COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (A) Commento

XXVII Domenica del Tempo Ordinario –  Anno A
Matteo 21,33-43 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!” (…)».

(Letture: Isaia 5, 1-7; Salmo 79; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43)

Possedere o condividere?
Antonio Savone

parabola della  vignaNarra di Dio la pagina di Matteo. E narra dell’uomo, narra di noi, narra di me.
Narra di un Dio che si prende cura della sua vigna, immagine del mondo nel quale colloca l’uomo. Luogo preparato a lungo e con amore perché altri potessero goderne.
Narra di un Dio della condivisione, di un Dio che non tiene per sé l’esclusiva, di un Dio innamorato della sua vigna, di un Dio che dà fiducia, si fa da parte, di un Dio instancabile tessitore di opportunità nuove offerte a chi è tentato di impadronirsi di una eredità.

Narra di un uomo usufruttuario di quei beni che Dio gli ha messo a disposizione, un uomo chiamato a lavorare quella vigna e a trarne con gioia i frutti. Una gioia da condividere proprio come è stato con noi condiviso il luogo in cui abitiamo. Tuttavia, sembra quasi che uno non riesca a godere appieno se non possiede. E così sulla vigna – la vita, il mondo, il regno, il vangelo, le relazioni – fa capolino la questione del possesso che è trasversale ad ogni tipo di relazione: Dio, l’altro, il creato.

Un senso di rapina ci attraversa e si impossessa di noi fino a tenere strette e inutilizzate risorse che potrebbero essere a beneficio di tanti altri uomini e donne, se solo accettassimo di aprirci alla condivisione. Un senso di rapina attraversa anche la comunità cristiana quando non riesce più a mostrare sul proprio volto i lineamenti di un Dio che si è fatto uomo.

Di solito noi rivendichiamo possessi quando ci abita l’angoscia di perdere il controllo, quando siamo preda della paura che qualcun altro possa invaderci e il nostro benessere costruito sull’esclusione di tanti altri possa essere minacciato.
La brama del possesso e del rivendicare l’esclusiva genera una cultura di morte e si declina con il rifiuto ostinato di ascoltare chi timidamente bussa alla nostra porta, incapaci di riconoscere in loro gli inviati del Padre.

Il vangelo, poi, narra ancora di un Dio che mai può ritenersi “incluso” entro categorie socio-religiose, perciò di un Dio “scartato”, pietra angolare di un particolare volto di Chiesa. Narra di un Dio sempre altro rispetto alla pretesa dell’uomo.
Dio non è mai appannaggio di pochi eletti fino a diventare “incluso” “entro i confini della propria identità nazionale, culturale o di fede”. Un Dio “sequestrato” per il quale è sempre necessario erigere barriere, segnare confini, stabilire comportamenti che definiscono il grado di vicinanza e di gradimento o meno a un simile Dio.

Abbiamo fatto lunghe teorizzazioni sul mettere Gesù al centro della vita. A ben guardare, però, Gesù non sta mai al centro e le situazioni in cui la sua figura è centrale sono legate ad un vero e proprio decentramento strutturale: all’inizio, tra un bue e un asino e alla fine, tra due ladroni. Quando lo cercano per farlo re – dunque per metterlo al centro – fugge, si nasconde. Obbligherà persino al silenzio i suoi amici. Si ritrova con loro ed entra mentre stavano a porte chiuse.

Pietra angolare, sì, ma di quale edificio, di quale volto di Chiesa? Di una Chiesa abitata da uomini e donne che accettano di lasciarsi portar via la propria centralità, non ricusando di essere annoverati tra le pietre di scarto, nella fiducia che queste siano al centro dell’amore di Dio. Al di fuori di ogni importanza e nello stesso tempo radicati nel cuore della vita del mondo. Una Chiesa minore. E io a quale volto di Chiesa voglio appartenere?

Vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri. Se la scena evangelica è bucolica, non si può negare che i contenuti siano incandescenti.
Lo Spirito non ha bisogno di strategie difensive per garantire la sua azione: egli spira dove vuole. Israele prima, la Chiesa poi hanno sempre corso il rischio di vivere l’elezione da parte di Dio come motivo di distinzione e di potenza. Dio non è obbligato a farsi strada nel mondo passando per sentieri tracciati da noi. E neppure patisce il ricatto secondo il quale ci deve tenere per forza perché se non noi chi può sostituirci? A lui non manca la possibilità di creare un popolo capace di far fruttificare il regno. Un popolo fatto di pietre di scarto. Anche quando tutto dovesse andare in rovina, c’è ancora un vangelo, una lieta notizia: la storia può ripartire.

Sebbene deluso per come siano andate le cose, Dio non si rassegna e ritesse una storia nuova scritta con il dono del Figlio e di quanti come lui al possesso sostituiscono la condivisione.
E se la crisi che sta attraversando la comunità cristiana fosse già il segno che il regno sta passando ad altri?!

Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com


Mt 21,33-43

La vigna del Signore
Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI

La parabola evangelica di questa domenica è rivolta da Gesù in modo particolare ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo (cf. Mt 21,23), cioè a quelli che avevano il compito di reggere, guidare, istruire il popolo appartenente al Signore. Potremmo dire che costoro erano i pastori, i capi della comunità dei credenti. Gesù li invita con forza ad accogliere questa parabola che li riguarda più di tutti gli altri: “Ascoltate!”.

Come sempre, le immagini della parabola sono “trovate” da Gesù nel suo quotidiano, nella realtà concreta, attraverso il suo vedere, pensare, contemplare. Il protagonista è un contadino che possiede una vigna, la lavora, la rende bella e la dota di quanto è necessario per fare il vino: una cantina, un torchio e le anfore per contenere il vino. È un vero vignaiolo, che ama la sua vigna; e tutti sanno che per un vignaiolo la vigna, la quale impiega anni per dare frutto, richiedendo tanto lavoro faticoso e tanta cura, è un po’ come una sposa. Non a caso nel profeta Isaia vi è addirittura un canto di un vignaiolo innamorato della sua vigna (cf. Is 5,1-7), oggi scelto come prima lettura della liturgia eucaristica.

Proprio in questo testo vi è un particolare evocativo per l’uditorio di Gesù: Dio è un vignaiolo (cf. anche Gv 15,1) che ha Israele come vigna amata, da lui fedelmente coltivata e dalla quale attende frutti (cf. Is 5,2.4). Questo padrone della vigna, Dio, dopo averla piantata strappandola dall’Egitto (cf. Sal 80,9), l’ha affidata a dei vignaioli quali custodi, facendosi distante da essa, come se fosse partito per un viaggio – dice Gesù – che però alla fine prevede un ritorno. Il padrone, dunque, è come assente, e la responsabilità del lavoro è interamente affidata a questi vignaioli, suoi rappresentanti nella sua proprietà.

Giunta l’ora della vendemmia, il padrone invia dei servi per ritirare dai gestori della vigna i frutti che gli spettano. Ma per i custodi il padrone lontano diventa un padrone assente, che non interviene più, e dunque sono tentati di sentirsi loro i padroni della vigna. Ecco la tentazione più grande di chiunque è chiamato e poi inviato per un servizio: pensare se stesso come colui che invia, non sentirsi servo ma padrone, presumere di poter agire come il padrone e non più secondo un mandato preciso.

Sì, diciamolo, è la tentazione di quanti guidano chiese o comunità: papi, vescovi, presbiteri, abati, priori… A un certo punto la chiesa, la comunità è sentita come se fosse cosa loro; la presenza del Signore sbiadisce e si fa lontana; ed essi, a forza di stare al centro nelle liturgie e nelle riunioni, pensano di tenere il posto che spetta al Signore. Così non si sentono più servi, e “servi inutili” (Lc 17,10), sempre mancanti, ma assolutamente necessari, infallibili nel loro governare, in qualche modo “padroni”.

Il vero padrone, invece, è il Signore, che continua a inviare i suoi servi per reclamare i suoi frutti. Ma i vignaioli li scacciano, li colpiscono, li maltrattano, li uccidono: tanti inviati quali porta-parola del Signore, dunque pro-feti che parlano a nome di Dio, ma per questi c’è solo rifiuto, ostilità, persecuzione… È la storia di Israele, certo, della sua ribellione all’amore fedele di Dio, che non si stanca di inviare i profeti; ma è anche la storia della chiesa, perché la tentazione dei pastori della chiesa è la stessa dei pastori di Israele. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio, dicendo: ‘Avranno rispetto per mio figlio!’”. E invece ecco che, al solo vederlo, “i contadini dissero tra loro: ‘Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!’”.

Così hanno fatto di fronte a Gesù di Nazaret, il Messia e Figlio di Dio (“lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”), e lo farebbero ancora se tornasse… Egli certamente tornerà, e allora vedremo con i nostri occhi ciò che si è visto con la venuta di Gesù sulla terra; ma questa volta la gloria del Signore si imporrà, e quel rifiuto, quelle ferite di cui il Veniente porta i segni sulle mani e nel costato (cf. Gv 20,25-27), narreranno l’amore del padrone, del Signore, per la sua vigna: l’ha amata tanto da accettare che i vignaioli rifiutassero suo Figlio.

Qui si dovrebbe leggere la “Leggenda del santo inquisitore” di Dostoevskij, e capiremmo ancora di più, ancora meglio… In ogni caso è Gesù che ci dà la sua interpretazione autorevole e nel contempo paradossale della parabola, ricorrendo all’immagine di un salmo (cf. Sal 118,22-23) per narrare la sorprendente logica di Dio: gli uomini rigettano quella pietra che Dio invece sceglie e rende angolare, fondamento della sua comunità. Quella pietra che è Gesù stesso, il crocifisso risorto.

Un commento su “XXVII Domenica del Tempo Ordinario (A) Commento

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Questa voce è stata pubblicata il 30/09/2020 da in Anno A, Domenica - commento, ITALIANO, Tempo Ordinario (A).

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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