COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (5)

TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA (4)
P. Carmelo Casile

Padre Carmelo Casile ci offre un utile e interessante  lavoro conclusivo e riassuntivo di riflessione sui contenuti della Regola di Vita, che ha per titolo “Temi introduttivi alla Regola di Vita”, sotto forma di vocabolario (20 voci). Qui presentiamo i nn. 16-20 

Testo doc Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (5)
Testo pdf Casile – Termini introduttivi alla Regola di Vita (5)

SOMMARIO

1. REGOLA DI VITA: “CODICE DI ALLEANZA”
2. VOCAZIONE
3. CARISMA
4. CONSACRAZIONE, VITA CONSACRATA, VITA RELIGIOSA, STATO DI VITA
5. VOTUM RELIGIONIS / VOTUM MISSIONIS
6. PROFESSIONE DEI CONSIGLI EVANGELICI
7. ESPERIENZA DI DIO /Esperienza religiosa
8. SPIRITUALITÀ
9. LA SPIRITUALITÀ VISSUTA E PROPOSTA DA SAN DANIELE COMBONI
10. CAMMINO ASCETICO O VITA ASCETICA
11. STILE DI VITA
12. TESTIMONIARE- TESTIMONIANZA – TESTIMONE
13. MISTERO / MISTERI / CUORE / SIMBOLO / CONTEMPLAZIONE

14. PREGHIERA, “SPIRITO DI PREGHIERA”, PREGHIERE
14.1. La preghiera come dovere
14.2. La preghiera nella sua essenza
14.3. Lo “spirito di preghiera”
14.4. Le preghiere
14.5. La preghiera nell’esperienza di Dio e nella genesi della vocazione-missione
14.6. Uno sguardo sulla preghiera di san Daniele Comboni
14.7. La preghiera personale e comunitaria nella Regola di Vita

15. ICONA
15.1. La Sacra Famiglia: I «tre cari oggetti del nostro amore»: Gesù, Maria e Giuseppe
15.2. La vita del gruppo dei Dodici con Gesù
15.3. Il gruppo degli Apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme

15.3.1. Il Cenacolo della “cena”
15.3.2. Il Cenacolo della “Risurrezione”
15.3.3. Il Cenacolo della “Pentecoste”
15.3.4. Il cenacolo apostolico ci interpella

15.4. La prima comunità di Gerusalemme

15.4.1. L’insegnamento degli Apostoli
15.4.2. La Koinonia (comunione fraterna)
15.4.3. La frazione del pane
15.4.4. Le preghiere
15.4.5. Simpatia di fronte al popolo
15.4.6. Insidie contro la vita della comunità di Gerusalemme

15.5. Il Cenacolo-comunità ci interpella

16. GLORIA DI DIO
17. SERVIZIO
18. MISSIONE – MISSIONARIO
19. MISTICA
20. POSSIBILI DERIVE NEL CAMMINO DELLO SPIRITO E DELLA MISSIONE

***

16. GLORIA DI DIO

[S 6160] «Lavoriamo per la pura gloria di Dio e per salvare le anime più abbandonate del mondo. Dio sarà con noi»

[S 7066] D. Francesco Pimazzoni che avea un po’ guadagnato, e faceva passeggiate (forse troppo) nel giardino, ricadde; ed ora non so che dire. E’ una gran croce, se perdo questo caro soggetto.

L’espressione “gloria di Dio” designa Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità, nel dinamismo del suo essere. Dio pone la sua gloria nel salvare e nel sollevare il suo popolo; la sua gloria é la sua potenza messa al servizio del suo amore e della sua fedeltà.

La manifestazione completa della “Gloria di Dio” avviene nella persona di Gesù di Nazaret.

Gesù da un lato si proclama uguale al Padre, dall’altro chiama gli uomini suoi amici, ripudiando esplicitamente il termine “servi”. Per Gesù la gloria è essere il cibo e la gioia degli altri. L’accoppiamento del pane (= cibo) con il vino (= gioia) nell’Eucaristia sono realtà-simboli della grande gloria di Dio dilagante all’infinito dalla mensa eucaristica nel “gustate et videte quam suavis est Dominus”.

Per Gesù la gloria arriva al vertice nella Crocifissione. Infatti la Crocifissione è la dichiarazione totalitaria e infinita e l’atto supremo d’amore di Gesù verso gli uomini, giacché nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici (cf. Gv 15, 13). San Paolo, esaltando l’amore, mette in risalto il concetto evangelico di gloria, affermando che l’ideale della vita dell’uomo è “sforzarsi di piacere a tutti in tutto” (1Cor 10, 33), cioè diventare per tutti gli altri tutte le cose di cui essi hanno bisogno.

17. SERVIZIO

17.1. Servire. Servo. Servizio

Servire” è una parola latina che indica l’essere a disposizione di qualcuno.

Servus era lo schiavo (da sclavus, cioè senza le chiavi di casa; poi, pian piano, è diventato anche sinonimo di “domestico” (da domus, casa) o anche “maggiordomo” (da major in domo, cioè colui che presiede alla vita della casa. In poche parole, servire è sempre stato un sinonimo di sudditanza, più o meno sofferta ma sudditanza (Don Romano Nicolini).

A volte queste parole hanno anche nella Bibbia un significato analogo a quello di schiavo, schiavitù (Gal 5,13; Ef 6,5-8). In questi casi si allude a lavori e situazioni particolarmente duri tipici del mondo antico. Caratteristico della Bibbia, però, è il senso religioso dato a questi termini. Servire Dio è obbedirgli, essergli fedeli, tributargli il culto, adorarlo (Gs 24,14-22). Servire gli uomini è considerarli come fratelli ed essere disponibili per loro, è mettersi sempre a loro livello, condividere i loro problemi e aiutarli a superarli. Gesù Cristo si presentò come supremo modello di servizio (Mt 20,28; Gv 13,12-16; Fil 2, 6-11), sottolineando inoltre che serviremo bene Dio solo se serviamo gli uomini con totale disinteresse e dedizione.

Servo di Dio è un titolo che la Bibbia dà a personaggi che hanno un rapporto particolare con Dio: patriarchi, capi del popolo, profeti, sacerdoti, re; anche a personaggi non israeliti come Nabucodònosor o Ciro. In modo particole tutto il popolo di Israele è denominato servo di Dio (Is 41,8; 44,21). Vi sono soprattutto quattro poemi del Deuteroisaia che hanno come protagonista un misterioso servo del Signore (Is 42, 1-7; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12). Chi è questo servo? Un personaggio concreto del passato o del futuro?. In ogni caso, la comunità cristiana riconobbe nei tratti di questo servo una prefigurazione di Gesù di Nazaret (Mt 12,15-21; At 3,13.26).

17.2. Ministero. Ministri. Ministerialità.

Con i termini “servire, servizio, servo” sono collegati i termini “ministero, ministro, ministerialità”.

Con queste voci la Bibbia allude qualche volta alla persona che esercita una funzione pubblica, oppure alla funzione stessa. In questo senso si potrebbero usare vocaboli più o meno equivalenti, come: cortigiano, funzionario, eunuco (Gn 39,1; 45,6; Es 7,10; Est 1,10; At 8,28). Tutte queste parole si riferiscono all’idea di servizio; per indicare un servizio di predominante carattere religioso è preferibile usare ministero (At 1,17-25; 2 Cor 6,3-4), mentre le persone che lo l’esercitano in una comunità come responsabili e animatori sono generalmente dette ministri (Is 61,6; Gl 1,9; 2 Cor 11,23). Nelle primitive comunità cristiane esisteva una grande pluralità di servizi e ministeri, che si adattavano alle necessità di ogni epoca (1Cor 12,4-30; 1Tim 3, 8-13; 5,17-19). Questa ampia gamma di servizi o ministeri costituisce la ministerialità della Chiesa.

La Chiesa del Concilio ha avvertito la necessità e l’urgenza di riscoprire il pluralismo delle forme ministeriali, di cui era ricca e che per vari motivi erano cadute in oblio. La Chiesa si riscopre così tutta ministeriale, popolo sacerdotale, che esercita i ministeri in forza del sacerdozio battesimale-cresimale (cfr. Lumen Gentium 10). Nella Chiesa-comunione, tratteggiata dal Concilio, ogni “pietra vivente” concorre con il suo “specifico” alla costruzione del Regno di Dio già a partire da questa terra.

La ministerialità, per tanto, altro non è che la risposta ad una grazia particolare che ogni cristiano riceve per esercitare il suo servizio-ministero nella comunità: “A ciascuno di noi è stata data la grazia, secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4, 7).

Per noi Comboniani la grazia-ministero a cui siamo chiamati a rispondere nella Chiesa-comunione è l’evangelizzazione, assunta con radicalità sull’esempio di san D. Comboni, fino a divenire la ragione della nostra vita (cfr. RdV 56).

In questa prospettiva, i partecipanti al 1500 Anniversario dell’Istituto, nel “Messaggio conclusivo ai confratelli”, sul tema della ministerilità annotano:

«I nuovi contesti sociali ci invitano con urgenza a rivedere la nostra ministerialità. Oggi abbiamo bisogno di essere meglio qualificati in diversi campi dell’evangelizzazione, lavorando in equipe con tutti i soggetti della famiglia comboniana e della chiesa locale. La ministerilità non basta se non è fondata sulla passione di Cristo per l’umanità» (Roma 26 maggio – 1giugno 2017).

18. MISSIONE – MISSIONARIO

Il termine missione1, dal latino mittere, esprime essenzialmente due realtà: l’invio di una persona da parte di chi ha il potere di inviare e il compito specifico che il mandante affida all’inviato.

Il concetto di missione, invece, esprime diverse realtà: la natura del compito affidato dal mandante all’inviato, la finalità della missione affida, i destinatari della missione.

Vista nella sua dimensione ecclesiale, giacché si riceve e si esercita nella Chiesa, missione significa l’invio per l’esercizio di un ministero stabilito dall’autorità e anche il luogo dove questo si deve svolgere (AG 23b; 25).

Il decreto AG espone l’origine, la natura, la finalità e i destinatari della missione, prendendo come punto di partenza la SS. Trinità e le sue missioni divine. Il Padre è «l’amore fontale» ed invia il Figlio (AG 2–3). Cristo invia la Chiesa per la forza e sotto l’influsso dello Spirito Santo, a cominciare dagli Apostoli fino al semplice fedele di oggi. La missione è infatti il tema centrale del Vangelo ed il principio costitutivo dell’esistenza della Chiesa è che tutti i Cristiani devono essere missionari (AG 55; cfr. anche LG 17; 33; AG 11a; 12; 41; AA 2; 3).

Tale missione della Chiesa consiste nel rendere presente e imitare la missione di Gesù Cristo: l’opera della Chiesa è la missione continuata di Cristo “qui e ora”, quando la Chiesa vive nella fedeltà al Vangelo. La missione che è affidata alla Chiesa e per mezzo della Chiesa al missionario è quella del Figlio di Dio che si offre obbediente al Padre per la salvezza di tutti. L’unica missione, Gesù Cristo, è presente in modo singolare nel missionario religioso; in lui si mette a disposizione di tutti per divenire missione, beatitudine e pienezza di vita in ogni essere umano, finché tutti gli uomini siano uno in Cristo per la gloria di Dio Padre.

È dallo stare con Cristo, dalla vita nascosta con Cristo in Dio, che nasce la missione. Questa ha significato solo se nel missionario esiste la tensione costante di rispondere alla chiamata divina, che è chiamata alla comunione con Dio, che diventa partecipazione al piano divino della Salvezza. La missione da sola non trova fondamento né giustificazione, così come il seguire Cristo che non sfoci nella missione sarebbe pura e consolante ricerca di se stesso. La vita missionaria e la vita consacrata, per noi Comboniani la vita missionaria consacrata religiosa, si possono capire solo alla luce dell’universale chiamata alla santità, che è ordinata sia al bene dell’individuo sia della Chiesa e del mondo (LG, Cap. V). È in questa prospettiva che va ricercata, l’identità del missionario. È in questa prospettiva che la vita consacrata ha un influsso inevitabile sulla vita missionaria e viceversa, fino al punto da fondersi, diventando nella stessa persona l’una l’espressione dell’altra.

Dall’insieme delle indicazioni conciliari, riprese nella Regola di Vita, si può tracciare il seguente quadro della vita missionaria: è un dono di Dio Padre (AG 23– 24; RV 20), che il missionario riceve e realizza nella Chiesa (AG 5; 23; RV 12; 17-18), seguendo Gesù Cristo nella via della castità, della povertà e dell’obbedienza (AG 5 ; 24–25; RV 21-22; 25-35), sotto l’influsso dello Spirito Santo (AG 5; 24; RV 20; 28; 33; 37; 46; 56; 69), per tutta la vita (AG 24a; RV 10.1), in spirito di comunione fraterna (AG 30; 25; RV 22), avendo come fondamento e méta la perfezione della carità (AG 24–25; 10.2), per mezzo della quale diventa segno e testimone dei beni escatologici (AG 9; RV 25; 25.3; 58).

In virtù di questo dono, il missionario è spinto ad annunciare il Mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio (LG 17; AG 24b; RV 56-57; 59) e a collaborare con coloro con cui vive per la soluzione dei problemi umani (GS 1; 3b; RV 60-61), vivendo in intima unione con Dio (AG 24c; RV 46;51).

18.1. Urgenza della missione oggi

Guardandoci attorno, constatiamo che, nel tempo della globalizzazione, la situazione del mondo d’oggi è paradossale.

Mai come oggi il mondo è quel “villaggio globale”, in cui le informazioni sono a disposizione di tutti, dove si può conoscere in tempo reale una crisi politica o umanitaria e, in linea di principio, si potrebbe intervenire o far intervenire per mettervi rimedio, perché, a differenza di anni fa, ci sono oggi mezzi, metodi e tecniche per farlo. Ma nello stesso tempo, mai come oggi vediamo alzarsi barriere che dividono i popoli, malattie e conflitti che scoppiano e durano a lungo nell’indifferenza generale; mai come oggi constatiamo che proprio il moltiplicarsi delle informazioni e delle conoscenze, invece di far crescere la fraternità, la compromettono ed erodono quei valori della cultura e della sapienza che sono la vera ricchezza dei popoli. Oggi, malgrado la comunicazione facile e rapida, il dialogo tra i popoli invece di crescere, si riduce e, non di rado, si trasforma in conflitti nei quali vengono bruciate vite umane e risorse economiche che potrebbero essere utilizzate per combattere la fame, le malattie, l’analfabetismo e il sottosviluppo.

Constatiamo così che stiamo vivendo in un mondo che dispone di enormi possibilità di crescita e di sviluppo, ma nel quale manca un cuore che lo unifichi e ne indirizzi le enormi potenzialità verso il bene di tutti. La conseguenza è di enorme gravità perché si sta sempre più approfondendo quella frattura che divide e contrappone, da una parte, il mondo di coloro che stanno bene e, dall’altra, la folla sempre più vasta di coloro che non riescono a vivere decentemente.

Nell’ottica evangelica, questa situazione di sperequazione e di dominio delle oligarchie non è secondo il piano di Dio sull’umanità. Il suo disegno di salvezza, ossia il suo Regno, punta a eliminare le cause che creano le distanze che separano e contrappongono i popoli e le singole persone tra di loro.

Per tanto, il grido di sofferenza dell’umanità, a cominciare dal grido dei poveri, che sale fino a Dio, dovrebbe ripercuotersi nel cuore della Chiesa, che è stata istituita da Gesù Cristo come sacramento universale di salvezza, di comunione e di speranza per il mondo intero.

Molti si offrono con i loro mezzi tecnologici ed economici e con la loro influenza politica per dare una mano a questo mondo per risolverne i problemi, ma i risultati sono insufficienti, anzi a volte sembra che complichino ancora di più situazioni già tanto drammatiche. Le ragioni sono molteplici. Tuttavia la ragione principale sta nel fatto che al mondo dei potenti manca quella visione dell’ “uomo trascendente” che gli permetta di dirigersi verso il futuro e di essere felice. Ciò di cui il mondo ha estremo bisogno è il riferimento alla Trascendenza, cioè di quella forza interiore che spinge da sempre l’uomo ad andare al di là di ciò che gli offre il presente per costruire un mondo secondo il progetto missionario di Dio2.

Ciò di cui il mondo ha assoluto bisogno è di avere delle ragioni trascendenti, che portino i popoli a sentirsi solidali, fratelli e responsabili del benessere gli uni degli altri. Nessuna ideologia riuscirà mai a dare all’uomo d’oggi questa fraternità che, malgrado i nuovi stretti legami offerti dalla globalizzazione, non è ancora una realtà. Solo la Chiesa ha un cammino di riconciliazione universale da offrire all’umanità. La sua missione, infatti, è quella di realizzare il progetto di Dio che tende a far giungere il mondo alla salvezza piena. La pienezza della salvezza, infatti, non consiste nel solo benessere terreno il quale, pur necessario, è tuttavia solo una parte del destino dell’uomo, ma a far giungere ogni uomo alla conoscenza di Dio e del suo progetto di amore per tutti i suoi figli.

E il progetto missionario di Dio è una Persona, il Signore Gesù; l’epicentro della missione della Chiesa risplende nell’annuncio chiaro e umile di Gesù Cristo, che è venuto in questo mondo perché abbiamo vita e l’abbiamo in abbondanza (Gv 10,10)3. Solo Gesù Cristo può dirci in tutta verità: “Uno solo è il vostro Padre e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,9.8).

Questo mostra che l’umanità deve rivolgersi a Dio e cercare in Lui quel «di più» così importante che essa non riesce a darsi e che rimane sempre al di là di tutti i tentativi umani. E questo “di più” è dato dalla missione della Chiesa che il Signore, primo missionario del Padre, ha inviato nel mondo: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19).

Nel corso dei secoli, la Chiesa ha rinnovato la propria coscienza di questa missione ed oggi, alla luce del Concilio Vaticano II, sa che tutti i cristiani in forza del loro battesimo e della loro appartenenza al popolo di Dio e al corpo di Cristo, sono responsabili di portare al mondo la Lieta Notizia che Dio è nostro Padre, che tutti siamo quindi fratelli, responsabili della realizzazione del progetto divino, affinché questo mondo guarisca dalla sua cecità e ritrovi la strada della solidarietà che salva.

La missione continua anche oggi con la stessa forza che l’ha messa in movimento il giorno della Pentecoste ed è diventata «una costante fondamentale della vita della Chiesa». Dal tempo del Concilio questa urgenza missionaria è progressivamente entrata nella coscienza della Chiesa. Agli istituti missionari tradizionali si sono aggiunti preti diocesani, istituti religiosi maschili e femminili che hanno portato il loro carisma nella missione ad gentes, laici missionari e volontari che hanno raggiunto le frontiere della Chiesa. Oggi poi la missione sta ritornando qui da noi nelle comunità di antica fondazione, dove situazioni nuove chiedono di proclamare il Vangelo a quei non-cristiani che si trovano sul territorio delle comunità cristiane e a tanti battezzati che hanno smarrito il cammino della comunità cristiana.

Semi del Verbo” sono presenti in tutte le religioni non-cristiane e culture del mondo, ma i missionari hanno nella persona di Gesù un messaggio e un modello unico di vita da portare ad esse tutte, che si riassume nel “comandamento nuovo”: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 13,34). Questa è la nuova legge che può fondare il mondo nuovo, “è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza” (Caritas in veritate 2a). È la luce che attira tutti alla scuola di Gesù: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Solo il messaggio di Gesù può costruire quella umanità nuova auspicata anche dalle ideologie oggi tramontate, ma che esse erano incapaci di produrre, perché non erano sostenute dalla carità, ma cercavano solo giustizia e uguaglianza senza avere la forza dello Spirito di Colui che è morto per tutti noi.

Il miglior contributo ad un autentico sviluppo del mondo, viene dalla Chiesa “quando proclama la verità su Gesù Cristo, su se stessa e sull’uomo applicandola ad una situazione concreta” (ReMi 58). Benedetto XVI, citando l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, ribadisce che «l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo» (Caritas in veritate 8). Questa è la luce che la Chiesa, attraverso i suoi missionari, continua a far risplendere nel mondo d’oggi. La Chiesa, e con lei le religioni non cristiane, possono avere un grande impatto per il futuro del mondo, perché possono indirizzare verso i veri valori, quelli trascendenti, che solo in Dio trovano il loro fondamento e la loro garanzia.

La Chiesa annunzia al mondo la vera speranza che è fondata sulla risurrezione di Gesù Cristo e nella vita nuova che egli ha inaugurato, perché essa a null’altro aspira che a “fare del mondo una sola famiglia” di figli di Dio.

I “Golgota” di questi ultimi tempi, sui quali sono saliti e continuano a salire missionari (sacerdoti, religiosi, religiose, tra i quali anche missionari comboniani/e), cristiani impegnati nell’evangelizzazione e semplici cristiani impegnati a vivere la loro fede nel quotidiano della loro vita, sono la prova della verità e dell’autenticità della missione cristiana: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20).

Di fronte alla missione di oggi si apre un’ultima frontiera. Essa, infatti, oltre ai tradizionali obiettivi dell’annuncio del Vangelo, della costituzione della comunità cristiana e della promozione dei valori del Regno e della salvaguardia del creato, sta elaborandone un altro che diventa ogni giorno più attuale e che Giovanni Paolo II ha raccomandato alla conclusione del Giubileo del Duemila: «la grande sfida del dialogo interreligioso, nel quale il nuovo secolo ci vedrà ancora impegnati, nella linea indicata dal Concilio Vaticano II» (NMI 55).

È chiaro che il dialogo «non può essere fondato sull’indifferentismo religioso» e, ancor meno, condurre ad esso. Deve invece essere svolto «offrendo la testimonianza piena de “la speranza che è in noi”. Non dobbiamo aver paura che possa costituire offesa all’altrui identità ciò che è invece annuncio gioioso di un dono che è per tutti, e che va a tutti proposto con il più grande rispetto della libertà di ciascuno: il dono della rivelazione del Dio-Amore che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”» (NMI. 56). Questo è un impegno delicato ma decisivo per il futuro della missione.

“La messe è molta e gli operai sono pochi”. La constatazione di Gesù è ancora vera e altrettanto vera quella che Giovanni Paolo II ci ha lasciato nella Redemptoris Missio: «La missione di Cristo redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento. Al termine del secondo millennio dalla sua venuta uno sguardo d’insieme all’umanità dimostra che tale missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio» (1a).

A questo impegno continua a stimolarci Papa Francesco:

Anche oggi la Chiesa continua ad avere bisogno di uomini e donne che, in virtù del loro Battesimo, rispondono generosamente alla chiamata ad uscire dalla propria casa, dalla propria famiglia, dalla propria patria, dalla propria lingua, dalla propria Chiesa locale. Essi sono inviati alle genti, nel mondo non ancora trasfigurato dai Sacramenti di Gesù Cristo e della sua santa Chiesa. Annunciando la Parola di Dio, testimoniando il Vangelo e celebrando la vita dello Spirito chiamano a conversione, battezzano e offrono la salvezza cristiana nel rispetto della libertà personale di ognuno, in dialogo con le culture e le religioni dei popoli a cui sono inviati. La missio ad gentes è sempre necessaria alla Chiesa… “. (Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2019).

19. MISTICA

In senso umano stretto, la mistica è la passione totalizzante della vita di una persona, di una comunità, di un popolo.

In senso largo, però, il termine “mistica”, come del resto quello di “missione”, non ha un significato preciso, univoco, perché con esso si indicano esperienze umane differenti. Oggi con estrema facilità si abbina il vocabolo a infinite specificazioni e si sente parlare di “mistica della scienza”, “mistica filosofica”, “mistica del tempo libero”, “mistica del mercato”, “mistica del lavoro”, ecc. Quando il termine “mistica” è abbinato ad una attività umana come il lavoro, indica uno sforzo applicato con costanza per ottenere un determinato risultato, superando gli ostacoli che vi si frappongono.

In senso cristiano, la mistica viene definita come “l’esperienza diretta e passiva della presenza di Dio” (Albert Deblaere).

C’è subito da notare che «essere passivi sotto l’energica azione di Dio non significa diventare degli inattivi». Il mistico cristiano è una persona che vive con la testa in cielo e i piedi per terra, vive nella consapevolezza di ricevere tutto da un Altro e questa passività genera in lui un’attività incontenibile nella logica della gioia della condivisione del dono ricevuto; perciò la sua esistenza è “pendolare”, cioè costantemente oscillante tra il dono ricevuto e l’impegno nella storia. Proprio come avvenne in Comboni e in tanti altri missionari che hanno vissuto la loro vocazione seguendo le sue orme.

Per tanto, la mistica è essenzialmente esperienza dell’unione personale con Dio attraverso Cristo, sotto l’azione e la guida dello Spirito Santo, percepita nella fede come una realtà che tutto pervade e che spinge alla conversione e all’azione. La conversione è il primo passo nella via della mistica ed «è il decidersi per Cristo in risposta a una chiamata e all’annuncio della Parola. Non è un’azione umana ma un evento di grazia, di elezione, una risposta di obbedienza a una parola contestatrice, una parola detta nella storia di una persona».

Papa Francesco, parlando ai rappresentanti dell’Istituti Missionari (30/9/’19), ha sottolineato la mistica del missionario, con queste parole:

«Il missionario vive il coraggio del Vangelo senza troppi calcoli, a volte andando anche oltre il buon senso comune perché spinto dalla fiducia riposta esclusivamente in Gesù. C’è una mistica della missione, una sete di comunione con Cristo attraverso la testimonianza, che i vostri Fondatori e le vostre Fondatrici hanno vissuto, e che li ha spinti a donarsi totalmente. È necessario riscoprire questa mistica in tutta la sua affascinante bellezza, perché essa conserva per ogni tempo la sua forza straordinaria».

19.1. Mistica missionaria comboniana

Questa visione, che ci richiama l’esperienza carismatica di san Daniele Comboni (S 2742), possiamo scorgerla alla base dei nn. 20, 46, 56-57 e 99 della Regola di Vita. Da notare che nel n. 99 il missionario appare come costante destinatario dell’annuncio della Parola, per mantenersi fedele alla sua iniziale conversione e quindi alla missione, n. 99.

Per tanto, con il termine “mistica missionaria” indichiamo una intensa vita interiore marcata dall’esperienza di Dio in Cristo ispirata al carisma del Fondatore, da cui nascono convinzioni condivise dai membri della comunità, che modellano la vita dei singoli e della comunità e motivano a fare insieme scelte prioritarie per realizzare determinati obiettivi nell’ambito della vita e della finalità dell’Istituto Comboniano “alla luce dei segni dei tempi” (cfr. RV 1).

Questo tipo di vita sarà realizzabile nella misura in cui il missionario comboniano vive nella consapevolezza che è chiamato ad assumere la missione della Chiesa ispirandosi alla testimonianza di vita di Daniele Comboni, n. 1, e unendosi al modo di viverla «di quei missionari la cui vita ha offerto la migliore esemplificazione del carisma originario», n. 1.4, e dei Comboniani di oggi, nn. 13; 13.1.2; e così vive la sua appartenenza all’Istituto non solo giuridicamente, ma anche e soprattutto, affettivamente, coinvolto nel profondo del suo essere, e quindi come una vera mistica missionaria.

20. POSSIBILI DERIVE NEL CAMMINO DELLO SPIRITO E DELLA MISSIONE

Nel cammino della vita spirituale e missionaria, se manca una equilibrata integrazione dei suoi vari elementi, si può cadere in varie derive come il formalismo spirituale pietistico o il formalismo di stampo ideologico: due posizioni contrapposte e ambedue mortifere; la fuga in avanti e l’attaccamento alla propria missione.

20.1. Il formalismo pietistico

Il formalismo pietistico è quel modo di andare verso Dio, in cui il credente rifiuta di distaccarsi da se stesso e di abbandonarsi in Dio, trincerandosi in un egoismo, che cerca in Dio la propria soddisfazione; invece di servire Dio e quindi i fratelli nella Chiesa, si serve di Dio e della sua Chiesa e quindi mette i fratelli a suo servizio…; anche i poveri corrono questo rischio…

Per realizzare questo abbandono nelle “uniche mani buone, che sono quelle di Dio”, bisogna andare a Lui portando se stessi integralmente, cioè «con tutto ciò che si è, la propria carcassa, il proprio spirito, la propria anima, … le grandezze e le debolezze, il passato di peccato e le grandi speranze per il futuro, le tendenze più basse e più violente… tutto, tutto, poiché tutto deve passare attraverso il fuoco. Tutto deve essere insomma integrato per fare di sé un essere umano capace di entrare anima e corpo nella conoscenza di Dio.

Dio vuole davanti a sé un essere reale che sappia piangere e gridare sotto l’effetto della sua grazia purificatrice. Vuole un essere che conosca il prezzo dell’amore umano e l’attrazione dell’altro sesso. Vuole un essere che senta anche il desiderio violento di resistergli, perché no?.. È un essere umano reale che Dio vuole vedere davanti a lui, senza di che la sua grazia non avrà niente da trasformare. Ora il male sta qui: troppi, tra coloro che si donano a Dio, hanno semplicemente offerto alla sua azione una personalità presa a prestito… Non bisogna stupirsi se un giorno si accorgono di essere fatti per altre cose».

Essere completamente presenti, nella piena integrità della propria persona, non è ancora sufficiente per cominciare il cammino verso Dio: «è necessario mettersi in un accordo totale, anima e corpo, con il grande corpo di Cristo che è la Chiesa, vivere con essa, ascoltare in essa le pulsazioni gigantesche che scandisce la sua vita liturgica, nei suoi insegnamenti, nei suoi sacramenti, nella sua costante attenzione… Vivendo al ritmo della Chiesa è facile orientare tutto il nostro essere verso il Signore e vivere nella speranza di sentire presto la mano di Dio posarsi su di noi.

E poiché il fine a cui conduce il cammino si perde in Dio e nessuno lo conosce se non colui che viene da Dio, Gesù Cristo, occorre, pur ascoltando i maestri che incontriamo, fissare gli occhi su Cristo solo. Egli è la via, la verità e la vita. Lui solo d’altronde ha percorso il cammino nei due sensi. Dobbiamo mettere la nostra mano nella sua e partire…. »4.

20.2. Il formalismo di stampo ideologico

È importante notare che accanto al “formalismo pietistico”, può esistere anche un “formalismo ideologico”. Questo si ha quando la ricerca di Dio è intesa come la capacità di prendere distanza da noi stessi, dalle nostre idee, dalle nostre stesse aspirazioni e ruoli…, di saper convivere con il differente, in virtù di un imperativo etico-morale che può anche nascere da un contatto con il Vangelo, senza però entrare con tutto il proprio essere nella dinamica del Mistero Pasquale, crogiuolo del cammino spirituale col suo percorso di passione, morte e risurrezione. Si vuole vivere da risorti, o si vuol vivere lo spirito di Pentecoste, senza sperimentare con Cristo il mistero della vita che nasce dalla morte (cfr. RV 35.3) e che culmina nell’esperienza del Cenacolo (cfr. RV 36.3).

Il “formalismo ideologico” 5 ha l’aspetto di un cammino di liberazione, ma è micidiale per la vita spirituale tanto quanto il “formalismo pietistico”.

San Paolo ci avverte: «Anche satana si maschera di angelo di luce» (2Cor 11, 14). Perciò, ci esorta: «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Tess 5, 21).

Il rischio del “formalismo ideologico” è quello di essere attaccati al successo e al protagonismo, all’appagamento che proviene dall’opera che si svolge; è quello ancora di presumere di dovere sapere e fare tutto per gli altri, di poter dire a tutti che cosa debbono pensare e come debbono vivere. Ma resta vero che «chi cerca di fare ed agire in favore degli altri, o del mondo, senza approfondire la conoscenza di sé, la propria libertà, integrità e capacità di amare, non avrà niente da dare agli altri. Comunicherà loro nient’altro che il contagio delle proprie ossessioni, aggressività, delusioni riguardanti fine e mezzi e ambizioni, egocentriche»6. Abbiamo tutti bisogno, per tanto, di lasciarci sloggiare dalla nostra corazza e andare verso gli altri non perché noi sappiamo tutto e meglio, ma perché abbiano gustato la vita, perché abbiamo nelle narici l’odore dello Spirito e adesso questa vita la vorremmo scoprire e fomentare anche negli altri7, convinti che il combattimento per conquistare la propria libertà interiore e l’impegno in favore degli altri non solo non si oppongono, ma sono l’una il volto dell’altro.

In effetti, al di fuori dell’incontro personale con Cristo, rivissuto e approfondito continuamente (cfr. RV 21.1), Gesù può essere cercato con mentalità secolarizzante come un esempio, o un grande leader dell’umanità capace di stimolare nella crescita della persona nel senso della solidarietà e di offrire anche all’uomo di oggi idee eccezionali che stanno alla base di movimenti politici, culturali, filantropici, religiosi, ecc. C’è quindi il rischio che il Vangelo diventi solo un messaggio sociale, che promuova solo una liberazione umana, senza il Liberatore: Gesù di Nazaret, il Messia Crocifisso-Risorto (Cfr. RV 3-5).

Di questo rischio se n’era accorto P. Segundo Galilea, morto il 27 maggio 2010, giorno consacrato a Gesù, Eterno Sacerdote, e commemorato da Nigrizia nel numero di maggio 2011, p. 63. È uno dei pionieri della teologia della liberazione e uno dei primi ad affermare la necessità di motivare l’impegno per le librazioni sociali con una profonda vita spirituale, aprendo così la strada alla “spiritualità della liberazione”.

Di lui Mariangela Mammi traccia un interessante profilo nel libro di recente pubblicazione “Luci di speranza”, Ed. EMI, pp. 65-82, con l’intento di rispondere alla domanda: “Quale missione nel nostro tempo di crisi?”

Prima di lei, Maria Barbagallo aveva pubblicato un articolo nel “L’Osservatore Romano” (26-27 luglio 2010) dal titolo: “In mano una valigia e nel cuore Gesù”, in cui emergono i tratti fondamentali della vita spirituale missionaria del P. Segundo Galilea.

Padre Galilea appartiene a quel periodo storico in cui la teologia della liberazione era la grande protagonista in America Latina e si diffondeva nella mentalità teologica della Chiesa e nel mondo. Come teologo della teologia della liberazione, non fu mai un estremista, ma visse il suo impegno nell’adesione fedele a Gesù Cristo e alla Chiesa e la sua predicazione instancabile aveva al suo centro Gesù di Nazaret, la Chiesa, la missione, l’evangelizzazione. Fu uno dei primi che ebbe subito la lucidità necessaria per rendersi conto che l’impegno socio-politico dei cristiani per la liberazione aveva bisogno di un solido fondamento spirituale.

Perciò desiderava che la teologia della liberazione avesse un’anima ben fondata nella sequela a Gesù Cristo, unico e vero salvatore e liberatore, e che il popolo cristiano si mantenesse strettamente unito a Gesù Cristo con la preghiera e la contemplazione. La sua proposta per una vita spirituale cristiana è riassunta in questi termini: “Se vogliamo una Chiesa più missionaria, più coerente e testimoniale, più partecipativa nella comunione, significa che vogliamo una Chiesa più spirituale, più orante e più contemplativa, cioè più bella, che, come Gesù, sia il Vangelo del Padre per la forza dello Spirito”.

Questa era la sua mistica: l’adesione al Dio della vita rivelatosi in Gesù di Nazaret. Per questo suo impegno più d’uno lo definì il “padre spirituale dell’America Latina”.

In un’intervista dove esplicitamente gli chiedevano se lui poteva dirsi un teologo della liberazione, rispose: “La teologia della liberazione è stata caricata di politica e ideologia, ma ha mancato di mistica, e questo è stato il mio contributo”. Nella stessa intervista, alla domanda se il messaggio spirituale possa trovare seguaci in un mondo così materialista, ha risposto: “La spiritualità è uno degli argomenti sopra i quali io porto la mia riflessione in quello che scrivo. Credo che a ogni cristiano questo interessi molto”.

L’epicentro della sua mistica missionaria era l’adesione a Gesù, povero e obbediente, nel tentativo di portare la gente di Chiesa a riflettere che non esiste dinamismo missionario senza una radicale adesione a Gesù Cristo. Per Secondo Galilea «il paradigma della missione, ovvero della vita di ogni credente che non può non essere missionario, è la persona di Gesù: il cristiano è colui che pensa e agisce come Cristo, anzi, è inserito in Lui: “La missione è sequela, Cristo è il modello unico della missione”».

Il suo tema preferito era la “misericordia di Dio” che si china su noi, sulla nostra miseria per elevarci a lui. Da qui la sua insistenza nella sequela di Gesù in obbedienza alla Chiesa che ne spiega, secondo i tempi, una modalità sempre più profonda.

Una di queste modalità è l’”inserimento” (o inserzione) della comunità missionaria tra la gente, e lo spiegava così:

“L’ “inserimento” è un tema che va acquistando sempre più importanza sia nella teologia che nella pastorale, nella vita religiosa e nella spiritualità del cristianesimo contemporaneo. Esso è stato motivato dal rinnovamento missionario degli ultimi quarant’anni, e dalle sfide della crescente secolarizzazione e scristianizzazione delle società, oltre che dalle emergenti maggioranze di poveri ed emarginati. Di fronte a questa situazione, la missione ha dato maggior accento alla dimensione del dialogo, della testimonianza, del servizio solidale e della ricerca dei più poveri e diseredati, “le pecore senza pastore” (Marco, 6, 34). Tutto questo esige l’inserimento della comunità apostolica nei diversi contesti, perché non si evangelizza né si redime quello che non viene assunto in Cristo e non si condivide come condizione umana: “Quello che non è assunto non è redento”, secondo un antico principio di sant’Ireneo sulla incarnazione”.

Era anche convinto che: “Non c’è carità integra e universale senza fede. Certo, c’è l’amore e l’umanitarismo in molte persone che non hanno fede, perché questo fa parte della natura umana che è immagine di Dio, e lo Spirito Santo, d’altra parte, in qualche modo agisce in tutti. Però questo amore sarà sempre parziale e precario, avrà sempre orizzonti limitati. L’apertura alla fede per queste persone, da una parte può significare la necessità di mantenere l’autenticità del loro umanitarismo e del loro amore, e d’altra parte la possibilità di slanciarsi verso la pienezza e la potenzialità della carità che esiste nel cuore umano e che attende, per potersi accendere, la scintilla che produce la conversione alla fede”.

Un tratto che distingue Segundo Galilea è il suo grande senso ecclesiale e il suo grande rispetto per la tradizione: egli raccoglie tutto ciò che è valido della spiritualità del passato e lo incorpora alle acquisizioni della teologia e della cultura attuali. È cosciente che gli strappi violenti quasi mai sono vantaggiosi. La vita, infatti, è sintesi e questa, alla fine, quasi sempre finisce per imporsi. Da questa convinzione nasceva in lui la passione per i mistici spagnoli, che hanno segnato la vita cristiana dell’America Latina.

P. Segundo Galilea è una figura, che ha influito nella vita, nel pensiero e nell’opera di Mons. Franco Masserdotti. Questa influenza si può facilmente costatare nel suo libro “Spiritualità missionaria. Meditazioni” (EMI 1989), dove non è difficile notare i punti di contatto con il libro di Galilea che ha per titolo “El camino de la espiritualidad” (Bogotà 1982). Da questo libro riporta la definizione di spiritualità che si trova a p. 18 e che Segundo Galilea dice che gli è stata suggerita da un operaio:

«Segundo Galilea afferma che la vita spirituale è simile ad un prato verde costituito dalle nostre attività, idee, visioni, progetti… cioè dal nostro impegno di vita: La spiritualità cristiana è come l’acqua che mantiene il prato umido, sempre verde e in crescita. Non vediamo l’acqua (vediamo solo il verde), ma senza di essa il prato diventerebbe secco» (p. 11).

20.3. La fuga in avanti

Un altro ostacolo nel cammino spirituale e della missione può provenire dal ricorso alla fuga in avanti.

Alcuni, infatti, hanno paura di essere omologati e si sentono sempre uno o due passi avanti a tutti e per i quali la Chiesa si omologherebbe quando dice o sceglie cose che a loro non piacciono.

La Congregazione si muove fin dall’inizio (tradizione) sulla via del connubio fede-civiltà, l’intreccio della fede con le dinamiche sociali.

Dobbiamo utilizzare la ricchezza che il passato ci offre, per affrontare le sfide del contesto in cui viviamo e proiettarci nel futuro.

Piuttosto che fuggire in vanti, la strada da seguire è mettersi in ascolto di Cristo per affrontare le sfide di oggi; dobbiamo mettere la nostra mano nella mano di Gesù e camminare con Lui ascoltando, imparando e annunciando….

Per la paura di essere omologati, alcuni sono sempre alla ricerca di novità senza mai accettare di rinnovarsi, e quindi di mettere in gioco se stessi e ripartire sempre di nuovo da Cristo.

«Io sono fermo ed irremovibile nel mio principio di fare, e poi di parlare: caepit Jesus facere et docere; e mai imiterò quelli che progettano e chiacchierano, e pubblicano dieci prima di aver fatto tre» (S. D. Comboni, S 6449).

20.4. L’attaccamento alla propria missione8

Alle persone che progrediscono nel cammino dietro il Signore, il nemico tenderà le sue trappole sotto l’apparenza dello zelo, in modo che la persona si concentri sempre di più sul bene che fa, sulla missione che ha, sull’opera che svolge. Il nemico attira la sua attenzione sul successo che la persona vive nel servizio al Signore. Così pian piano, senza che se ne accorga, la persona comincia a sentire importante il servizio che fa e si comincia a legare a questo servizio, si sente responsabile, fino a non poterne fare a meno. Allora comincia progressivamente ad emergere un attaccamento che a prima vista sembra alla propria missione e al bene che la persona sente di “dover” continuare a fare, ma in realtà si tratta di un attaccamento all’appagamento, al piacevole che proviene dall’opera che svolge. È anche questa una forma di sensualità, di filautia. La persona difende a spada tratta il bene che compie, per un idealismo moralista può anche venire a frasi di totale disponibilità, ad un atteggiamento di obbedienza quasi esemplare, ma in realtà appena non si procede come lei pensa e vuole, comincia a star male. Questo malessere spunterebbe comunque anche se la persona continuasse la sua opera con lo zelo a lei tipico. Perché prima o poi emergerebbe la verità della filautia e dell’attaccamento passionale, sensuale al successo, all’appagamento, al protagonismo. Speso comincia a cercare appigli per sostenere e giustificare la sua attività. Questi appigli sono quasi tutti sul versante del bene che si è fatto, del successo che si è avuto, il che dimostra ancora più l’inganno al quale il nemico l’ha indotta.

Se ha un carattere forte, la persona giunge facilmente a sentirsi indispensabile per gli altri e, in un equivoco di fondo, indispensabile anche per Dio, per la sua opera. Come si vede, il nemico riesce tramite il bene a offuscare il bene unendolo alla necessità dell’appagamento, dell’approvazione, dunque ad una preoccupazione per sé e pian piano fa scivolare lo sguardo della persona dal Signore, tramite le proprie opere, a se stesso. Il tentatore riesce a far sì che la persona, in pieno zelo per il Signore e per il suo servizio sia continuamente attenta a se stessa, a come si sente, a che cosa prova, a come è accettata, a come è appagata, ecc. Apparentemente lo zelo è per il Signore, ma in realtà lo zelo è vissuto con un atteggiamento ed una mentalità di peccato, cioè dell’uomo vecchio, che ancora non è salvato e che ancora deve meritarsi l’attenzione.

Succede anche che la persona che fa i primi passi nella sequela di Cristo giunga ad una certa conoscenza di Dio e, spinta dallo zelo apostolico, cerchi di comunicarla e insegnarla agli altri. È anche qui che si inserisce 1’azione del nemico che fa sì che la persona, in un modo prematuro, cerchi di comunicare le conoscenze spirituali. Il nemico istiga alla fretta, in modo che la persona porta come una gravidanza queste conoscenze per il tempo debito, di nascosto, pregando, ruminando e amando queste realtà spirituali, ma le comunica e: insegna agli altri in un modo abortivo, affrettato. La persona assume un ruolo che il nemico fa diventare una prigione. La persona infatti si convince di essere in grado di illuminare spiritualmente, ma da quel momento non riesce a dare a se stessa il più piccolo consiglio spirituale, perché il nemico l’ha indotta in una falsa comprensione di sé. Si arriva così ad un equivoco di fondo nella comprensione che questa persona ha di sé. Il nemico l’ha indotta, tramite il bene e la fretta, ad avere di sé un’immagine e un’idea che è confermata dalle persone a cui si sente mandata. Così può dare consigli in base a quell’immagine che ha accettato di sé, che tuttavia non è la sua verità. E siccome la persona comincia a stare male, perché inizia un degrado della vita spirituale, una vita secondo l’illusione, il nemico fa di tutto affinché la persona non scavi di nuovo nella sua verità davanti a Dio. Ma l’inganno è chiaro dal fatto che la persona si sente incompresa proprio dalle persone più vicine, colpevoli a suo giudizio di non comprendere la sua grandezza, la sua preparazione, i suoi doni, cioè di non vederla come la tentazione le ha fatto credere di essere. Questa discrepanza evidenziata dalle relazioni rivela l’inganno.

Potrebbe accadere anche esattamente l’opposto, come spesso è successo ai santi, che erano veri e propri maestri della vita spirituale, ricercati da tanti, con lunghe file di attesa per un colloquio, ma i fratelli più vicini li calpestavano. Ma la verità di questo stato spirituale si dischiude nell’atteggiamento pasquale della persona, che entra nella sofferenza sapendo che la pasqua non si prepara da soli, ma sapendo che la preparano i più vicini. Questi santi infatti si rafforzavano nella fede con il Signore, che mandava loro il Consolatore in maniera non solo da poter morire, ma anche da risuscitare come persone di pace e dai volti misericordiosi.

Padre Carmelo Casile
Casavatore, Agosto 2013 / Dicembre 2019

1 Cf G. Buono, Il vocabolario della missione, Ed. EMI, p. 29

2 Cf. Alberto Degan, L’Uomo trascendente. Progetto Missionario di Dio, Ed. EUROPRINT, 2005

3 Benedetto XVI, Messaggio al 3° Congresso Missionario Americano, a Quito (Ecuador), 12.8.2008

4 Cf Yves Raguin, Cammini di contemplazione, Gribaudi 1972, pp. 27-30.

5 Cf. P. José A. Netto de Oliveira SJ, Opzione evangelica e opzione ideologica per i poveri. Riflessioni sul processo di formazione, in Convergencia 1987, rivista della Conferenza dei Religiosi del Brasile.

6 Cf Joyce Ridick, I Voti: un tesoro in vasi di argilla, PIEMME 1992, p. 32.

7 Cfr. Anselm Grün, Año Litúrgico sanador, pp. 107-114

8 Testo tratto da: M. Ivan Rupnik, Il discernimento, Ed. Lipa, pp. 141-144.

Testo completo:

TERMINI INTRODUTTIVI ALLA REGOLA DI VITA

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Questa voce è stata pubblicata il 06/06/2020 da in ITALIANO.

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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