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1960-2020: Africa – sessant’anni di indipendenza e di conflitti


RDCongo-Kasai

Il rumore delle armi: sessant’anni di conflitti in Africa
Camillo Casola
28 aprile 2020
https://www.ispionline.it

In sessant’anni di storia indipendente, dal 1960 a oggi, le dinamiche di conflitto in Africa subsahariana hanno attraversato mutamenti rilevanti. I livelli di conflittualità a sud del Sahara restano elevati: a mutare è la prevalenza di specifici trend di conflitto, in parte legati alla tipologia di attori (statali o non statali) coinvolti.

In generale, la storia post-coloniale del continente è stata definita da un numero tutto sommato contenuto di conflitti inter-statali, anche grazie al ruolo dell’Organizzazione dell’unità africana (OUA) e al peso della sua architettura normativa, che sottintendeva l’impegno degli stati membri a rispettare le frontiere ereditate dal colonialismo. Enormemente più diffusi, invece, sono stati i conflitti intra-statali, le guerre civili che hanno coinvolto stati e attori non statali (gruppi ribelli, movimenti secessionisti, warlords), contestatari a diverso titolo dell’ordine costituito, spesso in contesti di fragilità statuale.[1] Questo genere di conflitti tracciano ancora oggi i contorni dell’instabilità di diverse regioni africane. Secondo un rapporto del Peace Research Institute di Oslo, tra il 2013 e il 2018 si è assistito a un incremento costante nel numero di conflitti – state-basednon state-based – ed episodi di violenza nei confronti delle popolazioni civili in Africa. Si tratta in buona parte di guerre geograficamente circoscritte; e tuttavia, il peso dei conflitti regionali che oppongono attori statali a movimenti e gruppi armati trans-nazionali assume un’incidenza sempre maggiore in diverse aree del sub-continente, dal Sahel al Corno d’Africa.

Le indipendenze degli stati africani tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 sono state conseguite pacificamente nella gran parte dei casi, risultato di processi politici avviati (e indirizzati) dalla potenza coloniale (Francia o Gran Bretagna).[2] Con la dissoluzione formale degli imperi coloniali, spazi di contestazione dei processi di state-building in corso si aprirono inevitabilmente, in molti casi sotto forma di istanze di auto-determinazione avanzate da gruppi di potere locali, su cui non di rado si innestavano interessi collaterali di attori esterni. È il caso, ad esempio, del conflitto seguito al tentativo di secessione in Katanga, ricca regione mineraria nel sud del Congo, fondato su rivendicazioni di indipendenza che intersecavano gli interessi della grande industria estrattiva, o della sanguinosa guerra in Biafra, a sud-est della Nigeria, dove il sostegno di Francia e Costa d’Avorio ai ribelli contro il governo di Lagos era motivato dalla necessità di contenere l’influenza nigeriana nella macro-regione da parte di Parigi e dei suoi alleati.

Terreno di scontro tra il blocco sovietico e quello statunitense, l’Africa subsahariana ha fatto da teatro allo scoppio di conflitti per procura negli anni della Guerra fredda. La dottrina Truman, che imponeva alla potenza statunitense di bilanciare della presenza sovietica nei diversi teatri geopolitici globali per contenere l’espansione comunista, è stata all’origine di proxy wars in diverse aree del continente. Nella regione del Corno d’Africa, innanzitutto, dove la guerra tra l’Etiopia socialista di Mengistu Haile Mariam e la Somalia di Mohammed Siad Barre per il controllo dell’Ogaden fu occasione di scontro indiretto tra l’Unione Sovietica, alleata di Addis Abeba, e gli Stati Uniti, a supporto di Mogadiscio. In Angola e Mozambico, poi, alle guerre di decolonizzazione dal dominio portoghese combattute dai movimenti di liberazione locali hanno fatto seguito conflitti decennali tra gruppi armati appoggiati da Mosca e Washington, con il coinvolgimento di Cuba, Cina, Sudafrica.

Con la fine della contrapposizione globale russo-americana, l’interesse delle grandi potenze a sostenere politicamente e militarmente i regimi autoritari in Africa subsahariana veniva meno. Il disimpegno americano e sovietico dal continente e l’imposizione di condizionalità democratiche ai regimi francofoni in Africa centro-occidentale accelerarono il collasso di diversi stati, sulla spinta di insurrezioni armate. La destituzione di autocrati – Moussa Traoré in Mali, Menghistu in Etiopia, Siad Barre in Somalia, Mobutu Sese Seko in Zaire – e il crollo di regimi decennali posero le basi, in alcuni casi, per la creazione di nuovi regimi autoritari, favorendo, in altri, lo scoppio di guerre civili particolarmente cruente. In Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), la caduta di Mobutu e il vuoto di potere lasciato nel paese e nella regione inaugurò una stagione di grave instabilità, che avrebbe in ultima istanza prodotto veri e propri conflitti internazionali: la prima e la seconda guerra del Congo, passate alla storia come “guerre mondiali africane”, sono ricordate per l’ampiezza del coinvolgimento degli stati nella regione. Dalla fine degli anni ’90, nuove ragioni di tensione latente e di aperto conflitto tra stati sovrani sono emerse nel continente. Solo recentemente, l’accordo di Gedda ha sancito la pace tra Etiopia ed Eritrea: la guerra tra Asmara e Addis Abeba, esplosa nel 1998 per le rivendicazioni di sovranità su alcune aree di confine, si è protratta per due decenni sotto forma di schermaglie e tensioni latenti. In seguito all’indipendenza del Sud Sudan nel 2011, la guerra combattuta tra il Sudan e il neonato stato per l’affermazione del controllo sulla regione petrolifera di Abyei ha avuto ripercussioni umanitarie ed economiche profonde sia per Khartoum che per Juba.

In termini generali, se l’incidenza di guerre tra stati può dirsi limitata, i conflitti civili continuano a tracciare il solco dell’instabilità di molti stati africani, alimentando lacerazioni profonde: in questo senso, il ricordo degli eventi genocidari occorsi in Rwanda ventisei anni fa è ancora vivo nella memoria del continente. Le guerre civili che oppongono apparati statali più o meno legittimi e movimenti insurrezionali locali – l’insurrezione in nord Mali del 2012, i focolai di guerra nel sud e nell’ovest del Sudan, le ribellioni anglofone nell’ovest del Camerun – o i conflitti tra gruppi armati e milizie civili auto-organizzate – occorsi, ad esempio, in Centrafrica, tra milizie Séléka e Anti-balaka – sono interpretate ricorrendo al prisma etnico o religioso. Molto spesso, però, le ragioni di fondo che ne sono all’origine, e che intervengono aggravando tensioni preesistenti, attengono agli squilibri socio-economici tra aree regionali o alla diversa distribuzione di risorse e potere tra gruppi sociali. Erosione progressiva delle risorse e incremento delle pressioni demografiche su terre e fonti idriche alimentano inoltre scontri violenti tra gruppi di agricoltori stanziali e pastori semi-nomadi, e tra comunità pastorali in conflitto per le rotte di transumanza: si tratta di ragioni strutturali di conflittualità in molte aree del continente, che nulla hanno di nuovo e che tuttavia sono state aggravate negli ultimi decenni dall’incedere di processi di desertificazione nelle aree più colpite dal riscaldamento globale.

Negli ultimi vent’anni, infine, i conflitti tra stati e gruppi armati trans-nazionali di ispirazione salafita-jihadista hanno delineato un trend in forte ascesa. A partire dai primi anni 2000, l’Africa è stata pienamente integrata in un orizzonte di lotta globale al terrorismo islamico da parte degli Stati Uniti: la militarizzazione crescente dei territori africani lungo l’arco di crisi tracciato da Washington, dal Sahel al Corno d’Africa, ha fatto, in molti casi, da detonatore allo sviluppo di formazioni jihadiste, che hanno radicalizzato gruppi locali in funzione anti-occidentale oltre che in opposizione alle autorità statali. I conflitti tra stati e attori non-statali si sono articolati sotto forma di guerre irregolari, asimmetriche, combattute mediante il ricorso alle tecniche di guerriglia e all’uso del terrorismo suicida nei confronti di eserciti spesso drammaticamente impreparati ad affrontare la minaccia. La natura trans-nazionale delle rivendicazioni di tali gruppi si è sovrapposta alla regionalizzazione di conflitti tra stati e movimenti armati affiliati ad al-Qa’ida o allo Stato Islamico in Sahel, nel bacino del Lago Ciad, nel Corno d’Africa e in Africa centrale. Pur nel quadro di processi di regionalizzazione, tuttavia, le radici di questi “nuovi” conflitti affondano nelle rivendicazioni emerse in contesti locali, nutriti dall’ostilità verso governi corrotti e dagli abusi delle forze armate nazionali: l’attivismo di gruppi legati allo Stato Islamico nel nord del Mozambico, ad esempio, riflette le istanze di comunità locali marginalizzate ed escluse dai dividendi dello sfruttamento delle enormi risorse petrolifere nella regione.

Il conflitto, dunque, resta un parametro fondamentale di interpretazione delle relazioni intra-africane. Stabilità e prosperità in Africa passano inevitabilmente dalla capacità dei governi e delle istituzioni multilaterali di agire per limitare l’incidenza dei conflitti sugli equilibri politici, sociali, economici del continente. Silencing the guns, iniziativa adottata dall’Unione Africana nel 2013, guardava al 2020 come orizzonte temporale per realizzare il progetto di un’Africa libera da conflitti violenti. All’iniziativa è stato dato nuovo slancio nel 2020: l’obiettivo di “silenziare le armi” in Africa, intervenendo all’origine delle cause di conflitto, resta forse troppo ambizioso, ma senza dubbio necessario a sostenere le prospettive di sviluppo del continente sul lungo periodo.

1 Per approfondire: Carbone G., L’Africa. Gli stati, la politica, i conflitti, Il Mulino, Bologna, 2012.

2 Il Camerun ha rappresentato un caso anomalo di decolonizzazione violenta, per lungo tempo dimenticato dalla storiografia ufficiale. La guerra combattuta dagli insorti dell’Union des Populations du Cameroun (UPC), che denunciavano la transizione ‘guidata’ del potere alle classi dirigenti filo-francesi per consentire alle autorità di Parigi di mantenere un controllo sugli equilibri politici camerunensi, ha segnato i primi anni del regime di Ahmadou Ahidjo.

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Questa voce è stata pubblicata il 21/05/2020 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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