COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Cento anni fa, appello missionario di P. Beduschi: “Cento Città d’Italia per Cento Missioni”

Cento anni fa (settembre 1920) P. Giuseppe Beduschi (1874-1924) ha lanciato il suo appello missionario: “Cento Città d’Italia per Cento Missioni”, e avrebbe chiesto al Papa Benedetto XV di istituire una Giornata Missionaria Mondiale (che avrà luogo nel 1926 con Pio XI).
P. Beduschi ha percorso le missioni del Sudan e dell’Uganda, ma anche i seminari d’Italia, come un fuoco di Dio che, dove passa, lascia il segno (P. Gaiga).
In missione quasi subito si ammala gravemente (1903) ma è salvato da suor Giuseppa Scandola, la prima Pia Madre reclutata da Comboni,  che offre a Dio la sua vita per lui.
Nell’ultima sua lettera dice: “Sono sfinito, ma non stanco”. Si rifiuta però di lasciare la missione: “Voglio morire tra gli Scilluk che sono il mio popolo”. Muore il 10 novembre 1924. Aveva 50 anni, come Comboni.
Ricordiamo questa bella figura comboniana con un articolo di P. Pietro Ravasio, scritto alcuni anni, il “primo testimone” di una serie di “modelli comboniani”, pubblicato nel Mccj Bulletin n. 256, luglio 2013.
Vedi testo:

MODELLI COMBONIANI

P. GIUSEPPE MARIA BEDUSCHI
Pioniere dalle grandi idee e infaticabile apostolo

Amilcare Beduschi, giovane seminarista si recò a pregare nel Santuario della Vergine della Vittoria, in Milano. Durante la preghiera sentì una voce interiore che gli parlava. Era un chiaro invito ad allargare i suoi orizzonti dalla diocesi alla Chiesa universale. Durante il noviziato a Verona ritornerà a quel momento fondante della sua vocazione e scriverà: ”voglio amare Maria perché fu Lei che mi chiamò alla vita apostolica ancor fanciullo, nel suo tempio della Vittoria.”

Era nato a Milano, nella parrocchia di S. Lorenzo, l’1 novembre 1874. Il Signore lo aveva collocato in una famiglia esemplare e numerosa: undici fratelli e sorelle componevano già una comunità, dalla quale si staccò per entrare nel seminario minore di Milano. Furono anni di studio e di crescita spirituale che un suo compagno diventato Arcivescovo di Vercelli, Mons. Giacomo Montanelli, così ricorderà riassumendo in sintesi la sua vita: “Uomo dalle idee grandi e geniali, egli è l’inventore nella Nigrizia delle colonie agricole a scopo ausiliario, dei catechisti indigeni, del villaggio cristiano. Egli con un gesto audace fa appello alle cento città d’Italia e sogna cento stazioni missionarie. Egli, viaggiatore commesso delle Missioni Africane, apre il primo fuoco del movimento missionario in Italia”.

Per realizzare la sua vocazione, Amilcare escogitò un piano originale. D’accordo con i superiori del seminario, informò i familiari che si iscriveva al seminario di Verona. Solo quando suo padre lo visitò, con stupore e indignazione scoprì che il figlio era in un Istituto Missionario. Ma la bufera fu breve: scrisse ai genitori una lunga lettera ed ottenne il loro consenso. Intanto egli aveva guadagnato alle missioni un suo compagno di seminario ed amico: Paolo Meroni, che sarà il terzo superiore generale.

Visse intensamente i suoi due anni di noviziato, perfezionando l’ascesi che aveva già acquisito nel seminario milanese ed emise i voti nella festa dell’Immacolata dell’anno 1897. In quell’occasione scelse i nomi di Giuseppe Maria che userà per tutta la vita e con i quali è conosciuto. Per far conoscere meglio la sua spiritualità è utile riportare alcuni brani significativi dei suoi diari del noviziato:

“… Si avvicinano i voti devo ricordare che il missionario è un soldato, un soldato generoso e intrepido perché combatte per Cristo, ai fianchi di Cristo. E’ necessario portare la Croce con Lui e perseverare così fino alla morte…”

“… S. Paolo dice che per lui vivere è Cristo: ciò è vivere nel Cuore Benedetto di Gesù, ed è in questo Cuore che io voglio vivere, cioè abitare e operare. Perciò qualunque azione che faccio, devo intendere di farla in quel Cuore e ancora per dar gusto a quel medesimo Cuore. Così se prego, se lavoro, se studio, in quel Cuore troverò la mia realizzazione…”

“… Voglio amare Maria perché è degna d’amore perché è Madre del mio Gesù perché tanto fece e sofferse per me. Amarla sarà un mezzo potentissimo e principalissimo per vivere intensamente la vita religiosa che sto per professare…”

“… Non mi restano che tre mesi di noviziato, il diavolo mi tenterà per smuovermi, ma io voglio condurre a termine questa impresa e con l’aiuto di Dio sono certo che l’opera che ho incominciato la porterò a termine con il Suo aiuto…”

Che fosse riuscito a prepararsi intensamente ai voti lo testimonia il suo Padre maestro Federico Vianello. E’ necessario ricordare che egli era giovanissimo e aveva solo alcuni anni più del novizio Beduschi, ma aveva già acquisito una grande esperienza. Ecco quanto scrive: “Per quanto ricordo la condotta di P. Giuseppe durante il noviziato fu sempre esemplare. Ebbe qualche tratto qua e là che rivelava la diversità del carattere; ma lo sapeva così ben reprimere, che le sue stesse vivacità riuscivano poi di maggiore edificazione ai compagni”.

In tutta la vita P. Beduschi ha dovuto combattere con il suo carattere generoso ma eccessivamente coinvolto dai suoi programmi di lavoro per cui diventava talora difficile convivere in comunità.

Dopo il noviziato completò gli studi teologici e venne ordinato sacerdote il 13 agosto 1899 da Mons. Bartolomeo Bacilieri coadiutore del Card. di Canossa Vescovo di Verona.

Ricorriamo ancora i suoi diari per capire come si sia preparato intensamente all’ordinazione sacerdotale e comprendere così la spiritualità che portò in Africa, ricordando sia la professione religiosa come l’ordinazione sacerdotale:

“… Sono gli ultimi mesi di preparazione all’ordinazione per l’apostolato: devo ricordare che solo i santi possono fare gran santi quei neretti e diavoletti di mussulmani…”

“… Sotto il patrocinio della mamma mia Maria, pongo sopratutto il proposito di essere umile perché la voglio imitare in questa virtù…”

“… Ho visto che nessun’altra migliore preparazione posso premettere ai SS. Ordini, cha adempiere esattamente le mie azioni quotidiane. Dunque incomincerò dalle più importanti, per venire poi alle altre. Farò bene le pratiche spirituali perché da esse dipende ogni profitto …”

“… Gesù nei suoi sacerdoti cerca bensì la santità, ma ancora la dottrina. Se uno è santo, preghi; ma non vada più in là, se manca di dottrina e di scienza. Dunque, o mio Dio aiutami a prepararmi con uno studio serio. Sono sicuro che quando tu mi dirai di partire nonostante la mia incapacità farai anche dei miracoli per soccorrermi …”

Prima d’inoltrarci nel vissuto relativamente breve di P. Giuseppe, che seguiremo nelle sue esperienze missionarie, è opportuno rilevare un primo aspetto della sua testimonianza e quasi lo specifico della sua personalità. Per lui vita religiosa e apostolato non erano un binomio qualsiasi, ma una realtà inscindibile che lui, missionario della prima generazione, aveva assorbito e che risale allo stesso fondatore S. Daniele Comboni. Infatti nel documento della comunicazione dei Santi (Informatio super Virtutibus) leggiamo: “Fra le caratteristiche della sua santità eccellono sia lo zelo ardente per la “redenzione” degli africani in chiave ecclesiale, come un intenso spirito di preghiera. Pur qualificandosi come un uomo d’azione, il Beato Comboni si mostrò sempre animato da una forza interiore, che lo univa costantemente a Dio, lo stimolava alla ricerca della sua volontà, e a lavorare unicamente alla sua gloria”.

PRIMA ESPERIENZA IN EGITTO

P. Giuseppe sentiva vicina la partenza per l’Africa che avvenne il 20 settembre 1899, cioè un mese dopo la sua ordinazione. Il contesto storico in cui si troverà sarà favorevole alla vita missionaria dopo la vittoria degli inglesi nel 1898 con la sconfitta della mahdya e, di conseguenza con la possibilità di poter tornare in Sudan nella terra del Comboni. D’altra parte è doveroso ricordare le parole del Papa Leone XIII al P. Angelo Colombaroli, Superiore Generale della Congregazione nell’udienza del 14 febbraio 1901: “Difficile, molto difficile è l’impresa affidata ai Figli del Sacro Cuore. E’ necessario per essa un grande spirito di sacrificio e di costanza, per non arrestarsi innanzi alle difficoltà; è necessario però che Cristo trionfi anche nell’Africa infelice, acciocché il trionfo suo sia veramente completo e universale nel mondo”.

Nel viaggio P. Beduschi era guidato da P. Heymans, olandese Superiore della Comunità della Gesira al Cairo. Così egli descrive l’ingresso trionfale riservato a P. Heymans: “verso sera entravamo a Gesira fra gli echi della fanfara dei nostri moretti, che con esultanza salutavano il ben arrivato loro e mio superiore. Non so dirti quanto fui felice e commosso in mezzo a tanti vispi e cari diavoletti. Solo ti accennerò di un piccolo di soli 5 anni nero e lucido come l’ebano. Mi si avvinghiò al collo e alla vita e mi guardava con due occhietti furbi e vivaci… era cosa da mangiarselo, io e il mio piccolo bevemmo al medesimo bicchiere. Oh! Che il S. Cuore di Gesù spanda le sue grazie e attiri a sé tutte queste creature.

P. Giuseppe si ferma a Gesira fino al 1901, studiando la lingua araba che apprenderà assai bene e si prepara al futuro ministero quando scenderà in Sudan. Mingherlino, debole di salute pensavano di rimandarlo dal noviziato per tale ragione, sarà invece un campione e reggerà alle fatiche della vita missionaria al clima micidiale delle paludi degli Scilluk sul Nilo. Della permanenza al Cairo vi furono dei momenti importanti dell’esperienza di P. Beduschi. La Gesira comprendeva una grande estensione di terreno dov’era stata organizzata la Colonia Antischiavista Leone XII. Può incontrare molte famiglie sudanesi che erano fuggite dalla mahdya, spesso bisognose d’aiuto e d’assistenza nelle malattie e proprio da questi primi incontri ch’egli sviluppa una capacità d’assistenza agli ammalati, per cui poi in missione verrà considerato il medico della comunità e della tribù.

Un ammalato del tutto particolare ebbe le sue cure P. Daniele Sorur primo sacerdote sudanese ordinato al Cairo 8 maggio 1887. “Per me non basta essere sacerdote, ma devo essere anche missionario, devo guadagnare anime, devo convertire i miei connazionali che sono numerosissimi. Povero me, se non sapessi faticare in questo vastissimo campo e raccogliere grossi manipoli da presentare al Padrone!”

Purtroppo quando incontrò P. Giuseppe era già gravemente ammalato e ogni cura fu tentata per guarirlo da una grave infezione polmonare. Ricoverato nell’ospedale Austro-Ungarico la notte del 1 gennaio 1900 si alzò e di notte celebrò la messa da solo. Quando al mattino fu interrogato da chi l’assisteva disse che la messa valeva per tutto l’anno. Infatti si rimise a letto e l’11 gennaio morì.

La notizia fu causa di grande stupore e tristezza non solo fra i cristiani ma in tutta la città.

P. Beduschi nei primi mesi del 1900 scrisse tre articoli sulla Nigrizia descrivendo la sua vita dalla schiavitù alla fuga all’incontro con il Comboni a El Obeid che lo battezzò dandogli il suo nome, lo portò in Italia studiò a Roma e successivamente si specializzò all’università del Libano. Questo evento fece molto soffrire P. Giuseppe. Ricordiamo infine gli esercizi spirituali che nel settembre del 1900 Mons. Roveggio diresse per i missionari del Cairo.

P. Beduschi scrisse: “provai grande commozione e contentezza di spirito nel riflettere come devo essere indifferente, anzi come devo abbracciare con giubilo l’obbedienza caso mai mi venisse imposto di fermarmi in una stazione, dove la malaria ecc. mi saranno causa anche certa di morte, o dove mancherò anche del necessario alla vita, sicché sarà un vivere stentatissimo. La preparazione compiuta: è tempo di andare nella vigna del Signore”.

IN SUDAN FRA GLI SCILLUK

Mons. Roveggio nel dicembre 1900 partiva sul battello Redemptor, con alcuni missionari e si dirigeva a sud in cerca di un posto adatto per aprire una missione. Il rais (pilota) aveva l’ordine di dirigersi verso i Denka, il popolo più numeroso del Sud Sudan, ma per errore approdò fra gli Scilluk ai quali nessuno aveva pensato. Giunsero a Kako la vigilia di Natale e si fermarono a celebrare la festa. Era la prima messa che inaugurava così l’evangelizzazione del Sud Sudan: S. Daniele Comboni aveva gioito dal cielo perché il suo piano si stava realizzando.

Il Vescovo fece successivamente proseguire la navigazione verso Fascioda dove risiedeva il sultano degli Scilluk Kur Abd Fadit. Una delegazione fu inviata a salutarlo ed egli venne sul Redemptor dove incontrò Mons. Roveggio. Il Vescovo gli chiede se egli fosse contento che i missionari iniziassero una scuola fra la sua gente. Il sultano acconsentì e fece accompagnare i missionari a Tonga, località che riunisce molti villaggi. Quando il Vescovo accettò, il sultano cambiò parere e indicò un’altra località Lul: questa infatti era poco distante dalla sua abitazione. Fu accolta questa seconda proposta e il Vescovo volle pagare la terra in moneta egiziana aggiungendo dei regali per il sultano. A Lul si stabilirono i Padri Tappi e Huber con due Fratelli l’11 febbraio 1900. Gl’inizi non furono facili.

Infatti riguardo gli Scilluk che abitano queste zone P. Isidoro Stang scrive:

“Gli Scilluk parlano sempre male dei forestieri e non provano per loro che disprezzo. Ne sono causa, oltre al fiero sentimento nazionale di questo popolo le sanguinose ingiustizie e la lunga schiavitù che ebbero a sopportare dagli arabi in modo speciale dalle orde del Mahdi. Tradimenti, uccisioni, veleno, polvere e piombo erano i mezzi giornalieri con cui tendevano il raggiungimento dei loro piani. Ancora oggi gli Scilluk vedono i resti miserabili dei loro villaggi una volta popolatissimi e ora distrutti per questo nasce il loro terribile odio contro tutto ciò che è straniero. Malgrado tutte le dicerie, benché sembrasse che tutto l’inferno si fosse sollevato contro di loro i nostri confratelli resistettero saldi al loro posto”.

P. BEDUSCHI NELLA MISSIONE DI LUL

P. Beduschi fu inviato a Lul il 24 luglio 1901 trovò P. Tappi e i Fratelli Enrico e Giuseppe, rimasti senza casa, cibo e utensili per un incendio che aveva distrutto le loro capanne. Fortunatamente P. Beduschi arrivò con un po’ di provviste di pane e di vino. Così non pensarono più d’abbandonare il posto e cercarono di sopravvivere in attesa che fra un paio di mesi arrivasse il battello Redemptor con nuove provviste.

P. Beduschi giunse a Lul il 24 luglio 1901. Alcuni giorni prima le capanne di P. Tappi e dei fratelli si erano incendiate essi accolsero il Padre come un salvatore perché portava provviste senza le quali non potevano vivere. Infatti prima del suo arrivo avevano deciso d’abbandonare la missione per andare a chiedere aiuto al Vicario Apostolico.

Anni dopo P. Beduschi ricordava quell’esperienza di estrema povertà e di grande ostilità da parte della gente. Per loro fu difficile anche imparare la lingua perché gli Scilluk davano indicazioni di significati errati. Questo lo facevano perché non volevano che i bianchi imparassero la loro lingua e potessero scoprire i segreti della loro cultura ma P. Giuseppe perseverò nel confrontare le parole finché riuscì a farsi capire. Così, come prima catechesi pensò di mostrare loro il Crocefisso ma i ragazzi presenti fuggirono inorriditi. Scriveva ad un suo amico: “Erano i giorni del Getsemani. Incompresi, chiusi in capanne di fango, spesso con gli stimoli della fame o con gli ardori della fede…” Quando la gente sentì i missionari esprimersi nella loro lingua cambiò atteggiamento e i giovani incominciarono ad avvicinarsi. Allora P. Beduschi fu chiamato ad assistere un bambino ammalato. Andò con i pochi farmaci che aveva e il bambino guarì. Così la fama di medico si sparse nei villaggi e questo tipo di contatto con la gente lo impegnò moltissimo.

Verso la fine del 1901 Mons. Roveggio giunse a Lul col battello e invitò P. Beduschi ed alcuni altri ad unirsi a lui. Era il suo famoso secondo viaggio che lo portò fino al posto più avanzato del Sudan Anglo-Egiziano, a Fort Berkeley a 4000 Km dal Cairo. Quanti villaggi e popolazioni con usi e lingue diverse incontrarono! P. Beduschi scrisse: “La popolazioni africane possiedono qualità latenti, esse riconoscono un Dio come grande spirito creatore dell’universo ed hanno anche altre credenze e comportamenti morali”. Tornato a Lul progressivamente la gente mostrò stima e rispetto e lo invitava con cordialità a visitare i numerosi villaggi.

Nel 1902 giunsero tre suore comboniane lungamente attese. La loro Superiora era Suor M. Giuseppa Scandola. Fu provvidenziale il loro contributo per l’apostolato fra le donne. Ma nella vita di P. Beduschi questa presenza ha significato una svolta provvidenziale per la sua vita e simbolica per il legame spirituale che S. Daniele voleva che esistesse nella sua famiglia missionaria.

Infatti, verso la fine dell’agosto 1903, il P. Beduschi, assalito da forti febbri si trovava a letto infermo e i confratelli temevano della sua vita. Egli stesso si preparava a passare all’eternità, quando un giorno la Madre Giuseppa allora vegeta e sana, gli mandò a dire per un suo confratello: “Padre, stia tranquillo, lei non morirà, perché deve fare molto bene agli Scilluk; in sua vece morrò io che oramai sono vecchia e inutile.” Fu profezia? Il fatto si è, che subito dopo la Madre Giuseppa si pose a letto, e P. Beduschi stesso due giorni dopo, completamente ristabilito, si recava al suo capezzale per amministrarle con le lacrime agli occhi il Viatico e l’Estrema Unzione, e l’assisté finché esalò l’ultimo respiro, il 1 settembre.

Ora nel processo canonico della Serva di Dio M. Giuseppa Scandola, anche questo fatto è stato documentato.

Narrare gli ultimi mesi vissuti da P. Beduschi a Lul, e ricomporre la storia del Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale. Dopo la morte improvvisa e prematura, a soli 43 anni di Mons. Antonio M. Roveggio (Berber 2/5/1902) il Papa nominò il comboniano P. Francesco Saverio Geyer (11/9/1903) nuovo Vicario Apostolico dell’Africa Centrale. Volendo conoscere tutte le sue comunità partiva per Lul basandosi sulle relazioni che aveva ricevuto e intendendo chiudere quella missione ritenuta troppo difficile e apparentemente infruttuosa. Quando la visita fu annunziata alla comunità P. Beduschi, d’intesa col Superiore P. Cohen s’incaricò di preparare l’incontro invitando i capi a partecipare percorrendo molti villaggi per annunciare il grande evento. Il suo intento era quello di fare impressione sull’animo degli Scilluk mentre incontravano il rappresentante della chiesa.

Il battello col Vescovo giunse alle prime ore del 21/1/1904 i missionari attesero l’alba per attraversare la palude ed andare sul battello ad incontrare il vescovo. Già si scorgeva una moltitudine di persone e P. Beduschi informò il Vescovo che la sua visita era considerata dai capi e dalla gente un evento importante a cui tutti volevano partecipare. Appena sceso dal battello il Vescovo salutato dal grande capo e lui s’accorse che ai due lati del prato vi erano centinaia di giovani armati di lance e scudi che danzavano e cantavano. Quando stava per avviarsi il Vescovo venne preso da due forti guerrieri e issato sulle spalle perché fosse veduto da tutta la gente. Così si continuò finché si giunse alla piccola chiesa dove fu deposto e allora P. Beduschi chiese una pausa per i festeggiamenti ed entrarono in chiesa i missionari e le suore per la preghiera e la benedizione del Vescovo. Quel giorno nel tardo pomeriggio tutti si ritirarono annunciando la festa per il giorno seguente. L’indomani il Vescovo dovette sedersi e assistere per più di sette ore alle danze dei guerrieri, all’incontro con i capi, ai loro discorsi, alle dimostrazioni di gioia dei bambini e delle donne. Il finale di questa festa potrebbe sembrare insignificante ma le parole del capo fecero impressione sia sul Vescovo che sui padri e sulle genti, per molto tempo disse noi li abbiamo chiamati stranieri da oggi in poi li chiamiamo solo nostri padri. Il Vescovo si convinse che quel popolo aveva bisogno assoluto della missione e mentre si avviava verso il battello parlando con i missionari disse rivolgendosi a P. Beduschi: “lei ha salvato la missione di Lul”.

FONDAZIONE DELLA MISSIONE DI TONGA

Ricevuta la relazione di Mons. Geyer su Lul e su P. Beduschi i Superiori di Verona decisero di destinarlo alla fondazione di Tonga. Egli accettò anche se gli dispiaceva lasciare la sua gente di Lul e disse: “c’è chi semina e vi sono altri che mietono”.

Come si ricorderà Tonga era il primo luogo indicato dal sultano a Mons. Roveggio nel 1900 e rimaneva valida sia la parola del sultano come la promessa del Vescovo di stabilirsi in futuro.

La preparazione per iniziare la missione di Tonga fu complessa e P. Beduschi fu chiamato a Khartoum dove risiedeva P. Paolo Meroni, superiore della missione in Africa e Vicario Apostolico Mons. F. Geyer. I mezzi finanziari del Vicariato erano limitati e così passarono alcuni mesi finché P. Beduschi chiese ai superiori se poteva contattare personalmente i suoi amici e benefattori e in particolare la Contessa Ledochowska. Finalmente il materiale indispensabile fu comperato ed era pronto per essere trasportato. Così P. Beduschi con Fr. Alessandro poté acquistare una barca a vela, la prima di Tonga caricarla e scendere il fiume Nilo contro corrente, dove giunsero, dopo quindici giorni di navigazione, il 1 dicembre del 1904.

Mentre si avvicinava scrisse al Superiore Generale, P. Vianello una lunga lettera di cui riportiamo alcuni brani: “Credo di provare in questo momento qualche minima particella della commozione di Mosè allo scorgere da lontano la terra promessa… Ma io non vengo a conquistare il paese ma a portarvi la croce, a celebrare il santo sacrificio e portare a Gesù migliaia e migliaia di anime già redente e comprate col suo sangue”.

L’accoglienza fu festosa perché il sultano aveva in precedenza informati i capi dell’arrivo dei missionari e chiedendo a loro di accoglierli e cooperare alle iniziative che stavano iniziando.

Intorno alla barca si formò una folla e di fronte a tutti c’erano i capi che P. Beduschi salutò nella loro lingua che aveva appreso a Lul e con loro e la gente iniziò quasi una festa. A questo punto P. Beduschi chiese al Fratello Alessandro di portare dalla barca al croce e invitò i capi a condurlo nel posto riservato alla futura missione che essi conoscevano. Passata la palude del Nilo arrivarono su una ridente altura chiamata Attigo. Fu issata la croce e poi chiese ai capi e alla gente di lasciarlo solo col Fratello perché erano molto stanchi. Solo alcuni giovani rimasero e aiutarono a trasportare tutto quello che avevano portato da Khartoum ed era sulla barca. Prima di sera accanto alla croce era sistemata la tenda nella quale i due abitarono e vissero per alcuni mesi.

Fin dagli inizi s’instaurò un dialogo con la gente e molte persone incominciarono a chiedere medicine portando soprattutto bambini ammalati. P. Beduschi aveva intitolato la missione alla Madonna Addolorata prevedendo che in questa nuova missione ci sarebbe stato da soffrire e vivere almeno agli inizi in estrema povertà.

Dopo alcuni mesi i superiori inviarono P. Bernardo Kohnen come superiore della comunità e Fr. Giacomo Giacomelli. Fu una vera benedizione e P. Beduschi poté incominciare a visitare i villaggi, incontrare la gente e curare gli ammalati. Diversi bambini che erano moribondi egli li battezzò. Essi furono i primi cristiani di Tonga che salivano in cielo ad intercedere per il loro popolo.

Arrivò poi in visita il Vicario Apostolico il quale lasciò questa testimonianza: “Noto che i contatti di questo grande popolo con la nostra missione fanno continui progressi. In passato gli Scilluk erano inaccessibili e nemmeno il governo riuscì a sottometterli finora solo i nostri hanno guadagnato il loro affetto. L’islam, che da tempo circondava questa regione non ottenne nemmeno una sola conversione.

Scrivendo una lettera ad un amico nell’ottobre del 1906 P. Beduschi afferma: “Sono quasi due anni che vivo qui a Tonga in mezzo a innumerevoli zanzare, e forse sono logorate. Finora nessun adulto vivente è stato battezzato ma speriamo tanto!… Verrò fra alcuni mesi per non morire di febbre nera come altri venuti dopo di me.

Invece nel novembre 1906 P. Beduschi è chiamato d’autorità dai Superiori e per obbedire lasciò subito Tonga nonostante che P. Kohnen gli chiedesse di rimanere ancora un poco.

Giunse a Verona nei primi mesi del 1907 e presentò ai Superiori il suo progetto delle “COLONIE AGRICOLE”. Intendeva infatti organizzare dei mini villaggi intorno alle missioni con famiglie che potevano dedicarsi all’agricoltura con tecniche moderne e contemporaneamente a loro si poteva annunciare più facilmente la parola di Dio. Così intendeva ottenere contemporaneamente questo doppio risultato: portare in questo popolo un progresso sociale notevole e proporre le verità cristiane.

Egli onestamente disse ai Superiori che il Vicario Apostolico F. Geyer riteneva difficile l’attuazione, sebbene il piano avesse delle finalità chiaramente positive. Infatti non si poteva strappare dalla vita sociale dei villaggi Scilluk intere famiglie e gli anziani avrebbero interpretato negativamente la rottura con i loro costumi. Anche i Superiori a Verona trovarono il progetto interessante ma prematuro.

Nonostante tutto Padre Beduschi era convinto a far sorgere un “comitato per le colonie agricole degli Scilluk” con l’appoggio di personalità influenti. E’ contento, e nel febbraio del 1908 è di ritorno a Tonga. Durante la sua assenza era stato inviato a Tonga P. Giuseppe Barnabè che era l’anima gemella di P. Beduschi. P. Barnabè lasciò questa testimonianza: “P. Beduschi e P. Konhen hanno fatto un faticoso lavoro materiale d’impianto che esaurì però le loro forze e li costrinse tutti a chiedere alla patria un necessario ristoro. Rimessi in forze ed aumentati in numero ritornarono nel febbraio 1908. Si era allora alla fine del principio; un’abitazione salubre era stata costruita e si poteva dunque applicarsi subito e seriamente all’insediamento del catechismo e alle prime regole del vivere civile”.

Egli ora fa un bilancio dei venti mesi passati a Tonga: non sa ancora che sarà quello definitivo perché i superiori gli affideranno l’apertura di Gulu in Uganda. Ecco in sintesi le sue conclusioni:

Un gruppo di ragazzi segue il catechismo e commenta: “Non sono prive di interesse le prime risposte. Alla domanda: “Perché Dio ti ha creato?” uno rispondeva: “Per mangiare il sorgo” ed un altro: “ Per condurre al pascolo le vacche”: Ma da allora che progressi abbiamo fatto.

“Ed ora, dopo venti mesi di lavoro, si presenta naturale la domanda: a che punto siamo arrivati?. In fatto di civiltà possiamo notare subito un qualche progresso: oggi infatti si contano sulla dita i giovani che, dopo i sedici anni, si portino in giro senza vestito. Né meno marcato è progresso fatto dalla religione, la quale è luce e verità, che dirada la tenebre e sfata le menzogne. Ebbi più volte occasione d assistere a conversazioni ei ragazzi che ridicolizzavano gli stregoni, chiamandoli imbroglioni e furbi, che si riempiono delle galline degli Scilluk”

A quelle quattro capannucce di fango e paglia, fu sostituito un colosso di casa in forte muratura, per questo paese un superbo palazzo, che come un gigante veglia su migliaia di famiglie sparse nell’immensa pianura della valle del Nilo

La camera più spaziosa, all’ingresso fu trasforata in chiesetta e gli Scilluc dicevano convinti: “Questa è proprio la casa di Dio”. Due anni fa non potevamo nemmeno conservare l’Eucaristia. Abbiamo inoltre due officine: falegnameria e meccanica.

Ma la più grande meraviglia fu vedere due buoi all’aratro smuovere in un giorno più terra che non diecine di giovani. E’ l’inizio della Colonia Agricola che mi costò tanti sudori e che porterà tanti vantaggi alle famiglie, alle missioni e quindi alla Fede. E’ un’opera che si svilupperà lentamente….Per i disegni del Padre importava cominciare…

La scuola fu tra progetti prioritari di P. Beduschi. Sapeva che sarebbe stata una sfida tener fermi in aule ragazzi e ragazze, cresciuti liberi come uccelli, ma da più di un anno diverse diecine di ragazzi e ragazze frequentavano regolarmente.

Lui fu il trascinatore fino all’esaurimento, ma l’opera restava di una comunità comboniana, fratelli e padri che resteranno sconosciuti. Fortunatamente nella Congregazione i superiori conoscevano la situazione e nel dicembre del 1909 lo richiamarono a Verona.

L’OBBEDIENZA… prima di tutto, anche degli Scilluk.

Ricevuto l’ordine di P. Vianello che chiama ‘ Il segretario di Dio’, gli indirizza una lunga lettera – è il dicembre del 1909 – mentre il battello solca il Nilo. Parla con passione dei suoi Scilluk, ma la sua decisa risposta è “Eccomi: voglio ubbidire, interamente ubbidire ad ogni costo… è forse la prima volta in vita mia che ubbidisco: se devo cedere il mio posto ad un altro sarà un gran bene per quelle comunità.”

Una delle caratteristiche di sicura autenticità, che fanno di P. Giuseppe un vero Modello è l’unione fra zelo ardente ed obbedienza. S. Daniele Comboni scriveva: “ Ho venduto la mia volontà e tutto me stesso alla S.Sede (…) e intendo lavorare unicamente sotto la sua guida e autorità e mi rifiuterei anche a convertire (…) ove non lo fosse per comando e autorità della S. Sede (S. 2635): Inoltre nelle sue Regole scriveva: “Non verrà ammesso chi non abbia l’animo fermo e risoluto di morire alla sua propria volontà e di professare una perfetta obbedienza ai legittimi superiori. (2654). Infine anche la nostra Regola di Vita (1988) trattando dell’obbedienza ha un articolo, forse poco meditato, ma illuminante: “Dal momento che tutti hanno ricevuto lo Spirito, tutti di sentono corresponsabili della fedeltà dell’Istituto alla sua ispirazione originaria, e accettano con oddedienza attiva il ministero dell’autorità che è dato dallo stesso Spirito per il bene di tutti.”(35.1)

BEDUSCHI IN UGANDA: TERRA DI MARTIRI

Partendo da Napoli il 21 marzo 1911 con P. Audisio, P Giuseppe entrava in una nuova esperienza apostolica e contemporaneamente rimaneva nel suo Vicariato Apostolico.

P. Vianello nel 1910 aveva esteso l’opera evangelizzatrice dell’Istituto al nord Uganda, la parte più meridionale del Vicariato Ap. dell’Africa Centrale. Ora inviava P. Beduschi, del quale conosceva capacità e zelo, come superiore della missione.

L’arrivo a Kampala lo entusiasma e commuove. Scrive: “O Uganda, terra benedetta e privilegiata dal Creatore… Noi calchiamo una terra santa irrorata dal sangue dei martiri e martiri neri…” Concelebrando a Pasqua è stupito che in una sola messa vengano distribuite 4.000 comunioni.

Meravigliosa l’opera dei Padri Bianchi, edificante la fede dei Baganda.

La carovana con venticinque portatori si avviò verso il nord: verso l’ignoto, nella mente la chiesa gremita di cristiani e la consapevolezza di raggiungere a Gulu, la terra degli Acioli, dove con loro sarebbe giunta la chiesa cattolica.

I primi anni furono intensi e duri: in capanne, con i protestanti già organizzati, i capi villaggio solidali con loro. Scrive in quei giorni: “Quadro desolatissimo. Inalberammo la croce: non un solo Acioli cristiano…per centinaia di miglia non c’era che squallore…”.

Con la fiducia in S. Giuseppe al quale era dedicata la missione, le opere di carità, la vita di preghiera, il dialogo con i capi fecero breccia soprattutto fra i giovani che si affollavano nelle prime rudimentali scuole. Fu allora che p. Beduschi istituì le cappelle-scuole dove un giovane catechista, sprovvisto di tutto, radunava i ragazzi e le ragazze per la scuola e la catechesi.

Si giunse così al 1913 quando Propaganda Fide il 30 maggio divise il Vicariato in due parti: Khartoum affidato a Mons. Geyer, e a sud la Prefettura Apostolica del Bahr el Ghazal, affidata a Mons. Stoppani.Questa a sua volta era suddivisa in Bahr el Ghazal e Uganda.P. Antonio Vignato veniva nominato superiore e pose la sua sede a Gulu sostituendo P. Beduschi che finalmente si sentì libero di dedicarsi interamente al ministero. Sapendo che era prematuro pensare al clero indigeno, pensa ad un collegio per preparare i catechisti. I primi 25 disseminati in una superficie di cento km, istruiscono circa mille catecumeni. P. Vignato ne è entusiasta.

La finalità di questa analisi ci impone di sottolineare solo questo aspetto della ricca attività di P. Beduschi in Uganda fino al 1918 quando verrà scelto dai confratelli loro delegato al terzo Capitolo generale.

P. Beduschi formatore di catechisti è il figlio di S. Daniele Comboni, che nella prima età dell’Istituto ha meglio di ogni altro realizzato il Piano del Fondatore in questa fondamentale dimensione dell’attività missionaria.

S. Daniele, infatti, nella formazione di una comunità cristiana pone al primo posto i Catechisti, a cui si darà una più estesa cognizione delle scienze sacre. ( S.2773). E scrivendo al Card. Barnabò afferma: “Sono riuscito a formare competenti maestri e catechisti…indispensabili per l’esistenza di una missione”. (S.3409)

Il Beato Giovanni Paolo II nella Esortazione apostolica circa la catechesi nel nostro tempo (16.10.1979) tratta diffusamente di questo problema e sottolinea come la catechesi sia essenziale nell’azione missionaria: “Della catechesi… possiamo dire che è chiamata a portare la forza del Vangelo nel cuore delle culture… perciò cercherà di conoscere le loro componenti essenziali; ne apprenderà le espressioni più significative; ne rispetterà i valori e le ricchezze peculiari.” (n.53)

BEDUSCHI ANIMATORE MISSIONARIO IN ITALIA

Il terzo capitolo del settembre 1919 elesse P. Paolo Meroni Superiore generale. Era stato compagno da giovane e superiore di missione in Sudan. Conoscendo lo zelo e le capacità oratorie di P. Beduschi, P Meroni gli chiese di rimanere in Italia per rac cogliere aiuti per. le missioni disastrate dagli anni della guerra. Iniziando per obbedienza e con entusiasmo i tre anni di propaganda missionaria viene così descritto da un biografo: “Era di tratto esteriore umile, col corpo precocemente invecchiato ed il volto rugoso;di tratto semplice, con lo sguardo buono. La voce era disadorna, ma calda e persuasiva con passione e tristezza”.

Naturalmente privilegiò la diocesi di Milano e quelle vicine, all’inizio. Le sue giornate missionarie iniziavano la vigilia con un’ora di adorazione, confessioni e comunione generale per i bisogni delle missioni. Continuava poi, senza soste a predicare in ogni messa, talora fino a cinque. La serata era riservata alle proiezioni delle diapositive che lui stesso aveva scattato in missione. Quella che lui chiamava “La valigetta dell’Africa”, era un peso che si trascinava dietro a fatica. . Insisteva molto sulla preghiera e nei seminari prospettava sia la perseveranza, come la possibilità di una scelta per le missioni. Era così convincente la proposta, che diversi seminaristi la intesero come voce di Dio .Ricordiamo il caso del Seminario di Cosenza : incontrando il Padre spirituale gli dice che deve andare in Africa. Egli accetta subito: è P. Rinaldo Giuseppe , poi comboniano in missione.

Nel settembre 1920 lancia il suo appello: Cento città d’Italia per cento missioni…

“Alle cento città d’Italia!… noi lanciamo oggi un appello che è una proposta ardita, ma tutta pratica. Occorre soccorrere le antiche missioni perchè tornino a rifiorire… Ogni diocesi, ogni città si faccia madrina di una stazione missionaria che fonderà e manterrà nel centro dell’Africa…

Lasciamo il lungo messaggio-appello. Lo troviamo a Roma dove forma un comitato che adotterà Torit,la prima stazione già vagheggiata da Mons. Roveggio fra i Lotuko del sud Sudan. A Milano affida la missione che intende fondare ripartendo : Detwok. Un consistente numero di diocesi-città aderirono all’invito: P. Beduschi dev’essere considerato uno dei protagonisti del risveglio missionario d’Italia.

Inoltre scrisse molto sulla sua missione: con articoli su La Nigrizia e una fitta corrispondenza dove manifesta la sua fede, lo zelo ma anche una certa impazienza per raggiungere i risultati: questo resta uno dei suoi limiti.

L’animazione missionaria è una caratteristica del Comboni che sollecita la S. Sede. Scrive al Card. Barnabò, Prefetto di Propaganda Fide, aprile 1870: “Nella mia piccolezza e indegnità la imploro di proteggere la nascente opera della Rigenerazione della Nigrizia. Non abbia nessun riguardo per me , ma soltanto per la condizione infelice di tanti milioni di anime che vanno a perdersi…Io non ho che una vita ma vorrei averne mille per consumarle a tale scopo”(S 2271). Il suo motto era “ O Nigrizia o morte”.

La nostra Regola di Vita (1988) al n° 2 dice: “Daniele Comboni si distinse per la sua dedizione totale alla causa missionaria per la quale parlò, lavorò, visse e morì. La sorgente di questa forza era la sua fede incrollabile e la certezza che la sua vocazione veniva da Dio, e che l’opera di Dio non sarebbe venuta meno”. P. Beduschi rimane un modello anche per il dettato della Regola al n° 72: “I missionari comboniani, per vocazione e sull’esempio del Fondatore, sono chiamati all’animazione del Popolo di Dio, affinché riconosca le proprie responsabilità missionarie e si impegni nell’annuncio del Vangelo al mondo intero”.

P.Beduschi è considerato uno degli iniziatori del movimento missionario in Italia, e con il suo piano Cento Città per Cento Missioni ha veramente portato in molte diocesi il concetto stesso di partecipazione attiva all’azione missionaria, con gemellaggi che hanno dato grandi frutti sia spirituali che sociali.

DETWOK FRA GLI SCILLUK: L’OLOCAUSTO

Prevedendo di essere nuovamente inviato in missione, egli sognava l’Uganda dove aveva esperimentato i frutti del suo ministero. E’ invece destinato nuovamente fra gli Scilluk, per una nuova fondazione. Parte ai primi di gennaio del 1923 e sceglie il villaggio di Detwok che descrive come “ Un terreno poco distante del Nilo coperto di spine, tutto intorno pozzanghere, paludi, vivai di miasmi e di zanzare…” Questa è la missione dei SS. Ambrogio e Carlo, come comunica agli amici e benefattori di Milano.

Con P. Pietro Brambilla e alcuni fratelli ricomincia a strutturare la missione come aveva fatto a Lull e Tonga. L’assoluta novità della presenza dei missionari sarà un ostacolo permanente nel rapporto con i ragazzi e i giovani, che venivano puniti dagli anziani. Lui è l’uomo della fede e dell’azione che edifica i confratelli e attira le anime a Dio. La sua è una quotidiana via crucis di villaggio in villaggio per assistere gli ammalati. Il 24 settembre 1924 scrive la sua ultima lettera e dice: “ In questi diciotto mesi dalla fondazione quanto devo ringraziare la Provvidenza per i frutti riportati…I catecumeni sono un centinaio. Non si può pensare a conversioni numerose.”

Dopo aver festeggiato il venticinquesimo di sacerdozio e di missione verso la fine di ottobre è colpito dalla febbre nera che, nonostante l’assistenza di un medico protestante, lo porterà ad una santa morte il 10 novembre 1924. Il medico che diventerà cattolico testimoniò: “Dopo tanti anni di assistenza medica in Europa ed in Africa, non ebbi mai lo spettacolo di sì grande forza morale. Egli deve aver avuta una volontà che supera quella umana. Egli è vittima della sua attività, della sua energia”. Sulla sua tomba, a Tonga, una croce con inciso: “A Giuseppe Beduschi nostro padre”.

Diamo anche noi l’addio a questo nostro grande confratello e insigne modello con alcuni passaggi del messaggio di P. Paolo Meroni, Superiore Generale:

“La notizia della morte di P. Beduschi fu appresa da noi col più vivo dolore. In lui ho perso il mio fratello, il più sincero amico fin dai primi anni del seminario; l’Istituto uno dei suoi più cari e amati figli, e le nostre missioni una vera colonna. Non è facile dire il bene che egli fece prima fra gli Scilluk, poi nel Nord Uganda e quindi ancora tra gli Scilluk. Parecchie di quelle missioni devono a lui la nascita e lo sviluppo… Chi può dire quante sono le anime che devono a lui e alle sue opere aiutate dalla grazia, il bene della Fede, il dono della redenzione? “

Concludendo questa lunga memoria di P.Giuseppe Beduschi, può essere utile sintetizzare ciò che è stato chiaramente esposto nei quattro testi in corsivo. Essi evidenziano come questo missionario della prima ora abbia un quadruplice titolo per essere considerato un “modello”:

  1. Una intensa vita di preghiera unita ad una straordinaria attività apostolica quotidiana.
  2. Uno zelo ardente nella fondazione di missioni difficili tra gli Scilluk e la pronta obbedienza di lasciare le opere incompiute e iniziarne altre totalmente diverse.
  3. In Uganda è stato l’iniziatore e l’organizzatore dell’opera dei catechisti, che è diventata una dimensione importante per la comunicazione della fede.
  4. Modello di animazione missionaria con numerose iniziative e soprattutto con l’appello “Alle cento città/diocesi d’Italia” per adottare altrettante missioni: iniziativa che rese cosciente l’intera Chiesa italiana della necessità di un’attiva collaborazione con le missioni. Inoltre è stato uno scrittore di articoli e cronache delle missioni molto seguiti e apprezzati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 27/09/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO.

  • 511.629 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Unisciti ad altri 916 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: