COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – Il Grande HALLEL comboniano

IL “ GRANDE HALLEL ” COMBONIANO

Testo:

La canonizzazione di Daniele Comboni è stato un evento che appartiene alla Chiesa universale, ma per noi Missionari/e comboniani si è trattato di un evento di famiglia, che allieta e arricchisce la Storia di Salvezza della Famiglia Comboniana.

Per questo il primo sentimento che nasce nel nostro cuore è quello di lodare e di dire il nostro grazie a Dio. Rendiamo grazie a Dio, Padre provvidente e “fonte di ogni santità”, perché “ha guardato all’umiltà del suo servo” e, portandolo fuori dalla limonaia di Limone sul Garda, per mezzo di lui “ha fatto grandi cose “ nella Chiesa in favore della dimentica Nigrizia. L’anima nostra magnifica il Signore per la vita di santità e di audace dedizione apostolica che ha fatto fiorire in Daniele Comboni, dalla quale ha voluto far nascere la Famiglia Comboniana.

Questo rendimento di grazie, che realizziamo nella celebrazione eucaristica, va preparato, approfondito e prolungato nella preghiera personale e comunitaria, in modo che nasca da un cuore chiaramente motivato alla continua riconoscenza verso il Signore.

Un modo per educare e caricare di entusiasmo il cuore a lodare il Signore per San Daniele Comboni è coinvolgersi nella dinamismo pasquale del “Grande Hallel” (Sl 135/136), che raggiunge il suo vertice nella dossologia innica di Ef 1, 3-14: l’inno del popolo di Israele alla rivelazione dell’amore misericordioso di Dio raggiunge il suo vertice nel Nuovo Testamento, quando si manifesta nella “carne” (nell’incarnazione-passione-morte-risurrezione) del Figlio unigenito e Signore nostro.

1. Alla scuola del “Grande Hallel”

Il Sl 135 è un salmo in forma di litania, che celebra le opere meravigliose della misericordia di Dio. Il salmista-cantore intona i motivi e le manifestazioni concrete della infinita misericordia di Dio e il popolo li conferma con una ritornello, che dà al salmo un vigore e una vitalità, capaci di creare molto entusiasmo e devozione nell’assemblea. Da qui nasce il suo nome: “Grande Hallel” (grande acclamazione, “Il grande Alleluia”), cioè il salmo della grande litania di ringraziamento, che veniva solennemente cantato nel Tempio.

La profonda esperienza religiosa d’Israele che ha conosciuto Dio attraverso una serie meravigliosa di eventi salvifici che riflettono la sua bontà misericordiosa, la sua pietà paterna, il suo amore perfetto verso il suo popolo, sfocia nella celebrazione della lode del suo Dio in quest’inno. Attraverso ventisei versetti il salmista fa risuonare la parola misericordia, invitando tutti a ripetere: “eterna è la sua misericordia”, dopo aver proclamato ciò che Dio è e compie in favore del suo popolo. La concatenazione delle diverse meraviglie realizzate da Dio in favore del suo popolo, gli testimoniava l’amore indefettibile del Signore: “perché eterna è la sua misericordia”.

La lode suprema di Israele al suo Dio è incentrata in tre momenti privilegiati: Dio creatore (vv. 5-9); i prodigi operati da Dio nell’esodo storico (vv. 10-15), nel deserto e nella conquista della Terra promessa (vv. 16-24); la divina sollecitudine per ogni vivente (v. 25): Ha creato i cieli con sapienza e ha stabilito la terra sulle acque; percosse l’Egitto nei suoi primogeniti e da loro liberò Israele; egli dà il cibo ad ogni vivente.

Questo Salmo era il canto finale della Cena Pasquale, quello che espressamente viene menzionato dagli evangelisti quando dicono che Gesù prima di recarsi all’Orto degli Ulivi, cantò un inno. Con questa bellissima lode della misericordia di Dio sulle labbra, Gesù uscì per andare incontro alla morte.

La misericordia di Dio scriverà infatti l’ultimo versetto di questo inno: la passione del suo unico Figlio sarà il culmine della grande opera che Dio poteva fare (cf Gv 3, 16). “Il Cristo pasquale è l’incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storico-salvifico ed insieme escatologico. Nel medesimo spirito, la liturgia del tempo pasquale pone sulle nostre labbra le parole del salmo: ”Canterò in eterno le misericordie del Signore”” (Dives in misericordia, 8g).

1º SoloAlleluia. Lodate il Signore perché è buono:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
1º SoloLodate il Dio degli dei:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
1º SoloLodate il Signore dei signori:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
2º SsoloEgli solo ha compiuto meraviglie:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
2º SoloHa creato i cieli con sapienza:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
2º soloHa stabilito la terra sulle acque:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
2º SoloHa fatto i grandi luminari:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
2º SoloIl sole per regolare il giorno:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia;
2º Solola luna e le stelle per regolare la notte:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloPercosse l’Egitto nei suoi primogeniti:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloDa loro liberò Israele:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia;
3º Solocon mano potente e braccio teso:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloDivise il mar Rosso in due parti:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloIn mezzo fece passare Israele:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloTravolse il faraone e il suo esercito nel mar Rosso:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloGuidò il suo popolo nel deserto:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloPercosse grandi sovrani:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia;
3º Solouccise re potenti:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloSeon, re degli Amorrei:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloOg, re di Basan:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
3º SoloDiede in eredità il loro paese:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia;
3ºSoloin eredità a Israele suo servo:
Tuttiperché eterna è la sua misericordia.
1ºCoroNella nostra umiliazione si è ricordato di noi:
2ºCoroperché eterna è la sua misericordia;
1ºCoroci ha liberati dai nostri nemici:
2ºCoroperché eterna è la sua misericordia.
1ºCoroEgli dà il cibo ad ogni vivente:
2ºCoroperché eterna è la sua misericordia.
1ºCoroLodate il Dio del cielo:
2ºCoroperché eterna è la sua misericordia.

Perché eterna è la sua misericordia”: guardare la storia dell’uomo può essere sconfortante perché continuamente si verificano in essa cadute spaventose dell’umanità verso la barbarie, verso il peccato e verso l’autodistruzione; per trovarvi senso e luce occorre risalire a colui che regge la storia e il cosmo con sapienza ed accogliere con gratitudine la sua misericordia. Quando Israele sentiva pesare su di sé l’oppressione dei potenti nemici e la schiavitù, quando i peccati sembravano imperdonabili, quando tutto sembrava perduto e privo di significato, alzava la testa al cielo, guardava il sole, la luna, le stelle e ricordava che il Signore e creatore di tutte le cose non era soggetto alle vicende umane né poteva essere vinto da alcuno; poi guardava indietro, alla propria vicenda storica e riconosceva la speciale predilezione di cui era oggetto da parte di Dio; infine, con fede, si stringeva a questa unica certezza: “eterna è la sua misericordia”.

Di fronte alla misericordia di Dio, che si china su di noi con tenero amore, l’uomo è spinto alla risposta con la lode, nella quale riassume tutta la storia dei suoi rapporti con Lui. È una riposta e una verifica insieme. Perché proprio questo grido eterna è la sua misericordia, questa lode essenziale di Dio, traduce la realtà della nostra sofferenza e della nostra vita. Soltanto chi ha vissuto la sua povertà, il suo dolore, il suo peccato, la sua miseria; soltanto chi ha avuto una conoscenza profonda ed illuminante del proprio essere uomo con tutti i limiti della sua creaturalità e mortalità; soltanto colui che sa che cosa vuol dire soffrire insieme con i fratelli, che è entrato nella disperazione, nell’angoscia; soltanto questi è persona adatta per esprimere la lode della misericordia di Dio.

Il Salmo 135, includendo in sé tutta questa situazione esistenziale dell’uomo, può essere considerato come il compendio di tutti i salmi in quanto contengono quasi sempre la risposta dell’uomo alla rivelazione divina di un amore misericordioso e trascendente, unico e come intraducibile. Esso appare così come punto di congiunzione fra l’Antico e il Nuovo Testamento.

Quando Gesù stipulò con il proprio sangue la nuova ed eterna alleanza, la misericordia divina divenne veramente eterna. Infatti, passando attraverso il mistero della croce e della risurrezione, Gesù sconfisse la paura che tutto finisse con la morte e riempì di eternità e di salvezza ogni istante della vita. Per il cristiano né la morte né la vita, né il presente né il futuro, nemmeno gli alti e bassi della nostra vita personale e sociale, potranno mai separarci dalla misericordia di Dio manifestata in Cristo Gesù (cf Rom 8, 38-39).

La litania è una forma di preghiera, che serve a rafforzare lo spirito quando esso si sente debole di fronte all’incalzare degli argomenti contrari, è un’arma da combattimento; è come quando una persona, temendo di dimenticare una frase importante, se la ridice incessantemente. Così ha fatto Gesù nell’Orto degli Ulivi quando, oppresso dalla tristezza e dall’angoscia, ripeteva continuamente la stessa invocazione al Padre: “Non la mia volontà, ma la tua” (cf Mc 14, 32-41).

Se vuoi lasciarti coinvolgere nel dinamismo pasquale di questo Salmo, poni davanti al Signore i fatti belli e bruti della tua storia e, prima di affrontarli con la tua intelligenza e con i tuoi sentimenti, combatti con volontà e tenacia contro la tentazione della superficialità e del non-senso, dell’apatia o dello scoraggiamento, e a ciascuno di essi ribatti: “eterna è la sua misericordia”.

2. Il “ Grande Hallel ” letto in rapporto al Nuovo Testamento1

 “Lodate il Dio del cielo: perché eterna è la sua misericordia ” (v. 26).

La misericordia del Signore è veramente “eterna”. Esaltarla costituisce il modo biblico con cui il fedele loda la gloria del suo Dio, e ripeterla senza fine con caldi accenti che scaturiscono dall’intimo del cuore, diventa la preghiera perenne della Chiesa.

Possiamo credere che S. Paolo, nel comporre la grande dossologia innica di Ef 1, 3-14, che si trova al vertice del Nuovo Testamento, si sia impegnato ad approfondire le idee fondamentali del “Grande Hallel” in Gesù Cristo, nella cui persona si sono adempiuti i disegni salvifici di Dio. Infatti immediatamente dopo la parola di saluto, l’inno si apre dicendo che Dio, il Padre di Gesù Cristo, ha esplicato fin dall’eternità un piano di salvezza riguardo all’uomo. Perciò l’uomo deve “benedire” il Signore, lodare la sua misericordia che si è manifestata in Cristo Gesù.

Nel triplice invito dell’Apostolo ad essere per la lode della gloria di Dio risuona tutta la ricchezza del tema biblico della lode. È vero, la lode resa a Dio da parte degli uomini, non aumenta la sua gloria. Dio non ha bisogno della nostra lode. Ma nella lode della divina misericordia l’uomo comincia a “conoscere” il suo Dio e nell’adorazione esaltante della divina gloria giunge ad essere se stesso. “Togliti i calzari! È terra santa”. Per avere sperimentato ciò che esprime la parola hesed (termine che Paolo rende con la parola grazia), l’uomo è chiamato alla lode della gloria di Dio, manifestatasi nella “carne” del Figlio unigenito e Signore nostro.

Per questo il “Grande Hallel” ha potuto essere letto in chiave cristologica ed è divenuto il canto privilegiato già della prima Chiesa di Gerusalemme, specialmente per la notte di Pasqua. Con la sua morte e risurrezione, il Signore Gesù Cristo “ha compiuto meraviglie” ancora più grandi di quelle compiute da Jahvè con la liberazione del popolo d’Israele.

Cristo, infatti, ci ha strappato dalla schiavitù del peccato e della morte. Ci ha fatto attraversare il Mar Rosso e “ci ha liberato dai nostri nemici”. Egli stesso ci si “dà in cibo” per la vita immortale. Egli è il Signore eternamente misericordioso che ha fatto di noi un nuovo popolo. Egli non ci abbandonerà nell’ora della prova. Il grido ansioso del povero e del sofferente sarà udito, perché in lui lo hesed del Padre si è incarnato in tutta la sua pienezza divina per chinarsi con immenso amore sull’umanità sofferente e bisognosa.

La Liturgia delle Ore ci fa recitare questo il Salmo 135 nei Vespri del Lunedì della Quarta Settimana, mettendolo in rapporto con l’Inno della Lettera agli Efesini. Questo accostamento permette alla comunità cristiana di elevare un inno all’unica eterna misericordia di Dio: con gli accenti del grande Hallel il cristiano ricorda la prima Pasqua ebraica e rivive la seconda della Risurrezione di Gesù, in continuazione delle manifestazioni della misericordiosa di Dio fin dalla creazione, ma soprattutto come corona preziosa di tutte le altre opere di Dio, che viene contemplata nell’inno cristologico della nostra redenzione, riportato nella lettera agli Efesini.

Il popolo cristiano riversa nel grande Hallel tanta abbondanza di grazia, lo rivive cioè alla luce della Pasqua di Gesù e al termine della giornata canta al Signore la cui bontà è eterna; gli rende grazie per la nuova creazione (vv. 4-9), per la liberazione pasquale operata nel battesimo (vv. 10-15), per la protezione della nostra vita da parte di Dio (vv. 16-20) e per l’entrata nella Chiesa, immagine della Terra promessa dove siamo alimentati con il pane della vita (vv. 21-26).

2.1 Il piano divino della salvezza: Ef 1, 3-14

SOLO“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.
TUTTIIn lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.
SOLOEgli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.
TUTTIIn lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.
SOLOIn lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso:
TUTTIEgli è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria.

3. Il nostro Hallel personale e comunitario

La salvezza cominciata con la creazione e portata avanti con la redenzione d’Israele, raggiunge il suo vertice nella Pasqua di Gesù e continua nella vita quotidiana dei battezzati. Il salmo cantato nel Tempio di Gerusalemme, sfocia nella primitiva comunità cristiana e rimane aperto a nuove invocazioni, perché la misericordia di Dio è eterna e quindi continua. Anche noi, nel prendere coscienza, in preghiera, delle opere meravigliose di Dio, con umiltà gli chiediamo che ci faccia capaci di scoprire i segni vivi della sua eterna misericordia nella nostra vita personale e in quella dei nostri fratelli.

Oggi questi segni vivi li scopriamo fissando lo sguardo sulla persona di Comboni missionario “Santo” e ripassando la storia di santità e di dedizione apostolica della Famiglia Comboniana.

Coinvolti nella solidarietà della Storia della Salvezza mediante Comboni e l’opera missionaria da lui inaugurata, possiamo comporre il nostro Hallel personale e comunitario in continuità con l’Hallel dello stesso Comboni, il quale viveva intensamente e in ogni circostanza la lode e il rendimento di grazie al Signore, per cui nelle avversità soleva dire: “Se noi potessimo capire perché Dio agisce così per noi! Ma noi dobbiamo benedirlo e lodarlo, perché tutto quello che Egli fa è veramente buono (S 7172).

3.1 L’Hallel di Daniele Comboni

La risposta al dono della vocazione in Daniele Comboni si configura come un rendimento di grazie e una lode a Dio per la sua creazione e per l’ordine della sua Provvidenza. È un rendimento di grazie che si esplicita in vari momenti particolari della sua vita. Non è difficile evidenziare: il Cantico delle creature e il Cantico della Provvidenza all’inizio della vita missionaria di D. Comboni; l’Inno dell’amore casto per la Nigrizia proclamato nell’Omelia di Khartoum (1873)2 e l’Inno alla Croce nell’apice della sua attività apostolica, quando è già affidata alla sua responsabilità di Pro-vicario apostolico la Missione dell’Africa Centrale.

a) Il Cantico delle creature del Comboni3

Il Comboni poteva contemplare in Africa paesaggi immensi e inediti. Il Garda lo aveva abituato a godere dello spettacolo di una natura, fatta di colori cangianti, profumi intensi, suoni gradevoli. Egli nelle sue prime lettere ai genitori dal continente africano, si fa conoscere come ammiratore attento e narratore puntuale, scorgendo nel creato la grandezza di Dio. Nasce così il “Cantico delle creature del Comboni”, in cui loda il Signore grande e potente!

Quanto è grande, e potente il Signore!

Se m’avessi a cimentare a descrivervi lo spettacolo, che ci tiene occupati per parecchi giorni lungo le sponde del Fiume Bianco fiancheggiate dalle prepotenti selve dei Baghara, tenterei l’impossibile; e credo che il più grande scrittore dei nostri tempi non potrebbe presentare un’idea della bellezza, maestà, ed incantevole aspetto di una vergine e non mai contaminata natura, onde sorridono questi giardini incantati.

Le basse sponde del fiume larghissimo e maestoso, sono coperte d’una imponente e rigogliosa vegetazione, non mai tocca né alterata da mano d’uomo. Da una parte immense boscaglie impenetrabili, e fino ad ora non mai esplorate, formate da gigantesche mimose e verdeggianti nébak (alberi di straordinaria grossezza, altezza, e vecchiezza, perché mai toccati da mano d’uomo) addensandosi insieme, formano una smisurata e variopinta selva incantata, che offre il più sicuro ricovero a immense torme di gazzelle d’antilopi, tigri, leoni, pantere, iene, giraffe, rinoceronti, ed altre fiere silvestri, che si familiarizzano con altre infinite steppe di serpenti d’ogni qualità e grandezza: dall’altra parte altre selve di mimose e tamarindi, ed ambai etc. compariscono vestiti di verbène, e d’una certa erba folta e seguace che formano come delle naturali capanne, ove certo si starebbe al sicuro dalla più diluviante pioggia.

Centinaia di amenissime isole, fertili, grandi, piccole, leggiadramente vestite di verde smalto, l’una più bella dell’altra, offrono da lungi l’aspetto di amenissimi giardini. Queste vaghe isolette sono ombreggiate da una serie di superbe mimose ed acacie, che lasciano appena penetrare qualche raggio del cocente sole africano, e formano per più di 200 miglia un arcipelago, che offre l’aspetto il più incantevole.

Infinite torme di uccelli d’ogni grandezza, varietà, colore; uccelli perfettamente dorati, altri argentati etc. svolazzano modestamente senza alcun timore su e giù pegli alberi, fra l’erba, sulle sponde, sopra le corde della barca. Ibis bianchi e neri, anitre selvatiche, pellicani, abusein, gru reali, aquile d’ogni specie, aghironi, pappagalli, marabuh, abumarcub, ed altri uccelli svolazzano, o passeggiano su e giù per le sponde collo sguardo rivolto al cielo; sì che par che benedicano la benefica Provvidenza di quel Dio che li creò.

Torme di scimmie accorrono al fiume per dissetarsi, saltano su e giù pegli alberi, scherzando lietamente colle più ridicole smorfie proprie della loro natura. Centinaia di antilopi gazzelle van pascolando fra quelle selve, che mai udirono il rimbombo di una schioppettata, o esperimentarono l’astuta arte dei cacciatori di tender loro insidie per ucciderle. Immensi coccodrilli sdraiati sugli isolotti, o sulla riva; smisurati ippopotami sbuffando su dall’acqua, specialmente sulla sera, intronano l’aria dei più furibondi ruggiti, che echeggiando nella foresta, mettono in sulle prime terrore, destano nell’animo l’idea più sublime di Dio.

La nostra barca cammina, si può dire, sulle spalle degli ippopotami; i quali per essere grandi come quattro volte un bue, e numerosi, perché a centinaia, potrebbero affondarci in un istante; ma Dio fa sì, che quegli animali ferocissimi fuggano dinanzi a noi.Quanto è grande, e potente il Signore! 4

b) Il cantico della Provvidenza” e il proposito di combattere da forte5

Il Comboni era convinto che nessuna salvezza, e quindi neppure quella dell’Africa, era possibile senza la Croce. Egli aveva posto la Croce che il Signore manda o permette come “un’inevitabile grazia suprema, garanzia di apostolato e di santità”. Le parole rivolte al papà, in occasione della morte della mamma, sono un vero “Cantico dell’ordine della Provvidenza”, che egli vedeva realizzarsi nella Storia della Salvezza dell’umanità attraverso il Mistero della Croce. Così Comboni approfondisce il suo Cantico delle creature, facendosi cantore della sapienza della Croce e invitando a combattere da forti; il suo invito è per tutti, ma soprattutto per quelli che, come lui, dedicano la loro vita alla diffusione del Vangelo.

Volgete uno sguardo all’ordine della Provvidenza, al modo che tiene Iddio verso dei fedeli suoi servi, cui predestina all’eterna beatitudine. La Chiesa di Cristo cominciò sulla terra, crebbe e si propagò tra le stragi e i sacrifizi dei suoi figli, tra le persecuzioni e tra il sangue de’ suoi Martiri e Pontefici. Lo stesso suo Capo e Fondatore Gesù Cristo spirò sopra di un infame patibolo, vittima del furore d’una crudele ed empia nazione: i suoi Apostoli subirono la medesima sorte del Divino Maestro.

Tutte le Missioni, ove si diffuse la Fede, furono piantate, s’accrebbero, e giganteggiarono nel mondo tra il furore dei principi, tra i patiboli, e le persecuzioni che distruggevano i credenti. Non si legge di verun santo, che non abbia menato una vita tra le spine, i travagli, e le avversità: delle stesse anime giuste che noi pur conosciamo, una non v’ha che non sia tribolata, afflitta, e disprezzata. Oh la palma del cielo non si può acquistare senza pene, afflizioni e sacrifizi; e quelli che si trovano visitati con questa sorta di favori celesti, possono a buon diritto chiamarsi beati su questa terra, mentre godono della beatitudine de santi, pei quali fu somma delizia il patire gran cose per la gloria di Cristo.

L’umana miseria s’adopera a toglierci la pace del cuore, e la speranza d’una vita migliore; e noi al fianco di Gesù crocifisso che patisce per noi, tripudiamo in mezzo all’avversa fortuna, mantenendo intatta quella pace preziosa, che solo appiè della croce e nel pianto può trovare il vero servo di Dio. Siamo nel campo di battaglia, vi ripeto, e bisogna combattere da forti. A grandi premi e trionfi giungere non si può se non per mezzo di grandi fatiche, travagli e patimenti. Ci sia adunque di sprone e ci consoli la grandezza del premio che ci aspetta nel cielo; ma non ci sgomenti e non ci atterrisca la grandezza e la difficoltà della pugna.

Abbiamo al nostro fianco il medesimo Cristo che combatte e patisce per noi e con noi; e noi fiancheggiati ed assistiti da sì generoso e potente Capitano e Signore, non solamente potremo sostenere con gaudio e costanza quei travagli e patimenti che il Signore ci manda, ma sarà nostro perenne esercizio il chiederne di maggiori, perché solo con questi, e col disprezzo di tutto il mondo, si può fare acquisto dei preziosi allori del Cielo”6.

c) L’Inno alla Croce

In questa convinzione, Comboni si è radicato gradualmente. Già nella sua fanciullezza egli poteva osservare nella chiesa di Limone il grande crocifisso di legno di bosso esposto su un altare laterale e ascoltare le ispirazioni interiori che quella visione gli suggeriva.

Giovane missionario, durante il suo primo viaggio verso la Missione, arrivato ad Alessandria, gli fu offerta l’opportunità di un pellegrinaggio a Gerusalemme. Come pellegrino il momento più intenso lo visse proprio sul Calvario:

Non posso esprimere a parole la grande impressione, i sentimenti che mi destarono questi preziosi santuari, che ricordano la Passione e la Morte di Gesù Cristo… Ascesi sul monte Calvario 30 passi più sopra del S. Sepolcro: baciai quella terra sulla quale posò la Croce… mi gettai in un dirotto pianto, e per un momento mi allontanai…. Mi si risvegliarono questi pensieri: Qui fu compiuto l’umano riscatto… qui sono stato redento”. (Ai genitori, S 39-43).

Quindi proseguì il suo viaggio verso la Missione, navigando sul Nilo. Durante questo suo primo viaggio con le bellezze di una natura vergine, che gli “destano nell’anima l’idea più sublime di Dio”, poté osservare le rovine di antiche civiltà e dei primordi del cristianesimo in quelle terre, “vagheggiando alla sfuggita le famose piramidi, e i gloriosi avanzi di Denderah, Kneh, Tebe, Karnak, Luxor…” (S 200).

Giunse alla stazione di S. Croce, seguendo l’itinerario dei missionari verso la Nigrizia segnalato dalle 44 croci delle loro tombe. Quelle croci gli ricordavano una storia, che cominciò a premere sul suo cuore e divenne pesante come un macigno quando vide soccombere i suoi primi compagni e lui stesso arrivò ad una passo dalla morte. In questa situazione di sofferenza per la morte dei confratelli e di trepidazione per le sorti della Missione, il 13 novembre 1858 gli giunse la notizia della morte della mamma, che colmò la misura delle sue sofferenze.

Così, mentre gode dell’ambiente fascinante delle foreste e del Nilo, Comboni scopre che questo stesso ambiente rendeva impossibile la realizzazione della missione a causa del clima che portava inesorabilmente i missionari alla morte.

Nello stesso tempo è colpito dal fatto che questo stesso ambiente è ricoperto da un “buio misterioso” (S 800). È un buio che nasce da un intreccio di fenomeni sconcertanti, e che attanaglia gli Africani in una vicenda di “povertà” radicale di oltre quaranta secoli, tenendoli lontani dai benefici del progresso umano e dai benefici della fede.

Il più sconcertante di questi fenomeni, quello che rende più drammatica la desolante situazione della “Nigrizia”, è la storia secondo cui “i Neri non fanno parte della famiglia umana, né sono dotati d’anima umana…”, ma è una razza subordinata e sottomessa ai “bianchi” per cui sorgono sordide connivenze che lasciano sfrenarsi nel continente africano la tratta degli schiavi7.

La “povertà” della Nigrizia, per tanto, è una povertà in tutte le dimensioni: essa tocca l’ambiente naturale, le anime, i corpi, e il tessuto sociale, causando l’indole avvilita dei neri, “su cui pare che ancora pesi tremendo l’anatema di Cam”. È una povertà che, considerata alla luce di una descrizione del deserto lasciata da don Squaranti, scava un vuoto orribile tutto all’intorno ed in mezzo alla Nigrizia e la rende una viva immagine di un anima abbandonata da Dio!8.

Ma la “via crucis ” di Comboni non si ferma qui. Nella sua attività missionaria ha incontrato tribolazioni di ogni genere anche all’interno della stessa comunità ecclesiale: incomprensioni, calunnie, il disinteresse dei più per la missione, l’abbandono di tanti che avevano molto promesso e poco mantenuto, la mancanza di mezzi e la morte prematura dei collaboratori più cari.

Tuttavia, né il buio che avvolge “la Nigrizia” né le altre difficoltà riescono a spegnere in lui il senso della gioia e della lode a Dio. La meravigliosa aurora del deserto che imporpora come un incendio d’oro il cielo, i monti e il piano; il sole che puntualmente si alza maestoso, continuano a essere nell’animo di Comboni simbolo della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi, anche nel regno della morte9.

E nel regno della morte Dio entra per mezzo di Gesù Crocifisso. Sul Calvario, la Croce diventa strumento e segno perenne dell’amore salvifico che eternamente sgorga dal cuore del Padre; Gesù, Agnello immacolato sulla Croce, proprio mentre è oggetto della nostra violenza, assume su di sé il male del mondo, ed è la vera rivelazione del volto di Dio, a cui l’umanità ferita può tornare per vivere. Comboni è il primo a sentirsi avvolto da questo amore smisurato di Dio incarnato nel mistero di Cristo Crocifisso e che entra nella regione della morte. Così per Comboni la Croce diviene nella sua vita segno dell’amore personale del Padre per lui ed espressione chiara dell’offerta di salvezza in Cristo che Dio vuol portare per mezzo di lui ai popoli dell’Africa.

Dal Cuore Trafitto di Gesù si sprigiona una potenza generatrice di vita, una “divina Vampa di carità”, che come una punta laser avrà ragione del “buio misterioso”, che avvolge la Nigrizia e di tutti gli ostacoli che si frappongono nel cammino dell’Apostolo dell’Africa Centrale. Gesù crocifisso entra nelle vicende dolorose della Nigrizia, è l’espressione della sua estrema e totale vicinanza ad essa, diventa uno di essa; con la “divina Vampa di carità” che promana dal suo Cuore, assorbe i veleni che la paralizzano, la solleva e la conduce a sé. Gesù che muore nella “carne” presa dalla Nigrizia, è anche il Figlio di Dio; perciò il suo ingresso nel buio che l’avvolge, è esplosivo e spezza la prigionia della sua natura avvilita e le catene della sua schiavitù, recuperandola totalmente all’abbraccio dell’amore del Padre. Nel morire di Gesù, la sua divinità è effusa su coloro che sono giudicati gli ultimi della terra e diviene in essi forza salvifica e presenza rigeneratrice dell’uomo oppresso. Si schiude così per la Nigrizia l’orizzonte del destino ultimo della sua storia, che è l’eternità e l’infinito di luce della divinità e della risurrezione riversato nella sua storia di oppressione: credere e sperare con amore è già andare là dove Gesù si trova per sempre, presso il Padre.

Da questo sguardo contemplativo su Gesù Crocifisso, nasce nel cuore di Comboni l’Inno alla Croce (1877), che suggella la sua nomina (1872) come Pro-vicario della difficile e scabrosa Missione dell’Africa Centrale, da lui assunta e vissuta come mistico sposalizio con quella “Croce che ha la forza di trasformare l’Africa Centrale in terra di benedizione e di salute”, e che è l’esplicitazione di una riflessione e di un’esperienza vissuta da lui lungo l’arco della vita.

Quest’Inno che risuonava continuamente nel suo spirito, Comboni lo mise per iscritto nella relazione della Missione alla Società di Colonia del 1877:

Il Salvatore del mondo

compì le sue meravigliose conquiste di anime

con la forza di questa Croce,

che atterrò il paganesimo,

rovesciò i templi profani,

sconvolse le potenze dell’inferno,

e divenne altare non di un unico tempio,

ma altare di tutto il mondo.

Questa Croce,

che prese il suo volo dall’alto del Golgota

e che riempì l’universo della sua potenza,

nei templi le fu prestata adorazione;

nelle città reali la più grande venerazione;

viene rispettata come distintivo sulle bandiere

ed invocata sugli alberi maestosi delle navi.

Essa diede alla fronte sacerdotale la consacrazione,

e a quella dei monarchi una sacra incoronazione.

Sul petto degli eroi comunicò entusiasmo.

Terra, mare e cielo riconoscono la Croce

e dovunque le si rende onore.

Fra i dolori e le spine

è sorta e cresciuta l’opera della Redenzione

e per questa essa mostra uno sviluppo mirabile

e un futuro consolante e felice.

La Croce ha la forza di trasformare l’Africa Centrale

in terra di benedizione e di salute.

Da essa scaturisce una forza,

che è dolce e che non uccide,

che rinnova e discende sulle anime

come una rugiada ristoratrice;

da essa scaturisce una grande potenza

perché il Nazzareno, sollevato sull’albero della Croce,

tesa una mano all’Oriente e l’altra all’Occidente,

raccolse i suoi eletti da tutto il mondo

nel seno della Chiesa;

e con le sue mani trafitte, come un altro Sansone,

scosse le colonne del tempio,

dove da tanti secoli si prestava adorazione al potere del male.

Su queste rovine

Egli inalberò la Croce, operatrice di meraviglie,

che tutto attrasse a sé:

Quando sarò elevato da terra, attirerò tutte le cose a me”.

(S 4973-4975).

d) Un Inno alla Croce cantato con la vita fino alla fine 10

Gli ultimi venti mesi della vita di Comboni (1880-1881) sono stati umanamente tragici e soprannaturalmente quelli della piena maturazione di una santità eroica nell’accettazione della Croce. La causa immediata fu la rottura totale col suo Vescovo, Card. Luigi di Canossa. Molti fattori vi hanno contribuito: la vecchiaia del venerando prelato, il geloso conflitto di poteri di fronte a Comboni già vescovo e sommamente attivo come missionario e come fondatore e infine la sconsiderata creduloneria su calunnie distribuite a mezzo di sporchi pettegolezzi.

In più sopraggiunse una terribile carestia e conseguenti malattie, che hanno condizionato gravemente il suo apostolato, hanno seminato la morte tra i missionari e lasciato lui stesso stremato di forze. Per tanto, la frase di S. Paolo – “Crocifisso con Cristo sulla Croce” – s’addice perfettamente all’ultimo periodo della vita del Comboni, consumata sulla breccia in un lento e sempre più martoriato olocausto, che lo rende tanto simile al Crocifisso del Golgota. Paolo, crocifisso con Cristo e partecipe della sua morte, gioiva nella visione della vittoria finale: partecipe della morte di Cristo, lo sarà poi della sua consolazione e risurrezione. Comboni, dopo aver fatto sua la “filosofia della Croce” (S 2326), vedendo in essa la sua “sposa per sempre” (S 1710), dopo averne profondamente sentito il peso, mentre intorno a sé vi è il buio e l’isolamento morale più assoluto, proferisce parole toccanti che testimoniano l’autenticità del suo apostolico eroismo, fondato su una fede pura e su un amore ardente per l’Africa da salvare. E il tutto si apre verso una speranza che si fa quasi certezza: egli soffre e muore, ma l’Africa si salverà.

Le ultime parole che scrive sono parole che nascono da una forte visone di fede nella Croce che redime; sono parole che si illuminano nella luce completa del Mistero Pasquale. In una delle lettere con la data più vicina alla sua morte, scritta il 4 ottobre 1881, Comboni termina presentandosi pervaso come Paolo dalla forza e dalla gioia, che sono frutti della Croce abbracciata con amore:

Che avvenga pure tutto quello che Dio vorrà: Dio non abbandona mai chi in lui confida… Io sono felice nella Croce, che portata volentieri per amore di Dio genera il trionfo e la vita eterna” (S 7246).

Così Comboni si trova ad affrontare la morte, certamente affrettata dalle ingiuste calunnie, “pieno di croci da capo a fondo”, solo, abbandonato anche dai suoi, come Gesù sul Calvario; ma le sue parole finali esprimono una fortezza che non cede, anche di fronte alla morte:

Abbiate coraggio; abbiate coraggio in quest’ora dura, e più ancora per l’avvenire. Non desistete, non rinunciate mai. Affrontate senza paura qualunque bufera. Non temete. Io muoio, ma l’opera non morirà ”.

3.2 HALLEL DELLA FAMIGLIA COMBONIANA

V/ Noi dobbiamo benedire e lodare il Signore,

R/ Perché tutto quello che i1 Signore fa è veramente buono!(S 7172).

  La Famiglia Comboniana, dai giovani agli anziani, deve benedire e lodare il Signore,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Il 15 ottobre 1864 Daniele Comboni fu afferrato dall’amore e dal dinamismo del Cuore di Cristo in favore dell’ ”infelice Nigrizia”,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  L’origine e il traguardo della consacrazione totale di Daniele Comboni per la missione ha avuto come fonte la sua partecipazione ai sentimenti del Padre, che non ha esitato a consegnare il Suo Unico Figlio per la redenzione dell’intera umanità,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  La dedizione a Dio del nostro Fondatore e Padre fu totale, la sua fede incrollabile, esemplare la sua configurazione a Cristo Buon Pastore che offre liberamente la sua vita per l’umanità,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Il Signore ha compiuto meraviglie in e per mezzo di Daniele Comboni, grande apostolo dell’Africa,

perché tutto quello che i1 Signore fa è veramente buono.

  Il carisma del nostro Fondatore manifesta la sua fecondità nelle diverse vocazioni di Suore, Fratelli, Sacerdoti, Secolari e Laici e tanti altri che, in diversi modi, appoggiano e sostengono la crescita della nostra Famiglia Comboniana e il bene della Missione,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, l’ha beatificato il 17 marzo 1996

e lo canonizzerà il 5 ottobre 2003,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Con la canonizzazione la Chiesa propone Daniele Comboni come testimone singolare di Gesù Cristo e modello di sequela evangelica per tutti i cristiani; il suo esempio luminoso stimola ogni credente ed ogni comboniano/a a maggiore generosità nel vivere il Vangelo,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Con la canonizzazione di Daniele Comboni inizia per la Famiglia Comboniana un nuovo giorno nel quale siamo chiamati/e a “servire Dio in santità e giustizia per tutti i nostri giorni” e a ravvivare la passione per Dio e per la Missione,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Desideriamo che la celebrazione della canonizzazione di Daniele Comboni sia “culmine e Fonte” di un cammino della Famiglia Comboniana più attento a personalizzare e incarnare quel “santi e capaci”, che è parte integrante della nostra identità vocazionale e dà consistenza alle nostre opzioni missionarie,

perché tutto quello che il Signore fa e veramente buono.

  La canonizzazione di Daniele Comboni ci conferma che l’esperienza di croce non è sconfitta, ma la genesi della fecondità del nostro carisma: “la mia opera non morirà”,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Mai come oggi la Chiesa ha l’opportunità di far giungere il Vangelo a tutti i popoli, con la testimonianza e la parola,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  In questo momento storico, la Chiesa presenta il carisma missionario, vissuto da Daniele Comboni con passione eroica, come tesoro che appartiene all’intero popolo di Dio,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  La proclamazione della santità di Daniele Comboni riaccende la vocazione “ad gentes” della Chiesa, diviene un pressante invito a seguirne con rinnovato coraggio le orme lungo il sentiero sempre attuale dell’evangelizzazione,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  La figura coraggiosa, creativa e lungimirante di Daniele Comboni fa brillare una luce di speranza nell’orizzonte del mondo di oggi marcato da intransigenze ideologiche, nazionalistiche o pseudo-religiose e da fondamentalismi,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  La sua proclamazione come santo denuncia l’indifferenza e smaschera ogni tipo di compromesso con l’oppressione dei poveri, e sfida tutti i cristiani a spalancare le porte chiuse per poter ascoltare il grido dei “lontani” e degli “schiavi” del nostro tempo,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Il Signore ci concede questa “nuova epoca missionaria” e ci accompagna nel cammino apostolico con l’attualità del carisma dato a Daniele Comboni,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Ritroviamo nuovo slancio profetico e apostolico, seguendo la metodologia missionaria di Daniele Comboni nelle sue intuizioni fondamentali “salvare l’Africa con l’Africa”, “fare causa con i più poveri e abbandonati”, “evangelizzare come cenacolo di apostoli”, “comunione e collaborazione a tutti i livelli”,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Nel contesto missionario all’inizio del nuovo millennio, sentiamo l’importanza di camminare insieme sia come Istituti comboniani, sia al passo con la Chiesa e con i popoli,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  La canonizzazione di Daniele Comboni mette un sigillo d’autenticità sulla storia missionaria vissuta dai suoi figli e figlie che con la propria vita hanno testimoniato il Vangelo in mezzo a difficoltà, sofferenze, persecuzioni ed anche fino allo spargimento del sangue,

perché tutto quello che il Signore fa e veramente buono.

  L’esperienza sponsale e martiriale di Comboni fu vissuta da un gruppo dei suoi primi missionari/e nella Mahdia, dove hanno dato la vita per la fedeltà al Vangelo e al popolo, pagando un alto prezzo di sacrificio fisico, psicologico e pirituale

perché tutto quello che il Signore fa e veramente buono.

  Le comunità comboniane lungo la loro storia hanno cercato di essere “cenacolo di apostoli”, che diffondono raggi di speranza e promuovono comunione e solidarietà tra i più poveri,

perché tutto quello che il Signore fa e veramente buono.

  Fin dall’inizio della vita degli Istituti Comboniani, tanti missionari/e hanno consacrato quotidianamente la loro vita al Signore per “il riscatto”, e la liberazione dei popoli a cui sono stati inviati; essi sono la fonte alla quale possiamo sempre attingere per vivere la fedeltà del servizio a Dio e ai più poveri e abbandonati,

perché tutto quello che il Signore fa e veramente buono.

  La situazione martiriale in cui molti confratelli e consorelle scelgono di rimanere a lavorare; la collaborazione nascosta e feconda degli anziani/e; l’esempio di vita di coloro che si spendono nel campo dell’attività evangelizzatrice come impegno per la liberazione integrale dell’uomo; coloro che sono impegnati nell’animazione missionaria, nella promozione vocazionale e nella formazione, ci rivelano la presenza del Fondatore e ci animano a impegnarci con franchezza ed entusiasmo nell’attività evangelizzatrice della Chiesa,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  I poveri e tutti quelli che soffrono sono divenuti sempre più oggetto della nostra carità missionaria,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  La vita e l’impegno per i più poveri e abbandonati arricchisce la nostra spiritualità,

perché tutto quello che il Signore fa e veramente buono.

  I poveri e tutti coloro che soffrono sono soggetto di evangelizzazione: ci interpellano e ci aiutano a vivere la fedeltà radicale al Vangelo e al nostro carisma missionario

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Ci fanno scoprire più profondamente il cammino della solidarietà coi poveri mediante uno stile di vita sobria, il senso della spiritualità, delle celebrazioni liturgiche e della riflessione teologica,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

  Attraverso la nostra azione missionaria per “i più poveri e abbandonati” possiamo comprendere meglio la parola di Gesù: ”Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose ai saggi e le hai rivelate ai piccoli”,

perché tutto quello che il Signore fa è veramente buono.

1 Cf T. Beck e Giovanna della Croce, Gesù è il Signore, Ed. Ancora, p. 101ss.

2 Cf Consacrati a Dio per la Missione nello spirito di Comboni, p. 431ss

3 Cf. Il Beato D. Comboni e Limone sul Garda, p. 45s

4 Al Padre dalla tribù dei Kich, 5 marzo 1858, S 242-246

5 Cf Il Beato D. Comboni a Limone sul Garda, p. 55s

6 Lettera al padre dalla tribù dei Kich, 20 novembre 1858, S 420- 422; 424-425

7 Cf Carte per l’evangelizzazione dell’Africa, p. 157

8 Cf Carte per l’evangelizzazione dell’Africa, p. 156

9 Cf Il Messaggio di Daniele Comboni, p. 103

10 Cf P. Pietro Gasparotto, A scuola dal beato Daniele Comboni, p. 239ss

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 07/10/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO.

  • 511.605 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Unisciti ad altri 916 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: