missionaria, per tanto, affonda le sue radici nella vita del Gruppo Apostolico, è da lì che prende lo specifico a partire dalle esigenze battesimali comuni a tutti i cristiani; il missionario entra specificamente e autenticamente nella vita e nella missione del suo Maestro, penetrando nel dinamismo della vita dei Dodici con Gesù (cfr. AG 23-24).

In effetti, «circondandosi di dodici discepoli, Gesù non soltanto voleva procurarsi dei collaboratori, ma metteva coscientemente in atto una parabola, la più eloquente di tutte, la più rivelatrice del suo disegno. Inaugurava così, non solamente una funzione nella Chiesa, ma un tipo originale d’esistenza che sarebbe rimasto normativo.

Gli Apostoli col seguire Gesù rinunziando alla vita e abbandonando i loro affari, valorizzavano l’Assoluto della sua Persona; mostravano per i secoli futuri, che il credere sarebbe stato un seguire, che la verità sarebbe stata una compagnia»1.

Essi svolgono la missione ricevuta dal loro Maestro come collegio, in comune; il gruppo stesso è significativo e la sua coesione è in funzione della predicazione: “perché il mondo creda” (Gv 17, 21-23).

C’è da notare, a questo punto, che il Collegio dei Dodici si chiama apostolico, perché ognuno dei suoi membri è una professione vivente di fede in Gesù Cristo; così lo comprenderà la Chiesa primitiva quando, dopo l’esperienza degli Atti, si entusiasmerà per la vita apostolica: questa vita in comune tra persone che si aiutano a credere, per dare testimonianza di Gesù in faccia al mondo, e che esperimentano gli uni per gli altri la stessa preoccupazione apostolica che hanno verso l’umanità. È qualcosa ben distinta dalla “équipe” o comunità funzionale che cerca una maggiore efficienza nel lavoro; o della “équipe” o comunità “giubbotto salvagente” per cuori solitari.

«Così la Chiesa nascente non ha abbandonato come sorpassata «la vita apostolica», per conservare soltanto il «ministero apostolico», non ha voluto separare quello che il Signore aveva unito.

Essa ha dunque considerato questo tipo di esistenza come appartenente intrinsecamente al ministero; essa l’ha stimato tanto più indispensabile in quanto, dopo l’ascensione di Gesù al Padre, la predicazione della fede aveva grande bisogno di essere confermata da quella eloquente maniera di vivere, prova evidente che quel Gesù che era morto era proprio in vita (At 25,19).

Ecco perché, recensendo nelle sue Scritture questa esistenza apostolica prepasquale, ha ritenuto di perpetuarne la possibilità: quella di una “sequela Christi” senza glosse. Altrimenti gli Evangeli non ne avrebbero forse perlato, nella scelta che essi dovevano operare (Gv 20, 30-31)»2.

Seguendo questa ottica evangelica, il Concilio Vat. II, nel capitolo V della LG, nel numero 42, propone ad ogni cristiano la sequela di Cristo come prospettiva essenziale della sua vita cristiana; e quando si dirige ai Religiosi, nel Capitolo VI della LG e nel PC, ai Presbiteri nel PO e ai Missionari nell’AG, numeri 23-24, li presenta tutti, anche se con tonalità distinte, come coloro che, per dono divino e sotto l’azione dello spirito Santo, accettato la chiamata del Signore Gesù a seguirLo il più da vicino possibile non solo di forma affettiva, ma anche effettiva, come gli Apostoli.

La storia della Chiesa dalla prima comunità di Gerusalemme descritta negli Atti degli Apostoli fino ai nostri giorni, mostra continuamente come lo stile di vita apostolica è stato e continua ad essere un’aspirazione della vita cristiana.

Inserito in questa tradizione, Daniele Comboni nelle Regole del 1871, quando nel Capitolo I descrive la natura e la finalità dell’Istituto, unisce indissolubilmente le due dimensioni caratteristiche del Gruppo Apostolico, cioè, il ministero apostolico e la vita apostolica; da questa unione nasce il «Cenacolo di Apostoli» comboniano:

«Lo scopo di questo Istituto […] è l’adempimento dell’ingiunzione fatta da Cristo ai suoi discepoli di predicare il Vangelo a tutte le genti: è la continuazione del Ministero Apostolico… Questo Istituto diventa perciò un piccolo Cenacolo di Apostoli per l’Africa, un punto luminoso che manda fino al centro della Nigrizia altrettanti raggi quanti sono i zelanti e virtuosi Missionari che escono dal suo seno: e questi raggi che splendono insieme e riscaldano, necessariamente rivelano la natura del Centro da cui emanano».

Comboni, per tanto, nel suo vissuto personale e nell’insieme dei suoi Scritti, si rifà in modo diretto al Vangelo e agli Apostoli quali fonti di ispirazione della sua consacrazione per la missione, e si richiama sovente alla storia della Chiesa e in special modo delle missioni, privilegiando l’esemplarità dei santi missionari, come san Francesco Saverio, san Pietro Claver, e anzitutto l’apostolo delle genti, san Paolo.

Questa è una indicazione molto interessante, perché ci permette di arrivare alle sorgenti del suo ideale di consacrazione missionaria. In pratica Comboni va a ritroso nella storia della Chiesa e della missione e trova l’ispirazione per la sua consacrazione nella Chiesa degli apostoli, e nello stesso Vangelo, di cui cita spesso i contenuti missionari. Per questo considerava i suoi missionari «uomini apostolici», le sue missionarie «donne del Vangelo», e insieme gli uni e le altre «operai evangelici». La sua consacrazione era quindi fondata sull’origine evangelica della missione e nella forma di vita di Gesù con gli Apostoli, ancorata a sua volta a un vivo senso della Chiesa. Inoltre, da una lettera al padre gesuita Boeteman si vede chiaramente come Comboni era in forte sintonia con il contenuto della consacrazione religiosa (S 5984), che da sempre nella storia della spiritualità era indicata come un secondo martirio. E quando parla del martirio nella vita del missionario, include prima di tutto questo martirio che si vive nella vita quotidiana (S 6382).

Con questo modo di procedere, Comboni in pratica si riallaccia alle origini della vita religiosa, cioè al Votum religionis3, che consiste in un unico voto radicale; sappiamo infatti dalla storia che i voti, in quanto tali, sorsero molto tardi (sec. XIII).

Il Votum religionis non esprimeva un vincolo d’obbligo, ma l’aspirazione, la volontà di vivere una radicale donazione di sé direttamente a Dio (= consacrazione). Il segnale di questa donazione è dato nel quotidiano della vita, adottando un peculiare modo di esistenza che manifesta l’amore assoluto verso Dio nel servizio ai membri della Chiesa e l’intero genere umano (= missione). Si tratta di un voto unico e inglobante, che si esprime in un determinato stile di vita che radicalizza l’esperienza cristiana comune a tutti i battezzati, sottolineando singoli aspetti importanti del Vangelo, come la vita di verginità, povertà e obbedienza, il servizio dei malati, l’evangelizzazione, ecc.

Da principio erano cristiani di tutte le classi sociali che assumevano il Votum religionis; poi vennero i primi anacoreti dell’Egitto e i cenobiti d’Oriente e d’Occidente.

In quest’ottica, l’evento della consacrazione in quanto separazione racchiude contemporaneamente quello di missione nel mondo in nome di Dio. Essere consacrati significa essere segregati dal mondo per essere inviati al mondo in modo più profondo con una missione specifica, secondo un particolare carisma.

La Regola di Vita, volendo essere fedele al Vangelo e all’ispirazione originaria di Daniele Comboni, sottolinea che la comunità è segno visibile dell’umanità nuova nata dallo Spirito e diventa annuncio concreto di Cristo, affinché il mondo creda (RV 36; Gv 17, 23.25).

In effetti, la comunità è segno che il Signore possiede una forza di attrazione, è Parola vittoriosa; rivela che la comunità apostolica e la Chiesa che nasce attorno ad essa, lungi dallo spiegarsi per ragioni umane, alla maniera di tutte le società civili, è semplicemente la convergenza di coloro che seguono una persona, il Signore Gesù.

Da allora, ogni membro della comunità può contemplare nel suo fratello la potenza della Parola obbedita, la seduzione dell’Amore accolto, l’efficacia della voce che ha pronunciato i cinque imperativi: «Va’, vendi, dà, vieni, seguimi» (cfr. Mc 10, 21). Ognuno diviene per l’atro un miracolo di conversione: il trionfo della grazia, una prima manifestazione del Regno, in somma un segno.

Per tanto, tutti assieme, cioè vivendo come gli Apostoli con Gesù, saranno « segno visibile dell’umanità nuova nata dallo Spirito» e «annuncio concreto di Cristo: “siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che Tu mi hai mandato”» (RV 36).

15.3. Il gruppo degli Apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme

Il Cenacolo rappresenta il vertice dell’esperienza dei Dodici come gruppo che vive in compagnia con Gesù ed è da Lui inviato al mondo; infatti esso ci ricorda:

15.3.1. Il Cenacolo della “cena”

È il Cenacolo dove Gesù celebra con i suoi la nuova Pasqua e lascia loro il comandamento:  Amatevi gli uni gli altri, come Io ho amato voi; da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: Gv 13, 34 35.

Così il Cenacolo dà compimento alla preghiera di Cristo “che tutti siano una cosa sola”; é segno visibile dell’umanità nuova nata dallo Spirito e divenuta annuncio concreto di Cristo: “Siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che Tu mi hai mandato”: RV 36; AC ’91, 30.1.

Per motivare i discepoli a tendere verso questa perfezione, Gesù, nell’intimità del “Cenacolo”, rivela ai suoi lo stile di amare di Dio e indica loro il cammino per imparare ad amare con il suo Cuore divino, cioè fino alla fine: un amore-servizio senza frontiere, che comincia da quelli che non contano agli occhi del mondo: Gv 13, 1-20; VC 75.

Gesù vincola strettamente il futuro della comunità dei suoi discepoli al servizio di Dio e dell’uomo, servendo il disegno di Dio sugli uomini (VC 73).

Il Cenacolo della “Cena” ricorda anche e celebra i tre anni d’esperienza comunitaria dei Dodici con Gesù nelle sue luci ed ombre, con i momenti di virtù e debolezza, di amicizia e tradimento, di entusiasmo e stanchezza. Sono stati belli ma anche difficili. Non è stato facile formare la comunità Apostolica e la meta ancora non è stata raggiunta. Precisamente nell’Ultima Cena Gesù preannuncia a Pietro: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede” (Lc 22, 31).

Gesù sa che la fede è ancora debole nella sua comunità fino al punto che lo stesso Pietro, che aveva riconosciuto Gesù come Figlio di Dio (Mt 16, 16-19), nega la sua fede e mette in totale pericolo la comunità che fu costruita su di lui: “Non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi” (Lc 22, 34). Questo fatto indica quanto era fragile la comunità del Regno!

Gli stessi discepoli sono coscienti che la loro fede e il loro rapporto con Gesù sono fragili. Così si spiega il fatto che quando Gesù rivela la presenza di un traditore, ciascuno dubita degli altri, giacché tutti sono consapevoli che ognuno di loro potrebbe essere il traditore, perciò “essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò” (Lc 22, 23).

Il momento estremo di fragilità lo descrive Marco, con molta amarezza, quando Gesù fu arrestato dai Giudei: “Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono” (Mc 14, 50).

Tuttavia Gesù non si abbandona all’amarezza, ma consacra nell’Eucaristia le debolezze dei suoi discepoli, prega e dà loro alcuni consigli, perché vivano ogni giorno la novità della vita del Cenacolo (cf Lc 6, 12-38; Gv 15, 1-17).

15.3.2. Il Cenacolo della “Risurrezione”

È il Cenacolo dove Gesù appare agli Apostoli, effonde su di essi lo Spirito Santo e li invia in missione: Gv 20, 19-23.

La comunità di Gesù con i Dodici rinasce dalla Risurrezione di Gesù e dalla presenza del suo Spirito effuso su di essi. Infatti, l’esperienza di Gesù Risorto risuscita la comunità pre-pasquale. Ogni episodio di apparizione del Risorto é, nello stesso tempo, un avvenimento di rigenerazione comunitaria. Il Signore Gesù vuol far risuscitare con Lui la comunità fragile e dispersa dei suoi discepoli:

  • L’apparizione di Gesù a Pietro (Lc 24, 33-34) segna l’inizio di un processo di ricreazione della comunità.

  • L’apparizione alle donne dice chiaramente un immediato riferimento alla comunità degli Apostoli (Lc 24, 9; Mc 16, 7-10).

  • Le apparizioni ai Dodici restaurano la comunità dispersa e trasformano l’incredulità in fede (Mc 16, 14). Le apparizioni del Signore non favoriscono stati di mistica individualista, ma fanno nascere un movimento di riconcentrazione comunitaria.

La comunità congregata da Gesù Risorto é immersa e posseduta dallo Spirito Santo e diviene una comunità nello Spirito di Gesù Risorto.

La Missione nasce, quando la comunità é piena dello Spirito del Signore Risorto, che è l’unico che può attrarre e affascinare le persone ed i popoli.

Così il Cenacolo-comunità, arricchito dai doni e dai ministeri dei suoi membri, trova nel Signore Gesù e nella Missione da Lui ricevuta la ragione della sua esistenza.

15.3.3. Il Cenacolo della “Pentecoste”

È il Cenacolo dove gli Apostoli preparano il loro cammino missionario, incontrandosi con il Signore Gesù, il quale li conferma nella Missione ricevuta, che nasce e si sostiene per mezzo dell’azione dello Spirito Santo.

Gli Apostoli passano nel Cenacolo “40 giorni” (= un tempo di prova e di maturazione), incontrandosi con il Signore Gesù che, con le sue apparizioni, dà loro la conferma che vive e continua ad istruirli sul Regno di Dio; passano “40 giorni”, cioè, un periodo di convivenza con il Signore Gesù, intima e totale, che esprime la sintonia di affetti, di emozioni e di desideri tra Gesù e i suoi Apostoli.

Gli Apostoli, riuniti con i discepoli e con Maria, cominciano la loro avventura missionaria dal sepolcro vuoto: provati dal fallimento, dai dubbi, dalla paura, da false aspettative, ma nello stesso tempo guidati dalla presenza materna della Madre di Gesù e consolati dall’intimità con il Signore Risorto: At 1, 1-8.

Il vertice di quest’esperienza é il “giorno di pentecoste”: At 2, 1-4.

La sala superiore, dove gli Apostoli avevano celebrato la Pasqua con Gesù, rappresenta il nuovo Monte Sinai. La comunità è come la montagna, un luogo ben piantato nella terra ma nello stesso tempo alto e vicino al cielo, dove si manifesta la presenza di Dio. La descrizione simbolica del vento impetuoso e del fuoco, ci ricorda la presenza dello stesso eterno Dio, che fa una Nuova Alleanza e ci dà una nuova Legge, la Legge dell’Amore, che si scrive non più su tavole e cuori di pietra ma su cuori di carne, cioè raggiunti dal Mistero dell’Amore del Cuore Trafitto di Gesù; ed é lo Spirito del Signore che scrive ed imprime questa Legge come era già stato promesso (Ger 31, 31-34 e Ez 37, 14). Questa Legge dello Spirito di Libertà è universale, per tutti gli esseri umani.

Quando la comunità è concentrata sul Signore Gesù per mezzo del suo Spirito, allora il dinamismo di questo Spirito si effonde su di essa e si sente spinta a cominciare la proclamazione della Buona Notizia a tutta la creazione (Mc 16, 15).

Così il Cenacolo – comunità, facendo ricordare che gli Apostoli uscirono dal Cenacolo solo dopo Pentecoste, dà ai missionari la coscienza che anzitutto sono discepoli di Gesù Risorto e cooperatori dello Spirito Santo; che sono chiamati a vivere il tipo di unione fraterna e di condivisione che esisteva tra gli Apostoli ed inoltre che devono vivere e lavorare in comunità, mai isolatamente.

Il Cenacolo della Pentecoste si prolunga nella prima comunità cristiana, in cui i discepoli di Gesù avevano un cuor solo ed un’anima sola: At 2, 42-48: 4, 32-35.

15.3.4. Il cenacolo apostolico ci interpella

Il Capitolo ’97, in continuità con gli ultimi Capitoli, ripropone all’Istituto di vivere con più intensità la dinamica del Cenacolo-comunità, rifacendosi all’ispirazione di san Daniele Comboni: AC ’97, 19; 27-30; cf DC 1975, “La vita comunitaria nell’Istituto Comboniano”, pp. 47-66; AC ’85, 22-30; AC ’91, 28-33.

Dio ci con-voca alla vita di “Cenacolo di Apostoli” per mezzo dell’ispirazione di Daniele Comboni, che pensò il suo Istituto come “un nuovo piccolo Cenacolo di Apostoli”: cf Regole ’71, Cap I (S 2647-2648).

Per questo nel Capitolo ’75 i capitolari si dicono “convinti che la convivenza fraterna é un elemento connaturale e necessario del nostro carisma missionario”.(DC ’75, Vita comunitaria nell’Ist. Comb., nº 96, p. 49).

Vivere la dinamica del Cenacolo-comunità significa che ogni missionario comboniano si impegna a rispondere alla chiamata a dar vita ad una piccola comunità, che non sia soltanto centro di attività ma anche “Cenacolo”, cioè famiglia, che irradia calore e luce, che sia servizio di animazione e testimonianza con la vita e la parola all’interno del gruppo, inviato a evangelizzare…

A volte ci limitiamo a condividere tra noi la presenza fisica; più spesso condividiamo idee e progetti … ; ma é possibile esporre idee sulla salvezza portata da Gesù Cristo e intraprendere progetti ambiziosi di evangelizzazione e promozione umana senza che la presenza di Gesù sia irradiata chiaramente dalla nostra persona e dalla nostra comunità sulle persone e comunità a cui siamo inviati come missionari.

Quando nella comunità prevale un clima da “fabbrica” e la ricerca affannosa dell’efficienza e del protagonismo personale o di gruppo, la crescita continua e il rinnovamento delle persone trovano gravi ostacoli, che pesano poi negativamente sull’edificazione della Chiesa come “Famiglia di Dio” e sul nostro camminare con la gente.

Per essere “Cenacolo di Apostoli”, cioè segno di Cristo e del suo Regno e quindi Buona Notizia per il mondo, è indispensabile che la gente che ci circonda possa vedere ciò che Gesù sta facendo in ciascuno di noi, come il nostro “stare con Gesù” si trasforma in una vita di servizio e di donazione silenziosa, lontana da ogni genere di potere e di ricerca di successo umano: AC ’97, 23; 27.

Dare testimonianza non è fare propaganda o causare impatto. È fare mistero. È vivere in modo tale che la vita sia inspiegabile se non esiste Dio” (Card. Suhard).

Evangelizzare come “Cenacolo di Apostoli” significa che un gruppo di comboniani parla agli altri di ciò che significa Gesù Cristo nella loro vita; significa che un gruppo di missionari si lascia vivere da Gesù e vive Gesù, contemplando in modo particolare il Mistero del suo Cuore Trafitto, che dà la vita per le persone più abbandonate, divenendo così segno di questo stesso Cuore in favore dei più dimenticati ed oppressi. Questo gruppo con il suo modo di vivere, di parlare e di agire proclama il Dio della vita che lo ha inviato e diviene una “benedizione”, un dire bene di Gesù Cristo con lo stile di vita e l’azione: AC ’97, 29; cf AC ’91, 13.1a; 13.2.

Allora il Cenacolo-comunità è già una Buona Notizia per tutta la gente: è segno della presenza di Cristo Salvatore e del suo Regno; è segno che è in atto l’edificazione della Chiesa come “Famiglia di Dio”, che sta crescendo la nuova umanità nata dallo Spirito; è un invito alla gente di venire e vedere: Gv 1, 14.38-39; 1Gv 1, 1-4; AC ’97, 27-30; cf AC ’91, 30.1.

Il Cenacolo-comunità trova nella Missione la ragione della sua esistenza; infatti ciò che unisce i suoi membri è:

  • la passione per Gesù Cristo, il Crocifisso-Risorto, contemplato attraverso il Mistero del suo Cuore, che “dona la sua vita per le pecore più abbandonate”, perché diventino soggetti e protagonisti della propria storia e della salvezza già avvenuta;

  • la donazione incondizionata per il Regno e per la Chiesa: quello che Cristo ha già operato sul Golgota, ora è necessario che la Chiesa lo manifesti;

  • il coinvolgimento di tutta la Chiesa nell’impegno missionario: AC ’91, 13; 13.1; 30; 30.1.

Per cogliere il significato che ha per noi il Cenacolo-comunità, dobbiamo mettere in relazione questa Icona evangelica con l’illuminazione, in cui Comboni è stato afferrato dall’amore e dal dinamismo del Cuore di Cristo per gli ultimi e che è stata da lui incarnata nel Piano per la rigenerazione dell’Africa.

Il Cenacolo-comunità che Comboni propone come forma di vita per i suoi missionari é un passo concreto, una realizzazione in atto o una parabola in atto nel processo di rigenerazione delle situazioni “Nigrizia”. Noi nasciamo alla vita di “Cenacolo di Apostoli”, quando quella illuminazione che folgorò nella mente del Comboni, arriva nella nostra mente e discende nel nostro cuore così che cominciamo a identificarci con essa:

Dall’alto   vera esperienza carismatica   gli giunge l’illuminazione di Colui che guida la storia: Dio attraverso il suo Figlio incarnato, morto e risorto, ascolta il grido del povero ed entra con tutto il suo essere nella storia e nel dolore degli ultimi. Si sente spinto ad assumere questa stessa storia e questo dolore diventandone parte e facendo “causa comune”, anche con il rischio della vita”: AC ’91, 6.1; cf 6; 6.1-6; AC ’97, 15-30.

Questa illuminazione, destinata a incarnarsi nella nostra vita, ci genera alla vita comunitaria, ci riunisce in un “piccolo nuovo Cenacolo di Apostoli” (RV 36), centro d’irradiazione missionaria, mentre si va compiendo in noi stessi la Buona Notizia che annunciamo: AC ’91, 6.4; RV 58.

Accogliendo il dono della vita comunitaria, diveniamo testimoni e artefici di quel “progetto di comunione” che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio (RPU 24; GS 19; EAf 63).

Questo tipo di comunità si sviluppa per mezzo del dinamismo dell’interazione tra vita comunitaria e attività missionaria, che si effettuano in due fasi:

  1. una di preparazione da parte di ogni membro della comunità; preparazione che include la preghiera, lo studio, la riflessione; quest’attività personale si approfondisce e si conclude con la condivisione, nella quale i membri della comunità “convergono” per raccogliere e integrare gli apporti di ognuno in un unico programma di vita e di azione;

  2. la seconda di azione, nella quale ogni membro della comunità svolge il suo compito in un settore specifico dentro e all’esterno, sempre a servizio e a partire dalla comunità, secondo le esigenze concrete dell’attività Apostolica.

Preparazione e azione hanno un gran momento di incontro nella Celebrazione eucaristica (quotidiana, settimanale…) intesa e vissuta non come semplice celebrazione rituale, ma come punto di arrivo e di partenza della comunità in cammino salvifico nella storia.

15. 4. La prima comunità di Gerusalemme: RV 50; 164

La comunità ideale che il Gesù storico ideò, si cristallizzò, dopo l’esperienza della Pasqua, nel modello della comunità degli Atti degli Apostoli. Secondo il modello di questa comunità prototipa si instaurarono, durante la storia della Chiesa, le comunità religiose missionarie.

Questa comunità era caratterizzata da quattro elementi, ciascuno dei quali apportava il suo contributo al bene comune, così che la sua armonia e la sua testimonianza nascevano dalla condivisone di quei quattro elementi, cioè dall’ insegnamento apostolico (didaké), dalle nuove relazioni che si stabiliscono tra credenti (= koinonía= comunione fraterna) e dalla conseguente solidarietà nell’uso dei beni, dalla celebrazione eucaristica e dalla preghiera.

«42 Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. 43Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, 47lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,42- 47; 4, 32-35).

In questi versetti, l’autore traccia un quadro ideale della comunità: insegnamento apostolico (didaké), relazioni nuove che si stabiliscono tra credenti (= koinonía= comunione fraterna) e solidarietà nell’uso dei beni, celebrazione eucaristica e preghiere.

15.4.1. L’insegnamento degli Apostoli

L’insegnamento rappresenta il contributo degli Apostoli alla comunità. In essa ciascuno dà ciò che possiede. Gli Apostoli possiedono l’esperienza con Gesù e danno appunto questa esperienza come contributo al bene comune. Essi sono stati con Gesù per tre anni, dal Battesimo di Giovanni fino all’Ascensione, hanno ascoltato l’insegnamento di Gesù, hanno visto i suoi miracoli, hanno esperimentato i suoi sentimenti. Nell’Ultima Cena Giovanni ha posato il suo capo sul petto di Gesù. Per tanto, per essi niente era più facile che narrare tutto questo – tanto più che avevano ricevuto il mandato dallo stesso Gesù – per approfondire la conoscenza che i cristiani hanno di Gesù, che era necessariamente povera e sommaria, giacché consisteva solo nell’ascolto del Kerigma.

La Regola di Vita propone questi elementi sotto l’aspetto di:

  • comunione con il Papa: 9.1;

  • comunione con l’autorità ecclesiastica: 111.3; 12.1; 65; 65.1

  • seguendo l’esempio di sa Daniele Comboni: 9.

15.4.2. La Koinonia (comunione fraterna)

La parola “Koinonia” esprime il contributo che danno i cristiani alla comunità. Essa significa “comunione”. Con chi i cristiani sono in comunione? Anzitutto con la persona degli Apostoli, alla quale sono legati per l’importanza che essa ha nella Storia della Salvezza. È a essi, infatti, che Gesù ha parlato, e ad essi ha affidato la diffusione del suo messaggio. Da qui nasce il naturale amore e rispetto alla loro persona. Inoltre i cristiani sono in comunione con gli Apostoli con l’accettazione del loro insegnamento e con la manifestazione della gratitudine verso di essi per un dono così importante, qual è la conoscenza del Signore Gesù.

C’è ancora la comunione dei cristiani tra di essi; è una comunione di persone, cioè di intelligenze e di cuore, che pensano e amano le stesse cose, praticamente la persona di Gesù, conosciuta per mezzo del Apostoli, tanto che nel libro degli atti si legge: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola» (4,32).

La comunione fraterna sfocia nella comunione dei beni, così che «44Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2, 44-45).

La Regola di Vita propone questo elemento sotto l’aspetto di:

  • comunione fraterna: 1.3; 18; 23; 27; 33; 36; 36.3; 41.1-2; 42.5; 88.2; 84; 90.2; 111; 145;

  • animazione della comunità tra le Chiese locali: 17; 72; 72.3;

  • sui passi del Fondatore: 72;

  • promozione del dialogo ecumenico: 67;

  • comunione con tutti gli uomini: 51; 59.1; 60;

  • comunione con la Chiesa universale: 47.1; 48; 48.2; 65; 65.1; 66; 66.1; 67;

  • comunione con le Chiese locali: 17-18; 45.1; 65; 66; 67; 71.1; 72.3; 73;

  • condivisione dei beni: 162; 164; 30.2; 68.1; 73.1; 164.4;

  • distacco dai beni: 27-32.

15.4.3. La frazione del pane

È il contributo di Cristo alla comunità, senza dubbio il più importante, per il fatto che la Chiesa è fondata intorno a Lui e, per tanto, Egli vuole vivere in mezzo ai suoi. L’Eucaristia è l’atto centrale della comunione, quello nel quale tutti si incontrano. È essa che fa la Chiesa, perché la Chiesa è riunita intorno a Cristo e Cristo è presente nell’Eucaristia.

La Regola di Vita ci propone questo elemento come:

  • comunione personale con il Signore e tra di noi: 1.3; 21; 21.1; 33; 36; 41.1; 42.5; 46; 51; 61; 90.2; 92.3; 111; 145.

  • che trova la sua più profonda espressione nelle celebrazioni liturgiche: 51; soprattutto nell’Eucaristia: 53;

  • questa comunione personale con il Signore si traduce in legami di fraternità, che trova il suo entro e il suo culmine nella celebrazione eucaristica: 53.

15.4.4. Le preghiere

È l’ultimo elemento della comunità che ci segnala il Libro degli Atti. Ed è comprensibile. Dove c’è Cristo presente, la preghiera non può non scaturire spontanea. La Chiesa delle origini è un Chiesa in preghiera, “con Maria, la madre di Gesù” (At 1,14).

La Regola di Vita descrive la preghiera comunitaria comboniana “sull’esempio della prima comunità cristiana che era unita cuore e anima in continua orazione”: 50.

Anche la comunità comboniana deve essere una comunità orante: 46; 50; 51.1,

con diversità di forme di preghiera: 50.

Ecco gli elementi che formano la comunione nella Chiesa delle origini e che si realizzano nella comunità di Gerusalemme. C’è in essa una unione di intelligenze e di cuori che impressiona i pagani e che li spinge a domandarsi chi sono quegli uomini e donne tanto diversi da loro. È la testimonianza che attira nuovi discepoli alla nuova fede.

Questi sono gli elementi che formano la comunità e nella quale si realizza la comunione. Ogni comunità ha una fisonomia propria, nella quale questi elementi assumono il loro segno caratteristico.

15.4.5. Simpatia di fronte al popolo

Alla luce degli Atti degli Apostoli si può introdurre un altro elemento costitutivo e criterio di identità della comunità, cioè, la simpatia di fronte al popolo. C’è nella comunità di Gerusalemme una comunione di intelligenze e di cuori che impressiona quelli di fuori e che li porta a domandarsi chi siano quegli uomini e donne così diversi da essi. Si tratta della testimonianza e della simpatia di fronte al popolo, che attraggono nuovi discepoli alla nuova fede; è una conseguenza normale della natura universale del messaggio evangelico e, perciò, uno dei criteri per conoscere se uno appartiene alla cattolicità.

Questa simpatia di fronte al popolo è una delle costanti dell’avventura della Chiesa primitiva: At 2,47; 4, 21;.33.; 15,13.

Questo fatto o grazia può intendersi come la forza di Dio che accompagna il ministero degli apostoli con segni e prodigi: At 3,12; 4,30; 6,8; 11,23; 14,26; 15,40.

Ma può significare anche che nello sforzo per creare una vera fraternità intorno a Gesù, i credenti stavano molto attenti di non divenire un ghetto e conservare quindi una disponibilità all’incontro sereno e rispettoso con gli altri così che una opinione pubblica non ostile permettesse che fosse meglio accolta la loro testimonianza. È proprio questo ciò che raccomanda san Pietro ai cristiani dispersi e marginati: 1Pt 3,15-16.

Nella Regola di Vita questo elemento è presentato come:

a) caratteristica comunitaria:

  • ogni comunità comboniana deve essere un centro di animazione e spiritualità missionaria: 75;

  • deve essere una comunità che partecipa alla vita della gente: 45; 45.1-2;

  • che assume il dialogo come norma di attività evangelizzatrice: 57; 67;

  • che coopera con la Chiesa locale: 17; 65; 65.1;

b) attitudine personale di:

  • cammino di esperienza di accettazione di altre culture:18; 18.1; 57; 69; 69.1; 90.2; 97.1;

  • apertura ai diversi movimenti che lo Spirito suscita nella Chiesa … sempre che non entrino in conflitto con i fini della Congregazione e dell’impegno comunitario: 84.3;

  • apertura verso tutti a partire dalla vita di castità: 25.2;

  • apertura verso il mondo, la Chiesa, l’Istituto: 16; 17; 18; 43; 84.3;

  • attenzione alle diverse espressioni della religiosità popolare: 69.3; 57.1.

Per questo il missionario:

  • prega con la gente: 48.3;

  • aiuta il popolo a cercare nell’incontro con Dio il significato cristiano degli avvenimenti: 48.4;

  • riconosce la presenza dello Spirito del Signore nelle forme di religiosità popolare, che aiuta a esprimere in modo più biblico ed ecclesiale: 48.5;

  • stima la preghiera dei non-cristiani: 48.6.

15.4.6. Insidie contro la vita della comunità di Gerusalemme: vivere l’esperienza cristiana con riserve mentali e con mentalità individualistica

La presentazione ideale della vita della Comunità di Gerusalemme è perturbata da un caso tragico, in cui appaiono dei virus che attaccano la comunione fraterna. Si tratta della frode di Anania e Saffira (At 5,1-11): l’individualismo e l’amore del denaro spinge i due a voler ingannare gli Apostoli e, attraverso gli Apostoli, lo Spirito Santo, presente in mezzo ai fratelli, non accettando la legge della piena comunione che comporta condivisione di cuori, di beni e di vita. Le persone che prendono questi due veleni vengono ridotte in autentici cadaveri nella comunità; muoiono alla comunione per auto-asfissia, per auto-emarginazione. Alla fine alla comunità non resta che riconoscerne la perdita.

Vivere l’esperienza cristiana con riserve mentali e con mentalità individualistica (l’esclusività degli affetti porta a quella dei beni), conduce la comunità al fallimento. La comunione dello Spirito Santo (2Cor 13, 13) ha ricevuto una ferita forse irreparabile. Gli Atti non parlano più della comunità, dopo quel caso. Paolo si fa promotore delle collette in favore dei poveri di Gerusalemme, di una condivisione dei beni che lascia intatto sostanzialmente il sistema di vita che da sempre conosce ricchi e poveri (cf 2Cor 8, 1-15).

La Regola di Vita mette come sfondo del servizio missionario la vita comunitaria, che corrisponde all’ispirazione originaria del Fondatore e che è segno visibile della nuova umanità nata dallo Spirito (RV 36; 10.3), della cattolicità della Chiesa (RV 18) e che si fa annuncio concreto di Cristo (RV 36).

Nello stesso tempo chiama l’attenzione contro un’esperienza missionaria vissuta con spirito individualista, stigmatizzando l’individualismo nell’interno della comunità (RV 38.6 e 107.1) e nell’attività apostolica (RV 66.2).

In effetti, questo elemento disgregatore della vita comunitaria nello Spirito del Signore, continua ad affiorare nella vita ecclesiale e religiosa fin dalle origini del cristianesimo.

15.5. Il Cenacolo-comunità ci interpella

Il Capitolo ’97, in continuità con gli ultimi Capitoli, ripropone all’Istituto di vivere con più intensità la dinamica del Cenacolo-comunità, rifacendosi all’ispirazione di san Daniele Comboni: AC ’97, 19; 27-30; cf DC 1975, “La vita comunitaria nell’Istituto Comboniano”, pp. 47-66; AC ’85, 22-30; AC ’91, 28-33.

Dio ci con-voca alla vita di “Cenacolo di Apostoli” per mezzo dell’ispirazione di Daniele Comboni, che pensò il suo Istituto come “un nuovo piccolo Cenacolo di Apostoli”: cf Regole ’71, Cap I (S 2647-2648).

Per questo nel Capitolo ’75 i capitolari si dicono “convinti che la convivenza fraterna é un elemento connaturale e necessario del nostro carisma missionario”.(DC ’75, Vita comunitaria nell’Ist. Comb., nº 96, p. 49).

Vivere la dinamica del Cenacolo-comunità significa che ogni missionario comboniano si impegna a rispondere alla chiamata a dar vita ad una piccola comunità, che non sia soltanto centro di attività ma anche “Cenacolo”, cioè famiglia, che irradia calore e luce, che sia servizio di animazione e testimonianza con la vita e la parola all’interno del gruppo, inviato a evangelizzare…

A volte ci limitiamo a condividere tra noi la presenza fisica; più spesso condividiamo idee e progetti … ; ma é possibile esporre idee sulla salvezza portata da Gesù Cristo e intraprendere progetti ambiziosi di evangelizzazione e promozione umana senza che la presenza di Gesù sia irradiata chiaramente dalla nostra persona e dalla nostra comunità sulle persone e comunità a cui siamo inviati come missionari.

Quando nella comunità prevale un clima da “fabbrica” e la ricerca affannosa dell’efficienza e del protagonismo personale o di gruppo, la crescita continua e il rinnovamento delle persone trovano gravi ostacoli, che pesano poi negativamente sull’edificazione della Chiesa come “Famiglia di Dio” e sul nostro camminare con la gente.

Per essere “Cenacolo di Apostoli”, cioè segno di Cristo e del suo Regno e quindi Buona Notizia per il mondo, è indispensabile che la gente che ci circonda possa vedere ciò che Gesù sta facendo in ciascuno di noi, come il nostro “stare con Gesù” si trasforma in una vita di servizio e di donazione silenziosa, lontana da ogni genere di potere e di ricerca di successo umano: AC ’97, 23; 27.

Dare testimonianza non è fare propaganda o causare impatto. È fare mistero. È vivere in modo tale che la vita sia inspiegabile se non esiste Dio” (Card. Suhard).

Evangelizzare come “Cenacolo di Apostoli” significa che un gruppo di comboniani parla agli altri di ciò che significa Gesù Cristo nella loro vita; significa che un gruppo di missionari si lascia vivere da Gesù e vive Gesù, contemplando in modo particolare il Mistero del suo Cuore Trafitto, che dà la vita per le persone più abbandonate, divenendo così segno di questo stesso Cuore in favore dei più dimenticati ed oppressi. Questo gruppo con il suo modo di vivere, di parlare e di agire proclama il Dio della vita che lo ha inviato e diviene una “benedizione”, un dire bene di Gesù Cristo con lo stile di vita e l’azione: AC ’97, 29; cf AC ’91, 13.1a; 13.2.

Allora il Cenacolo-comunità è già una Buona Notizia per tutta la gente: è segno della presenza di Cristo Salvatore e del suo Regno; è segno che è in atto l’edificazione della Chiesa come “Famiglia di Dio”, che sta crescendo la nuova umanità nata dallo Spirito; è un invito alla gente di venire e vedere: Gv 1, 14.38-39; 1Gv 1, 1-4; AC ’97, 27-30; cf AC ’91, 30.1.

Il Cenacolo-comunità trova nella Missione la ragione della sua esistenza; infatti ciò che unisce i suoi membri è:

– la passione per Gesù Cristo, il Crocifisso-Risorto, contemplato attraverso il Mistero del suo Cuore, che “dona la sua vita per le pecore più abbandonate”, perché diventino soggetti e protagonisti della propria storia e della salvezza già avvenuta;

– la donazione incondizionata per il Regno e per la Chiesa: quello che Cristo ha già operato sul Golgota, ora è necessario che la Chiesa lo manifesti;

– il coinvolgimento di tutta la Chiesa nell’impegno missionario: AC ’91, 13; 13.1; 30; 30.1.

Per cogliere il significato che ha per noi il Cenacolo-comunità, dobbiamo mettere in relazione questa Icona evangelica con l’illuminazione, in cui Comboni è stato afferrato dall’amore e dal dinamismo del Cuore di Cristo per gli ultimi e che è stata da lui incarnata nel Piano per la rigenerazione dell’Africa.

Il Cenacolo-comunità che Comboni propone come forma di vita per i suoi missionari é un passo concreto, una realizzazione in atto o una parabola in atto nel processo di rigenerazione delle situazioni “Nigrizia”. Noi nasciamo alla vita di “Cenacolo di Apostoli”, quando quella illuminazione che folgorò nella mente del Comboni, arriva nella nostra mente e discende nel nostro cuore così che cominciamo a identificarci con essa:

Dall’alto   vera esperienza carismatica   gli giunge l’illuminazione di Colui che guida la storia: Dio attraverso il suo Figlio incarnato, morto e risorto, ascolta il grido del povero ed entra con tutto il suo essere nella storia e nel dolore degli ultimi. Si sente spinto ad assumere questa stessa storia e questo dolore diventandone parte e facendo “causa comune”, anche con il rischio della vita”: AC ’91, 6.1; cf 6; 6.1-6; AC ’97, 15-30.

Questa illuminazione, destinata a incarnarsi nella nostra vita, ci genera alla vita comunitaria, ci riunisce in un “piccolo nuovo Cenacolo di Apostoli” (RV 36), centro d’irradiazione missionaria, mentre si va compiendo in noi stessi la Buona Notizia che annunciamo: AC ’91, 6.4; RV 58.

Accogliendo il dono della vita comunitaria, diveniamo testimoni e artefici di quel “progetto di comunione” che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio (RPU 24; GS 19; EAf 63).

Questo tipo di comunità si sviluppa per mezzo del dinamismo dell’interazione tra vita comunitaria e attività missionaria, che si effettuano in due fasi:

– una di preparazione da parte di ogni membro della comunità; preparazione che include la preghiera, lo studio, la riflessione; quest’attività personale si approfondisce e si conclude con la condivisione, nella quale i membri della comunità “convergono” per raccogliere e integrare gli apporti di ognuno in un unico programma di vita e di azione;

– la seconda di azione, nella quale ogni membro della comunità svolge il suo compito in un settore specifico dentro e all’esterno, sempre a servizio e a partire dalla comunità, secondo le esigenze concrete dell’attività Apostolica.

Preparazione e azione hanno un gran momento di incontro nella Celebrazione eucaristica (quotidiana, settimanale…) intesa e vissuta non come semplice celebrazione rituale, ma come punto di arrivo e di partenza della comunità in cammino salvifico nella storia.

Padre Carmelo Casile
Casavatore, Agosto 2013 / Dicembre 2019

1 Andrè Manaranche, Come gli Apostoli, Queriniana, p. 86s.

2 Andrè Manaranche, Come gli Apostoli, Queriniana, p. 120s.

3 – Cfr. A. Boni, Professione dei Consigli Evangelici e Vita in Comune. Problemi e prospettive, in Per una presenza viva dei Religiosi nella Chiesa e nel Mondo, ELLE DI CI, pp. 526-7.

Testo completo:

TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA

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Questa voce è stata pubblicata il 15/05/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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