COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Cuore di Gesù (8) Riportati alla bottega del vasaio

Riparatori con Cristo sulle orme di San Daniele Comboni (1)
P. Carmelo Casile mccj


vaso

Come l’argilla nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani (Ger. 18,6)

1. Vasi infranti riportati alla bottega del vasaio

La festa del Sacro Cuore è per noi un’occasione per riflettere sul suo significato, alla luce della qualità del cuore missionario di san D. Comboni. Il Cuore di Gesù, infatti, ha trovato una fedele re-incarnazione, per così dire, in quello del Comboni nel contesto missionario e della Spiritualità del S. Cuore del diciannovesimo secolo. Quello che si dice di S. Paolo: Cor Christi cor Pauli, si può dirlo anche di san Daniele Comboni.

Questa riflessione ci porterà, per tanto, a chiederci che cosa vuol dire per noi oggi avere un cuore missionario alla luce del Mistero del Cuore di Gesù e di come l’ha vissuto il suo discepolo Daniele Comboni.

Ci accostiamo al Cuore di Gesù, fissando l’attenzione sulla dimensione fondamentale di questo Mistero, che è la riparazione e ci chiediamo come l’ha vissuta san Daniele Comboni.

La risposta possiamo trovarla, facendo memoria della Storia della salvezza, che è la storia dell’amore che Dio vuole riversare sul mondo, sull’umanità ferita e oppressa dal peccato per redimerla e ridonarle vita e libertà. Questa storia ha un volto e un nome: Gesù di Nazareth, figlio di Dio, suo Cristo, nostro Salvatore, e raggiunge il suo culmine nel Mistero del Cuore trafitto di questo Figlio sulla Croce.

In questa storia dell’Amore Divino è fondamentale la riparazione, che riguarda lo stato di decadenza in cui il peccato ha posto l’umanità, per cui san Paolo constata che “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rom 3,25; cfr. 5,12). L’uomo racchiuso nella tomba del suo peccato, morto all’Amore, ha bisogno di essere risvegliato e rimesso in piedi. Qui comincia l’azione riparatrice di Dio.

a)  Dalla creazione, che era “ cosa molto buona”, alla sua riparazione

Secondo i primi capitoli della Genesi (1-3 => Ef 1, 3-14), la storia della salvezza comincia con la creazione, che è il risultato dell’iniziativa gratuita ed efficace di Dio-Amore, da cui si origina tutto quello che esiste, separando e distinguendo un caos informe attraverso la Parola e lo Spirito. La creazione nasce così molto buona e bella perché è di Dio, in perfetta armonia con il disegno del suo Creatore.

L’apparire delle varie opere della creazione è scandito dall’espressione: “Dio fece… e vide che era cosa buona”. Nel sesto giorno vengono introdotti nel mondo gli animali superiori e, infine ’uomo. Alla fine, “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona” (1,31).

Ma, quando arriva alla creazione dell’uomo, Dio procede manifestando un disegno peculiare su di lui, dicendo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (1,26).

Come buon vasaio, forma l’uomo dalla terra, con le sue mani, e soffia nelle sue narici un alito di vita (Gn 2,7), concentrando in quest’ultima delle sue opere che è la primizia delle sue creature (cfr. Gc 1,18)[1] il massimo sforzo creativo, messo in risalto dalla triplice ripetizione del verbo creò: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò»(1,27).

L’uomo, apparso sulla scena del mondo, si trova in rapporto ideale con Dio, in una situazione di creatura chiamata e posta da Dio nell’esistenza e nella possibilità concreta di divenire ciò che deve essere secondo il disegno di Dio stesso: l’uomo e sua moglie erano nudi ma non provavano vergogna (2,25), non si sentivano a disagio nei confronti di Dio, al punto di doversi coprire e nascondere (3,7-8): vivevano in perfetta armonia con Dio e con se stessi.

In secondo luogo, anche il rapporto tra l’uomo e il mondo risulta perfetto: la terra è un giardino che l’uomo deve coltivare e custodire (2,15).

Infine il rapporto tra uomo e uomo non potrà non ispirarsi all’entusiastica constatazione di Adamo alla vista di Eva: questa è ossa delle mie ossa e carne della mia carne (2,23), così che vivevano in perfetta armonia con se stessi e con gli altri[2].

Al principio della creazione, per tanto, tutto era buono e bello; l’uomo viveva in piena armonia con il suo Creatore, con se stesso, con gli altri e con il creato. Non vi era niente da riparare, finché il peccato (la disobbedienza) non entrò nel mondo attraverso la porta della libertà umana mal usata, che fece aprire gli occhi a Adamo ed a Eva. Si accorsero così di essere nudi, vulnerabili (2, 16-17; 3,7) e si trovarono fuori del giardino alle prese con una vita tribolata, mentre il giardino dell’Eden era rimasto alle loro spalle custodito dalla spada folgorante dei cherubini (Gn 3,22-24: 24Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita).

Ma Dio non si lascia vincere dalla vulnerabilità umana, dalla sua pretesa di erigersi ad arbitro del suo destino, prescindendo dall’obbedienza al piano del suo Creatore e Padre. Nonostante che l’uomo fa saltare il piano di amore di Dio (Gn 3,1-24), Egli “vuole che tutti gli uomini si salvino” (1Tm. 2, 4), costi quel che costi.

Per realizzare questa volontà, Dio Creatore, amante della sua creatura, da esperto vasaio, fa ricorso alla Riparazione. Così la “bottega” della creazione della Comunità Trinitaria (cfr. Ef 1,3-8), si trasforma in bottega di riparazione e nasce il progetto di riparazione che viene affidato al Figlio diletto del Padre,”7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia”.

Arriva così in mezzo a noi dal seno della Trinità il Cuore di Cristo, Immagine del Padre e in cui il Padre ripone tutta la sua compiacenza; “Volto umano” dell’Amore trinitario, amore puro, pieno, comunione perfetta; Cuore vergine-povero-obbediente, santificatore e redentore dell’umanità, in cui rifulge la sua donazione incondizionata al Padre, l’universalità del suo amore per il mondo e il suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini; Cuore-tipo nell’opera divina per la riparazione del mondo. È da questo Cuore tipo che parte l’azione della riparazione del cuore umano che dopo il peccato, vivendo riferito a se stesso, viene a trovarsi in una contraddizione radicale con l’amore “fontale” da cui proviene e con quell’amore universale per il quale era stato creato.

Gesù, infatti, dal suo Cuore Trafitto effonde senza misura il suo Spirito, perché ripari le crepe del cuore umano deformato dal peccato, conformandolo alla vita del suo Cuore, e così il cuore umano sia riportato finalmente alla sua originaria bellezza e bontà.

In quest’ottica il profeta Geremia invitava Israele nel suo travagliato cammino di Alleanza con Dio a lasciarsi modellare da Lui come argilla nelle mani del vasaio:

«1Questa parola fu rivolta dal Signore a Geremia: 2“Àlzati e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola”. 3Scesi nella bottega del vasaio, ed ecco, egli stava lavorando al tornio. 4Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto. 5Allora mi fu rivolta la parola del Signore in questi termini: 6“Forse non potrei agire con voi, casa d’Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa d’Israele» (18,1-6).

Il Salmo 146/145 al versetto 3 constata che l’uomo «esala lo spirito e ritorna alla terra: in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni». Ma il profeta Geremia, in questo oracolo diretto al popolo di Israele, ci ricorda il segreto del successo nella nostra vita, che consiste nella relazione artistica tra ogni creatura umana e il suo Creatore, che è indicata in modo molto sottile con l’immagine della “bottega del vasaio”.

Le parole di Geremia ci suggeriscono serenità, giacché sembra che da parte del Signore – paziente vasaio delle nostre vite – non c’è nessuno rimprovero contro il vaso non riuscito bene o danneggiato, ma un senso di tranquilla accoglienza della realtà delle cose, espressa con queste parole stupende: – se si guastava il vaso … come capita con la creta in mano al vasaio, riprovava di nuovo...

Non si tratta di cambiare natura – la creta rimane creta – ma di estrarre dalla massa umana che noi siamo, un nuovo salto in avanti, un nuovo impulso in avanti.

In questa ottica è interessante e utile fare una ri-lettura delle nostre alleanze e delle sue rotture, dei combattimenti e delle ferite, per discernere in esse la chiamata a progredire nella vita, nella convinzione che ogni situazione è opportunità di crescita, che «non sono i fatti a contare nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa».

Il Signore in qualità di vasaio sembra animato da una pazienza che non è rassegnazione, ma chiara coscienza che non sempre le cose riescono al primo intento, così che in modo naturale “riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto”.

In questo modo di procedere, traspare la certezza che si può sempre cominciare di nuovo, che si può tentare di fare un vaso nuovo con la stessa creta.

Per ottenere ciò, è necessario assumere la “psicologia” dell’argilla, che consiste nell’abbandonarsi nelle mani del vasaio, cioè all’azione del vasaio in essa.

Mi abbandono nelle mani di Dio anzitutto prendendo le distanze da tutto ciò che mi ripiega su me stesso e offrendo a Lui tutta la mia attenzione, aprendo il cuore all’azione dello suo Spirito, vero grande artista delle relazioni. Sarà Lui a guidarmi nel camino dell’abbandono nelle mani di Dio, così che io impari e viva nella giusta relazione con Dio e con me stesso, con gli altri e con il creato.

In concomitanza con l’oracolo di Geremia, esiste un detto ebraico che afferma: “Dio agisce in modo diverso dagli uomini. Per gli uomini, per noi è una sventura lavorare con dei vasi rotti, è una sciagura doversi servire di anfore rotte, ma per Dio non è così, noi siamo i vasi rotti di Dio”.

Quando parliamo di Riparazione pensiamo subito alla compensazione offerta a qualcuno (a Dio, all’autorità, a una persona amata…) per un torto commesso a suo carico.

Tuttavia, nella Storia della Salvezza la Riparazione si riferisce anzitutto all’agire di Dio verso l’umanità sfiancata dalla debolezza della sua malattia mortale, dovuta alla pretesa di bastare a se stessa. La Riparazione, infatti, è l’azione salvifica di Dio che accompagna il cammino dell’umanità fin dai tempi antichi in diversi modi (cfr. Eb 1,1), e che nella pienezza dei tempi è venuto in questo mondo in Cristo Gesù (cfr. Gal 4,4) in cerca delle anfore spezzate, dei cuori infranti, perché sa come ripararli e come servirsene; anzi, pare che le anfore spezzate siano poi quelle che gli sono servite meglio fra le mani: pensiamo ai discepoli che al momento della Passione fuggirono tutti, a Pietro che lo ha tradito o a Paolo o ha perseguitato… Noi siamo i vasi rotti di Dio, ma Lui sa come ripararli e servirsene al meglio.

Dio non ci butta via mai, siamo sempre buoni per la sua arte di vasaio, ogni vaso rotto che è ciascuno di noi, va bene per le sue mani. Questa nostra argilla va ancora bene per Lui che si è fatto creta in Gesù perché la nostra creta si faccia spirito.

Dio ripara le nostre ferite e le nostre rotture con oro. È l’oro della sua Grazia, del suo Amore-Misericordia, che fluisce dalle cicatrici ben visibili del corpo di Gesù risorto. Gesù e le sue cicatrici sono un tutt’uno e sono la dimostrazione concreta dell’Amore-Misericordia di Dio per noi che si manifesta in Gesù, il Crocifisso-Risorto, il quale soffia il suo Spirito su noi, argilla crepata e ribelle (Gv 19, 22-23).

“Questo soffio richiama il momento della creazione, quando “il Signore Dio formò l’uomo dalla polvere della terra e respirò dentro le sue narici il respiro della vita” (Gn 2,7). Il soffio di Gesù crea l’uomo nuovo, l’uomo che non è più vittima delle forze che lo portano al male, ma è animato da un’energia nuova che lo spinge al bene.
Dove giunge questo Spirito il male è vinto, il peccato è perdonato – cancellato, distrutto – e nasce l’uomo nuovo modellato sulla persona di Cristo” (F. Armellini).

A questo punto ci può essere di aiuto la rilettura dell’episodio della risurrezione del figlio della Sunammita per opera del profeta Eliseo:

«32Eliseo entrò in casa. Il ragazzo era morto, steso sul letto. 33Egli entrò, chiuse la porta dietro a loro due e pregò il Signore. 34Quindi salì, si distese sul ragazzo; pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani nelle mani di lui e si curvò su di lui. Il corpo del bambino riprese calore. 35Quindi si alzò e girò qua e là per la casa; tornò a curvarsi su di lui; il ragazzo starnutì sette volte, poi aprì gli occhi».

Il modo di agire del profeta è molto suggestivo. Eliseo, infatti, richiama alla vita il figlio della Sunammita stendendosi sul corpo del ragazzo senza vita e facendo combaciare la sua bocca, i suoi occhi e le sue con la bocca, gli occhi e le mani del ragazzo. Così in un primo momento il ragazzo prende calore e la seconda volta “il ragazzo starnutì sette volte”. Gli starnuti ci ricordano che Dio al principio infuse lo spirito di vita nelle narici di Adamo (Gn 2,7) e che attraverso le narici l’uomo respira (Is 2,22). Qui, per tanto, lo starnuto rappresenta il ritorno alla vita e alla vita piena, perché gli starnuti sono sette.

Leggendo questo episodio alla luce dell’agire riparatore di Dio a favore dell’umanità morta, nel modo di agire di Eliseo possiamo vedere Cristo risorto che entra nella tomba della nostra morte con le sue cicatrici gloriose e le fa combaciare con le nostre cicatrici mortali, alita in esse il suo Spirito di Vita, e così ci richiama alla vita piena, restituendoci all’abbraccio di Dio-Padre, dei fratelli e della creazione intera (cfr. Rm 8,19-25).

b) Riparati con l’oro dell’Amore divino, che sgorga dal Cuore Trafitto di Gesù

 

Per approfondire il modo di agire di Dio-vasaio nel riparare l’uomo rotto nel suo rapporto che lo lega a Dio stesso, al fratello e al mondo, ci può illuminare l’antica tecnica giapponese del Kintsugi, che si ispira alla filosofia, secondo la quale un oggetto si può rompere ma non per questo perde il suo valore e la sua bellezza.

La tecnica del Kintsugi letteralmente significa “riparare con l’oro” e consiste appunto nel riparare con l’oro degli oggetti in ceramica che si sono rotti, dando ai frammenti così riuniti un aspetto nuovo attraverso le preziose cicatrici. Ogni pezzo riparato è unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi e delle irregolari decorazioni che si formano con il metallo. Dalla rottura della ceramica si dà, attraverso le preziose linee, nuova vita all’oggetto che diventa ancora più pregiato grazie alle sue cicatrici.

Per noi occidentali, soprattutto oggi abituati all’usa e getta, si tratta di una pratica di cui facciamo fatica a coglierne l’utilità e il significato. Se ci capita di dover riparare una ceramica, cerchiamo di farlo in modo tale che gli aggiustamenti non siano visibili. Ci sentiamo a disaggio a dover esporre nei nostri ambienti un oggetto rotto e poi riparato.

Nella cultura giapponese, invece, nessun oggetto deve necessariamente essere perfetto: ognuno, tramite il Kintsugi, racconta la sua storia.

Così, trasportato sul piano esistenziale, il Kintsugi spiega che da una ferita può nascere una forma e una storia ancora più preziosa sia esteticamente che interiormente, che dal dolore e dalle cicatrici nasce una forma di bellezza ancora più potente. Si può crescere dall’esperienza dolorosa e valorizzarla, usando un metallo prezioso come l’oro per riparare le crepe, che quindi non vengono cancellate, ma evidenziate per renderle pù preziose.

La differenza è tutta qui: invece di tenere nascosta l’integrità perduta, si esalta la storia della ricomposizione! La filosofia della tecnica del Kintsugi sottolinea il fatto che la Vita è un cammino costante tra integrità e rottura, caduta e ripartenza, perché è ri-composizione costante.

In questa tensione tra integrità e rottura, noi facciamo fatica a fare pace con le nostre rotture. “Spaccatura, frattura, ferita” sono percepite come l’effetto visivo di una colpa, di un fallimento. Se c’è una rottura, è colpa di qualcuno.

Tutt’al più apprezziamo la capacità di una persona di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, assorbendo il colpo senza rompersi e rialzandosi più forte di prima, o superandosi con l’acquisizione di maggiore esperienza ed autorevolezza nella vita.

Ma Dio, il divino vasaio, ci prende tra le sue mani con la infinita capacità creativa del suo amore-misericordia, che raggiunge il vertice della sua rivelazione nel Mistero della Pasqua, che è il dono di grazia e di salvezza che dal Cuore di Cristo si riversa sull’umanità. Dal Cuore spezzato, dal Cuore di Cristo trafitto dalla lancia del soldato, sgorga l’essenza della vita di Dio, che è il suo amore e il suo sangue, cioè la sua stessa vita per la vita del mondo, per la ri-composizione delle vite spezzate, dei cuori rotti degli uomini tutti.

Gesù, il Figlio di Dio dal quale tutto è stato creato, si fa crocifiggere e si fa trovare sull’albero della Croce per attrarre tutti a sé (cfr. Gv 12,32). Egli, l’unico senza peccato, ha subito insulti, percosse, derisione e infine il supplizio della croce per condividere totalmente la condizione umana. Per tutti Egli chiede perdono.

Inteso in questi termini, l’albero della croce è anche l’albero eretto dal nostro peccato, l’albero quindi della nostra morte, perché lì di sicuro noi ci andiamo.

Abbiamo qui la più forte manifestazione del Mistero di Dio-Amore, che attraverso il Cuore squarciato di Cristo si rovescia sull’umanità morta a questo Amore, rigenerandola. Il Signore Dio, Gesù il nostro Salvatore, non si fa trovare là dove finalmente siamo diventati bravi, buoni, santi. Si fa trovare proprio nel più oscuro della nostra vicenda, nella morte del nostro peccato, lì ci raggiunge. Quando ci scopriamo peccatori e lo riconosciamo e finalmente apriamo questa realtà ai Colui che salva, le nostre ossa inaridite rivivono (cfr. Ez 37,1-14), perché proprio lì egli ci raggiunge e mette nella tomba della nostra morte la vita nuova della sua risurrezione.

Giovanni ha visto il colpo di lancia che ha squarciato il Cuore di Cristo; è un avvenimento biblico, a cui egli da molta importanza: “questo avvenne perché si adempisse la parola del Profeta, e chi ha visto vi da testimonianza, perché anche voi crediate” (Gv 19,35).

Testimonianza di che cosa? In che cosa dobbiamo credere, qual è l’oggetto di questa fede?

Possiamo ricevere una risposta ricorrendo al parallelo veterotestamentario di questo brano, che è ancora Gen 3, 22-24: dopo il peccato l’uomo non può più entrare nel giardino della vita del paradiso. E c’è anche quel grande simbolo dei serafini alla porta del paradiso con la spada fiammeggiante che impediscono di potervi entrare; non era più possibile avere accesso all’albero della vita. E qui finalmente c’è una spada che apre, la spada del soldato che apre il costato di Cristo; riapre la porta del paradiso, che è il Cuore di Gesù Salvatore (Gv 10,7.9). Adesso la porta è aperta, e noi possiamo entrare proprio lì nel Cuore di Cristo, dove possiamo seppellire la nostra vita rotta, i pezzi doloranti e guasti della nostra vita, perché riprendano nuova vita a contatto di quella vena eterna d’oro che è l’amore misericordioso del Padre, che fa nuove tutte le cose (cfr. Is 43,18-19; Ap 21, 5).

Pietro, segnato dal ricordo e dal dolore della sua triplice negazione del Maestro, entrò in questo Cuore, consegnandosi nelle mani della Divina Misericordia, e la sua triplice negazione fu trasformata nella triplice affermazione del suo amore (cfr. Gv 21,15-19.22). Entrare nel Cuore trafitto di Cristo significa che tutta la nostra storia entra in questa officina della Divina Misericordia, per essere trasfigurata nella gloria del Crocifisso-Risorto, perché ciò che sta putrefacendosi nel nostro cuore sia trasformato in un che sia fedele al sì fedele dell’amore di Dio per l’umanità bisognosa di ritrovare la sua integrità originale.

[1] Gc 1,18: 18Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo come una primizia delle sue creature.

[2] Cfr. Antonio Gentili, …E Dio disse, Ed. Ancora 1980

[3] A don Pietro Grana, 6. 4. 1859

[4] A don F. Briccolo da Parigi, 15 gennaio 1965

[5] Cfr. Joaquim José Valente da Cruz mccj, Verso una «perfetta armonia» come sinergia di «elementi eterogenei». Percorsi di “pericoresi ecclesiale” nel Piano di san Daniele Comboni (file ricevuto direttamente dall’autore).


Word FPit 2017-7 Riparatori con Cristo sulle orme di San Daniele Comboni
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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2020 da in Cuore di Gesù, ITALIANO.

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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