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Trent’anni fa l’omicidio Livatino, una vita tra fede e diritto

Il servo di Dio Rosario Angelo Livatino, magistrato siciliano morto nel 1990, è un esempio ancora vivo oggi e importante per la Chiesa e per la società. Seppe consacrare a Dio il suo lavoro e la sua delicata attività di giudice. Lavoratore instancabile, devoto alla Vergine, così rivive nelle parole del postulatore della Causa di beatificazione, il vescovo di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone. Nel pomeriggio le commemorazioni in Sicilia alla presenza del capo dello Stato

Papa Francesco con i componenti del Centro Studi Livatino (29/11/2019)

Gabriella Ceraso – Città del Vaticano 
21 settembre 2020
http://www.vaticannews.va

Le commemorazioni del giudice Livatino sono iniziate molto presto oggi, con la Messa celebrata alle 8.30, nella chiesa del Sacro Cuore del Suffragio a Roma, dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, che ne ha parlato come uno degli “eroi del quotidiano” di cui abbiamo oggi tanto bisogno, fedele alla missione ricevuta, coraggioso nella fedeltà nonostante i limiti e le umane debolezze, che ha donato la vita là dove si è trovato ad operare. “Beate le istituzioni che sono presidiate da figure simili”, ha detto il cardinale Bassetti, a cui ha fatto eco il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, parlando del magistrato siciliano come di “un uomo sempre attento alla persona e alla dimensione della redenzione oltre che a quella del reato”. 

“Ho prestato giuramento da oggi quindi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige. ( R. Livatino)”

Oggi sono 30 anni da quella mattina del 21 settembre 1990 quando sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta, Rosario Livatino, che stava per compiere 38 anni, veniva ucciso barbaramente da un commando di uomini della Stidda, organizzazione mafiosa contrapposta a Cosa Nostra. Il giudice stava raggiungendo in macchina, senza la scorta che aveva rifiutato, il Tribunale di Agrigento. Speronato e poi inseguito a piedi, quindi freddato a colpi di pistola e di lupara, moriva lasciando nella sua terra e non solo, un “esempio luminoso”, come dirà, ventinove anni dopo, Papa Francesco.

La vita e la fede

Da Canicattì ad Agrigento: da studente a magistrato del Tribunale dove per un decennio, fino al 1989, come sostituto procuratore della Repubblica, si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche della cosiddetta “Tangentopoli siciliana”. Fu proprio Rosario Livatino, come riporta l’archivio del Centro Studi a lui intitolato, assieme ad altri colleghi, d’ interrogare per primo un ministro dello Stato.

“Uomo semplice, giudice rigoroso e schivo, volto pulito, sguardo limpido” nel ricordo dei colleghi, “martire della giustizia e indirettamente della fede” per san Giovanni Paolo II che così lo definì quel 9 maggio 1993, quando, in occasione della sua visita pastorale in Sicilia, dopo aver incontrato ad Agrigento i genitori del magistrato, lanciò il suo duro anatema contro la mafia nella Valle dei Templi:

Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!  Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!

Nel 2011 la Chiesa ha ufficialmente aperto il processo per la beatificazione di Rosario Livatino, per proporlo alla venerazione di tutti. Ad oggi, terminata la fase diocesana, si attende l’esito delle verifiche degli atti da parte della Congregazione delle Cause dei Santi per l’eroicità delle virtù del giudice e per indicarlo anche come modello di vita cristiana del XXI secolo.  

“Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere ‘giusti’, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano.( R. Livatino)”

Nel novembre del 2019 incontrando i membri del Centro studi Livatino, Papa Francesco indicò la figura del giudice come un esempio “non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni”.  Gli fa eco – ai nostri microfoni oggi – l’attuale postulatore della Causa di beatificazione, il vescovo di Catanzaro-Squillace, monsignor Vincenzo Bertolone, già postulatore della Causa di beatificazione di don Pino Puglisi. “Rosario Angelo Livatino – dice – si era consacrato a Dio, col motto sub tutela Dei, come a dire solo Dio è la sua scorta e la sua tutela. Un magistrato assai produttivo, che non si lasciava intimidire: ne odiavano il rigore morale, la perfetta applicazione dei codici, la coerenza cristiana, per cui mentre condannava giustamente i reati, pregava per l’anima dei morti ammazzati, aiutava discretamente le famiglie di chi usciva dal carcere, non disperava mai delle possibilità di redenzione dei mafiosi più incalliti”.

Ai nostri microfoni, a trent’anni da quel brutale assassinio, monsignor Bertolone parla del rapporto tra fede e diritto nel giudice siciliano, della sua scelta di Dio, di una giustizia che non può esistere senza carità e dei frutti lasciati nel suo ambiente:

Intervista a monsignor Bertolone

Livatino è stato un giudice che credeva, pregava,che riteneva la giustizia necessaria ma non sufficiente se non è superata dalla carità, che si era confessato qualche giorno prima di morire perchè sapeva di essere nel mirino di Cosa nostra: ci può spiegare come fede e diritto si incontravano nel giudice di cui è in corso il processo di beatificazione?

R. – Nella Positio sopra il martirio, ora all’esame della Congregazione delle Cause dei Santi, viene mostrato come giustizia e fede erano inscindibili nella teoria e nella prassi del magistrato Rosario Angelo Livatino. Professava la fede come anima del modo di amministrare la giustizia. Ritengo che nel suo essere magistrato abbia saputo unire fede e giustizia. Nel giudicare conosceva perfettamente la legge, ma nello stesso momento in cui doveva giudicare si poneva il problema del perdono e della redenzione del reo. La legge parla della condanna, la fede parla di misericordia e di perdono. Coniugare questi due aspetti fu possibile in Rosario grazie alla profondità della sua fede. Del resto tra i valori fondamentali della fede un posto di primo piano è proprio quello della Giustizia, la cui realizzazione è l’adempimento di un dovere preciso. A riguardo dice san Tommaso d’Aquino che nel martirio cristiano si esige la virtù fortezza affinchè il martire, senza mai lasciare fede e giustizia, sia sempre confermato nell’imminenza del pericolo incombente. 

Mentre la criminalità strumentalizza Maria e Dio, in Sicilia c’è chi Dio lo sceglie come guida. Livatino si era consacrato al suo nome. Questo esempio è stato compreso, secondo lei, a trent’anni dalla sua morte?

R. – Fin dalla laurea in Giurisprudenza il motto del giovane Livatino è stato “sub tutela Dei”, come a dire, “Solo Dio è la mia scorta è la mia tutela”. Dal punto di vista di Livatino, la sua pratica della giustizia equa e misericordiosa era concretizzazione professionale della profonda fede cristiana, dell’abbandono alla guida divina e alla protezione della Vergine Maria. Mentre i mafiosi attaccano con la zizzania persino i santuari e la devozione mariana, Livatino è molto devoto alla Vergine Santa; frequenta spesso con la famiglia i santuari e ne invoca spesso l’intercessione con semplici modi di dire. Una persona che lo ha conosciuto bene, ha dichiarato: “So che era devoto alla Vergine Santa. Quando ci si vedeva le sue espressioni erano sempre rivolte alla Madonna. Parlando anche di questioni generali, ripeteva sempre: ‘Se la Madonna vorrà’,  segno della sua filiale e delicata devozione a Maria”. Nel tempo, Livatino ha ricordato il dovere di amministrare la giustizia come esigenza intrinseca dell’apostolato cristiano fino alla fine, malgrado i pericoli della sua azione in quel territorio infuocato in cui aveva voluto operare deliberatamente, subendo anche evidenti minacce. Il suo esempio ci parla ancora, con la sua testimonianza e il suo eroico sacrificio. Ma, in particolare, penso, parla ai magistrati, chiamati all’indipendenza e alla terzietà del giudizio. Infatti, secondo Rosario, un magistrato non deve neppure candidarsi in politica o, se deve farlo, deve uscire dalla magistratura.E questo esempio vive e palpita ancora oggi.

Curando la Causa di beatificazione avrà avuto modo di cogliere le tracce lasciate dal giudice nelle persone incontrate e negli ambiti frequentati dal giudice: quali sono i frutti di questa sua vita, offerta in nome della giustizia?

R. – La testimonianza di Livatino è una bella pagina evangelica offerta alla Chiesa particolare e universale e non solo, di ieri, di oggi e di domani: costante nei santi principi cristiani e nell’esercizio della giustizia, lavorando con discrezione ma intensamente tanto che secondo la relazione del Csm di allora, Livatino era il magistrato più produttivo della procura di Agrigento nel periodo tra il 1984 e il 1988. Lui si poneva agli antipodi delle logiche schiavizzanti del malaffare, delle pressioni su chi conta, del prestigio a tutti i costi, della corruzione, della collusione con i poteri occulti, dell’omertà: è effettivamente un uomo che può fare la differenza cristiana ed è per questo che è attuale, cosa rilevante per la Chiesa e la società di oggi, in cui persiste un campo asfissiato dalla prassi corrotta delle organizzazioni mafiose che, senza Dio e all’Altissimo, hanno sostituito il culto blasfemo del padrino mafioso.

Lei è stato il postulatore di Don Pino Puglisi, anche lui vittima della mafia: due esempi di” santità” o quasi, intravede dei tratti in comune?

R. – Si tratta di due vicende diverse: un prete martire della fede che muore col sorriso sulle labbra e un laico che, prima di essere ucciso, domanda ai suoi giovani assassini, quasi con parole profetiche di lamentazione: “Picciotti, che cosa vi ho fatto?”. La vicenda di don Puglisi si è chiusa col riconoscimento di un martirio, quella di Livatino è ancora all’esame della Congregazione per le Cause dei Santi. Si può solo confidare nella potenza dello Spirito Santo affinché, partendo da premesse differenti, e pur trattandosi di due diverse condizioni ecclesiali, un prete e un laico, magistrato, si arrivi a un risultato identico segnato dal riconoscimento del martirio in perfetta coerenza coi principi della fede e della giustizia. In sintesi, in coerenza col Vangelo.

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Questa voce è stata pubblicata il 21/09/2020 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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