COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

XIV Domenica del Tempo Ordinario (A) Commento

XIV Domenica del Tempo Ordinario (A)
Prova a guardare la vita più a fondo

XIV TOIl Battista è in carcere, in Galilea crescono rifiuto e ostilità, i miracoli di Cafarnao e di Betsaida non servono, eppure, nel pieno della crisi, Gesù benedice il Padre, fermandosi improvvisamente come incantato davanti ai suoi, ai piccoli.

Ora, le parole con cui si apre il brano evangelico odierno: “Ti benedico, Padre…”, sono introdotte nel testo originale in un modo un po’ strano: “In quel tempo rispondendo Gesù disse…”. Prima di questo versetto non c’è nessuna domanda e perciò la nostra versione CEI ha comodamente omesso quel rispondendo. Non più, Gesù rispondendo disse, ma Gesù disse. È vero che nessuno ha rivolto domande a Gesù, ma in questo caso c’è qualcosa di più grande a fare domanda. Quante volte anche per noi sono le situazioni a fare domanda, è la vita, è ciò che accade ad aprire le domande. E in genere si tratta delle domande più difficili.

Da quale situazione viene Gesù? Da diverse situazioni di delusione e amarezza. Lo ricordavamo all’inizio: il Battista in carcere, anch’egli sfiorato dal dubbio: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”; poi l’incontentabilità della gente: era venuto il Battista ma non le andava bene perché troppo austero, era venuto Gesù e neanche lui andava bene perché era “uno che mangia e beve con i peccatori”; infine, le città nelle quali erano stati compiuti invano tanti miracoli. È tutto questo ad aprire una domanda nel cuore di Gesù. Per questo rispondendo disse. E che cosa risponde? Qualcosa che ci spiazza. Solitamente il nostro modo di rispondere a una situazione di delusione è il lamento, il mugugno. Quanto diversa la risposta di Gesù: “Ti benedico, Padre”. E il verbo originale potrebbe anche essere tradotto con: “Ti riconosco, Padre”.

È come se ci venisse detto, attraverso la vicenda di Gesù: guarda che la prima risposta alle situazioni dolorose della vita, quella più immediata è il lamento. Ma tu prova a guardare più a fondo la vita! Stando al criterio delle grandezze umane quello che registri è un insuccesso, non così dal punto di vista di Dio.

“Ti benedico, Padre”. Per fare nostra una simile esperienza dipende dal punto di osservazione. E per Gesù il punto di osservazione è il piccolo, sono le trame quotidiane della vita.

Il vangelo conosce una predilezione evidente per tutto ciò che è piccolo, umile. Non è possibile ignorare l’amore di Gesù per le creature fragili e oscure, per gli inizi incerti eppure tenaci, per il segreto di vita che è racchiuso nelle piccole cose. E allora ecco la predilezione per il bambino, il povero, il piccolo seme gettato, il granello di senapa. Tutte realtà che dietro un’apparente insignificanza, portano delle potenzialità segrete e promettenti.

Tuttavia, difficilmente, noi risuoniamo per delle cose insignificanti, umili. Per questo un giorno Gesù dovrà dire: “e beato chiunque non sarà scandalizzato di me”. Come a dire: non lasciatevi prendere troppo dall’immagine di un Messia potente, perché poi rimarreste delusi, scandalizzati di fronte a un Messia che non restituisce la vista a tutti i ciechi, che non fa camminare tutti gli zoppi della Palestina, un Messia che non apre le porte del carcere in cui è rinchiuso il Battista.

Di un Dio debole ci si può scandalizzare. Di un Dio forte no. È ovvio, è secondo le aspettative di tutti che Dio sia forte, potente.

Ma il Dio di Gesù Cristo non è e non sarà mai un Dio ovvio. Lo avvertiamo anche oggi, in questa liturgia, se ci misuriamo con le pagine della Scrittura che ci consegnano immagini e messaggi tutt’altro che ovvi e magari patiamo lo scandalo. Così come patiamo lo scandalo della debolezza di Dio, quasi quotidianamente, nella vita, quando vediamo la menzogna e l’arroganza vincenti, il povero senza voce, una giovane vita stroncata, l’amica che vive il dramma della separazione… e il miracolo? Il miracolo, semplicemente, non accade.

“E beato chiunque non sarà scandalizzato di me”.

Mi domando se non è da leggersi come un segno d’amore questo indebolimento di Dio, quasi un ritrarsi per far spazio ad altri.

Dio si è fatto debole forse anche per questo: perché nel cuore di ogni debolezza là dove un giorno saresti arrivato, tu trovassi il suo nome e il suo mistero. E dunque non scandalizzarti della tua debolezza. E non scandalizzarti della debolezza altrui.

Ma tu prova a guardare più a fondo la vita!

Don Antonio Savone


XIV Domenica del tempo ordinario – A – Mt 11,25-30
ENZO BIANCHI

XIV Chranach Lucas il vecchio, Cristo benedice i fanciulli, 1535-40, olio e tempera su tavola, 84 x 122 cm, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte

“In quel tempo Gesù disse…”. Così inizia il testo evangelico di questa 14a domenica del tempo per annum. Ma noi dobbiamo anche sapere qualcosa di “quel tempo”, per poter contestualizzare le parole di Gesù.

Siamo alla fine del capitolo 11 del vangelo secondo Matteo, un capitolo che potremmo definire carico di giudizi da parte di Gesù, un capitolo tragico. Gesù ha ormai iniziato il suo ministero da un po’ di tempo e registra però il fallimento, l’insuccesso della sua predicazione. Giovanni Battista, che era stato il suo maestro, che l’aveva battezzato e l’aveva presentato quale servo di Dio ai discepoli e alle folle accorse a lui, ora in carcere è assalito da dubbi sull’identità dello stesso Gesù. Per questo manda alcuni suoi discepoli a chiedergli, pronto all’assoluta obbedienza alla sua risposta: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3).

La gente che segue Gesù costituisce uno strano uditorio: ascoltano ma non obbediscono. Non hanno obbedito a Giovanni, un asceta del deserto, e hanno concluso che era “indemoniato” (Mt 11,18); è venuto Gesù, “che mangia e beve” nella convivialità, e hanno concluso che “è un mangione e un beone, un amico di prostitute e di pubblici peccatori” (Mt 11,19). Poi Gesù guarda anche alle città in cui aveva predicato e operato – Corazin, Betsaida, Cafarnao –, e da profeta le giudica con severità (cf. Mt 11,20-24). Certo, molti di noi restano perplessi di fronte a queste parole violente, ma Gesù è un profeta e con diritto alza la voce per fare un appello alla conversione; minaccia, avverte con voce alta e forte, affinché avvenga la conversione. (Pier Paolo Pasolini nel “Vangelo secondo Matteo” ha ben rappresentato questo grido di Gesù, vero culmine artistico del suo meraviglioso film!).

Se le parole sono dure e il clima è quello del giudizio, in Gesù non c’è però abbattimento, scoraggiamento, dunque neppure nessun cinismo, tentazione in cui invece noi saremmo tentati di cadere. Anche nel fallimento e nel rifiuto incontrato dalla sua missione, Gesù non ha paura, non teme, ma si affida con fiducia al Padre. Non importa se la gente non ascolta, non importa se egli deve subire scacco e ostilità, perché c’è colui che è rifugio, che è fonte di forza e di saldezza: Dio. E così Gesù si rivolge a lui, innalzando una lode al Creatore, Signore del cielo e della terra, che si rivela a chi vuole. Lo chiama “Padre” dall’inizio alla fine della preghiera, ed esprime la sua lode a lui che rivela le cose del Regno ai piccoli e le nasconde agli intellettuali e ai sapienti.

Questo è il paradosso della venuta del Regno, che non è scacco per Dio, ma invece gioia e benevolenza. Solo gli umili e i poveri vedono che Dio alza il velo per loro sulle realtà del Regno, ma per chi si sente sapiente, per chi pensa di conoscere da sé la realtà, tutto è velato, nascosto… Sovente, infatti, l’intelligenza umana induce a essere orgogliosi, porta a una sorta di cecità, perché si è infatuati di ciò che si sa, ci si compiace delle proprie capacità. Le realtà del Regno e della fede cristiana stanno in una logica diversa da quella del sapere umano, addirittura possono collocarsi in una logica folle, quella della croce (cf. 1Cor 1,18; 2,1-2); i piccoli, i poveri, i semplici accedono a questa rivelazione, mentre agli altri è chiusa la porta della conoscenza del mistero del regno dei cieli (cf. Mt 13,11-17; Is 6,9-10).

Ecco allora la rivelazione dell’identità di Gesù: tutto gli è stato dato dal Padre, solo lui conosce il Padre e il Padre può essere conosciuto solo da colui al quale il Figlio lo rivela. Ancora una volta, ma questa volta nel vangelo secondo Matteo, ci viene detto lo specifico del cristianesimo (espresso altrove dal famoso exeghésato di Gv 1,18): solo Gesù può rivelare a noi il Padre, Dio, nessun altro può farlo! Dunque solo conoscendo Gesù di Nazaret come i vangeli ce lo testimoniano, possiamo conoscere il Dio vivente e vero.

Se questa è la rivelazione, ecco allora l’invito di Gesù, invito rivolto a quelli che sono piccoli e poveri, qui intravisti come coloro che faticano a essere credenti, schiacciati sotto il peso di tanti gioghi imposti dagli uomini e dalla religione. Essi vadano da Gesù, perché il suo giogo non è più quello della legge, ma è un giogo leggero e facile da portare. Andare da Gesù e diventare suoi discepoli significa trovare un uomo “mite e umile di cuore”, capace di accoglienza e di ospitalità, un uomo che ci lava i piedi, un uomo che ci perdona e non ci castiga, un uomo che ci ama anche se noi non lo meritiamo. Proprio così quest’uomo, Gesù, narrava Dio, mostrava Dio, e consentiva di trovare nella sua umanità le tracce di Dio, perché lui era il Figlio di Dio, la sua Parola fatta carne (cf. Gv 1,14).


XIV Domenica del Tempo ordinario – A
Mt 11, 25-30

XIVLe parole di Gesù che oggi abbiamo ascoltato sono introdotte nel testo greco in modo un po’ strano e oscuro. Dice il testo greco: “In quel tempo Gesù rispondendo disse…”. Ma siccome prima non c’è nessuna domanda, la versione CEI trova comodo eliminare la difficoltà, eliminando il verbo: non più “Gesù rispondendo disse”, ma “Gesù disse”. Sì, è vero, non c’è nessuna domanda rivolta a Gesù, né dai discepoli, né dalla folla. Ma forse si dimentica che a volte sono le situazioni che fanno domanda, è la vita, è ciò che accade che apre domande. E spesso sono le domande più difficili, quelle a cui è più difficile dare una risposta. E allora ci chiediamo: da quali situazioni viene Gesù? Se ripercorriamo i passi che precedono, ci accorgiamo che Gesù veniva da situazioni di delusione e amarezza.

Giovanni, il Battista, in carcere, anche lui sfiorato dal dubbio: “sei tu colui che viene o dobbiamo aspettarne un altro?”. E la gente: l’incontentabilità della gente. Non le andava bene il Battista, profeta austero, non le va bene ora il Cristo, “uno che mangia e beve coi peccatori”. E poi le città, le molte città in cui erano avvenuti miracoli e non avevano creduto. Ditemi voi se tutto questo -questo panorama di situazioni- non dovesse aprire domande non solo nella gente, ma ancor prima nel cuore di Gesù! Perché? “Rispondendo Gesù disse”. Quale la risposta di Gesù? È stupefacente. Perché il nostro modo normale di rispondere a una situazione di delusione è il lamento o il pessimismo. La risposta di Gesù è: “Ti benedico, Padre”. Il verbo greco potrebbe significare anche “ti riconosco (evxomologou/mai,), Padre”.

Perché ti benedico? e perché ti riconosco? “Perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate agli infanti. Sì, o Padre, così è piaciuto a te”. È come se Gesù a se stesso e poi anche a noi dicesse: la prima risposta, alla vita, alle situazioni dolorose della vita, la risposta più facile è il lamento, è il pessimismo. Ma guardate più a fondo la vita! Certo, se uno giudica secondo il criterio delle grandezze umane è vero: è un insuccesso: “forse che qualcuno dei capi ha creduto in Lui?” dissero i farisei alle guardie mandate a catturare Gesù. E aggiunsero: “Ma solo questa folla, che non conosce la legge e sono maledetti!” (Gv. 7,48). Ma, vedete, questi -la folla, i maledetti- sono il punto di vista di Dio, la gente comune, quella di cui si dice: “non conoscono la legge”. Gesù era attento non a coloro che sono innamorati di se stessi, della propria intelligenza,ma alla gente comune. Quanta sapienza, quanta sapienza di Dio, nella gente comune e quanta disponibilità segreta, quanti gesti segreti, sconosciuti. Hai rivelato queste cose agli infanti, cioè a quelli che non parlano, nemmeno hanno gli strumenti per parlare. Sono altri che parlano dai giornali, dalla radio, dalle televisioni, sono altri. Proprio ieri una donna carissima che ha più di ottant’anni, mi diceva il suo disagio di essere cresciuta nei campi e nessuno che insegnasse a parlare, bisognava solo lavorare.

Eppure -mi dicevo- eppure, come parlano queste creature, quanta luminosità nei loro occhi, quanta sapienza nella loro vita.

Ecco, Gesù si incantava davanti a loro. “Ti benedico, Padre…”.Certo dipende dal punto di osservazione. E se il punto di osservazione fosse il piccolo? e le trame quotidiane della vita? Non avremo sbagliato noi cristiani il punto di osservazione, quando cediamo ai nostri facili pessimismi, quando diamo sfogo alla cantilena dei nostri lamenti?

Prova ad entrare nelle case, negli ospedali, nelle scuole e negli uffici, e forse anche nelle chiese. Va per le strade e se ti riesce prova a entrare nel cuore della gente… . Avrai di che benedire Dio. “Ti benedico, Padre…”: il verbo può anche significare “ti riconosco” e cioè in loro, in questa gente comune, io ti riconosco, perché tu non sei un Dio che ci schiacci dall’alto della tua onnipotenza.

Il tuo Figlio, la pienezza della tua rivelazione, è passato in mezzo a noi come un uomo mite, un uomo umile. Ha detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Non ha aggiunto peso a peso, prescrizione a prescrizione: Il suo giogo è leggero, ci ha liberato dai pesi insopportabili. Ha detto: “Guai a voi dottori della legge, che caricate la gente di pesi insopportabili, pesi che voi non toccate nemmeno con un dito” (Lc. 11,46).Leggero il suo giogo, perché è una legge di libertà.

Scrive l’apostolo Giacomo: “Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, -la legge della libertà- e le resta fedele non come un ascoltatore smemorato, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc. 1,25).

Don Angelo
http://www.sullasoglia.it

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Questa voce è stata pubblicata il 30/06/2020 da in Anno A, ITALIANO, Tempo Ordinario (A).

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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