COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – L’esperienza di Dio in Daniele Comboni

L’esperienza di Dio in San Daniele Comboni

P. Carmelo Casile

Testo:

Narrando la vita di preghiera di san Daniele Comboni abbiamo avuto modo di intravedere la profondità della sua esperienza di Dio.
Tentiamo ora di vederla più da vicino. Ma per addentraci in questo cammino, abbiamo bisogno di richiamare brevemente alla nostra mente che cosa significa “fare esperienza di Dio”.

Quando si usa l’espressione “fare un’esperienza” si vuole dire che l’esistenza di una persona è percorsa da un fremito particolare che la sottrae al ritmo delle ripetizioni quotidiane e determina nella sua vita una variazione, un “esodo” da una situazione ad un’altra: un’esperienza è sempre un evento particolare per il quale avviene un passaggio, così che ogni persona impara a vivere attraverso tante esperienze; se è credente impara a vivere anche nell’ambito della fede…

Ogni esperienza in quanto passaggio, “esodo”, lascia un segno, denota un cambiamento, una trasformazione, e quindi dà origine a una storia, che coinvolge la memoria e quindi si può ripercorrere nel suo svolgersi. È chiaro, per tanto, che senza memoria cosciente non c’è esperienza.

Il termine «esperienza», per tanto, sta a indicare chi ha una conoscenza diretta di qualcosa e nello stesso tempo evoca lo spazio della novità e del rischio che una tale conoscenza inevitabilmente comporta. Si potrebbe dire che l’esperienza è la conoscenza immediata e diretta, proprio per questo rischiosa e aperta al nuovo, che si ha di qualcosa e ancor più di qualcuno.

Applicato all’incontro con Dio il termine assume un forte significato evocativo e al tempo stesso narrativo-simbolico: “esperienza di Dio” è quella conoscenza diretta, pagata di persona, che nasce dall’incontro sempre sorprendente con Lui, eccedente ogni nostra attesa o deduzione. Un incontro al tempo stesso vivificante e mortale, accecante e pieno di luce, come è analogamente ogni vero incontro d’amore. Questo venire a noi di Dio si offre nel segno della meraviglia e del dono assolutamente gratuito. Il rischio presente in una tale conoscenza è ben noto alla tradizione biblica, che non esita a definire “fuoco divorante” il Signore della vita e della storia e l’esperienza di Lui (cf. Dt 4,24; cf. Eb 12,29). Portare alla parola questa esperienza è il compito dell’espressione e della comunicazione della fede: solo a questa condizione esse risultano veramente efficaci, perché si nutrono dell’eccedenza del vissuto dell’incontro, mai pienamente esaurito dalla parola o dal gesto che si sforzano di parteciparlo. (Bruno Forte).

L’«esperienza di Dio», è una realtà determinante nella vita di Daniele Comboni.
Comboni è certamente un credente che è stato incontrato da Dio e si è esposto al rischio di questo incontro. Questo incontro ha segnato profondamente il suo spirito e lo ha trasformato in autentico «uomo di Dio», capace di narrarci la sua «esperienza di Dio» con il suo modo di vivere e condividendo la sua esperienza con le persone che gli erano vicine e nei molti contatti epistolari. Così facendo, mentre faceva veicolare la sua «esperienza di Dio» per la Sua sola gloria di Dio, se la chiariva a se stesso e l’ha approfondiva ancora di più.

L’«esperienza di Dio» in Comboni è intrinsecamente connessa con la pietà e lo spirito di orazione (S 3615). In effetti, nel cammino di fede all’interno del Popolo di Dio, la preghiera è la porta che introduce all’«esperienza di Dio» e la fonte che la alimenta. Da questa esperienza nasce il dialogo vocazionale che mantiene l’eletto in “un processo di maturazione che dura tutta la vita” (cfr. RV 85). Esiste un nesso intrinseco tra esperienza di Dio, fede, vocazione e preghiera, così da costituire un tutto unico inscindibile. Se la fede e la vocazione sono una relazione personale con Dio, un “sì” detto a Lui, una risposta alla sua proposta: Mi ami tu?, perciò stesso la fede e la vocazione sono dialogo con Dio. La preghiera è pertanto la fede e la vocazione vissute in modo cosciente ed espresse in un dialogo formale e costante con Dio.

Comboni ne era convinto e per questo diceva: «Siccome l’opera che ho tra le mani è tutta di Dio, così è con Dio specialmente che va trattato ogni grande e piccolo affare della Missione» (S 3615). Questo nesso è messo in risalto dalla nostra Regola di Vita al n. 46. In esso è chiaro che alla base della vocazione-missione di testimoniare e proclamare l’amore del Padre, c’è l’«incontro con Dio», cioè l’esperienza di Dio in Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo. La preghiera, per tanto, sostanzialmente è amare, è entrare nell’atteggiamento contemplativo della vita cristiana, è attenzione e compimento della volontà salvifica di Dio Padre, contenuta ed espressa nella sua Parola fatta Uomo (cfr. Gv 1,118; 1Gv 1, 14). «Perciò (il missionario) focalizza la sua intera esistenza nell’incontro con Dio e forma con i suoi fratelli una comunità orante» (RV 46).

L’esperienza di Dio in san D. Comboni
alla luce della categoria biblica del “deserto”

Per cogliere in profondità l’esperienza di Dio vissuta da san Daniele Comboni può essere illuminante considerarla alla luce della categoria biblica del “deserto”, che costituisce una dimensione essenziale della vita spirituale cristiana.

Il deserto, infatti, nel cammino spirituale dell’umanità e in modo particolare in quello ebraico e cristiano, è una parola evocatrice di un evento biblico, che designa un esodo, una pasqua, un passaggio dalla dispersione della schiavitù sotto gli idoli alla libertà dell’unificazione nella Terra della Promessa. Ha, per tanto, tutte le caratteristiche dell’esperienza in quanto conoscenza immediata e diretta e proprio per questo rischiosa e aperta al nuovo…

Il deserto biblico è simbolo d’un cammino verso Dio che chiama l’uomo ed esce ad incontrarlo. Il credente è un cercatore di Dio, che è la fonte di cui ha sempre sete. A questo sforzo umano, all’ascesa corrisponde quindi la discesa. E, anche se sembra che l’uomo va in cerca d’un Altro Assoluto che non conosce, ma dal qual si sente attratto, subito riconosce che quest’attrazione è causata in lui da un Dio che l’ha creato per comunicarglisi. Questo fatto cambia il senso dello forzo spirituale: non si tratta più di salire e prendere; in quest’ascesa si tratta di ricevere. Così l’avventura spirituale dell’uomo si trasforma in un incontro e in una storia che nasce da quest’incontro.

Nella Bibbia, il deserto è presentato come il luogo privilegiato e il tempo provvidenziale, il Kairós, simbolo del dono e della sollecitudine divina verso il suo popolo, l’ambiente vitale, dove Israele nacque come popolo di Dio.

Quel lungo peregrinare per 40 anni (40: il periodo di tempo necessario per l’avvento di una nuova generazione) è il paradigma dell’itinerario spirituale, mediante il quale l’uomo si converte veramente in amico di Dio, in strumento del disegno salvifico divino e realizza la sua vocazione e missione.

Il deserto, sotto l’iniziativa divina, designa l’esperienza d’un itinerario spirituale, mediante il quale il Popolo eletto e, nel suo seno, numerosi individui, prendono coscienza della loro vocazione e nello stesso tempo si convertono in strumenti capaci per la realizzazione del piano salvifico divino, che è universale.

L’esperienza d’Israele nel deserto si estende alla vita della Chiesa. Infatti, con il suo simbolismo, svolge una funzione indispensabile in ordine alla comprensione della sua condizione di comunità pellegrina in questo mondo, immersa fin d’ora nel Mistero di Dio-Trinità, fin d’ora cittadina della Patria Trinitaria, ma ancora in cammino verso il possesso totale e definitivo. Per questo è esposta alla prova finché non sia entrata definitivamente nel “riposo di Dio” (Eb 1,4), quando “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

DANIELE COMBONI, come ogni uomo di fede, percorse questo cammino spirituale, si mise cioè alla “scuola del deserto”, perciò nella sua vita è possibile mettere in evidenza le caratteristiche fondamentali d’una spiritualità, che possiamo chiamare “spiritualità del deserto” e attraverso di essa delineare la sua esperienza di Dio. È un cammino all’inizio personale e poi proseguito e condiviso con la Nigrizia, una volta che questa entra nel processo di rigenerazione, del quale Comboni è servo-guida. Perciò la Terra Promessa che si profila allo sguardo di Comboni ha come approdo immediato la Nigrizia da rigenerare e quindi la Nigrizia soggetto della propria rigenerazione; approdo finale per tutte e due è l’Eternità.

Gli elementi di questo itinerario spirituale condiviso tra Comboni e la Nigrizia possono essere raggruppati intorno a tre assi:

  • Dio: l’Assoluto del deserto
  • Fecondità del deserto
  • Meta del deserto: la Terra Promessa, nel suo approdo immediato e finale.

1. Dio: l’Assoluto del deserto

Il deserto, nella sua dimensione fisico-geografica e spirituale, è una realtà molto familiare a Daniele Comboni. Egli, infatti, ha avuto l’opportunità, la necessità e il coraggio di attraversare il deserto ben sette volte, per raggiungere il cuore dell’Africa.
È questa una delle esperienze forti della vita di D. Comboni, che ci permette di farci un’idea esatta del suo carattere, del suo cammino spirituale e di che cosa gli costò la realizzazione della sua vocazione.

A chi s’inoltra nel deserto, gli si presenta come una situazione limite, sconcertante. Si intraprende la fatica della marcia come un “passaggio” inevitabile e necessario per raggiungere l’altra sponda. Nessuno vuole rimanere nel deserto, per stabilire lì la sua dimora, la sua patria…

Infatti, “il deserto è un luogo di solitudine, di vuoto, d’infertilità. Un luogo dove manca ciò che è più elementare per vivere, com’è l’acqua, i frutti di una vegetazione, la compagnia di altre persone, il calore d’un amico. Nel deserto manca tutto. Quasi perfino la vita stessa. L’angoscia comincia a far capolino e a spingere il cuore dell’uomo in una situazione senza vita e senza speranza.
È un vuoto immenso dove non si trova niente, dove tutto sta indietro e più in là…, ma non in lui né sotto i suoi occhi. Il deserto è vuoto, senza eco, senza un altro che ti ascolti e ti risponda. Per questo è solitudine. Senza niente e senza nessuno.
Il deserto è vuoto, solo, con la sua oscura solitudine. Una solitudine luminosa, ma che inizialmente acceca e oscura i possibili e diversi sentieri. È una luce che brucia quando il sole arriva al suo zenit o che congela il tuo riposo quando si nasconde ad ogni tramonto del sole, lasciando senza rifugio il viandante. Un viandante che osa percorrere, passo dopo passo, i sentieri del deserto nella solitudine oscura e vuota, senza eco che l’accompagni. Non si sente niente, se non il sussurro del vento che va e viene, sollevando la polvere della superficie arenosa”(MJ.Fernández Márquez ).

È questo il deserto nella sua realtà geografica e simbolica, che descrivono gli autori contemporanei di vita spirituale. Così era descritto al tempo del Comboni il deserto dalla grande superficie che si estende da Korosko a Berber (Gianpaolo Romanato).

È un deserto “vasto” e “d’orrido aspetto”, ma anche salutare, perché nella sua solitudine, nel silenzio, nello spazio senza fine, sotto un cielo terso, si solleva e si fortifica l’anima. Questo deserto, pur essendo un diaframma che separa Comboni dal cuore dell’Africa, penetra nella sua carne e nel suo spirito di “votato alla Nigrizia”. Così il deserto delle grandi estensioni dell’Africa centrale diviene parte integrante della sua vita, simbolo del suo deserto interiore, cioè del suo “impeto” missionario purificato attraverso l’estesa, arida e oscura esperienza del deserto della sua anima.
Attraverso questo deserto Daniele Comboni ha peregrinato cercando una terra, un popolo, volti sfigurati di fratelli suoi (Cf. S 2742), che lo aspettavano dall’altra sponda, sostenuto da una mano amica e attratto da un Volto che lo aspettava nell’«al di là»… dell’altra sponda, nell’Eternità (Cf S 2702).

Nel suo primo viaggio in Africa (18571859), Comboni ed i suoi compagni arrivano a Korosko il 23 novembre e si preparano per la traversata del deserto:
«In questa cittadella noi siamo in attesa di circa 60 cammelli per passare il gran deserto; speriamo di partire entro quattro giorni; e questo passaggio del deserto è uno dei tratti più formidabili del nostro viaggio; ma credete voi che soffriremo qualche malattia, come di solito avviene all’europeo che passa di qui? state certo di no; e questo confermerà una mia lettera da Khartoum. Dio è con noi: benché siamo e stiamo sempre disposti alla morte, nulladimeno sentiamo in noi un presentimento, che dobbiamo arrivare a Khartoum, e prima passare il gran deserto, che si estende da Korosco a Berber, senza un dolor di capo (S 168). […] Desidero con impazienza d’arrivare a Khartoum, ove spero di trovare tante lettere vostre. La posta vi arriva prima di noi, perché dall’Egitto per Khartoum va per mezzo di dromedari che corrono velocissimi e notte e giorno» (S 171).

Comboni arriva a Khartoum l’8 gennaio 1858. In una lettera al parroco del suo paese natale ci descrive l’attraversata del deserto che durò 22 giorni:

«Alla voce deserto s’atterrisce chi ha provato che cosa sia. Ma quantunque il deserto offra da se stesso mille pericoli, disagi, privazioni, e miserie, nulladimeno, avendo anche la stagione propizia dell’inverno, noi lo passammo in 22 giorni assai felicemente, e contro ogni previsione. La nostra carovana era formata da 47 cammelli comandata da due bravi Habir incaricati a nostro conto dal gran capo del deserto. Dapprima si viaggia attraverso grandi montagne bruciate dal sole, alle cui falde vi sono degli strati di calce formati dai grandi calori di state.
Dopo due giorni si entra in un immenso spazio di sabbia infuocata che presenta l’idea della vastità del mare, fuorché sotto una sferza di 38, quaranta e fino 43 gradi di Réaumur or che è inverno qui vien meno il respiro; il faticoso ed importuno cullamento del cammello che produce acuti dolori alla spina dorsale, la scarsezza di cibi caldi, la stuoia collocata sul nudo terreno sopra cui si prende riposo, ed altri disagi, rendono oltremodo formidabile questo deserto, che, non so in quanti anni, ha ingoiato nel suo seno 98 carovane, e fece tante vittime, come ci diceva l’habir, e si vede dalle molte ossa d’estinti, e da migliaia di scheletri di cammelli, che formano l’unico alimento delle iene, e il principale segnale per conoscerne la via (S 201)
A Korosco prendemmo 26 ghirbe d’acqua del Nilo per il deserto; e dopo due giorni contrasse il colore ed il sapore della pelle di capra putrefatta di cui è composta la ghirba, e questo accrebbe il nostro disagio; lasciando a parte altre non minori privazioni che accompagnano chi viaggia il deserto. Ma ecco che varie torme di differenti volatili che si scorgono da lungi, in un col fremente ruggito degli ippopotami, che popolano il Nilo scorrente per la Nubia, annunziano essere ormai vicina la città di Berber, capitale del Scieikhato di questo nome. Noleggiate di bel nuovo due barche, […] dopo otto giorni di prospera navigazione, giungemmo felicemente in Khartoum quattro mesi e sei ore dopo la nostra partenza da Verona» (S 202).

Comboni ha camminato per questo deserto “pesante e disastroso”, che coinvolge nel suo incanto e nella sua tragedia; seduce e provoca angustia; che è una sfida davanti alla vita e davanti alla morte. Sì, perché nel deserto non c’è altro che un immenso spazio di sabbia infuocata che presenta l’idea della vastità del mare, non vedi nulla e senti nulla e tu sei lì arso dalla sete. Tuttavia, “qualcosa risplende in silenzio… “ciò che abbellisce il deserto”, disse il piccolo principe, “è che nasconde un pozzo in qualche luogo…”” (Antoine de SaintExupéry, Il Piccolo Principe)

Il deserto, dunque fa parte della vita. È una situazione di nudità, transitoria, ma estesa, arida e oscura. È una situazione di “passaggio”, di “prova”, nella quale avanzi solo, senza alcun appoggio e nella quale si trova sempre nascosto da qualche parte un pozzo, dove puoi bere a sazietà e riprendere le forze (cf Gen 21, 819; Es 17, 17; Sal 18, 3; Gv 19, 3137; 1Cor, 10, 4).

Nel suo deserto Comboni scopre questo pozzo in una duplice realtà: la sua interiorità ed il Cuore di Gesù.

a) La sua interiorità

L’interiorità di Comboni, come quella di ogni persona umana e che la cultura nichilista attuale tende a cancellare, è come un pozzo; essa, perciò raccoglie; è accoglienza; è sete; è attesa, speranza; è povera, essenzialmente povera. In essa si va lentamente riversando la Presenza di Dio, che poi come acqua viva è diffusa sulla terra circostante. Così nell’esperienza del deserto la sua interiorità viene trasformata in dimora permanente del riposo di Dio; una dimora abitata da un “forte sentimento di Dio e da un interesse vivo alla sua gloria e al bene delle anime”(S 2698), “illuminata col lume che gli piove dall’alto”, organizzata al “puro raggio della Fede”(S 2742), governata e protetta dal “braccio della divina Provvidenza” (S 6085).

Sì, perché nel deserto, spariscono tutte le sicurezze umane. Resta Dio solo! Nella traversata del deserto, l’unica certezza e garanzia è Dio, soltanto Dio.
Per questo la grande esperienza del deserto è l’esperienza di Dio… Jahvè chiama Israele al deserto perché lo conosca, quando gli parli al cuore (cf Os 2, 16).

L’esperienza di Dio che si fa nel deserto, consiste nel lasciarsi conquistare non dalle cose, ma dalla “realtà ultima” di esse, dall’«al di là» di esse tutte e che a tutte dà significato e consistenza. L’uomo che fa l’esperienza di Dio nell’aridità del deserto è colui che va alla radice della vita e ne scopre il senso ultimo; colui che si lascia conquistare non dalle cose di Dio, ma da Dio stesso; colui che entra in contatto con la scaturigine della linfa vitale del mondo e della sua stessa persona. Possono cadere le foglie o segare i rami dell’albero della sua vita, l’importante è che resti il ceppo con le sue radici, perché Dio può far fa nascere nuova vita dai tagli e dalla stessa morte.
Nel deserto, Comboni ha sperimentato che Dio, solo Dio, è la ragione unica del suo essere missionario.

Sì, gli è rimasto solo LUI, unico suo Amore, Ricchezza e Felicità, unica certezza e garanzia del suo cammino missionario. Forse siamo abituati a pensarlo come un uomo preoccupato per le cose di Dio: la Nigrizia da rigenerare, i viaggi d’animazione missionaria, le fondazioni degli Istituti, i complicati problemi della gestione della Missione… In realtà è mosso da una sola “passione”, quella dell’Africa; una passione che fissa il suo cuore e la sua attenzione sulla desolazione e il letargo spirituale in cui essa si trova (S 2543). Questa passione lo rende occupato nelle cose di Dio in modo tenace ed audace, ma mai preoccupato e disperso in esse; vive, infatti, da innamorato di Dio, da instancabile ricercatore del suo Volto e del compimento fedele della sua volontà, per cui la sua prima occupazione è il tratto con Lui. È da Lui che gli nasce la passione per l’Africa ed è da Lui che prende inspirazione e forza per gli affari della Missione. Ha cominciato fin dalla sua infanzia a cercare unicamente la volontà di questo Dio che l’ha “consacrato” alle missioni dell’Africa; ha vissuto sempre disposto a sacrificare tutto pur di compierla e con il proposito di vivere e morire compiendo unicamente questa volontà divina, sostenuto dalla certezza che compierla è l’unica consolazione nelle prove.

Nella sua sete d’Infinito, la Missione gli si presenta in tutta la sua chiarezza come dono di Dio. Un Dio che ha cercato e trovato, ma che l’ha amato e cercato per primo. Ha imparato così a cogliere la sua vita tra le mani con gratitudine e gioia filiale e ad offrirla in dono a questo Dio della vita per la rigenerazione dei suoi fratelli più poveri ed oppressi.

La sua passione per la causa della rigenerazione dell’Africa Centrale è nata nel “deserto” della sua anima, fatta ascolto e abbandono nelle mani della Provvidenza divina, disposta a tutto, perché cosciente di essere abitata da Dio, desiderosa di narrare e testimoniare questa grande Storia d’Amore, fonte e destino ultimo d’ogni vita umana.

Così Comboni ha vissuto la sua avventura missionaria coinvolto in questa Storia d’Amore: l’amore di Dio in lui e per lui l’ha consacrato alla Nigrizia, che ha cominciato ad amare con questo amore di Dio; e l’ha amata sempre più, fino all’estremo delle sue forze, nella misura in cui cresceva in questo amore; e cresceva, perché il bisogno di salvezza della sua amata Nigrizia lo spingeva sempre più ad abbandonarsi nell’Amore provvidente e rigeneratore di Dio.

b) Il Cuore di Gesù

L’altro pozzo trovato da Comboni percorrendo il suo deserto, è il Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore (Cf S 2742).
Bevendo in abbondanza da questo pozzo, fu pervaso da quella “Virtù divina”, che ha reso in lui sempre più forte il sentimento di Dio e sempre più saldo il legame di solidarietà con la Nigrizia, fino a farlo suo “sposo” e liberatore.

Questa “Virtù divina” si effuse su di lui con la forza del fuoco di Pentecoste mentre pregava sulla tomba di S. Pietro, contemplando il Cuore di Gesù in occasione della beatificazione di Margherita Maria Alaquoque.

Si tratta di un momento di preghiera, nel quale gli vengono dall’Alto i singoli punti del Piano per la rigenerazione della Nigrizia, che imprimono una svolta definitiva e configurano il resto della sua vita missionaria. In esso è presente tutta la Sacrosanta Trinità. Di fatto, un’intensa luce “dall’Alto” illumina nel suo spirito la comunione con Dio-Trinità da lui vissuta fino a questo momento. Comincia a sperimentare la comunione con la Trinità in un modo nuovo, giacché la percepisce pellegrina nel cammino degli uomini… Questa percezione che inonda il suo spirito, è la vena nascosta che dà ragione e forma alla sua “passione” per la Nigrizia, per cui ci può dichiarare con verità che come missionario viene dal cuore della Trinità.

Viene dal coinvolgimento nel dinamismo dello Spirito Santo, “Virtù divina”, che gli rivela nel Cuore Trafitto di Gesù sulla Croce il segno e lo strumento perenne dell’amore salvifico che eternamente sgorga dal cuore del Padre, e la via della solidarietà con la vita di tutti gli uomini. Viene così introdotto nell’inesauribile dialogo e comunione tra il Padre che ama tanto il mondo da decidere di inviare il Figlio, e il Figlio che risponde con la sua obbediente consegna redentrice fino alla fine in Croce e gli merita il dono di questa stessa “Virtù divina” come fiamma di Carità che sgorga dal suo Cuore Trafitto.

All’essere coinvolto nell’azione salvifica della Trinità mediante questa fiamma di Carità, viene tratto fuori dal “buio misterioso” che ricopre l’Africa e dalla paura del passato in cui “rischi d’ogni genere e scogli insormontabili sgominarono le forze e gettarono lo sgomento” tra le file missionarie. La Nigrizia si trasfigura ora davanti al suo sguardo: comincia a vederla ”come una miriade infinita di fratelli aventi un comun Padre su in cielo”. L’abbraccio di Dio Padre lo esperimenta segnato dalla sofferenza di questi suoi figli africani, e nel bisognoso africano scopre un fratello, che ancora non usufruisce della benedizione del Padre che scaturisce dalla Croce…, per cui ha bisogno di essere incamminato verso di Lui.

Sotto l’influsso dello Spirito Santo esperimentato come fiamma di Carità che sgorga dal costato del Crocifisso sul Gólgota, sente che i palpiti del suo cuore si fondono con quelli di Gesù e si accelerano. In questa sintonia di cuori percepisce come il Padre, attraverso il suo Figlio incarnato, morto e risorto, ascolta il grido di quella miriade di figli suoi che vivono in Africa ancor “incurvati e gementi sotto il giogo di Satana” ed entra con tutto il suo essere nella loro storia e nel loro dolore.
Questa Carità lo fa sentire figlio amato dal “comun Padre” che si prende cura di lui allo stesso modo che dei suoi fratelli più abbandonati fino alla consegna del suo proprio Figlio; è questa Carità che lo trasporta e lo spinge a stringerli tra la braccia e dar loro il bacio di pace e d’amore; lo spinge, cioè, ad assumere la loro storia e il loro dolore divenendone parte e facendo “causa comune con loro”, anche con il rischio della mia vita.

È un incontro con dei fratelli in cui si cela il volto di Gesù nello sconcertante mistero della sua identificazione con gli esclusi della storia. Nei suoi fratelli africani oppressi gli si rivela il volto dolorante e sfigurato del Crocifisso, che fissa il suo sguardo su di lui e lo chiama ad evangelizzarli e a lavorare per il loro progresso e per la liberazione dalla loro schiavitù. Nello stesso tempo continua a tenere lo sguardo fisso sul Crocifisso, per “capire sempre meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime”.

Comboni, infatti, ha vissuto il deserto dell’anima tenendo gli occhi fissi nel Crocifisso-Risorto. L’unione con Gesù crocifisso la visse in modo particolarmente intenso nelle varie situazioni e tappe della sua vita missionaria, e ha raggiunto il vertice nell’ultimo periodo della sua vita, consumata sulla breccia in un lento e sempre più martoriato olocausto che lo rende tanto simile al Crocifisso del Gólgota. Il deserto nella sua dimensione spirituale rispecchia la vita del Comboni, che fu una vita profondamente segnata dal Mistero della Croce; una Croce accettata, cercata e soprattutto amata, conseguenza della certezza della sua vocazione, che ha temprato il suo carattere, lo ha educato alla santità e ha plasmato il suo esuberante zelo missionario. Questa Croce, abbracciata da Comboni come sua sposa indivisibile ed eterna (Cf S 1710; 1733), ha reso la sua vita simile ad una “via crucis”, percorsa coscientemente fino al Calvario, per la redenzione della Nigrizia.

Vissuta all’insegna della Croce, nell’esperienza spirituale di Comboni, il deserto è la sua anima sola, vuota, in aridità e angoscia… È la sua anima innamorata-consegnata e senza comprensione, senza compagnia… È la sua situazione di un uomo “solo” disposto a dare mille vite per l’amata Nigrizia; l’esperienza del suo cuore che comincia a battere più rapidamente contemplando l’impeto della Carità che si accese con divina vampa sulla pendice del Gólgota e si effuse dal costato di un Crocefisso; quella “virtù divina” che lo avvince, che gli stringe il cuore e lo spinge tra le braccia della Nigrizia per essere guida-servo della sua rigenerazione…

In Comboni, questa esperienza forte di Dio nel Cuore trafitto di Cristo trabocca nell’esuberanza del dono totale di sé alla causa della rigenerazione della Nigrizia, che così fortemente attira la nostra attenzione. Il nostro Fondatore e Padre, prima di essere un uomo conquistato dalle cose da fare per Dio, è un uomo conquistato dal Mistero di Dio, manifestato in pienezza nell’Evento della Croce. Egli stesso ce ne dà testimonianza:

«Ho un’incrollabile confidenza in quel Dio, per quale unicamente ho esposto ed espongo la vita, agisco soffro e morrò» (S 1552).
«Io non debbo avere più riguardi umani verso chicchessia, perché innanzi tutto deve andare innanzi a Dio, ed i grandi interessi della sua gloria» (S 6993).
«Giuro innanzi a Dio non aver operato che per il solo Iddio e la sua gloria» (S 6932).

1. Mi son fatto missionario per lavorare per la gloria di Dio (S 407)

Quest’espressione che appare costantemente nell’epistolario comboniano, è la verbalizzazione più spontanea della sua esperienza dell’Assoluto di Dio.
Vivere soltanto per la gloria di Dio: costituisce il programma della su vita, elaborato durante gli anni della sua giovinezza.

In una lettera a sua mamma da Korosko, dice chiaramente qual è l’opzione fondamentale della sua vita:
«Se non mi sforzassi di lavorare e tutta consumare la mia vita per la gloria di Dio, seguirei molto male i generosi esempi dei miei genitori, che mi hanno preceduto nella gloriosa impresa di sacrificare tutto per la gloria di Gesù Cristo» (S 179).

Queste parole sono un’eco delle parole di saluto (4/9/1857), che don Mazza rivolse ai componenti della prima spedizione missionaria, nella quale partecipò Daniele Comboni, che aveva 26 anni ed era il più giovane del gruppo:
«Andate in nome di Dio; ricordatevi che l’opera, alla quale vi consacrate, è opera tutta sua; lavorate dunque solamente per lui; amatevi e rispettatevi scambievolmente, siate concordi ed unanimi in tutto; e la gloria di Dio, la sola gloria di Dio promovete ed intendete sempre, ché tutto il resto è vanità ».

Comboni fa di quest’esortazione il suo programma di vita missionaria. Programma che viene ratificato nei momenti più difficili, come la morte di don Oliboni avvenuta a marzo del 1858:
«È morto dunque un nostro fratello, o padre carissimo, e la sua morte lungi dall’intimorirci, ci porge anzi maggior coraggio per star saldi nella grande impresa (S 406). Non dubitate, caro Padre, io sono venuto missionario per faticare alla gloria di Dio, e consumare la vita per il bene delle anime: se anche mirassi caduti tutti i miei compagni, quando la prudenza od altre cause non mi consigliassero il contrario, io starò saldo e metterò ogni sforzo per realizzare il gran piano del Superiore» (S 407).

2. La nostra Opera è basata sulla fede

Per Daniele Comboni, Dio, solo Lui, appare come ragione unica del suo essere missionario. Da qui riceve quell’energia per cui, di fronte al distacco e alla perdita delle persone più care, non crolla l’edificio della sua vita missionaria; anzi, si solidifica sempre più. Cadevano le foglie, gli venivano tagliati i rami, ma rimanevano le radici. L’edificio era fondato sulla Roccia dell’Eterno.

Nella vita di Comboni sono significativi alcuni “tagli” molto dolorosi: il distacco dalla famiglia, l’allontanamento dall’Istituto Mazza, la controversia e rottura con i Camilliani.

Alla fine della sua vita, sarebbe disposto a separarsi perfino da quella Nigrizia, alla quale è consacrato con amore nuziale:
«Mi sono concentrato a ponderare seriamente se, attesa la mia nullità e debolezza, io possa ancora essere veramente utile all’apostolato africano, […], o se invece gli torni dannoso» (S 6084).

Nel succedersi delle vicissitudini della vita Comboni va ripetendo:
«Noi lavoriamo per Dio; lasciamo a lui la cura di tutto; e Dio ci aiuterà. La nostra Opera è basta sulla fede». (S 6933).

3. Le conquiste evangeliche si realizzano in modo diverso

L’autentica esperienza di Dio sospinge il credente a mettersi al servizio degli uomini. Soltanto dall’esperienza interiore l’uomo è portato ad impegnasi a fondo per il bene dell’umanità. Basta pensare, per esempio, alla dinamica vocazionale di Mosè: da perseguitato politico del Faraone (= esperienza del Nilo, cioè della superficialità umana) al pellegrino del Sinai (= esperienza del roveto ardente nel Sinai, cioè della profondità del cuore).

Comboni è un uomo che, dalla profondità del suo cuore, è mosso e «lavora unicamente per il suo Dio e per le anime più abbandonate della terra» (S 2702; Cf S 2698). Sottolinea che lavora per la gloria del suo Dio (del suo: genitivo di appartenenza, rapporto personale di amore) e per le anime più abbandonate della terra. Per tanto, per Comboni, Dio si identifica con questi suoi figlie e figli poveri così che non può appartenere al primo separandolo dai secondi. Anche per Comboni, la gloria di Dio è l’uomo che vive (S. Ireneo); per lui vivere per la gloria di Dio è accettare che Dio si serva della sua vita per la felicità degli Africani.

Appoggiandosi unicamente nella fede, Comboni si lancia mediante la totale donazione di sé alla gran impresa della rigenerazione della Nigrizia:
«Le conquiste evangeliche si effettuano assai diversamente dalle conquiste politiche. L’apostolo suda non per sé, ma per l’eternità; non cerca la sua, ma la felicità dei sui simili, sa che l’opera sua con lui non muore, che la sua tomba è una cuna di apostoli» (S 2171).

Dopo la perdita delle colonie dell’America Latina, gli interessi dell’Europa si rivolgono verso l’Africa. Verso il continente nero converge ogni tipo di interessi: politici, economici, umanitari, scientifici. L’esploratore Pellegrino Matteucci rende testimonianza dell’interesse che muove il missionario D. Comboni:

«Ho qui sott’occhio una lettera direttami nel 28 novembre da Daniele Comboni. Quella lettera porta l’impronta di una profonda mestizia; si vede che è scritta da un uomo dalla tempra di ferro, ma che è vicino a cadere, accasciato sotto il cumulo di tante sventure; egli resiste e lotta, ma in venti anni d’Africa, trascorsi a combattere contro tante difficoltà, ha perduto la fibra aitante e robusta che la sua giovane età gli darebbe diritto a possedere.
Nella sciagura dell’ottobre passato, la sua ben meritata dignità di vescovo, non gli ha servito che per essere il medico, l’infermiere ed il becchino, non solo dei missionari, ma di quanti spiravano all’ombra della Croce.
Questi nobili amici della civiltà, non curanti del plauso mondano, cercano nella sublime mitezza della fede la soddisfazione ineffabile al loro eroismo e, rassegnati al crudele destino, cui vanno incontro, vivono giorni sereni alternati tra la preghiera e la beneficenza” (Positio, Vol. II, p. 847).

Nel Piano – già nella prima edizione stampata di Torino nel 1864 questo senso di Dio nell’attività missionaria è ben patente: Il missionario – dichiara Comboni – si sente spinto verso quelle terre da una forza d’amore, uscita dal cuore aperto del Crocifisso (Cf S 2742).
Trasmettere la sensazione che ancora ha senso la vita, che il bilancio non ottura la fonte della fedeltà a Dio e dell’abbandono a lui, dopo aver vissuto e lottato per lui, non sarebbe messaggio profetico e professione di fede in Dio, l’unico che vale? Riuscissimo davvero a sentire la verità di questo canto: “Io conosco bene la fonte che zampilla e scorre, benché sia notte”. E cantarlo nonostante tutto, in una società che ha il mito della giovinezza, dell’efficienza, del vigore ad ogni costo, magari col viagra e accanimenti terapeutici. Anche questo sarebbe messaggio profetico e speranza che apre ad altri orizzonti.

4. Senza “un forte sentimento di Dio” la Missione è insopportabile

Per Comboni, il missionario è un uomo catturato da Dio, il quale abita il suo cuore, è il suo Tutto e dà calore ed energia alla sua esistenza; è un uomo che sente in profondità la verità di questo canto: “Io conosco bene la fonte che zampilla e scorre, benché sia notte” e sa cantarlo nonostante tutto, anche quando sembra che tutto dica di no. Questa è l’esperienza dello stesso Comboni, che egli comunica ai suoi missionari nel Cap. X delle Regole del 1871, quando traccia il profilo spirituale del missionario e dice che deve:

  • avere un forte sentimento di Dio e il cuore caldo di puro amore di Dio;
  • vivere una vita di spirito e di fede e contemplare l’Opera con lo sguardo della fede;
  • lavorare unicamente per il suo Dio ed è mosso dalla pura vista del suo Dio;
  • operare sulla parola di Dio e su quella dei suoi Rappresentanti
  • tenere sempre fissi gli occhi in Gesù Cristo, amandolo teneramente.

Hauna Tedros, un egiziano ortodosso, attesta:
«Comboni era l’uomo della preghiera; egli pregava sempre, pregava in chiesa, pregava nel giardino, pregava in stanza. Egli pregava col breviario, pregava con la corona […]. Amava Dio moltissimo, e Dio amava assai Comboni e faceva sì che tutti lo amassero» (Positio, Vol. I, CI ).

Daniele Comboni ci si presenta come un appassionato per Dio, che cammina alla sua presenza e cerca di essere perfetto mediante la ricerca costante e il compimento fedele della sua volontà. Nei suoi Scritti confessa che fin dalla sua infanzia non cercò altro che la volontà di Dio (Cf S 7001; S 4606), visse sempre nella disposizione di sacrificare tutto per compierla e con il proposito di vivere e morire compiendo unicamente questa volontà divina, con la certezza che compierla è l’unica consolazione nelle prove (S 3683; 1133).

Comboni sa per esperienza che, quando il missionario della Nigrizia ha il cuore infiammato dall’amore di Dio e guarda la sua vita e la sua opera con lo sguardo della fede (Cf S 2887; 2891), è capace di superare le più grandi difficoltà. Per questo non dubita ad affermare che la vita del missionario “deve essere una vita di spirito e di fede”:
«Il Missionario, che non avesse un forte sentimento di Dio ed interesse vivo alla sua gloria e al bene delle anime, mancherebbe di attitudine ai suoi ministeri, finirebbe per trovarsi in una specie di vuoto e d’intollerabile isolamento» (S 2698).

2. La fecondità del deserto

Nel deserto, luogo di una nuova iniziazione al Mistero di Dio (= Consacrazione) e della conseguente purificazione del cuore, il credente diviene più libero, più agile, più sano, più unificato e purificato e, perciò, più disponibile per il dono di sé in favore dei fratelli (= missione). L’esperienza del deserto conduce il credente al suo vero destino, cioè, a prendere la sua vita nelle proprie mani e offrirla in dono a Dio per gli altri. Nel deserto la missione appare con nitida chiarezza come iniziativa gratuita di Dio che, mentre mi salva, mi elegge come strumento di questa stessa salvezza per il mondo.

1. Dio chiama nel deserto

Mosè sperimentò questa fecondità del deserto e lì ha ricevuto la missione di liberare il popolo d’Israele dalla schiavitù.
Arrivata l’ora, spinse questo stesso popolo verso il deserto dove, sotto i costanti interventi di Dio, scoprì a sua volta la propria vocazione come Popolo dell’Alleanza con Dio e la missione che gli affidava in favore dell’intera umanità.

L’itinerario vocazionale di Comboni ha avuto come epicentro questo “deserto” in quanto esperienza dell’ascolto e nello stesso tempo di ricerca e compimento della volontà di Dio su di lui. Fin dai dodici anni, si rende conto che il suo cuore ha sete d’Infinito. Leggendo la storia dei martiri del Giappone e ascoltando don Angelo Vinco, prende la decisione di spendere la sua vita per Cristo, e così il 6 gennaio del 1849, ai piedi di don Mazza, giura di consacrare la sua esistenza all’evangelizzazione dell’Africa Centrale.
«Io inclino a precorrere la carriera quantunque ardua delle Missioni, e precisamente da ben otto anni quelle dell’Africa Centrale» (S 3).
«Il primo amore della mia giovinezza fu per l’infelice Nigrizia» (S 3156).

Dopo l’ordinazione sacerdotale arriva il momento di concretizzare la scelta fatta ai diciotto anni. Comboni desidera partire, ma è l’unico figlio sopravvissuto di otto fratelli. È il momento del doloroso dilemma:
« Questo momento era già sospirato da gran tempo da me, con maggior calore, di quello che due fervidi amanti sospirano il momento delle nozze» (S 3).

Avvinto dall’incertezza, si ritira in preghiera per chiedere la luce dello Spirito Santo. Così nel silenzio del deserto fa il suo discernimento spirituale:
«Io né della vita, né delle difficoltà delle Missioni, né di nessuna cosa ho timore: ma quel che riguarda i due miei vecchi mi fa assai tremare. Egli è per questo che in tale incertezza e costernazione dell’animo mio ho deciso di fare gli esercizi per implorare l’aiuto del Cielo…» (S 6).

Dal contatto con Dio negli Esercizi Spirituali nasce in Comboni la decisione; una decisione che fu irrevocabile in forma assoluta dinanzi alle difficoltà di ogni genere che gli si presentarono lungo tutto l’arco della sua vita missionaria:
« Ho finito finalmente i santi esercizi; e dopo essermi consigliato e con Dio, e cogli uomini, n’ebbi che l’idea delle Missioni è la mia vera vocazione: anzi il successore del gran servo di Dio D. Bertoni, il P. Marani, mi rispose, che fattosi egli un quadro della mia vita, e delle circostanze passate, e presenti, m’assicura che la mia vocazione alle Missione dell’Africa è delle più chiare e patenti…» (S 13).
«A quali sacrifici assoggetta il Signore questa vocazione! Ma mi fu assicurato che Dio mi chiama; ed io vado sicuro» (S 15).

La sua dedizione totale all’Africa affonda qui le sue radici: la sua vocazione è frutto di un serio discernimento ed ha come fondamento la Roccia dell’Eterno. Per questo, di fronte alle maggiori difficoltà, Comboni non vacilla.
La dedizione totale di Comboni all’Africa fino a morire sul campo di lavoro, nasce da quest’incontro intimo con il Signore, che egli visse nel “deserto”: il deserto della sua anima, fatta ascolto e abbandono nelle mani della Provvidenza divina, disposta a tutto, perché la sua vita apparteneva ormai a Dio.

Questo laborioso cammino di discernimento vocazionale divenne per Comboni il punto di riferimento centrale lungo il corso della sua vita: uno di quei momenti in cui l’uomo avverte con chiarezza il passaggio di Dio nella sua vita. Più tardi, quando sorgeranno le grandi difficoltà, egli ricorderà la voce del Signore che gli aveva parlato nel deserto e al quale aveva giurato fedeltà fino alla morte. Per questo dirà:
« L’Africa e i poveri neri si sono impadroniti del mio cuore, che vive soltanto per loro» (S 941).
In effetti, il missionario è prima di tutto un uomo di fede, qualcuno che ha avuto un incontro vitale con il Signore Gesù e si sente chiamato a condividere quest’esperienza profonda che segna la sua vita di cristiano (Cf RV 21, 21.1).

2. La vocazione si sviluppa nel deserto

Se il credente ascolta e dà la sua prima risposta alla chiamata di Dio nel deserto, allo stesso modo questa risposta, che si realizza nel quotidiano della vita, si approfondisce e si rinnova costantemente vivendo in clima di deserto.
A chi confida una missione particolare, il Signore lo chiama con regolarità al deserto, per inviarlo sempre di nuovo tra gli uomini, affinché narri e dia testimonianza nel cuore del mondo della grande Storia d’Amore, che ha imparato a vivere nel deserto e che non si finisce mai d’imparare.

Così Comboni, una volta che si sente coinvolto in questa Storia dell’Amore divino per lui e per l’umanità, si mette in cammino per testimoniare l’amore di Dio tra gli uomini, concentrando le sue energie sul luogo che Dio stesso gli ha indicato e rinnovandole costantemente nell’incontro con Dio:
«Io non voglio perdere tempo; voglio affaticare e vivere solo per l’Africa e per la conversione di neri. […] Non temo di nulla, confido in Dio” (S 2151)

È questo l’atteggiamento con cui Comboni parte: l’atteggiamento dell’amore generoso. Egli parte perché ama ed ama cordialmente; egli ama la Nigrizia sempre più, perché progredisce nell’amore al Signore Gesù.

Nel suo primo viaggio missionario, Comboni ha l’opportunità di andare in pellegrinaggio in Terra Santa. Questo viaggio costituisce uno dei momenti privilegiati e forti dell’itinerario spirituale di Comboni. Lì, ancora una volta, egli sperimenta profondamente l’amore del Cuore di Gesù per gli uomini e, nello stesso tempo, riceve nuovo slancio per accendere questo fuoco d’amore in Africa.
Il Calvario gli rimane impresso nel più intimo del suo essere; la contemplazione di quei luoghi dove Gesù lo redense, consolida il suo amore per la Nigrizia, perché Gesù è morto anche per i poveri neri che vivono lì, dimenticati ed oppressi. Qui egli comprende ancora di più quanto è urgente piantare la Croce nel cuore dell’Africa:
« Io non posso a parole esprimere la grande impressione, i sentimenti che mi destarono questi preziosi santuari, che ricordano la Passione e la Morte di Gesù Cristo» (S 39).

Parte perché trova la salvezza per se stesso in Dio:
«Ascesi sul monte Calvario 30 passi più sopra del S. Sepolcro: baciai quella terra sulla quale posò la croce (S 41), a due passi di distanza… fui sopra il luogo ove fu inalberata la croce… mi gettai in un dirotto pianto, e per un poco mi allontanai: dopo che baciarono gli altri, m’accostai io pure, e la baciai più volte quella buca benedetta; e mi si risvegliarono questi pensieri: questo è dunque il Calvario? (S 42). Ah ecco il monte della mirra, ecco l’altare della croce ove si consumò il gran sacrificio. Io mi trovo sulla cima del Gólgota nel luogo stesso dove fu crocifisso l’Unigenito Figliolo di Dio: qui fu compito l’umano riscatto; qui fu soggiogata la morte, qui fu vinto l’inferno, qui io sono stato redento. Queste rupi udirono le sue estreme parole: quest’aura accolse il suo ultimo fiato: alla sua morte si dischiusero i sepolcri, si spezzarono i monti (S 43)».

3. Il frutto del deserto è l’amore

Comboni si dedicò all’Africa con tutto se stesso; tuttavia si rende conto che il modo con cui lo sta facendo non sia il migliore:
« Io sono desolato nel vedere il poco che si è fatto da noi e dai francescani per l’Africa Centrale” (S 798).

È costantemente tormentato dal dubbio che il metodo finora usato per la conquista dell’Africa a Cristo non sia il più adeguato.

Arrivò il momento di fare qualcosa di decisivo per l’Africa. Durante il triduo in preparazione alla beatificazione di Margherita Maria Alaquoque, raccolto in preghiera davanti al sepolcro di San Pietro, Comboni si sente spinto da una forza interiore, e durante quasi 60 ore continue, scrive il “Piano per la rigenerazione dell’Africa” (15/9/1864). In questo evento c’è da sottolineare il fatto che l’ispirazione del Piano in Comboni non è frutto soltanto dell’attività in missione, ma nasce dopo essere entrato in un clima di raccoglimento, a faccia a faccia con Dio, mediante la contemplazione dell’amore del Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore. Perciò, egli è cosciente che il Piano non è frutto della sua immaginazione, ma di un’ispirazione di Dio stesso:
«Come un lampo mi balenò il pensiero di formare un nuovo Piano per la cristianizzazione dei poveri popoli neri, i cui singoli punti mi vennero dall’alto come un’ispirazione» (S 4800).

Da qui gli viene la certezza che il Piano non nasce soltanto dalla sua volontà, ma anche e soprattutto dalla volontà di Dio:
«Questa è un’opera di eminente carità, che il grande Dio dell’amore nella sua misericordia infinita ha stabilito di effettuare in questo tempo infelice… Sì, l’Opera della rigenerazione dei Neri è un’opera di Dio: è spuntato il tempo di grazia, che la Provvidenza ha designato, per chiamare tutti questi popoli barbari a rifugiarsi alle ombre pacifiche dell’ovile di Cristo (Cf S 1403)».

Il Piano è frutto dell’esperienza mistica vissuta da Comboni in quel 15 settembre 1864. È un momento che diverrà il centro dell’attività futura del Comboni.

4. Al deserto non si va senza guida

«Alla voce deserto s’atterrisce chi ha provato cosa sia. Ma quantunque il deserto offra da se stesso mille pericoli, disagi, privazioni, e miserie, nulladimeno, avendo anche la stagione propizia dell’inverno, noi lo passammo in 22 giorni assai felicemente. La nostra carovana era formata da 47 cammelli comandata da due bravi Habir (cioè guida) incaricati a nostro conto dal gran capo del deserto» (S 201).

Allo stesso modo nessuno può fare “l’esperienza del deserto” dell’anima, cioè, nessuno può entrare in un autentico cammino spirituale e d’identificazione vocazionale, senza una guida.
Infatti, l’ambiente dove si realizza la formazione dei messaggeri e collaboratori di Dio nella conduzione del suo Popolo, è il “deserto”, cioè, un ambiente nel quale sia possibile intraprendere un itinerario spirituale, che ha caratteristiche proprie, fondamentali per tutti i chiamati.

Prima di cominciare in pieno l’esercizio della missione profetica o apostolica, c’è sempre un periodo di separazione, un tempo d’attesa, nel quale Dio (il Gran Capo) prepara colui che dovrà essere strumento nella realizzazione del suo piano di salvezza mediante il suo influsso diretto che in qualche modo sempre raggiunge il cuore dell’eletto attraverso l’azione-mediazione di un Maestro (= Guida).
La disponibilità di Daniele Comboni a questa azione-mediazione della Guida spirituale fu intensa negli anni della sua formazione e si mantenne unito ad essa, vivendo la sua vita in clima di continuo discernimento

Le Guide di D. Comboni furono:

Il Direttore spirituale: svolse un ruolo di importanza fondamentale nel discernimento della sua vocazione. Fu lui che gli confermò la vocazione come chiara volontà di Dio a suo riguardo. Fu così profondo e determinante questo rapporto con il Direttore spirituale, che molti anni dopo, quando tutto sembrava prossimo alla fine, Comboni ricorda quel prezioso momento in cui gli manifestarono che si trovava sul sentiero voluto da Dio per lui.
Nella vita di Comboni, il momento della prova finale si congiunge con l’inizio della sua vita apostolica con una coerenza, che trova la sua spiegazione ultima nella ferma certezza di una vocazione, che nessuna tribolazione ha potuto scalfire.
«Ciò che non mi fece mai venir meno alla mia Vocazione, ciò che mi sostenne il coraggio a star fermo al mio posto fino alla morte, o fino a decisioni differenti della S. Sede, fu la convinzione della sicurezza della mia Vocazione, perché il P. Marani mi ha detto ai 9 Agosto 1857, dopo maturo esame: “la vostra vocazione alle Missioni dell’Africa è una delle più chiare che io abbia vedute» (S 6886).

La gerarchia della Chiesa: l’intensa attività missionaria di Daniele Comboni si ispira a un senso di profonda fedeltà alla Chiesa. I suoi rapporti personali con il Dicastero di Propaganda Fide sono sempre ispirati a fedeltà e a obbedienza incondizionata sulla base di un autentico spirito di fede verso chi nella Chiesa ha ricevuto da Dio per il tramite del suo Vicario in terra la direzione delle missioni.
Nella persona del Papa con pura fede egli vide sempre il Vicario di Cristo e più precisamente il rappresentante di Colui che aveva detto: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc. 16,15).

Degno di rilievo è il fatto che egli ha vissuto il sensus Ecclesiae non soltanto in dimensione verticale con una perfetta ed eroica obbedienza e sottomissione al dicastero di Propaganda e al Papa, ma anche in dimensione orizzontale, poiché acutamente avvertì la necessità di una collaborazione ecclesiale a larghissimo raggio per poter veramente portare l’Africa a Cristo.

Per questo, in tutta la sua vita Comboni cercò guide nella Gerarchia e fuori di essa che gli dessero direttive o la loro opinione e collaborazione per la realizzazione dei suoi progetti e lo aiutassero nella soluzione dei problemi che via via gli si presentavano. Sono significative alcune sue dichiarazioni:
«Cercai soprattutto di ampliare le mie cognizioni e, con l’esposizione chiara dell’importanza dell’Opera da intraprendere, di procurarmi appoggio e denaro. In questo fui aiutato molto da sua Em. il Card. Barnabò e da altre personalità altolocate, ecclesiastiche e secolari, e principalmente dagli incoraggiamenti e dalle parole profetiche di Pio IX, che egli mi rivolse nel settembre 1864, parole che mi colpirono profondamente: “Labora sicut bonus miles Christi pro Africa» (S 4800)…
Non mi lasciò mai un istante la speranza sull’esito finale del mio così grande e sublime compito (S 4801)”.
«Prima di fondare l’Opera del Redentore, vi ho pensato due anni, ho consultato eminentissimi personaggi, Vescovi e uomini versatissimi nelle opere di simil genere; ed ebbi incoraggiamento da tutti» (S 1689).
«Io certo sarò sempre lieto di seguire le decisioni della Sacra Congregazione, perché voglio morire e vivere unicamente facendo il divino volere» (S 5374).

Il Superiore dell’Istituto: l’intesa sulla Missione tra Comboni e il suo Superiore, don Mazza, non è stata facile. Tuttavia, Comboni visse i momenti di difficoltà con profonda sofferenza, accettò le prove con spirito di fede e come partecipazione nel mistero della Croce, perdonando coloro che sono stati causa della sua sofferenza e il suo spirito di obbedienza fu più forte di ogni altra difficoltà.
« Tutto questo comunicherò personalmente a lei, mio caro superiore da cui riceverò i consigli, i comandi e tutto quello che deciderà» (S 922).

3. Meta del deserto: la Terra Promessa, nel suo approdo immediato e finale.

«In questa cittadella (Korosko) noi siamo in attesa di circa 60 cammelli per passare il gran deserto; speriamo di partire entro quattro giorni; e questo passaggio del deserto è uno dei tratti più formidabili del nostro viaggio» (S 168).

Per cogliere il significato completo di questa impresa che Comboni si accinge a compiere, è bene considerare il fatto che, in realtà, il deserto di Comboni sfocia e s’incrocia con quello della Nigrizia. In fatti, il deserto affascinante e orribile che doveva attraversare per raggiungere la Nigrizia, si proietta su di essa come un “buio misterioso” che l’avvolge. Un buio che nasce da un intreccio di fenomeni sconcertanti e che attanaglia gli Africani in una vicenda di “povertà” radicale” di oltre quaranta secoli, tenendoli lontani dai benefici del progresso umano e della fede. È una povertà in tutte le direzioni: essa tocca l’ambiente naturale, fascinante e nello steso tempo ostile alla vita e alla missione, le anime, i corpi e il tessuto sociale, causando l’indole avvilita dei neri, “su cui pare che ancora pesi tremendo l’anatema di Cam”. In una parola, è una povertà che, come il deserto, scava un vuoto orribile tutto all’intorno ed in mezzo alla Nigrizia e la rende una viva immagine di un’anima abbandonata da Dio.

Tuttavia la meravigliosa aurora del deserto che imporpora come un incendio d’oro il cielo, i monti e il piano; il sole che puntualmente si alza maestoso e infuoca l’immenso vuoto del deserto, sono nell’animo di Comboni segni della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi, anche nel regno della morte. Questa presenza lo spinge a entrare e lo sostiene in questo “buio misterioso” della Nigrizia, per far causa comune con i suoi figli e figlie, nella certezza della loro rigenerazione.
Il deserto assume, allora, nell’esperienza missionaria di Comboni il significato di una vita vissuta in solidarietà con i popoli poveri e oppressi della Nigrizia; unito e in comunione con questi suoi fratelli, che vivono dimenticati e marginati dalla storia, che la società ricorda solo quando fanno notizia per qualche nuova disgrazia che li colpisce o quando trova qualche nuovo modo per sfruttarli.

Il passaggio del deserto nel contesto biblico termina con l’entrata nella Terra Promessa. C’è da notare però che ogni Terra Promessa in questo mondo, ogni sogno realizzato, è sempre una conquista parziale, un preludio, un segno, che rimanda a qualcosa di definitivo da vivere finalmente in pienezza. È la ricerca del porto definitivo dell’esistenza di ogni essere umano, della storia d’un popolo e dell’intera umanità; è la meta, la ragione dello stesso vivere nella fede; è la certezza della ricompensa, del “riposo in Dio”.

A questo “riposo” si arriva attraversando il deserto, che è cammino e tempo di paziente attesa, e sfocia in una “vita nuova e definitiva”, nei “ nuovi cieli e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (Cf 2P 3, 13). In questa realtà che trascende il semplicemente umano e materiale, anche se ha inizio in esso, trova il suo definitivo e pieno compimento quella Terra Promessa che si profila sull’orizzonte della storia personale e collettiva come realizzazione dei desideri e dei sogni umani.

In questa prospettiva, la Nigrizia, Terra Promessa al/del Comboni perché entrasse per mezzo suo nel cammino della rigenerazione, fu una terra da lui sognata e ardentemente sospirata; tuttavia nel corso della sua vita su questa terra mai riuscì a raggiungerla e a coinvolgerla definitivamente e pienamente nel suo sogno di rigenerarla:

« Così provato nel corpo e nello spirito, ridotto a quel limite di stanchezza che costringe i più temprati viandanti ad accasciarsi sul ciglio della strada, Daniele Comboni reagisce lanciando l’anima verso l’ultimo approdo del suo sogno.
È forse legge generale che ad ogni vita d’uomo arrida una terra promessa sulla quale non metterà mai piede. La sua immagine gli sta sempre dinanzi agli occhi, con una forza magnetica che lo fa gioiosamente camminare lungo i più spinosi sentieri; le linee del suo profilo si stagliano nella chiarità d’ogni alba e nei bagliori d’ogni tramonto. Ma la realtà arretra dinanzi ai suoi passi, fugge dinanzi alle sue braccia tese.
Forse è destino che all’ultima riva del suo desiderio l’uomo non arrivi mai. Destino o saggezza di Dio: richiamo alla preordinata limitazione della vita, anche la più fortunata, e al dovere di riporre più in là, più in alto, fuori del mondo visibile, l’ultimo approdo.
In Daniele Comboni, accanto al realizzatore c’è stato sempre il sognatore dalla fantasia avida e potente, dagli entusiasmi pronti e brucianti.
La sua terra promessa è la regione dei grandi laghi equatoriali, sterminata plaga che s’apre oltre l’antico itinerario di Santa Croce, più giù, più addentro al cuore del continente. Là è il vero volto della Nigrizia; là essa si serba incontaminata nella sua primitiva essenza; là è possibile raggiungere il negro puro e schietto, immune da contagi islamici, intatto nella sua cosiddetta barbarie. E là il messaggio cristiano troverebbe un terreno veramente pingue.
Più di una volta abbiamo sorpreso il Comboni con l’occhio fisso in quella direzione. Ora, forse sentendosi già venire meno le forze, le raduna per un ultimo scatto. Il tempo stringe, i suoi giorni sono contati, ed egli vuole, affannosamente e quasi furiosamente vuole arrivare a piantar laggiù la sua croce, prima che la morte lo abbatta»
(Clemente Fusero, Daniele Comboni,).

Condizionato dalla legge della precarietà della vita, Comboni riesce a mettere piede soltanto su un lembo della sua Terra Promessa, dove fa appena in tempo a porre le fondamenta della Chiesa sudanese in Khartoum, mentre continua ad inoltrarsi nel deserto della sua anima.
Attraverso il deserto della sua anima, guidato dalla luce della fede, tiene lo sguardo del cuore fisso sull’approdo finale della sua esistenza e della rigenerazione della Nigrizia. Tal approdo è quella Terra che supera tutte le aspettative ed i sogni umani, che sarà raggiunta nell’«al di là» del tempo; è l’Eternità, la comunione, il seno della Trinità, dove Comboni entrerà con la sua Nigrizia, attraverso la Porta che è il Cuore trafitto di Gesù sulla Croce (Cf S 2702).

Per il battezzato, infatti, l’approdo finale della sua Terra Promessa non si trova in un luogo dinanzi a lui né dietro le sue spalle, ma nella comunione, nella Famiglia divina, che è comunione con Dio-Trinità.

La Nigrizia, per tanto, rigenerata dalla Carità che sgorga dal Cuore trafitto di Gesù mediante lo zelo missionario di Comboni, è chiama ad effettuare anch’essa il passaggio del deserto per passare da questo mondo visibile al mondo di Dio-Trinità (Cf 1Gv 1, 14). Perciò, divenuta “la perla bruna” che finalmente brilla nella Chiesa, non si istalla in un luogo dove possa godere dei doni ricevuti da Dio, ma diviene pellegrina in compagnia di tutti i battezzati cercando una comunione, dalla quale riceve i beni della redenzione e la sua missione nel mondo. È una comunione già in atto, anche se ancora non perfetta, che fa degli Africani, giacché sono segnati con il sigillo dello Spirito, cittadini a pieno diritto della Patria trinitaria.

Nell’ottica della fede cristiana, l’entrata nella Trinità è la meta definitiva di ogni processo di liberazione e promozione umana; è la forza che lo sostiene, perché dà al credente la spinta di camminare in mezzo all’ambiguità delle vicende storiche con passo saldo alla luce della fede verso la pienezza della visione (Cf 1Cor 13, 12; 2Cor 5, 7).
La fiducia nella fedeltà di Dio, la fede nelle sue promesse, garantiscono l’entrata nella Terra Promessa nella sua fase storica e nel suo approdo finale, che è quello “di una patria migliore, cioè, celeste” (Eb 11, 16), della Vita Eterna, “in cui saremo come Egli è” (1Gv 2, 25; 3, 2) e in cui Dio sarà tutto in tutti.

1. L’Eternità, approdo finale del passaggio del deserto

La fede nell’Eternità accompagnata dalla speranza di entrarvi (Cf Regole 1871, Cap. X) è nell’itinerario spirituale del Comboni il fondamento su cui poggia la certezza della sua vocazione e la fedeltà ad essa nella dedizione totale a Dio e alla Nigrizia contro tutte le difficoltà fino alla morte (Cf S 6886). La realizzazione della vocazione è stata per Comboni un lavorare e camminare verso l’Eternità; un lavorare e camminare nella vita come “vedendo l’Invisibile”, che gli ha dato la forza di percorrere senza soccombere l’itinerario “orribile nella sua vasta solitudine e totale squallore” del suo deserto, nel duplice versante geografico e spirituale.

Lavorare per l’eternità è per Comboni dedicarsi alla missione aperto alle necessità degli Africani nell’ottica di Dio, guardando ad un futuro con speranza di resurrezione per sé e per quelli che egli ama, perché sa che le uniche mani buone sono quelle di Dio. Perciò egli può morire, ma l’Opera che il Padre gli ha affidato non morirà e approderà nell’Eternità.

La certezza dell’arrivo a questo porto finale spinge Comboni a non aver paura dinanzi a qualunque difficoltà, alle sofferenze e alla stessa morte, cosciente che l’unico cammino che porta a Dio è il “caro prezzo” della fedeltà fino alle ultime conseguenze:
«Le grandi Opere di Dio non nascono che appiè del Calvario» (S 2335).
«La Chiesa di Cristo cominciò sulla terra, crebbe e si propagò fra le stragi e i sacrifici dei suoi figli, tra le persecuzioni e il sangue dei suoi Martiri» (S 420).

Dio solo, l’Eternità: ecco il porto finale del passaggio del deserto, la Terra Promessa nella sua pienezza, che diviene la ragione di tutte le lotte, tribolazioni e sofferenze, delle speranze e realizzazioni missionarie di Comboni. Egli è perfettamente convinto che per entrare in possesso di questa Terra, vale la pena servire il Signore della vita, fino a perdere tutto (Cf Mt 13, 4445; 16, 25).

La vita nasce e si sviluppa nell’Amore che è Dio, soltanto in Lui trova il suo vero fine e riposo. Egli è la garanzia definitiva che muove il cuore umano, assetato d’Infinito e che in Lui scopre la ragione e il senso della sua esistenza e della sua missione:
«Il missionario spoglio affatto di tutto se stesso, […], lavora unicamente per il suo Dio, per le anime più abbandonate della terra, per l’eternità» (S 2702).
«Oh! in paradiso solo vi sarà il pieno contento, e spero che vi andremo tutti» (S 6829).
«Se nel mondo non avrò consolazione, l’avrò in cielo… Se vengono meno gli uomini non verrà meno Dio… » (S 6815).

CONCLUSIONE:
triplice dimensione esistenziale dell’«esperienza di Dio»

L’excursus sulla esperienza di Dio vissuta da san Daniele Comboni, ci mette in comunione con un credente che è stato trasformato dall’incontro con Dio-Trinità. In lui la Trinità è realtà di fede vissuta che lo “consacra”: è relazione di amore con le Tre Persone Divine, che si concretizza in un impegno forte a essere servo dei popoli dell’Africa, per introdurli in questo Regno di Amore; Dio-Amore, che si manifesta in pienezza nel Cuore Trafitto del Crocifisso, abita Comboni e insieme lo rende segno e strumento di questo Regno di Dio, abilitandolo ad un preciso compito apostolico.

Comboni accoglie questa iniziativa di Dio e la traduce in disponibilità all’iniziativa di Dio Padre in spirito di totale obbedienza e generosità con la prontezza e l’umiltà del «servus inutilis», seguendo Cristo Gesù, Buon Pastore dal Cuore Trafitto. La «Missione» in Comboni sgorga da questa esperienza di Dio, che è esperienza di consacrazione a Lui, di comunione nella Chiesa e di servizio per rendere storia di salvezza la tragica storia della Nigrizia.

In quest’orizzonte, l’«esperienza di Dio» vissuta da san Daniele Comboni si delinea secondo una triplice dimensione esistenziale, che caratterizza la realizzazione di ogni autentica esperienza di Dio, che è sempre esperienza di Dio «in noi», «con noi» e «sopra di noi».

a) Esperienza di Dio «in noi»

L’esperienza di Dio «in noi» comporta la dimensione interiore, che ci apre all’esperienza di Dio nella nostra interiorità.
La vita interiore è la vita di un credente che ha trovato Dio in fondo al suo cuore e vive sempre con lui: “In fondo all’anima c’è Dio, ma è nascosto. La vita interiore è come uno schiudersi di Dio nell’anima”. (Robert de Langeac).

San Daniele Comboni sottolinea questa dimensione quando descrive il missionario come un uomo che ha «un forte sentimento di Dio» e “caldo il cuore di amore di Dio”.

b) Esperienza di Dio «con noi»

L’esperienza di Dio «con noi» comporta la dimensione orizzontale o sociale, che ci apre all’esperienza di Dio con gli altri e per gli altri.
L’incontro personale e intimo con Dio è nello stesso tempo incontro con il prossimo. La persona che vive in profonda comunione con Dio, animata da un “forte sentimento di Dio” e con un cuore caldo di amore di Dio, vive aperta agli altri, si sente spinta a creare spazi di amore verso il prossimo, a “far causa comune” con lui.
La persona unita a Dio cerca di incontrare e unirsi anche agli altri in un gesto di donazione-accoglienza, che significa la vita in comunione, in solidarietà, la vita dove si va creando un «noi» di amore, un “cenacolo di apostoli”, l’umanità nuova nata dallo Spirito, dove gli ultimi sono i preferiti.

c) Esperienza di Dio «sopra di noi»

L’esperienza di Dio «sopra di noi» indica la dimensione verticale o trascendente, che ci apre all’esperienza di Dio «sopra di noi» e per noi. È il Dio che ci crea, ci ama, ci viene incontro e ci chiama per una missione, ma ci trascende e viene da noi percepito sempre più in là, come il totalmente «Altro». In questa situazione di tensione noi rimaniamo uniti a Lui per il dono della Fede, che è per noi fortezza, audacia e speranza di un futuro di pienezza nella prospettiva di un Regno già inaugurato in Cristo, ma ancora in via di compimento, nell’Eternità.
Questa triplice dimensione dell’esperienza di Dio ci da la possibilità di stabilire degli indicatori o criteri per valutare l’autenticità e la solidità di una esperienza di Dio, a cominciare dalla nostra.

Casavatore, Quaresima 2011

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Questa voce è stata pubblicata il 09/10/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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