COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Cuore di Gesù (9) Collaboratori di Cristo nell’arte della riparazione

Riparatori con Cristo sulle orme di San Daniele Comboni (2)
P. Carmelo Casile mccj


discipulos

«All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”» (At 2,37).

2. Collaboratori di Cristo nell’arte della riparazione

c) Essere riparatori, una risposta di grato amore all’Amore che ci ha riparati

La festa del Sacro Cuore è la celebrazione dell’evento centrale della Storia della nostra Salvezza, nel quale riconosciamo il grande dono dell’amore che Dio ci ha mostrato nel Suo Figlio Crocifisso e Risorto, apriamo gli occhi del cuore e riconosciamo la nostra dignità, cioè quanto siamo costati a Dio e quanto siamo amati da Lui!

Il segno, per tanto, del risveglio del cuore e dell’accoglienza di questo amore è la “trafittura del cuore” (At 2,37), cioè l’intima coscienza della salvezza ottenuta “per me” dalla morte del Signore che “io stesso” ho ucciso con il mio peccato.

Quando un uomo è raggiunto da questa trafittura, “non può tacere ciò che ha visto ed ascoltato”. Pietro e Giovanni sono così segnati, stigmatizzati, cicatrizzati dall’amore del Crocifisso-Risorto che non riescono a tenere chiusa la bocca davanti al sinedrio. Parlano con franchezza lasciando i capi del popolo senza parole e stupiti (cfr At 4,20).

Chi è segnato dalle cicatrici pasquali dell’Amore-Misericordia del Crocifisso-Risorto provoca negli altri queste stesse cicatrici: Gesù nei discepoli; i discepoli, con il dono dello Spirito Santo, nelle altre persone: «All’udire queste cose (gli Israeliti) si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”» (At 2,37). Si attiva così l’apostolato della riparazione, perché sia piena la gioia dell’apostolo e di colui che viene coinvolto in questo abbraccio dell’Amore Crocifisso che fa nuovi i cuori prigionieri della propria autosufficienza (cfr. Gv 1,1-4).

Da qui nasce la spinta alla riparazione del Cuore di Gesù, la quale evidenzia prima di tutto quello che Dio fa per noi attraverso il suo Cristo, e solo in conseguenza quello che noi sentiamo di dover fare per lui; è una riparazione che gira intorno ai termini, amore, misericordia, perdono, gratitudine, fiducia, abbandono, sicurezza nella redenzione di Gesù-amore e quindi conversione. In essa, per tanto è presente un unico movimento di amore: l’amore gratuito di Gesù per noi, da cui nasce il nostro amore di gratitudine a Lui e il nostro lasciarci coinvolgere nel suo amore per gli altri, in modo che tutti possano sentirsi “trafiggere il cuore” da questo amore e rispondano a Gesù-amore con l’amore e quindi con la conversione.

Non si tratta, per tanto, di riparare il Cuore di Gesù come se fosse il caso di dargli una specie di “contentino” o risarcimento, di avere un senso tragico della vita dominato dal senso di colpa, né di cercare la sofferenza per se stessa, prendendo un’aria di vittimismo. La sofferenza dell’apostolo è una logica conseguenza dell’amore che lo spinge alla donazione; amore e donazione che nell’apostolo tendono ad essere totali. Gesù amò e si donò così (Gv 3,16; 13,1). La sua vita è un dono d’amore che sfociò nell’olocausto (Lc 22, 12-20), che trascina il cuore dell’apostolo, facendolo esclamare: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). Di conseguenza: io lo amo e mi dono ai fratelli. È il suo amore che mi spinge, per fare della mia vita un sacrificio (cf Fil 2, 17; 2Tim 4, 6).

Per tanto, riparare è un’azione positiva di ricostruzione di ciò che rimase danneggiato o distrutto nel nostro essere immagine e somiglianza di Dio; è effettuare il restauro di questa immagine, aprendo il nostro cuore al Cuore di Gesù, il Crocifisso-Risorto, che alita su di noi il suo Spirito, datore di vita.

In fondo, la riparazione è una risposta all’«ho sete » del Cuore Trafitto del Buon Pastore, che è venuto perché tutti abbiamo vita e l’abbiano in abbondanza (cfr. Gv 10,10).

  • Perciò, c’è bisogno di superare certe connotazioni negative come:

– il dolorismo

Cercare il sacrificio per il sacrificio è masochismo. Il nostro Dio dice chiaramente: “voglio la misericordia e non i sacrifici” (Mt 12, 7). La Buona Notizia di Gesù è di beatitudine, qual formula esigente d’essere felice. Il cristianesimo non è una religione di rassegnati, ma di felici conquistatori del Regno dei cieli, anche se attraverso il cammino della croce.

– il rigorismo

Si tratta della difficoltà nel convivere con un Dio “ricco in misericordia”. Ogni esigenza che non vada d’accordo con “il grande amore con il quale Dio, ricco di misericordia, ci ha amati,” (Ef 2,4), con una liberazione profonda, non viene da Dio. In effetti, il giogo di Gesù è dolce e il suo carico leggero (Mt 11, 30).

– il pessimismo e il vittimismo

Dio ama chi dà con gioia (2Cor 9, 7). Non si tratta di un Dio di sacrifici e olocausti. Come ricorda Gesù: “ Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito… Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 16-17).

  • La vera riparazione cristiana è ottimista, suscitatrice di speranza, costruttiva.

Coltivare lo spirito riparatore e praticare la riparazione è assumere la missione di infermiere o medico per curare le infermità del peccato, che produce effetti individuali e sociali.

Riparare è amare. «È l’amore “sino alla fine” (Gv 13, 1) che conferisce al sacrificio di Cristo valore di redenzione e di riparazione… Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita» (CCC. 616).

Riparare, per tanto, è collaborare con Gesù perché dove c’è il male regni il bene (Rm 12, 21), dove abbonda il peccato sovrabbondi la grazia (Rm 5, 20).

In questo contesto di riparazione nasce la preghiera attribuita a San Francesco:

O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace:
Dove è odio, fa’ ch’io porti l’Amore.
Dove è offesa, ch’io porti il Perdono.
Dove è discordia, ch’io porti l’Unione.
Dove è dubbio, ch’io porti la Fede.
Dove è errore, ch’io porti la Verità.
Dove è disperazione, ch’io porti la Speranza.
Dove è tristezza, ch’io porti la Gioia.
Dove sono le tenebre, ch’io porti la Luce…

Riparare è unirci a Gesù Cristo, all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. È dire con Paolo: Completo ciò che manca alla riparazione di Cristo nel suo corpo, che è la Chiesa (cfr. Col 1, 24).

d) Comboni impara e avanza nell’arte della riparazione contemplando quel Cuore che ha tanto amato gli uomini…

Il simbolo del Cuore di Gesù si imprime nello sguardo e nello spirito di Comboni come icona significativa di riferimento nel suo cammino di discepolo missionario, improntato allo spirito di riparazione, durante gli anni della sua formazione giovanile nell’Istituto Mazza, dove è accolto come allievo nel 1843. In questi anni Comboni impara e avanza nell’arte della riparazione contemplando quel Cuore che ha tanto amato gli uomini…

Il centro spirituale di questo Istituto era impiantato nella chiesa di san Carlo, dove Comboni aveva sempre davanti agli occhi lo splendente trittico dell’ «Altare delle devozioni», che aveva un chiaro intento didattico per i giovani allievi.

Nella pala centrale campeggia la persona del Cristo con un cuore splendente, il quale occupa la parte centrale dell’intero trittico ed è il protagonista.. Nella lunetta superiore una nave ormai distante dalla riva, veleggia su un mare increspato protetta da due angeli con Croce e Calice, per significare che ogni missione nasce dal sacrificio ed è comunione e comunicazione di un evento salvifico. La scritta a piè di quadro «In Te Domine speravi!», indica la forza da cui nasce ogni avventura apostolica e ne esprime poi il senso compiuto e l’approdo finale. Da questo insieme di immagini che cadeva costantemente sotto lo sguardo degli allievi del collegio Mazza, il giovane Daniele riceveva ispirazione e motivazioni per il suo orientamento vocazionale.

Il tema del Cuore di Gesù è collegato con le rivelazioni fatte dal Divin Cuore a santa Margherita Maria Alacoque a Paray-le-Monial (1647-1690).

Nella devozione al Cuore di Gesù secondo le rivelazioni ricevute da santa Margherita Maria Alacoque, in primo luogo c’è il Cuore, che appare come sede dell’amore appassionato di Gesù e tutto si concentra nel rivelarci il suo amore verso gli uomini e spingerci a rispondere ad esso onorandolo sotto il simbolo del Cuore: «Egli mi ha fatto vedere quale ardente desiderio avesse di essere amato dagli uomini. Egli aveva espresso il suo volere di svelare agli uomini il suo Cuore con tutti i tesori di amore, di misericordia, di grazia, di salute che a Lui erano noti… Tale devozione è come un ultimo sforzo del suo amore inteso a favorire gli uomini di questi ultimi secoli di una tale redenzione amorosa, per sottometterli alla dolce libertà del Regno del suo Amore da ristabilire nei cuori».

Per tanto, nel messaggio affidato dal Cuore di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, è presente l’aspetto sociale. Rimasto a lungo secondario, esso viene ad assumere rilevanza dopo la metà del secolo ad opera degli ambienti francesi, volti a far riconoscere dall’universo intero l’assoluta sovranità del Sacro Cuore e il dovere di lavorare per il suo “regno sociale”.

In secondo luogo, Gesù ripetutamente si lamenta che il suo amore non è corrisposto. Appare come un amante rigettato e chiede riparazione e consolazione. È chiaro qui il richiamo ad impegnarsi a promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime, e a impedire e riparare le offese a Dio con la lotta contro il peccato, a cominciare da se stessi. Tuttavia questa lotta non viene ingaggiata tenendo in mano lo scudiscio di un moralismo esacerbato, ma mediante la partecipazione nello zelo misericordioso del Cuore di Gesù, che guarisce il cuore dello stesso apostolo e nello stesso tempo lo apre all’operosità apostolica, generosa fino al dono totale di sé, perché tutti possano accedere all’abbondanza di vita offerta dal Cuore di Gesù.

In fine Gesù chiede un atto di espiazione e di devozione e cioè l’ora di adorazione dinanzi al SS. Sacramento la notte del giovedì, e poi chiede ancora la comunione i primi venerdì del mese e la festa del Sacro Cuore. E infine il Signore assicura che tutto questo sarà fonte di salvezza.

Di fronte a questo messaggio di salvezza c’è da notare che in alcuni ambienti prevale l’aspetto devozionale, sfociando così in pratiche sdolcinate e svigorite, che privano la devozione al Cuore di Gesù del suo slancio apostolico; in altri ambienti prevale l’aspetto morale di lotta contro il peccato. La tendenza moralista, lasciando in secondo piano la necessità di lasciarsi incontrare dall’amore del Cuore di Gesù, di credere e affidarsi a Lui, sfocia nel moralismo, che produce un esercizio introverso, autoreferenziale, delle virtù, da cui nasce l’atteggiamento farisaico, e una spiritualità dura e intransigente con se stessi e con gli altri, annebbiando così la fonte della salvezza e della vocazione apostolica, che è l’incontro personale con il Signore Gesù.

Nell’Istituto Mazza il messaggio del Cuore di Gesù è accolto e tradotto in piano educativo nella sua originalità: la salvezza è per tutti, è offerta a tutti gli uomini dall’amore del Cuore di Gesù, attraverso l’opera missionaria della Chiesa, ed è una salvezza integrale.

È una salvezza, pertanto, che abbraccia la persona umana nelle sue dimensioni naturali e soprannaturali (spirito-anima-corpo) e nelle sue relazioni con la società ed il creato, secondo la prassi e l’insegnamento di Gesù. Egli, infatti, non ammette una pratica religiosa staccata dalla vita, incapace di portare ad un impegno “a diventare il Buon Samaritano del giorno”.

Fondato su tali basi, il progetto missionario dell’Istituto si proponeva coniugare “religione e civiltà” a favore dei popoli dell’Africa Centrale, che apparivano i più emarginati dalla storia, in continuità con l’obiettivo degli Istituti Mazza a Verona, che era precisamente quello di preparare ottimi cittadini e perfetti cristiani.

Così Comboni, alla scuola del Cuore di Gesù, in questo ambiente in cui la fede è anima del sociale, incomincia a imparare la “filosofia” necessaria per la vita, che è “la filosofia evangelica”, che è appunto quella della riparazione per la rigenerazione. Introdotto in questa filosofia mediante una formazione alimentata da una seria e illuminata “devozione al Sacro Cuore”, egli vive mosso dalla volontà di essere “pronto sempre a sacrificare ogni cosa e vincere tutto, per seguire ed adempiere la volontà del Signore» (S 464)[3], così che ancora giovane può scrivere: «I sacri Cuori di Gesù e di Maria sono il mio grande conforto e il perno della mia filosofia” (S 974-975)[4].

L’amore divino, incarnato e manifestato in quel Cuore che il giovane Comboni aveva costantemente davanti agli occhi e accoglieva nel proprio cuore lasciandosi plasmare da esso, è l’origine della sua dedizione totale alla causa dell’Africa, “per la quale parlò, lavorò, visse e morì”, è la forza che lo spinge a dare tutto e andare sempre oltre, così che poteva confessare: «Votato all’Africa da 17 anni, io non vivo che per l’Africa e non respiro che per il suo bene» (S 1424).

In Daniele Comboni la spiritualità del Cuore di Gesù si approfondisce e si arricchisce ulteriormente con la visita al Santuario del Sano Sepolcro, dove fu particolarmente attratto dalla Tomba vuota e dal Monte Calvario. Comboni visitò il Santuario del Santo Sepolcro all’inizio del suo primo viaggio verso la Missione (1857-1859) quando, arrivato ad Alessandria, gli viene offerta l’opportunità di un pellegrinaggio a Gerusalemme.

Nella visita del Santuario del Santo Sepolcro, che «è il primo Santuario del mondo», Comboni fa l’esperienza del legame tra il monte Calvario dove il Salvatore fu crocifisso, e la sua Tomba vuota. In questa esperienza l’Icona del Crocifisso-Risorto affonda profondamente le radici nel suo cuore.

Inoltre il Mistero della Croce e il simbolo del Cuore di Gesù si unificano sul Calvario, dove Comboni contempla il simbolo del Cuore di Gesù nel Mistero del Cuore trafitto di Cristo crocifisso, dal quale sgorga sangue e acqua, cioè la sua stessa vita per la salvezza del mondo.

In questo accostamento il simbolo del Cuore di Gesù è colto nella sua intrinseca unità con la carità divina espressa sulla Croce. In questa prospettiva nella vita del missionario il Cuore di Gesù è l’energia, la spinta, la ragione del suo apostolato; la Croce è il mezzo o il metodo apostolico, cioè un apostolato vissuto come “dedizione totale”, “all’insegna della Croce” (cfr. RV 2-4).

Questa donazione totale si sviluppa ampiamente in Comboni durante tutto l’arco della sua vita. È uno sviluppo che si è andato conformando come tra due poli, l’uno celeste (religioso o trascendente, «dall’Alto») e l’altro terrestre o geografico, creando in Comboni una tensione che è riuscito ad unificare in una sintesi missionaria.

Nell’esperienza spirituale di Comboni il polo celeste che appare chiaro fin da principio, è il Cuore di Cristo e la Croce (cfr. RV 3-4), manifestazione sulla terra del Mistero infinito di Dio-Trinità; si tratta quindi di una realtà non prodotta dal suo cervello, ma attinta partecipando nel pellegrinaggio di fede della Chiesa attraverso il tempo e lo spazio umani. Il polo terrestre è costituito dalla Nigrizia, cioè da un punto geografico-umano preciso (cfr. RV 5) che, integrato nel polo celeste, diviene parte costitutiva della esperienza religiosa di Comboni; diviene una sorta di mappa per orientarsi nello svolgere con passione «l’opera» alla quale si sente spinto dal Cuore di Gesù.

e) Il Piano missionario di san D. Comboni, un piano di riparazione nato nell’officina della Trinità

In Daniel Comboni il vissuto dell’icona biblica del Cuore trafitto di Cristo crocifisso raggiunge il suo apice nell’evento carismatico del 15 settembre 1864 nella basilica di S. Pietro nel contesto di una esperienza forte di preghiera proprio in occasione della beatificazione di Margherita Maria Alacoque.

La spiritualità del Cuore di Gesù che qui emerge è il punto di arrivo del cammino spirituale che il Comboni è andato vivendo nelle varie tappe della sua vita a cominciare da Limone, passando per l’Istituto Mazza e il Pellegrinaggio in Terra Santa fino all’arrivo alla Stazione di Santa Croce…

In questo evento, infatti, la spiritualità del Cuore di Gesù vissuta da Comboni è espressa in termini in cui il simbolo del Cuore, già messo in intima connessione con il Mistero della Croce sul monte Calvario, così che diviene il Cuore di Cristo trafitto in Croce, ora è colto in esplicita chiave trinitaria e nella sua identificazione con i popoli oppressi dell’Africa Centrale.

Comboni arrivò per la prima volta a Roma nel settembre 1859 proveniente dall’Africa, di ritorno, malato, dal suo primo viaggio missionario.

In quest’occasione, varca per la prima volta la soglia della basilica del Vaticano.

Il giovane missionario, sotto il peso delle prove della prima esperienza apostolica, porta nel suo cuore orante quell’Africa a cui “già aveva sospirato da gran tempo, con maggior calore di quello con cui due amanti sospirano il momento delle nozze” (S 3) e che ora, dopo averla incontrata, non può abbandonare alla sua sorte.

Le sofferenze che affliggono l’Africa descritte nell’Introduzione del Piano, pesano come macigni sul suo cuore di sopravvissuto della prima luttuosa esperienza sotto il “torchio della desolata vigna africana” (S 2744) e sfidano la sua fedeltà: “Un buio misterioso ricopre anche oggidì quelle remote contrade che l’Africa nella sua vasta estensione racchiude… i rischi d’ogni maniera e gli scogli insormontabili…. sgominarono le forze e gettarono lo scoraggiamento…” (S 2741).

Il 15 settembre 1864 Comboni si trova di nuovo sulla tomba di S. Pietro “in attesa orante”. È un ritorno effettuato nel momento dei suoi “più caldi sospiri verso quelle regioni infelici” (S 2754), che certamente costituisce un momento determinante della sua vita e che può essere definito come “battesimo di fuoco” o “Pentecoste personale” dell’Apostolo della Nigrizia. A questo punto del percorso spirituale di Comboni il Monte Calvario appare intimamente connesso con il Monte Sion, “sublime monte” (S 54) dell’attesa e dell’avvento dello Spirito Santo, “dove successe la divisone degli Apostoli per predicare l’Evangelo per tutto il mondo” (S 58).

Infatti, presso la tomba di San Pietro è avvenuto il primo incontro dell’Africa nuova con la Chiesa di Cristo proprio nel cuore e nella mente di Comboni, mentre il tormentato cammino della Nigrizia alimentava la sua meditazione e la sua preghiera. Dal Piano, infatti, scaturito da questa preghiera, è nata tutta l’opera comboniana e ne derivò la rinascita della missione dell’Africa Centrale. Egli stesso dirà più tardi che, mentre si trovava in quel giorno nella basilica di S. Pietro, “come un lampo mi balenò il pensiero di proporre un nuovo Piano per la cristiana rigenerazione dei poveri popoli neri, i cui singoli punti mi vennero dall’alto come un’ispirazione” (S 4799).

Spinto dal fervore per tale illuminazione, Comboni si recò subito alla sede del suo alloggio, si rinchiuse in stanza e vi lavorò per “60 ore continue”. Il contenuto di quest’illuminazione lo formulò nell’introduzione alla I edizione del Piano (Torino, dicembre 1864, p. 3-4):

«Un buio misterioso ricopre anche oggidì quelle remote contrade… Il cattolico, avvezzo a giudicare le cose col lume che gli piove dall’alto, guardò l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della Fede; e scorse colà una miriade infinita di fratelli appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comune Padre su in cielo, incurvati e gementi sotto il giogo di Satana.

Allora trasportato egli dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota, ed uscita dal costato di un Crocifisso, per abbracciare tutta l’umana famiglia, sentì battere più frequenti i palpiti del suo cuore; e una virtù divina parve che lo spingesse a quelle barbare terre, per stringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegl’infelici suoi fratelli” (S 2741; 2742).

In questo testo Comboni svela nella Trinità le Sorgenti, che danno origine e sostengono il suo amore “così tenace e resistente” per l’Africa fino al sacrificio della propria vita. Il profondo “senso di Dio”, vissuto abitualmente da Comboni, diviene qui comunicazione di vita sul Mistero Trinitario in intima connessione con il Mistero Pasquale, cioè con il Mistero del Crocifisso-Risorto e con la sua passione missionaria.

Il punto di partenza della comunicazione di Comboni è il Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore (Cf S 2742). La Croce alla quale Comboni aderisce, è la Croce “gloriosa”, cioè quella che è causa della Risurrezione di Gesù. L’immagine di Gesù che domina nella sua vita, è quella del Cristo glorioso, che continua a operare la salvezza del mondo, servendosi della collaborazione umana. Il suo “guardare l’Africa al puro raggio della fede” è “un giudicare delle cose con lume che gli piove dall’Alto”, dove il Risorto sta alla destra del Padre, vittorioso. Si comprende il Mistero del Cuore Trafitto di Gesù che è al centro della vita di Comboni, precisamente partendo dalla Risurrezione.

Nell’esperienza del Mistero del Cuore Trafitto di Gesù vissuta da Daniele Comboni, è presente tutta la Sacrosanta Trinità, che da lui è percepita pellegrina nel cammino degli uomini… Questa percezione che inonda il suo spirito, rende in lui sempre più forte il sentimento di Dio e sempre più saldo il legame di solidarietà con la Nigrizia, fino a farlo suo “sposo” e liberatore; questa percezione è l’aurea vena nascosta che dà ragione e forma alla sua “passione” per la Nigrizia, per cui ci può dichiarare con verità che come missionario viene dal cuore della Trinità.

Viene dal coinvolgimento nel dinamismo dello Spirito Santo, “Virtù divina”, che gli rivela nel Cuore Trafitto di Gesù sulla Croce il segno e lo strumento perenne dell’amore salvifico che eternamente sgorga dal cuore del Padre, e la via della solidarietà con la vita di tutti gli uomini. Viene così introdotto nell’inesauribile dialogo e comunione tra il Padre che ama tanto il mondo da decidere di inviare il Figlio, e il Figlio che risponde con la sua obbediente consegna redentrice fino alla fine in Croce, e gli merita il dono di questa stessa “Virtù divina” come fiamma di Carità che sgorga dal suo Cuore Trafitto.

All’essere coinvolto nell’azione salvifica della Trinità mediante questa fiamma di Carità, viene tratto fuori dal “buio misterioso” che ricopre l’Africa e dalla paura del passato in cui “rischi d’ogni genere e scogli insormontabili sgominarono le forze e gettarono lo sgomento” tra le file missionarie. La Nigrizia si trasfigura ora davanti al suo sguardo: comincia a vederla ”come una miriade infinita di fratelli aventi un comun Padre su in cielo”. L’abbraccio di Dio Padre lo esperimenta segnato dalla sofferenza di questi suoi figli africani, e nel bisognoso africano scopre un fratello, che ancora non usufruisce della benedizione del Padre che scaturisce dalla Croce…, per cui ha bisogno di essere incamminato verso di Lui.

Sotto l’influsso dello Spirito Santo, esperimentato come fiamma di Carità che sgorga dal costato del Crocifisso sul Golgota, sente che i palpiti del suo cuore si fondono con quelli di Gesù e si accelerano. In questa sintonia di cuori percepisce come il Padre, attraverso il suo Figlio incarnato, morto e risorto, ascolta il grido di quella miriade di figli suoi che vivono in Africa ancor “incurvati e gementi sotto il giogo di Satana” ed entra con tutto il suo essere nella loro storia e nel loro dolore.

Questa Carità lo fa sentire figlio amato dal “comun Padre” che si prende cura di lui allo stesso modo che dei suoi fratelli più abbandonati fino alla consegna del suo proprio Figlio; è questa Carità che lo trasporta e lo spinge a stringerli tra le braccia e dar loro il bacio di pace e d’amore; lo spinge, cioè, ad assumere la loro storia e il loro dolore divenendone parte e facendo “causa comune con loro”, anche con il rischio della sua vita.

Comboni, per tanto, lega la sua vita a quella degli Africani che da secoli vivono segregati dalle altre razze, fatto partecipe dell’amore di Colui che si dichiara presente nei “fratelli più piccoli” (cf Mt 25, 40), coinvolto quindi in uno dei misteri più sconcertanti della vita di Gesù, che è proprio quello della sua identificazione con gli esclusi della storia. Cristo Gesù, Verbo incarnato, “Uomo dei dolori” fino alla ignominia della Croce, si identica ed è riconoscibile nel volto sfigurato dei figli di Canaan. Comboni si dona agli Africani, perché riconosce ed ama Gesù nei “più poveri”, negli “anatemizzati”, cioè nei più lontani, che lui percepisce “infelici fratelli suoi”. Nei neri oppressi gli si rivela il volto dolorante e sfigurato del Crocifisso, che fissa il suo sguardo su di lui e lo chiama a evangelizzarli e a lavorare per il loro progresso e per la soppressione della loro schiavitù.

Comboni, per tanto, coglie la sua identità come evangelizzatore e i criteri del metodo della sua azione missionaria dalla contemplazione di «Colui che hanno trafitto» (cfr. Gv 19, 37). Dalla contemplazione di questo Mistero Comboni rinasce ad una nuova immagine di Dio, di se stesso, degli africani e della sua opera; rigenerato per primo dalla “Virtù divina”, che sgorga dal Cuore Trafitto di Gesù sulla Croce, s’incammina all’incontro di fratelli marginati dalla storia, per essere servo e strumento della loro rigenerazione.

L’intuizione di Comboni è chiara: nel regno della morte Dio entra per mezzo del Trafitto e Risorto del Calvario.

Dal Cuore Trafitto di Gesù si sprigiona una potenza generatrice di vita, una “divina Vampa di carità”, che come una punta laser avrà ragione del “buio misterioso”, che avvolge la Nigrizia e di tutti gli ostacoli che si frappongono nel cammino dell’Apostolo dell’Africa Centrale. Gesù crocifisso entra nelle vicende dolorose della Nigrizia, è l’espressione della sua estrema e totale vicinanza ad essa, diventa uno di essa; con la “divina Vampa di carità” che promana dal suo Cuore, assorbe i veleni che la paralizzano, la solleva e la conduce a sé. Gesù che muore nella “carne” presa dalla Nigrizia, è anche il Figlio di Dio; perciò il suo ingresso nel buio che l’avvolge, è esplosivo e spezza la prigionia della sua natura avvilita e le catene della sua schiavitù, recuperandola totalmente all’abbraccio dell’amore del Padre. Nel morire di Gesù, la sua divinità, cioè la potenza del suo Spirito datore di vita, è effusa su coloro che sono giudicati gli ultimi della terra e diviene in essi forza salvifica e presenza rigeneratrice dell’uomo oppresso. Si schiude così per la Nigrizia l’orizzonte del destino ultimo della sua storia, che è l’Eternità e l’Infinito di luce della divinità e della risurrezione riversato nella sua storia di oppressione, che rompe il suo esilio e la mette sul cammino della libertà, pregustazione della Patria Trinitaria. Così sarà piena la gioia della Nigrizia e dello stesso Apostolo inviatole da Dio.

In conclusione, possiamo dire che Comboni è uno strumento efficace dell’officina di riparazione della Trinità, il primo di una serie che arriva fino a noi. L’incontro con Gesù Crocefisso lo coinvolge in modo totale: è un lasciarsi prendere dal suo amore, un essere toccato nel cuore in modo tale che questo cambi il suo ritmo, la sua modalità abituale, per venir quindi – mosso dal Suo amore e rinnovato nel cuore – inviato in missione. Si noti come si parte da quella «divina vampa» che accende la carità umana per arrivare ai gesti concreti dell’abbraccio e del bacio con cui si comunica all’altro pace e amore. Sono questi i primi gesti e i primi contenuti dell’annuncio. L’esperienza dell’incontro personale con l’Amore è comunicata in un incontro personale di amore.

Comboni è convinto che questa esperienza è fondamentale non solo per se stesso ma anche per i suoi seguaci, perciò nel Cap. X delle Regole del 1871, mette al centro del processo formativo Gesù Cristo, un Dio morto in croce. Se il testo del Piano si centrava più sull’azione di Gesù che, amando, forma il missionario, adesso si parte dal missionario che, amando, si lascia formare: «Si formeranno questa disposizione essenzialissima [del dono di sé per essere riparatori con Cristo] col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime».

Così Gesù Crocefisso che spinge con l’impeto della sua carità, è Colui che convoca, forma e invia in missione; è questa l’esperienza fondamentale che sola forma e abilita alla missione’[5], a questa grandiosa opera divina di rigenerazione o “riparazione” dell’umanità, una volta che si è chiusa al Soffio della Vita.

Preghiamo:

O Cristo, agnello dal cuore trafitto, fa’ il nostro cuore simile al tuo.

Rendilo capace
di contemplare il volto del Padre,
di annunciare il tuo amore vittorioso in tutte le lingue,
di risvegliare le coscienze alla tua Parola in tutte le culture,
di educare i cuori all’amore in tutte le società.

Aiutaci
a riconciliare le persone nel profondo,
a portare consolazione a chi è nel dolore,
a ricapitolare in Te ogni espressione umana.

Insegnaci
a vivere, come Maria, in sintonia col tuo cuore,
ad essere fedeli e a perseverare nella nostra vocazione  di discepoli missionari comboniani,
a non lasciarci impaurire da tribolazioni e pericoli.

Porta Tu a compimento ciò che hai iniziato in noi.
Tutti ci riconoscano tuoi amici
amici dello Sposo divino della Chiesa
e siano condotti a guardare a Te, unico salvatore che regni dalla croce.
Perché questo è il disegno del Padre:
fare di Te il cuore del mondo.

Casavatore, Giugno 2017.

[3] A don Pietro Grana, 6. 4. 1859

[4] A don F. Briccolo da Parigi, 15 gennaio 1965

[5] Cfr. Joaquim José Valente da Cruz mccj, Verso una «perfetta armonia» come sinergia di «elementi eterogenei». Percorsi di “pericoresi ecclesiale” nel Piano di san Daniele Comboni (file ricevuto direttamente dall’autore).


Word FPit 2017-7 Riparatori con Cristo sulle orme di San Daniele Comboni
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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2020 da in Cuore di Gesù, ITALIANO.

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

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