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Ilaria Capua: «Il virus ci invita a curare anche il pianeta»

Un estratto tratto dal nuovo libro di Ilaria Capua Il dopo – Il virus che ci ha costretto a cambiare mappa mentale. Secondo la scienziata la comparsa di questo coronavirus (Sars-CoV-2) si può considerare uno stress test in grado di misurare la fragilità del nostro sistema.

Ilaria Capua

Ilaria Capua
25 maggio 2020
http://www.corriere.it

La vita ci cambia. Prima e dopo un viaggio non siamo le stesse persone. Prima e dopo una nascita, un lutto, un evento significativo nemmeno. È come se fossimo jeep che affrontano intemperie, guadano fiumi, si insabbiano, rischiano di rimanere bloccate dal fango. Il parabrezza subisce l’attacco di rami, sassi, del vento e della pioggia, le ruote si bucano, si sostituiscono, si rigonfiano: la jeep riparte, ma quando lo fa non è la stessa automobile. Quando noi ripartiamo, non siamo le stesse persone. Le pandemie sono eventi catastrofici, ma sono anche degli aggiustatori, dei rimodellatori sociali: obliterando il passato, offrono lo spazio e la flessibilità per far entrare il nuovo. Questo «nuovo» tanto decantato — e tanto spaventoso al contempo — è il futuro al quale stiamo andando incontro.
Resistere sarebbe assurdo, inutile: tanto quanto uscire senza ombrello sotto il temporale, aspettandosi di non bagnarsi.Dobbiamo acquisire l’atteggiamento inverso. Uno dei miei motti è «Every cloud has a silver lining»: ogni nuvola ha una cornice d’argento. Anche la pandemia. Forse perché è un nuvolone davvero gigantesco, dagli innumerevoli strati, di bordi d’argento ne vedo parecchi.

La potenza della biodiversità

All’inizio degli anni Venti del Novecento alcune aziende piemontesi di pellicceria importarono dal Sudamerica le nutrie, roditori vegetariani e amanti dell’acqua con una straordinaria capacità di adattamento e notevoli potenzialità riproduttive. Quando il mercato delle pellicce di nutria entrò in crisi, invece di sostenere i costi di abbattimento degli animali ancora presenti negli allevamenti, questi lungimiranti imprenditori decisero di liberarli. «Che bello, degli animali restituiti alla loro libertà!» penseranno i più. Sarebbe stato meglio, però, liberare le nutrie nel loro ambiente, ovvero in Sudamerica. In Italia la nutria non era prevista dalla natura. Senza predatori, ha colonizzato numerosi ambienti naturali e si è diffusa in tutto il Centro e il Nord. Essendo molto vorace, è tuttora una minaccia per i pesci e le coltivazioni, oltre che un potenziale diffusore di leptospirosi. Abbiamo capito sulla nostra pelle cosa può accadere se si mescolano specie provenienti da continenti diversi. Mi piacerebbe che questa consapevolezza non ci portasse solo a finanziare una delle varie associazioni per la tutela del pangolino in estinzione: immagino che da domani i loro siti Internet saranno impallati da richieste di informazioni! Il trovarci faccia a faccia con un virus nuovo, proveniente da una foresta asiatica, passato per due animali che non avrebbero mai dovuto trovarsi nello stesso posto, e diffusosi su scala globale a una velocità insostenibile anche per l’uomo, ci costringe a fare i conti con il nostro ruolo sulla Terra. Che deve necessariamente evolversi da quello di invasore a quello di custode del pianeta e dei suoi equilibri. Volenti o nolenti, infatti, siamo noi la specie che ha la capacità di comprendere i meccanismi che regolano la natura e, di conseguenza, ne ha la responsabilità. Conoscere e, quindi, tutelare la biodiversità deve essere uno dei nostri compiti primari, per almeno due ragioni: innanzitutto per proteggerci dai «pericoli» che essa cela (ovvero i patogeni a noi sconosciuti che albergano in tutte le specie animali); in secondo luogo, perché la biodiversità è una ricchezza straordinaria anche in termini di soluzioni agli stessi pericoli che genera.

Come sa chiunque sia andato per funghi, la flora produce sostanze estremamente potenti, nocive e psicotrope: pensiamo all’acido lisergico, per esempio, alla base dell’LSD, alle foglie di coca oppure alla Banisteriopsis caapi, le cui foglie, mescolate a quelle della Psychotria viridis, servono per preparare l’ayahuasca, un infuso psichedelico in uso presso i popoli amazzonici con scopi rituali.
Ma le piante abbondano anche di sostanze benefiche e curative per l’uomo. Sono millenni che la farmacologia attinge da quel vivaio praticamente infinito che è la natura. Tuttora l’uomo si cura con farmaci derivati da erbe e radici: penso all’aspirina, che proviene originariamente dalla corteccia del salice, alla digitale, un farmaco per il cuore, che viene da un fiore, la Digitalis purpurea, o all’Eurartesim, un farmaco di nuova generazione contro la malaria il cui principio attivo è tratto dalla Artemisia annua. Parte della ricerca di nuovi farmaci prende avvio proprio dall’analisi delle piante «parenti» di quelle in uso per la cura di determinate patologie: è anche questo uno sfruttamento della biodiversità, senza dubbio, ma può essere guidato, delicato, condotto con criterio, senza generare squilibri né alterazioni. Lo vedo, piuttosto, come un modo per apprendere dalla natura.

La natura c’è

Con il lockdown, è come se la natura si fosse risvegliata e ripresa i suoi spazi — spazi che, prima, le erano preclusi. A Odisha, in India, approfittando dell’assenza dei bagnanti, migliaia di tartarughe sono tornate a deporre uova sulla spiaggia. Grazie allo stop imposto a traghetti e imbarcazioni, nel porto di Cagliari sono tornati i delfini. A Madrid si sono avvistati pavoni, a Barcellona cinghiali selvatici, a Nara (Giappone) cervi selvatici, procioni a San Felipe (Panamá), tacchini selvatici a Oakland (California), scimmie selvatiche a Lopburi (Thailandia). Significherà pure qualcosa!
Confinarci in casa, poi, pare avere effetti positivi non solo nella lotta al virus, ma anche in quella contro l’inquinamento. L’acqua di Venezia è pulita e trasparente. L’osservatorio della NASA ha sottolineato come sia bastata qualche settimana di ritiro della specie umana per ridurre in modo drastico il problema considerato praticamente irrisolvibile (oltre che gravissimo) dell’inquinamento cinese. La stessa cosa vale per la pianura padana: la missione Copernicus Sentinel-5P dell’Agenzia spaziale europea ha rivelato un significativo calo dell’inquinamento atmosferico, in particolare delle emissioni di diossido di azoto. Lo smog è calato anche in India, al punto che, dopo trent’anni, gli abitanti del Punjab sono tornati a vedere la catena himalayana, a duecento chilometri di distanza.
La pandemia sta facendo prendere una boccata d’ossigeno al pianeta Terra. Questo lo trovo bellissimo. Madre Natura si sta risvegliando: è come se stesse sbadigliando e stiracchiandosi. Mi auguro che non lo dimenticheremo. È tempo, piuttosto, di lasciar andare ben altro: la nostra attitudine a colonizzare, infestare, inquinare e distruggere. Quella sì, che è controproducente.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 26/05/2020 da in Ecologia, ITALIANO con tag , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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