COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Tempo di ferie: ecco il “magistero delle vacanze”, da Wojtyla a Francesco

Giovanni Paolo II accetto, dapprima con riluttanza, l’invito dei giovani di Treviso a un soggiorno a Lorenzago. E da lì si sviluppò un pensiero originale sul tempo del riposo

Salvatore Mazza
Avvenire mercoledì 8 luglio 2020


Giovanni Paolo II a Lorenzago di Cadore nel luglio 1998

Giovanni Paolo II a Lorenzago di Cadore nel luglio 1998 – Archivio Ansa

I più grandi di noi lo ricordano bene. Una volta non si andava in vacanza. Casomai si tornava ai luoghi d’origine e se possibile si restava qualche settimana, due o tre, dai nonni o dagli zii, ma questo era tutto. Le vacanze, così come venivano intese, erano roba da ricchi. Poi venne il boom economico, che non ci fece tutti ricchi, no, ma mise nelle tasche il sufficiente per una settimana di villeggiatura. E ancora più tardi sarebbe venuto il tempo delle vacanze aggettivate, per così dire: ossia quelle intelligenti, off-road, alternative e chi più ne ha più ne metta. Ma, restando agli aggettivi, nessuno avrebbe scommesso mezzo centesimo che, alla fine, a passare letteralmente alla storia, anzi a farla, sarebbe stato l’ultimo degli aggettivi che mai avresti associato a vacanza.

Parliamo dell’aggettivo “papale”, che nel 1987 irruppe del tutto inatteso. Che cosa? Il Papa in vacanza? Ma i Papi non ci vanno, in vacanza! Non ci sono mai andati, se è per questo, solo la residenza estiva di Castelgandolfo… Eppure – perché alla fine c’è sempre una prima volta – in quel luglio del 1987 iniziò l’era delle vacanze papali, che non si sarebbe più interrotta (anche se Francesco preferisce restare in Vaticano).

L’idea che non sarebbe mai venuta in mente a nessun, di proporre al Papa di passare qualche giorno di riposo tra le montagne, era invece venuta a un gruppo di giovani di Treviso, la cui diocesi possedeva una villetta un po’ isolata a Lorenzago di Cadore, vicino al castello di Mirabello, che veniva usata per i soggiorni estivi dei seminaristi. Attraverso il vescovo la proposta fu portata a Giovanni Paolo II, e in un primo momento la risposta fu negativa. Poi il “no” divenne “forse”, finché… Dire che la scelta non fosse controversa sarebbe dire una bugia, e anzi furono molte all’inizio le critiche che piovvero sulle pur larghe spalle di Wojtyla.

Che forse per questo, o anche per questo, cominciò a sviluppare un magistero delle vacanze che, anno dopo anno, col contributo anche dei suoi successori, si sarebbe arricchito di sempre nuove pagine. Pagine che quasi di prepotenza sono entrate nel grande novero della dottrina sociale della Chiesa, ridisegnando di fatto la nozione stessa di vacanza. Non una cosa da ricchi, né un tempo di assenza secondo l’etimologia, ma come spiegò proprio Francesco all’Angelus del 6 agosto 2017, qualcosa di importante per tutti, perché tutti hanno bisogno «di un tempo utile per ritemprare le forze del corpo e dello spirito approfondendo il cammino spirituale».

La salita dei discepoli sul Tabor «ci induce a riflettere sull’importanza di staccarci dalle cose mondane per compiere un cammino verso l’alto e contemplare Gesù. Si tratta di disporci all’ascolto attento e orante del Cristo Figlio amato del Padre, ricercando momenti di preghiera che permettono l’accoglienza docile e gioiosa della Parola di Dio. Siamo chiamati a riscoprire il silenzio pacificante e rigenerante della meditazione del Vangelo, della Bibbia, che conduce verso una vita ricca di bellezza, di splendore e di gioia».

Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI nel luglio 2006 a Les Combes – Ansa / Osservatore Romano

Il 21 luglio del 1996, parlando all’Angelus da Lorenzago, Wojtyla aveva in qualche modo fissato per sempre questi concetti, rilevando come «presi dal ritmo sempre più veloce della vita quotidiana, abbiamo tutti bisogno ogni tanto di fare sosta e di riposarci, concedendoci un po’ più di tempo per riflettere e pregare. Presentandoci il Signore che benedice il giorno dedicato per eccellenza al riposo, la Bibbia vuole far notare il bisogno che l’uomo ha di dedicare una parte del suo tempo all’esperienza della libertà dalle cose, per rientrare in se stesso e coltivare il senso della propria grandezza e dignità in quanto immagine di Dio».

Le vacanze, pertanto, «non devono essere viste come una semplice evasione, che impoverisce e disumanizza, ma come momenti qualificanti dell’esistenza stessa della persona. Interrompendo i ritmi quotidiani, che l’affaticano e la stancano fisicamente e spiritualmente, essa ha la possibilità di recuperare gli aspetti più profondi del vivere e dell’operare. Nei momenti di riposo e, in particolare, durante le ferie, l’uomo è invitato a prendere coscienza del fatto che il lavoro è un mezzo e non il fine della vita, ed ha la possibilità di scoprire la bellezza del silenzio come spazio nel quale ritrovare se stesso per aprirsi alla riconoscenza e alla preghiera. Gli è spontaneo allora considerare con occhi diversi la propria esistenza e quella degli altri: liberato dalle impellenti occupazioni quotidiane, egli ha modo di riscoprire la propria dimensione contemplativa, riconoscendo le tracce di Dio nella natura e soprattutto negli altri esseri umani. È un’esperienza, questa, che lo apre ad un’attenzione rinnovata verso le persone che gli sono vicino, a cominciare da quelle di famiglia».

Se non è questa una rivoluzione…

 

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Questa voce è stata pubblicata il 10/07/2020 da in ITALIANO con tag , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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