COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

P. Carmelo Casile: “Sarò io ad aiutare Dio”


Casile


SARÒ IO AD AIUTARE DIO
Padre Carmelo Casile
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E Dio creò l’uomo a sua immagine”.
Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti,
opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Il Dossier Nigrizia Maggio 2020: “Dio, dove sei?…”, mi è stato di stimolo per riflettere e avanzare ancora un poco nella comprensione del significato della Onnipotenza di Dio. Nel Catechismo, infatti, avevo imparato che “Dio può far tutto ciò che vuole: Egli é l’Onnipotente”.

Quest’aspirazione mi accompagna dal tempo della mia giovinezza quando, con sofferenza, ho cominciato a chiedere a Dio Onnipotente dov’era, quando mio padre moriva in guerra senza che avessi potuto conoscerlo… 

Sono nato, infatti, nel 1939 e mio padre fu arruolato per la guerra nel 1941 e non tornò più a casa… 

Così non ho fatto in tempo a conoscerlo e crescevo sentendo dire intorno a me che ero un “orfano di guerra” o un “orfanello” e, nello stesso tempo, provavo un senso di vuoto, di mancanza…, che destava in me il desiderio di vedere il volto di mio padre… 

Facevo fatica a digerire questo appellativo e questo stato d’animo; capì la portata e il significato di questa situazione lungo il cammino della vita, che mi si presentava in forte salita, mentre non si spegneva in me il desiderio di vedere il volto di mio padre… Frugavo nella mia memoria cercando di ricordare, ma invano… Una volta, però, in un momento di raccoglimento, forse mentre stavo pregando, emerse nella mia mente una scena che mi rimase impressa: mi vidi bambino nella mia casa paterna piena di gente: c’era “un uomo” che era al centro dell’attenzione, tutti lo abbracciavano; io ero tenuto in braccio da un anziano; a un certo momento quell’ “uomo” in partenza mi prese lui in braccio, mi abbracciò, mi consegnò a quell’anziano, che forse era il mio nonno materno, e uscì di casa…

In questo stato d’animo cominciai a chiedere a Dio, perché mi chiedeva di mettermi a suo servizio nella vita sacerdotale missionaria per aiutare gli altri, dopo aver lasciato che subissi questa ingiustizia, che mi era causa di tante sofferenze. 

Compresi che ero entrato in polemica con Dio e che se non avessi ottenuto una risposta a questa mia domanda, l’impegno definitivo nella vocazione a cui mi sentivo chiamato, non potevo assumerlo. 

Forse non sarei arrivato a questo punto se non avessi dimenticato e avessi vissuto ciò che scrissi nel mio quaderno di religione quando frequentavo la prima classe del ginnasio (avevo 11 anni) e che avevo deposto tra le cose del passato. Una volta, già missionario, mentre mi trovavo in famiglia, per caso mi venne tra le mani e cominciai a sfogliarlo con curiosità. Arrivai alla pagina che conteneva alcune domande che il professore di religione ci aveva lasciato dopo averci presentato la parabola della pecorella smarrita. L’unica risposta che ha attirato la mia attenzione e che da allora spesso mi viene in mente, è questa: “Io sono la pecorella smarrita che Gesù porta tra le braccia”. 

Avevo dimenticato questa risposta; quando l’ho rinvenuta, ha destato in me molta gioia; ho riflettuto e mi sono reso conto che anche quando gli sono scappato dalle braccia, Lui, il Buon Pastore, mi ha sempre riafferrato… e continua a volermi tenere tra le sue braccia…

Certamente uno dei frutti più preziosi del mio cammino formativo fu proprio quello di aver cominciato a captare che la mia particolare situazione di disaggio aveva un significato nella mia vita. A questo risultato sono arrivato certamente attraverso la testimonianza di mia mamma che viveva di fede e me la trasmetteva con le parole e le opere, e attraverso l’accompagnamento spirituale nelle varie tappe formative della preparazione alla vita sacerdotale missionaria. 

Così, a poco a poco, nel clima religioso in cui mi son trovato a vivere, cominciò a profilarsi in me una risposta, arrivando a percepire che mi trovavo in cammino verso il Sacerdozio e la vita missionaria, perché Dio è stato sempre presente nella mia vita in una infinità di modi attraverso le persone che si sono prese cura di me e le ispirazioni con le quali bussava alla porta del mio cuore. 

Quelle braccia a cui mi affidò mio padre partendo per la guerra, hanno preso il suo posto, avvicendandosi continuamente nel sostenermi nel difficile cammino della vita. Sono uomini e donne che, vivendo in amicizia ed alleanza con Dio, sono divenuti parte del suo esercito, con il quale è venuto in mio soccorso, offrendomi i mezzi per colmare quel senso di mancanza che aveva provocato in me quell’altro esercito, che causò la morte di mio padre e di un gran numero di altri esseri umani. 

Tra i mezzi con cui la Provvidenza mi è venuta incontro, c’è anche la rivista Nigrizia: ero assiduo lettore di questa rivista che arrivava in Seminario e ha alimentato in me il dono della vocazione missionaria. 

Sono stato salvato, dunque, da quell’esercito di Dio, mediante il quale Egli esercita la sua Onnipotenza non per distruggere e uccidere, ma per far rinascere la vita dove l’umo semina distruzione e morte in tanti modi, quando si dimentica che è immagine del suo Creatore e Padre e così diviene sordo alla sua voce e tenta di prendere il posto di Dio stesso. 

Allora ho capito che non ero “un orfano” abbandonato sulla strada della vita, ma avevo anch’io un Padre che è, sì, invisibile, come è invisibile per me il mio padre terreno, ma c’è realmente ed è presente nella mia vita, è Provvidenza, mediante tante persone che sono venute in mio aiuto per e con l’amore di Dio.

In seguito, meditando sul significato della Consacrazione Missionaria, mi sono reso conto come Dio nella sua Provvidenza, mediante la collaborazione di tante persone, ha fatto di me, “povero orfano”, un dono al suo Figlio-Gesù, per rimanere con Lui e essere da Lui inviato nel mondo come suo discepolo missionario (cfr. Gv 17,6; Lc 6, 12ss; Mc 3,12ss). 

Così ho cominciato a dire a Dio il mio grazie per tanti i benefici ricevuti e a capire che come quel “qualcuno” che mi teneva in braccio, nell’allontanarsi ha trovato braccia accoglienti a cui affidare me, debole bambino, così ora Dio mi chiedeva di donargli le mie braccia per offrire braccia accoglienti a tanti altri che hanno bisogno di essere accolti e sostenuti come me e così rinascere a una vita nuova. 

Attraverso questa mia storia che da storia faticosa si è trasformata in storia di salvezza, ho intuito che le avversità della vita possono divenire una scuola per imparare a fidarsi di quel “Qualcuno” che porta il nome di tutti gli uomini scritto nelle palme delle sue mani di Padre Onnipotente, capace di far nascere la vita anche dalla morte. 

A questo punto potevo guardare con serenità e libertà di spirito al mio impegno definitivo come Missionario. 

Così attraverso l’avanzamento nella comprensione del significato della Onnipotenza di Dio, ho cominciato a concepire la storia come Storia di Salvezza e a vivere la mia storia personale come una storia di salvezza, una storia che nasce dall’Amore da cui il genere umano è nato.

Si era impressa in me l’immagine del Dio vestito di Onnipotenza e di Gloria, un Dio Sovrano, che può fare tutto ciò che vuole e mi risultava duro capire come mai mi aveva abbandonato nella valle oscura della mia orfanezza. 

Ma è stato Lui stesso a farmi sperimentare, poco alla volta, che prima di tutto Lui è Provvidenza, che usa sempre la sua Gloria e Onnipotenza per colmare il vuoto della mia esistenza, servendosi di tante mani che sono benefiche senza essere potenti, a cominciare da quelle di mia madre, fino a condurmi a mettermi a suo esclusivo servizio come missionario, facendo di me da un “orfanello di guerra”, uno strumento, anche se debole, della sua Provvidenza.  

Man mano che avanzavo in questo cammino, dalla domanda: “Dove eri, Dio…, perché mi hai trattato così?”, sono passato e continuo a chiedergli: “Signore, da questa prova, da questa morte, qual è la risurrezione che stai preparando per me?”. 

Alle volte mi chiedevo ancora: Se non fossi passato per questa vicenda dolorosa, avrei risposto alla vocazione missionaria e che tipo di missionario sarei stato? 

E in me, ormai anziano, sorge ancora una domanda: “Perché a me, Signore, il dono della vocazione missionaria? Come hai fatto a scoprirmi in quel marginale angolo di terra dove sono nato e vivevo in una situazione difficile, per accendere in me il desiderio di vivere l’avventura missionaria, che ha dato senso pieno alla mia vita?

E in questo momento di pandemia gli chiedo: “Signore, da questo flagello della pandemia quale risurrezione stai preparando per l’umanità intera?”. 

La risposta sta nelle mani della Provvidenza con la collaborazione di tanti uomini e donne, suoi amici ed alleati, che lo cercano con cuore sincero e sono in ascolto della sua voce; qualche indizio di questa risurrezione si comincia già a intravvedere, spero di vederla nel suo compimento dall’altra sponda, dal Continente dell’approdo finale, quello dell’Eternità, dove spero di incontrare anche il volto di mio padre, immerso nella Sorgente della Vita senza fine in compagnia dell’immensa schiera dei salvati!

Nel Dossier Nigrizia Maggio 2020, ha destato la mia attenzione in modo particolare la testimonianza di Etty Hillesum, questa giovane ebrea olandese che davanti all’ “inferno” di Auschwitz grida decisa:” Sarò io ad aiutare Dio”, offrendosi a Lui come mano della sua Provvidenza.

L’esperienza spirituale di questa giovane oltre che stimolarmi a ricordare e a rivivere qualcosa della mia storia di salvezza personale, mi ha anche spinto a riprendere e mettere insieme alcune note elaborate in questi ultimi anni, che hanno proiettato luce nella mia vita di discepolo missionario. 

1. Dal «vivere con Dio… e avere Dio in se stesso»
al tradurre questo incontro di amore in servizio al prossimo

L’espressione: Sarò io ad aiutare Dio”, fa parte del titolo del libro di Antonio Gentili, in cui traccia Il cammino spirituale di Etty Hillesum (Ed. Ancora 2014)

Leggendo il libro si nota come questo grido sincero e deciso non nasce all’improvviso, ma è il punto di arrivo del suo sofferto cammino spirituale. Da “ragazza che non sapeva inginocchiarsi”, dal momento della sua conversione, passò ad essere la “ragazza che imparò a inginocchiarsi”, immergendosi nelle ricchezze spirituali della tradizione ebraico-cristiana, traducendola in donazione di sé ai suoi martoriati fratelli ebrei. 

Arriva ad annotare nel suo Diario in dialogo con Dio: 

  • L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi, è di prepararli fin d’ora in noi stessi.
  • Ti sono grata perché mi hai portato in mezzo al dolore e alle preoccupazioni di questo tempo… ora è importante che io ti porti in me intatto attraverso tutte queste vicissitudini, e che ti rimanga fedele così come ti ho sempre promesso.  
  • Amo così tanto gli altri perché amo in ciascuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore Dio mio. 
  • Voglio essere un’unica grande preghiera…Non devo volere le cose, devo lasciare che le cose si compiano in me… Che sia fatta non la mia, ma la tua volontà.

Ritrovando se stessa nel suo profondo, trova Dio in sé, fino a poter dire: “Ti ringrazio, Signore”. L’inabitazione di Dio nel suo cuore le dà la costante consapevolezza di essere nelle sue mani, e nello stesso tempo di essere assunta come strumento della azione del Dio nella storia umana e nel cosmo intero. 

Nel suo cammino spirituale, tema fondamentale è la parola biblica: «E Dio creò l’uomo a sua immagine»; lo creò quindi capace di interagire con Lui, di vivere in alleanza con Lui, per cui non è unicamente il Dio creatore, datore di vita, che viene incontro all’uomo, ma anche l’umo è chiamato a vivere una vita in dialogo e collaborazione con Dio. 

Guidata da questa visione, rimane scossa quando vede i lineamenti divini sfigurati nelle creature umane. Prende allora coscienza che assieme alle tante cose belle, Dio le ha dato anche queste da sostenere e amare. E creature sfigurate non sono solo gli esseri umani deboli o feriti, ma anche coloro che feriscono e sfigurano. 

Tra i testi biblici che le avevano rivelato i segreti dell’amore, Etty ricorda in particolare alcuni testi del Nuovo Testamento, come «Amerai il prossimo tuo come te stesso» e l’inno alla carità della Prima Lettera ai Corinti, dove legge: «A che mi serve tutto ciò, se non ho l’amore?», e ne trae le conseguenze: «Questo amore del prossimo è come un ardore elementare che alimenta la vita».

Da questa esperienza religiosa nasce il lei un’illuminazione, che la spinge a darsi un piano di vita a servizio del disegno di Dio sull’umanità:

«Una cosa diventa sempre più evidente per me. Tu Dio non puoi aiutare noi ma siamo noi a dover aiutare te e così aiutiamo noi stessi. Io non chiamo in causa la tua responsabilità. Piuttosto sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza, che tu non puoi aiutarci ma tocca a noi aiutare te». 

A questa conclusione può arrivare ogni sincero cercatore di Dio, e oggi vediamo che sono tanti quelli che ci arrivano, attraverso cammini spirituali diversi.

Per chi si immerge nel mondo biblico, appare chiaro che “la Gloria di Dio di cui è piena tutta la terra” (cfr. Is 6,3), è Dio stesso in quanto riveste di amore-misericordia la sua maestà, la sua potenza, lo splendore della sua santità, il dinamismo del suo essere; rivestito così, pone la sua Gloria nel salvare e nel sollevare il suo popolo. La sua Gloria è la sua potenza al servizio del suo amore e della sua fedeltà all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza. Per questo non agisce da Sovrano che, vivendo nella sua Gloria e Onnipotenza, sovrasta gli esseri umani con mente fredda e mano dura, ma come Padre-Madre che con pazienza e longanimità e anche con fermezza, promuove la loro collaborazione, perché partecipando nella realizzazione del suo disegno di salvezza dell’umanità, portino a compimento la loro propria umanità.

Per i rinati in Cristo e sigillati con il suo Spirito nel Battesimo, la manifestazione completa della “Gloria di Dio” avviene nella persona di Gesù di Nazaret, il Figlio obbediente.

Gesù da un lato si proclama uguale al Padre, dall’altro chiama gli uomini suoi amici, ripudiando esplicitamente il termine “servi”. Per Gesù la sua Gloria è essere il cibo e la gioia degli altri. L’accoppiamento del pane (= cibo) con il vino (= gioia) nell’Eucaristia sono realtà-simboli della grande Gloria di Dio dilagante all’infinito dalla mensa eucaristica nel “gustate et videte quam suavis est Dominus”.

Per Gesù la Gloria arriva al vertice nella Crocifissione. Infatti la Crocifissione è la dichiarazione totalitaria e infinita, è l’atto supremo d’amore di Gesù verso gli uomini, giacché nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici (cf Gv 15,13). San Paolo, esaltando l’amore, mette in risalto il concetto evangelico di Gloria, affermando che l’ideale della vita dell’uomo è “sforzarsi di piacere a tutti in tutto“(1Cor 10, 3), cioè diventare per tutti gli altri tutte le cose di cui essi hanno bisogno.

Quando celebriamo l’Eucaristia, nel Santus della Messa acclamiamo Dio, usando l’espressione “Dio degli eserciti” (Is 63), oggi tradotta “Dio dell’universo”: un nome dato a Dio nell’AT per esaltarne la potenza e il dominio universale. 

Ma dove e come si manifesta questo Dio dell’universo

Pronunciando quest’acclamazione alla fine del Prefazio e all’inizio della Preghiera Eucaristica, prendiamo atto che proprio lì, sull’Altare, Dio-Padre, con un gesto di amore estremo delle sue mani costituite dal Verbo e dallo Spirito Santo, ci dona un Condottiero Supremo, che è “irradiazione della sua gloria” (cfr. Eb 1,1-3), Via, Verità e Vita. È Gesù, il Figlio del suo Amore, che, mosso dallo Spirito eterno (cfr. Eb 9,14), si offre al Padre suo nell’obbedienza fino alla morte per la salvezza di tutti, e ci unisce a sé, donandoci il suo Spirito e dicendoci: “Fate questo in memoria di me”. Dall’assimilazione del Pane Eucaristico, i rinati nel Battesimo, crescono nella loro vita nascosta con Cristo in Dio e danno compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nei loro corpi per la salvezza del mondo da tutti i suoi mali… (Cfr. Col 3,3; 1,24). 

Mi ha chiamato l’attenzione un articolo apparso su Comboni.org, dove sabato 16 maggio viene riportata una notizia da Aleteia con un commento finale: 

«Si è concluso il primo studio pilota in Italia effettuato dal Policlinico San Matteo di Pavia e dall’ASST di Mantova, ospedale Poma. Il campione dei pazienti trattati con il plasma cosiddetto superimmune ha riportato eccellenti risultati». 

L’autore continua: «Ultimissima considerazione, che è una suggestione personale. La cura di un nostro fratello malato con il sangue di chi ha già combattuto contro una così feroce malattia ha un valore squisitamente cristologico.

È Cristo che, del tutto fuori di metafora, ma realmente sebbene misteriosamente, infonde in noi il Suo sangue, Preziosissimo, già vittorioso contro il male e la morte e ci regala i suoi effetti. E così anche il nostro sistema immunitario, potremmo dire la nostra umanità bella ma ferita, vulnerabile e vulnerata, diventa capace della stessa vittoria.

Da studi sui tessuti ematici della Santa Sindone è emerso che il gruppo sanguigno dell’Uomo dei dolori è l’AB. Che è quello dei donatori universali di plasma.

Fosse anche solo una suggestione, è una cosa tanto bella e consolante a cui pensare. Perché è vera nell’ordine delle cose spirituali: Cristo è il fratello convalescente, come nel Volto di Manoppello, che con il suo sangue super immune ci infonde la forza di cui abbiamo bisogno per portare a compimento la nostra guarigione, la sola vera che conti, quella dal peccato».

Ed io aggiungo: che cosa rende super immune il sangue di Gesù?

Senza dubbio il Sacrificio della sua obbedienza, del quale la Lettera ai Filippesi: 2, 5-11, ci offre una bellissima Icona.

Qui la nudità dell’obbedienza di Gesù ci indica la via per imboccare la giusta relazione personale con Dio Padre, che sta nel fare la sua volontà, l’unico antidoto per portare a compimento la nostra guarigione, la sola vera che conti, quella dal peccato, cioè dalla disobbedienza a Dio, dalla ribellione a Lui, e divenire così strumenti nelle sue mani per collaborare alla guarigione integrale nostra, dell’umanità intera e del cosmo dalle conseguenze del peccato….

In particolare per noi comboniani, un punto di riferimento può essere la figura di san Daniele Comboni, che, certo della vocazione ricevuta da Dio, si distinse per la sua dedizione totale alla rigenerazione dei popoli dell’Africa, che in quel momento storico gli apparivano i più indifesi dell’Universo in preda a vari virus letali. 

2. Il sacrificio dell’obbedienza del Figlio-Gesù 

Obbedire è meglio del sacrificio,
essere docili è più del grasso degli arieti” (1Sam 15, 22).
Cristo, «vergine e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza fino alla morte di croce». (PC 1a; 14; RV 22). 

Il missionario «sia ben persuaso che è l’obbedienza la virtù distintiva del ministro di Cristo, il quale appunto con la sua obbedienza riscattò il genere umano». (AG 24b).

Gesù è il “cuore nuovo” che Dio Padre ha promesso di trapiantare nell’uomo dal cuore malato a causa della sua ribellione a Dio (Ez 36, 25-27). 

Per capire il processo di questo trapianto, fissiamo lo sguardo sul cuore malato del vecchio Adamo e sul cuore nuovo del secondo Adamo, che è il Signore Gesù. 

Cominciamo contemplando il Figlio, Cuore della creazione che palpita nel cuore dell’umanità, nel cuore di ogni uomo:

“Dio, che aveva parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai Padri
per mezzo dei profeti,
ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio,
che ha costituto erede di tutte le cose
e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo;
questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria
e impronta della sua sostanza
e sostiene tutto con la potenza della sua Parola.
Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati
si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli” (Eb 1, 1-3).

Questo Figlio, che fin dall’eternità è Dio “presso Dio” come Figlio unigenito, è divenuto uomo in Gesù di Nazaret. Egli è Icona del Padre: il suo Volto, irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza, immagine del Dio invisibile, è rivolto verso il Padre, travolto dal suo amore, rapito dal suo fascino…..

Chiediamo al Signore Gesù che lasci che lo splendore eterno del Volto del Padre squarci il velo della nostra carne e risplenda davanti ai nostri occhi: 

“Mostracelo e questo ci basta” (Gv 14,5).
“Nessuno ha visto il Padre, se non colui che viene da Dio,
quello ha visto il Padre” (Gv 1,18).
“Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9b). 

L’inno delle Lettera ai Filippesi descrive l’avventura del Figlio di Dio Fatto uomo:

«Cristo Gesù, essendo per natura Dio, non stimò un bene irrinunciabile l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce. Per questo Dio lo ha sopraesaltato ed insignito di quel nome che è superiore a ogni nome, affinché, nel nome di Gesù, si pieghi ogni ginocchio, degli esseri celesti, dei terrestri e dei sotterranei e ogni lingua proclami, che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre».

Questo antichissimo inno delle prime comunità cristiane ci introduce nello spirito del Mistero Pasquale di Cristo Gesù, Figlio obbediente del Padre, mettendo in risalto le diverse tappe del Mistero di Gesù di Nazaret:

  • la preesistenza divina; 
  • l’abbassamento dell’incarnazione; 
  • l’abbassamento ulteriore della morte; 
  • la glorificazione celeste; 
  • l’adorazione dell’universo; 
  • il titolo nuovo di Cristo e Signore. 

Si tratta del Cristo storico, Dio e uomo, nell’unità della sua personalità concreta. 

Davanti all’uomo che, non essendo Dio, vuole raggiungere la divinità con le sue proprie forze, suggestionato dall’anti-parola di Satana: “diventerete come Dio (Gn 3, 5), sorge l’altro uomo che si spoglia delle sue prerogative divine e stabilisce una nuova relazione con Dio nell’obbedienza filiale, facendosi in tutto simile ai fratelli (Eb 2, 17) e spogliandosi, inoltre, di ogni prerogativa umana, facendosi servo, umiliandosi, consegnando la sua stessa vita sulla croce in favore dei suoi amici (cf Gv 15, 13). È il vero Adamo: l’uomo come veramente Dio l’aveva voluto: un uomo che incarna l’amore! Un amore reso visibile dall’obbedienza; un’obbedienza che costa terribilmente perché il vecchio Adamo ha cambiato natura all’uomo: da figlio lo ha reso ribelle.

E, in fine, stabilisce la giusta relazione con l’universo intero: cieli, terra, inferi lo proclamano Signore. 

La morte viene vinta e con essa ogni male. L’uomo ritorna ad essere figlio di Dio, ritorna all’Amore da cui era nato. 

L’inno si conclude con il riferimento al PADRE, che sembrava che si fosse nascosto lungo la parabola che portò il Figlio-Gesù non solo a spogliarsi delle prerogative divine, ma anche di ogni prerogativa umana. Ancora di più, è piaciuto al Signore prostrarlo con dolori, perché offrisse sé stesso in espiazione e, una volta chiamato alla vita, ricevesse in eredità le moltitudini (cf Is 53, 10-12). 

Il nostro sguardo contemplativo può abbracciare adesso simultaneamente il vecchio ed il nuovo Adamo, il cuore malato ed il cuore nuovo: 

Nel vecchio Adamo c’è un uomo che perde la gloria di Dio (Rom 3, 23);
nel nuovo Adamo c’è uno che è irradiazione della gloria del Padre (Eb 1, 3). 

Nel vecchio Adamo c’è uno che ha infangato la somiglianza con Dio e vive nella tristezza degli esiliati (Gn 3, 23-24; 2Cor 5, 6);
nel nuovo Adamo c’è uno che è immagine del Dio invisibile (Col 1, 5). 

Nel vecchio Adamo c’è uno pieno di sé stesso, che uguaglia la sua mente a quella di Dio (Ez 28, 2);
nel nuovo Adamo c’è uno che vuota sé stesso fino ad annientarsi (Fil 2, 7).

Nel vecchio Adamo c’è uno irresistibilmente spinto a dominare il suo prossimo (Gn 3, 16b);
nel nuovo Adamo c’è uno che si fa servo degli uomini (Fil 2, 7). 

Nel vecchio Adamo c’è uno che si crede superiore agli altri (Ez 28, 3-5);
nel nuovo Adamo c’è uno che si fa simile agli uomini (Fil 2, 8). 

Nel vecchio Adamo c’è uno dominato dalla superbia e sedotto da fatue illusioni dell’orgoglio: ”Diventerete come Dio” (Gn 5, 5; Ez 28, 2-5.17);
nel nuovo Adamo c’è uno che si umilia (Fil 2,7)  percosso da Dio e umiliato: maltrattato si lasciò umiliare (Is 53,4.7) . 

Nel vecchio Adamo c’è uno che esperimentò la nudità della disobbedienza (Gn 3, 4-6.7; Gv 5, 43);
nel nuovo Adamo c’è uno che conosce la nudità e il sacrificio dell’obbedienza (Fil 2, 8), imparata dalle cose che patì (Eb 5, 7-9.8). 

Nel vecchio Adamo c’è uno che non sa perdere la propria vita per l’altro  (Gn 2, 23 =>Gn 3, 12);
nel nuovo Adamo c’è uno che dà la vita per i fratelli, fino alla morte (Fil 2, 8). 

Finalmente, nel vecchio Adamo c’è uno che è schiavo di sé stesso e degli spiriti che governano il mondo (Gv 8, 34-36.44; Gal 4, 3);
nel nuovo Adamo c’è uno che Dio glorifica e proclama Signore (Fil 2, 9-11). 

Nel Battesimo, lo stesso Dio che al principio soffiò nelle narici dell’uomo l’alito di vita che lo fa un essere vivente (cf Gn 2, 7), adesso interviene con la potenza del suo Spirito per spogliarci del vecchio Adamo e rivestirci del nuovo (Ef 4, 22-24; Rom 6, 3-4; 1Cor 12, 13), per estirparci il cuore malato e trapiantarci il cuore del Nuovo Adamo. 

Questo Nuovo Adamo, vera Icona del Padre, è il Figlio-Gesù completamente consegnato a te nello Spirito Santo: puoi tendere le mani al Padre e offrire a Lui il Figlio della sua tenerezza, con tutto l’Amore che palpita nel suo Cuore, reso visibile dall’obbedienza, accompagnata dalle lacrime che hanno scavato il suo volto, ma anche in tutta la sua bellezza, la sua gloria e la sua gioia filiale… 

Questo Figlio, mentre lo offri al Padre, ti coinvolge nei palpiti del suo Amore e nelle sue lacrime su un mondo bisognoso di ritornare tra le braccia del Padre e mette nelle tue mani i fratelli della terra, sospingendoti a darti per loro con Lui e come Lui, a Gloria del Padre. 

3. Il sacrificio dell’obbedienza del Figlio-Gesù nel vissuto vocazionale di san Daniele Comboni 

La contemplazione del Mistero dell’obbedienza di Gesù può servirci da chiave di lettura del sacrificio dell’obbedienza, vissuto da san D. Comboni. La sua obbedienza, in effetti, è intensamente radicata nel Mistero Pasquale, cioè nel Mistero della passione, morte e resurrezione del Figlio di Dio. L’obbedienza vissuta da san D. Comboni è partecipazione nella dinamica pasquale dell’obbedienza di Gesù Cristo

a) L’obbedienza di Comboni, partecipazione nell’annichilamento (kenosis) di Gesù Cristo 

Il primo momento del Mistero Pasquale di Cristo è precisamente quel “annichilì se stesso”. Questo annichilare se stesso da parte di Cristo, lo contempliamo ripetutamente, soprattutto durante la Settimana Santa: 

  • Simbolicamente nell’Ultima Cena: Gesù si alza e depone le sue vesti prima di lavare i piedi ai discepoli, per significare precisamente che alla base di ogni servizio all’altro c’è un morire a sé stesso. Deporre le vesti può essere simbolo di quell’annichilare se stesso. 
  • La vita di Gesù appare globalmente una esistenza per gli altri e la sorgente di questa vita è collocata nell’amore incondizionato di Dio per gli uomini. Questo modo di intendere la sua esistenza trova il culmine nell’espressione simbolica dell’ultima cena, nel dono del suo corpo e del suo sangue riferito all’evento del giorno successivo: il dono della sua vita. 
  • Ma contempliamo anche l’umiliazione di Gesù spogliato con violenza delle sue vesti davanti alla moltitudine e la sua nudità sulla croce. 

Questa situazione esprime la tragedia finale, con la quale si conclude la vicenda storica di Gesù, che sulla croce sperimenta in modo drammatico l’abbandono di Dio; ma proprio questa morte tragica di Gesù è anche il segno della sua fedeltà e fiducia in Dio: una morte accolta nella fede e vissuta come dono estremo di sé.

Sappiamo come per Comboni è proprio questo Cristo spogliato e morto sulla croce nell’abbandono fiducioso in Dio, che diventa ispirazione e modello per il missionario e fonte di speranza e vita per l’umanità umiliata e spogliata, che egli trovò e imparò ad amare nel suo primo, breve e tormentato soggiorno in Santa Croce. Privo di salute, confrontato con la morte dei suoi compagni di missione e di sua madre, ma forte di una fede intensamente radicata nel suo cuore, Comboni legge la sua situazione esistenziale alla luce dell’obbedienza che arriva alla sua cima nel Mistero Pasquale: il dono totale di sé fino alla morte che porta alla vita. 

Proprio nella contemplazione e nell’esperienza della croce, col tempo, Comboni maturerà la necessità di “acquistare il trionfo di seipsum pratico e profondo” (S 6875). 

Quel trionfo pratico e profondo su se stesso è talmente importante per lui che non esiterà a rimproverare P. Sembianti, a cui poco prima aveva affidato la direzione dei suoi Istituti di Verona, scrivendogli: “[Lei] non è ancora forte nella virtù della mortificazione, del domare l’io, del portare la croce; dell’abneget semetipsum e del [pro] nihilo reputari […]. Quantunque puro e santo nelle intenzioni, pure in fatto di solida e maschia virtù, di vera e profonda umiltà e desiderio di portare la croce e farsi anatema come l’Apostolo per i fratelli, è ancora bambino” (S 6875). 

Di se stesso, invece, scrive: “Disprezzo me stesso quando si tratta di carità; non curo l’opinione che si può fabbricare; ascolto solo la mia coscienza quando si tratta di pericolo che un’anima si perda; e sono perfetto in ciò, grazie a Dio, nella gran verità: ama nesciri, et pro nihilo reputari. [….] Ho imparato e conosciuto quanto sia sapiente la verità predicata dall’Apostolo: cupio anathema esse pro fratribus meis”. (S 6847). 

Soprattutto negli ultimi anni di vita di Comboni vediamo chiaramente questo trionfo su se stesso. Deve sottomettersi alla pressione di Propaganda e rinunciare alla più promettente parte del suo Vicariato, sottomettersi alla pressione di Canossa e rinunciare a Virginia Mansur, sottomettersi alla pressione dell’Austria e rinunciare a Bonomi come suo vicario. 

Rinuncia pratica e profonda, come dice Comboni. Entrambi gli aggettivi sono importanti, perché la sua è una rinuncia non solo esteriore, ma anche e soprattutto interiore. Un “no” alla propria volontà, un “no” a se stesso. Per usare il linguaggio di Paolo, al quale anche Comboni si riferisce, uno svuotarsi, un desiderare trasformarsi in maledizione a favore dei fratelli. 

Baritussio ci ha presentato come risultato nel suo lavoro sui “Frammenti comboniani delle Regole del 1871″, questo “atteggiamento ascetico” come conseguenza della missione e come indicatore del “grado di appropriazione del mistero del Christus passus dentro la vicenda storica”. (cf. pp. 123-124). 

b) L’obbedienza di Comboni, partecipazione al servizio (diakonía) di Gesù Cristo 

E qui siamo già al secondo momento del Mistero dell’obbedienza di Gesù; l’annichilamento, lo spogliarsi non è fine a se stesso, ma è un passo necessario per andare incontro all’altro. In effetti, nell’inno della lettera ai Filippesi leggiamo: annichilò se stesso, prendendo la condizione di schiavo. Lo spogliarsi è una preparazione al servizio. 

Di nuovo Giovanni nella sua descrizione della lavanda dei piedi durante l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli ce lo fa capire in questo gesto che racchiude in sé tutto il programma di vita di Gesù: “Gesù […] si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse intorno alla vita. Poi versò acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio, di cui si era cinto” (Gv 13, 4-5). 

Lo spogliarsi è pertanto un movimento necessario nel processo di apertura dell’io verso l’altro. Apertura che assume in Cristo una forma specifica: la forma del servizio. 

Così si capisce bene l’insistenza di Comboni in quel “pro fratribus” [a favore dei fratelli]. Il trionfo pratico e profondo su se stesso, per Comboni è segno di maturità spirituale, e trova il suo senso nel servizio ai più bisognosi che per lui, come sappiamo, sono gli africani. 

Nel’ 800, era luogo comune, fare rimontare la disperata situazione in cui gli africani si trovavano, alla maledizione pronunciata da Noé su Cam. Comboni studia bene la maledizione biblica di Genesi 9,18-27 e spesso parla di quella patriarcale maledizione. Nel testo biblico Cam/Canaan, identificato poi con l’antenato dei paesi africani, viene condannato a diventare schiavo degli schiavi, l’ultimo degli schiavi, dei propri fratelli Sem e Jafet, identificati rispettivamente con gli antenati dei popoli orientali ed europei. Una condanna che Comboni descriverà nella sua lettera circolare ai padri conciliari del Vaticano I con queste parole: ”Giammai nessuna maledizione ha infierito con più danno e più a lungo sul genere umano di quella severissima e tristissima con cui i popoli infelici dell’Africa sono stati esclusi dal beneficio della redenzione”. (S 2301). 

Molto significativi, proprio nel contesto di questa riflessione, sono le parole pronunciate da Comboni due anni prima nel santuario di Notre Dame de la Salette: “Mi sono dedicato, con dei generosi compagni, alla conversione degli africani ancora infedeli malgrado gli sforzi della Chiesa, anche se il Sangue di Gesù Cristo li ha riscattati e tu, o Maria, li hai adottati come figli nel Calvario. […] Buona Madre di misericordia, Tu sei la Madre degli Africani: in questo momento io, loro padre e loro missionario, li metto tutti ai tuoi piedi affinché Tu li metta nel tuo Cuore: mostrati Madre! […] L’Oriente si è già voltato verso questa montagna. Vediamo i bimbi di Sem tra quelli di Jafet. In questa solennità vengo per unire i figli di Cam, in modo che tutto il genere umano sia consacrato alla Vergine del perdono e della salvezza” (S 1639.1642). 

Questo testo ci fa vedere chiaramente lo scopo esistenziale di Comboni: portare gli africani alla comunione con gli altri popoli, con la Chiesa e con Dio, farli partecipi di quella rigenerazione e di quell’adozione già realizzate dal sangue di Cristo sul Calvario. Ma come Cristo comprende che è necessario diventare peccato per liberare l’umanità dal peccato, così Comboni capisce che è necessario diventare maledizione per liberare dalla maledizione, diventare servo per liberare dalla servitù. E proprio questo lo sentiamo dire in una lettera del 1878, purtroppo mai tradotta in italiano e non inserita nell’edizione degli Scritti: “Tutte le opere di Dio devono crescere sempre ai piedi del Calvario; e come l’apostolato dell’Africa centrale è un’eminente opera di Dio, così noi, servi inutili dei camiti, dobbiamo tollerare tutte le calamità, tribolazioni ed angosce, portare la croce e subire la morte affinché questa infelicissima parte del mondo ancora sottomessa all’orrendo impero di Satana si converta finalmente alla vera fede” [v. Arch.Comb. 35 (1997) 2,97]. 

Comboni si dichiara quindi servo inutile degli africani, ma ci fa anche intravedere già che questo servizio significa concretamente tribolazioni, angosce, croce ed anche morte. 

c) L’obbedienza di Comboni, partecipazione nell’obbedienza di Cristo  fino al sacrificio di sé 

Dichiarandosi servo inutile degli africani, Comboni c’introduce in un terzo momento di questo itinerario di crescita spirituale disegnato sul modello dell’obbedienza di Cristo fino alla morte: se dell’annichilamento si arriva al servizio, da questo si raggiunge il sacrificio di sé. In altre parole, passare dal trionfo pratico e profondo su se stesso al diventare servi dei maledetti di questo mondo, e dalla condizione di servo alla dono totale della propria vita. 

“Dobbiamo […] subire la morte affinché questa infelicissima parte del mondo ancora sottomessa all’orrendo impero di Satana finalmente si converta alla vera fede.” 

Queste parole di Comboni concretizzano la qualità del servizio per il quale egli rinunciò a sé stesso e si dedicò alla missione. Egli stesso l’aveva manifestato già molto chiaramente nell’atto di inaugurazione del suo servizio come pastore della Chiesa sudanese, dicendo: “Io prendo a far causa comune con ognuno di voi, ed il giorno più felice dei miei giorni sarà quello, in cui potrò dare la vita per voi”. (S 3159). 

Gesù, dopo avere manifestato apertamente nella lavanda dei piedi che la sua strada era quella del servizio, rivela completamente il suo disegno in quel gesto profetico, con il quale durante la cena dona ai suoi il suo proprio corpo ed il suo proprio sangue; spiegazione di quello che doveva succedere il giorno dopo e dono sacramentale perenne ai suoi discepoli. Al comandamento del servizio all’altro: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,15), Gesù aggiunge il comandamento di dare la propria vita: “Fate questo in memoria di me.” 

Comboni descrive la morte di Gesù sulla croce come “mistero di tanto amore” ed invita i suoi missionari a “offrirsi a perdere tutto, e morire per Lui e con Lui”. E chiede loro: “In circostanze di maggiore fervore faranno tutti insieme una formale ed esplicita dedica a Dio di se stessi, esibendosi ciascuno, con umiltà e confidenza nella sua grazia, fino ad al martirio“. (S 2722). 

d) L’obbedienza di Comboni, forza di rigenerazione per gli oppressi 

L’obbedienza del cristiano è partecipazione nella morte feconda di Cristo che si esprime in Comboni come impegno per la rigenerazione degli oppressi dell’Africa Centrale. 

Come la morte sulla croce può capirsi solamente alla luce della mattina di Pasqua, così la vita del missionario, come Comboni l’ha vissuta e ce la propone, ha senso solamente alla luce della vita nuova che deve vivificare l’Africa a livello sia religioso sia sociale. 

Il concetto preferito di Comboni per descrivere questo processo è regeneratione Nigritiae, rigenerazione dell’Africa. Ed in questa espressione troviamo tutta la densità della vita nuova che nasce dal dinamismo del Mistero Pasquale, nel quale il cristiano è introdotto per mezzo del Battesimo. 

In effetti, rivestito nel Battesimo del Nuovo Adamo, cioè del Figlio-Gesù, Cristo nostro Signore, il cristiano incomincia a sintonizzarsi con i battiti del suo Amore e a unirsi alle sue lacrime su un mondo bisognoso di ritornare tra le braccia del Padre e riceve dalle sue mani come fratelli suoi tutti gli uomini della terra, spingendolo a consegnarsi per essi con Lui e come Lui, a Gloria del Padre. 

Circa il senso comboniano del termine “rigenerazione”, possiamo intuire la sua profondità in quella notissima espressione di Comboni nell’introduzione del suo Piano: “[Il missionario] trasportato dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota – ed uscita dal costato del Crocifisso, per abbracciare tutta l’umana famiglia – sentì battere più frequenti i palpiti del suo cuore; e una virtù divina pare che lo spingesse a quelle terre, per stringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegl’infelici suoi fratelli”. (cf. S2742).

Spoglio di sé stesso, il comboniano si trasforma in portatore del fuoco divino, della vita nuova che germoglia dal Cuore trafitto di Cristo. Servo dei più poveri, si dedica alla missione nell’ottica di Dio, cioè, guardando ad un futuro con speranza di resurrezione, perché sa che le uniche buone sono le mani di Dio-Amore, origine e fine di ogni vita umana. Pertanto, la sua dedizione ai più poveri non è un’avventura filantropica provocata dai problemi umani degli africani, bensì un’offerta di salvezza, che è presenza dell’Amore Assoluto, rigeneratore dell’uomo oppresso

Per Comboni, rendere presente questo Amore rigenerante di Dio in mezzo agli ultimi della terra e sperimentare questo stesso amore nella propria vita, è lavorare per l’eternità (Cf. Regole di 1871, Cap. X). 

Pertanto, per Comboni, lavorare per l’eternità non significa che il missionario si dedica alla missione per comprare la felicità eterna per sé stesso e per gli oppressi africani, ma si dedica alla missione aperto alla forte e straordinaria presenza di Dio-Amore rigenerante (S 2742-43). Questo Amore rigenerante si trasforma innanzitutto in fonte di rigenerazione di sé stesso, di trionfo pratico e profondo su sé stesso, e quindi in apertura e “impeto” missionario, che si concretizza in servizio, in ministero apostolico fino al martirio per la liberazione integrale di coloro che, “col lume che gli piove dall’alto” (S 2742), gli si presentano come i più poveri e dimenticati. A loro volta, gli esclusi, raggiunti da questo Amore rigenerante, si trasformano in missionari dei loro fratelli e sorelle. 

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE 

  1. Ti impegni a lavorare per la rigenerazione di te stesso, per il “trionfo pratico e profondo” sul tuo io? Come? 
  2. Che cosa significa per te vivere la “consacrazione fino al martirio?” 
  3. Che posto ha l’incontro con Dio nella tua attività missionaria? 
  4. I poveri sono per te oggetto della tua opzione o dono di Dio, fratelli che Dio ti dà da amare e servire? 

Casavatore, 31 maggio 2020 

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Questa voce è stata pubblicata il 07/06/2020 da in Carisma comboniano, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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