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Africa: dal Panafricanismo al region-building


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Africa: dal Panafricanismo al region-building
Daniel C. Bach
28 aprile 2020
https://www.ispionline.it

I primi due decenni del XXI secolo passeranno alla storia per la decostruzione degli ideali di un mondo “senza confini”, affermatisi verso la fine della Guerra fredda con la riunificazione della Germania. Da allora, i processi di ridefinizione dei confini e le restrizioni alla libera circolazione degli individui all’interno degli stati o attraverso le frontiere hanno orientato le agende politiche, con il sostegno in particolare dei soggetti populisti. Più recentemente, lo scoppio della pandemia di COVID-19 sembra aver accentuato questa tendenza, indebolendo le basi dell’economia globale. In questo contesto, la capacità delle organizzazioni regionali di rispondere ai bisogni degli stati membri è messa duramente alla prova. Passando in rassegna le evoluzioni occorse nel continente negli ultimi 60 anni, questo articolo prende in esame la diversità dei percorsi e delle narrative associate alla trasformazione del panafricanismo.

Oggi, come negli anni Sessanta, il panafricanismo si ricollega a un progetto, più che a un processo in atto, in particolare alle interazioni tra regionalismo (generalmente a guida statale) e regionalizzazione (fatta di interazioni trans-frontaliere e transnazionali tra attori non statali, società, network religiosi). Dare senso alle interazioni tra questa pluralità di stakeholder consente di tracciare un quadro dell’attuale situazione regionale, in un tempo in cui gli stati africani hanno chiuso o pianificano la chiusura di frontiere e spazi aerei.[1]

Isteresi: la resilienza delle eredità coloniali

Il dominio coloniale in Africa è stato caratterizzato in buona parte da processi di partizione e di region-building. La prima economia africana, la Nigeria, fu “amalgamata” in un’unica entità statale dall’amministrazione coloniale britannica nel 1914, senza alcuna consultazione con la popolazione. Allo stesso modo, entità federali o quasi federali furono istituite in Africa occidentale (Africa Occidentale Francese), centrale (Africa Equatoriale Francese, Federazione di Rhodesia e Nyasaland) e orientale (Alta Commissione per l’Africa Orientale). Queste federazioni furono generalmente dissolte ai tempi dell’indipendenza, ma l’eredità delle politiche di accorpamento è rimasta. Due tra le più integrate organizzazioni regionali africane, la Southern African Customs Union (SACU) e la zona monetaria CFA (Communauté Financière Africaine) rappresentano espressioni tangibili di queste eredità. Si tratta delle sole organizzazioni regionali a fondarsi su un’effettiva cessione di sovranità degli stati membri, e la genealogia degli schemi di integrazione a esse sottesi deriva dal sostegno agli accordi e agli schemi in vigore al tempo delle indipendenze. Questo significa che la maggior parte degli stati membri della zona CFA e della zona SACU non hanno mai avuto la possibilità concreta di operare come stati pienamente sovrani nelle aree attualmente oggetto di sovranità condivisa.

L’integrazione opera altresì mediante dinamiche egemoniche: nella SACU è il Sudafrica che, come in passato, domina e stabilizza quella che è in effetti la più antica unione doganale al mondo attualmente in vigore. Nella zona del franco CFA, la valuta è ancorata all’euro e la stabilità è garantita dal Tesoro francese.[2]

Mappe mentali e agende olistiche

Le riflessioni sul regionalismo africano sono in larga parte legate ai processi di revisione di molte carte fondative e dei trattati istitutivi delle organizzazioni regionali africane intrapresi nel corso degli anni Novanta. Nel 1991, l’Abuja Plan of Action pose le basi per l’istituzione di un’entità quasi-federale, la Comunità Economica Africana (AEC), entro il 2028. In seguito, con l’adozione dell’atto costitutivo dell’Unione Africana (AU), nel 2001, a una nuova architettura di pace e sicurezza regionale è stata affidata la realizzazione dell’impegno collettivo per il consolidamento del principio di stato di diritto e di pratiche di good governance.

L’idea di un’entità federale e sovranazionale a sostegno di un’Africa più forte e competitiva è stata influenzata ampiamente dalle aspirazioni per una rifondazione di obiettivi e ideali di panafricanismo, la più antica e preminente forma di regionalismo africano. Nuova attenzione è stata dedicata a ciò che il panafricanismo dovesse significare per i popoli africani: un movimento inteso a definire la rinascita delle ambizioni e delle agende continentali. L’esperienza dell’Unione Europea ha rappresentato, in questo contesto, un modello di riferimento.[3]

Regionalizzazione senza region-building

I limitati successi dei raggruppamenti regionali nel campo dell’integrazione hanno spesso fatto da contrappeso al potere integrativo dei network trans-frontalieri, che prosperano nel continente grazie alla loro capacità di aggirare le regole e le politiche statali. La forza di questi network trans-statali, la cui influenza si dipana ben al di là delle aree di confine, deriva dalla penetrazione di territori e di istituzioni statali, che in qualche caso consente loro di indirizzare gli orientamenti politici. La regionalizzazione, in questi casi, è guidata dai network informali (piuttosto che dagli stati).

In Africa occidentale, gli anni Settanta e Ottanta hanno rappresentato un’età d’oro per i piccoli stati (come il Benin, il Gambia, il Togo) che hanno cercato di trasformare i confini regionali in importanti risorse per operatori pubblici e privati. Il supporto pubblico alle re-esportazioni commerciali (stigmatizzate come smuggling dai vicini Nigeria o Senegal) ha potenziato le abilità degli attori trans-frontalieri – che traggono risorse dalla frontiera, facendo leva ad esempio sui differenziali tariffari – di negoziare la benevolenza di funzionari, burocrati e politici, da un lato o dall’altro della frontiera. Oggi, le economie dei cosiddetti warehouse states o “stati-deposito” in Africa occidentale hanno molto da perdere dalla liberalizzazione commerciale intra-regionale. A settembre 2019 la situazione ha spinto il presidente nigeriano Muhammadu Buhari a chiudere i confini della Nigeria nel tentativo di stimolare la produzione agricola nazionale esercitando, al contempo, pressioni sugli stati confinanti per un’attuazione delle norme d’origine di ECOWAS (Economic Community of West African States). Agli inizi del 2020, la chiusura dei confini nigeriani risultava ancora in vigore, nonostante gli evidenti effetti deleteri per commercianti e stati dell’intera regione ovest-africana.

La regionalizzazione trans-statale può altresì derivare dall’estrazione di dividendi attraverso la strumentalizzazione e la privatizzazione di violenza e insicurezza da parte di gruppi criminali. La capacità di sfruttare le frontiere è massimizzata in situazioni di governance without government. Negli anni Novanta, la regione dei Grandi Laghi assunse un’importanza emblematica per i processi di regionalizzazione che contribuirono alla frammentazione territoriale. La strumentalizzazione della violenza e dell’insicurezza sono state associate allo sfruttamento delle opportunità derivanti dall’estrazione di minerali rari (nella regione dei Grandi Laghi) ai traffici di droga (in Sahel) e allo sfruttamento dei flussi migratori (nel Lago Ciad, in Sudan, in Libia).[4]

Deframmentazione e connettività

La reinterpretazione più spettacolare del panafricanismo in anni recenti è stata associata all’affermazione dell’impegno dell’Unione Africana per la liberalizzazione degli scambi e l’istituzione di un ambiente favorevole all’attività economica. Questo trend si è affermato a partire dal 2001, con l’adozione della New Partnership for Africa’s Development (NEPAD). Più recentemente, espressione tangibile della conversione dell’AU al libero scambio è stata la costituzione dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Il trattato di Kigali, firmato il 21 marzo 2018, è entrato nella sua fase operativa nel luglio del 2019. Entro gennaio 2020, gli stati membri avrebbero dovuto adottare misure per la rimozione delle tariffe sul 90% dei beni, un primo passo in direzione del libero accesso a risorse, beni e servizi nel continente. Questo approccio è associato al concetto di “deframmentazione”, che postula la diluzione delle frontiere tra integrazione nazionale, regionale e globale, e l’adozione di un’architettura istituzionale più snella e funzionale.

In Africa, la deframmentazione è stata promossa anche dalla riproposizione di grandi progetti infrastrutturali, come nel caso della Great Ethiopian Renaissance Dam. Gli investimenti massicci in progetti infrastrutturali in Africa sono stati associati, inoltre, all’emergere di una impressionante rete di interazioni hub-and-spoke tra la Cina e i porti africani, le aree di libero scambio e i nodi infrastrutturali. Il trend è diventato parte di un’ambizione globale e olistica, materializzata dal lancio formale della Belt and Road Initiative da parte del presidente cinese Xi Jinping, nel 2013.

In definitiva, è troppo presto per capire se questa combinazione di estroversione e rinnovati pattern di dipendenza strutturale e relazionale sarà incentivata o ostacolata in un mondo post-covid.

NOTE

1 Daniel C. Bach, Regionalism in Africa. Genealogies, institutions and trans-state networks (Routledge, 2017).

2 Una riforma è stata annunciata nel dicembre del 2019 dal presidente francese Emmanuel Macron e dalla sua controparte ivoriana Alassane Ouattara: comporterà la ridenominazione del franco CFA in ECO, e una maggiore autonomia agli otto stati ovest-africani, inclusa la gestione delle riserve di valuta. Lo status quo prevarrà invece per gli stati centro-africani della zona CFA.

3 N. Zähringer and  M. Brozig, « Organized hypocrisy in the African Union : the responsibility to protect as a contested norm »South African Journal of International Affairs, vol 26, no 1 (2020), p. 1-23.

4 M. Trémolières O. Walther, S. Radil (eds) 2020. The Geography of Conflict in North and West Africa. Paris: OECD, 2020.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 23/05/2020 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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