COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (A) Lectio

XXXII del Tempo Ordinario – Anno A
domenica «della parabola delle 10 vergini»
Matteo 25,1-13

Matteo 25,1-13; Sapienza 6,12-16; Salmo 62; I Tessalonicesi 4,13-18

«Tutta la durata del tempo è come una notte, nel corso della quale la Chiesa veglia, con gli occhi della fede rivolti alle sacre scritture come a fiaccole che risplendono nel buio, fino alla venuta del Signore. È ciò che dice l’apostolo Pietro:Fate bene a volgere l’attenzione alla parola dei profeti, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19). Oggi, venendo da voi nel nome del Signore, vi ho trovati a vegliare, celebrando in suo onore questa solenne festa. Allo stesso modo possa il Signore, quando verrà, trovare la sua chiesa vigilante nella luce dello Spirito, per risvegliarla anche nel corpo, che giacerà addormentato nella tomba». (S. Agostino)

La Venuta, benché chiaramente annunciata e attesa, tuttavia sarà sempre inaspettata e improvvisa per tutti e per ciascuno, poiché non si conosce il suo momento. Perciò occorre vegliare e lavorare con lena instancabile, come se la Venuta avvenisse “adesso”, e insieme come se «non avvenisse mai».

I testi che incontreremo in queste ultime 3 Domeniche dell’anno sono tre parabole escatologiche, quella delle 10 vergini, quella dei talenti, quella del Figlio dell’uomo che torna alla fine nella sua Gloria. Sentendo parlare di dieci damigelle d’onore che vanno a una cerimonia di nozze, potremmo aspettarci un’atmosfera di festa, allegra e gioiosa. Ma non è questo lo stile di Matteo. Non troveremo nella parabola danze e canzoni, ma un cerimoniale compassato e una serie di anomalie che rivelano l’intenzione dell’evangelista di impartire un insegnamento sull’ultima venuta del Cristo e sul giudizio. Il regno non è un porto di mare. Per accedere ad esso ci vuole una giustizia che superi quella degli scribi e dei farisei e bisogna essere pronti ad accogliere in qualsiasi momento la sua venuta. Queste due tematiche ritornano con insistenza nei corso del primo evangelo. Le dieci ragazze si addormentano tutte, senza eccezioni: non è questo il dramma, perché la parusia coglierà tutti di sorpresa. L’errore consiste piuttosto nel non aver preparato il necessario per la festa. Ben rifornita di olio, la lampada delle ragazze sagge risplenderà nella notte, permettendo l’incontro faccia a faccia con lo sposo. Le stolte invece, prese alla sprovvista come la cicala della favola, si daranno da fare troppo tardi, e si vedranno chiudere la porta in faccia. Lo sposo arriva nel cuore della notte, secondo una convinzione molto antica nel giudaismo e nella chiesa. In quella notte della pasqua eterna, i credenti troveranno la pienezza del loro essere battesimale: incontrando il Cristo, passeranno dal sonno al risveglio, dalle tenebre alla luce.

In questa storia di nozze è strano che non si parli della sposa. In passato il testo evangelico la menzionava, sulla base di certi manoscritti. Ma è meglio non parlarne troppo in fretta. Perché questa sposa, che è la Chiesa, è anche ciascuno di noi, se si prepara attivamente, nella fede, alla venuta del Signore, «lo dormo, ma il mio cuore veglia» (Ct 5,2). È così il nostro cuore?

Siamo entrati così nelle realtà ultime dell’esistenza del mondo e degli uomini, della storia che corre alla sua definizione e al suo coronamento, della vita che è un essere ed agire davanti al Signore e davanti ai fratelli e che dunque esige alla fine un rendiconto. È per noi la chiamata all’esame finale, il quale, curiosamente, non si fa «alla fine», lì avverrà solo la sua pubblica dichiarazione, la notificazione. Si fa giorno per giorno, durante la nostra esistenza. Infatti ricevemmo fin dall’inizio l’olio per le nostre lampade, i talenti da commerciare, la «sapienza» dello Spirito Santo, il prossimo da curare. Già adesso dobbiamo essere pronti, giudicando il nostro comportamento con rigore e convertendoci, se non vogliamo essere giudicati senza appello alla fine.

Nello schema di Matteo il nostro brano occupa un posto importante nell’ultima fase del ministero messianico del Signore, in forma pubblica, a Gerusalemme (21,1-25,46). Siamo nel 6° grande discorso, detto «discorso escatologico» (24,1-25,46), nella parte II (24,37-25,46), formata da un preambolo sulla vigilanza (24,37-41) e da 3 parabole. Per intero possiamo dire che il 6° discorso appare come un dittico, le realtà della fine (24,4-36), una cerniera sulla vigilanza (24,37-51), e le parabole escatologiche (25,1-46).

Il testo matteano non ha veri paralleli sinottici, salvo una sintesi con personaggi diversi, ma orientata nel medesimo significato (cfr. Lc 12,35-40). Letterariamente la parabola è legata alla precedente (parabola del maggiordomo 24,45-51) mediante il motivo del ritardo dello sposo (v. 5 cfr. 24,48) e del sopraggiungere inatteso. Analogo, inoltre, è l’insegnamento fondamentale: la sorte dei saggi e dei servi fedeli è premiata; mentre è la condanna per i malvagi e gli stolti.

Esaminiamo il brano

v. 1 – La parabola è «del Regno», nel senso che nel Regno, alla fine, avviene come quando ad esempio 10 vergini, etc. Il Regno dei cieli non è quindi paragonato a dieci vergini, ma alla celebrazione solenne di un banchetto nuziale.

«dieci»: il numero 10 è una quantità che vuole indicare la totalità; il 10 infatti è multiplo di 5, numero che indica pienezza (5 x 2 = 10; 5 x 10 = 50, la pienezza delle pienezze, la Pentecoste). Le «vergini» sono le anime cristiane che, fidanzate a Cristo loro «unico sposo» (cfr. 2 Co 11,2), sono in attesa di essere presentate a Lui per le nozze celesti. Dunque tutte le vergini sono convocate, come in Lc 19,13 dove il Padrone convoca i suoi 10 servi, ossia tutti e consegna ad essi 1 mina. Come sempre, i talenti, le mine, la grazia stanno all’inizio, debbono essere usati bene, alla fine arriva impietoso il rendiconto.

La vita cristiana è, secondo la parabola, un cammino la cui meta è un festino nuziale; un cammino però fra le tenebre che solo la fioca luce di una «lampada», simbolo della fede vigilante (cfr. Lc 12,35), può rischiarare.

«sposo»: alcuni codice aggiungono «e la sposa». Non abbiamo informazioni dettagliate sulla prassi degli sposalizi nel giudaismo del N.T. C’era senza dubbio una processione solenne dalla casa della sposa a quella dello sposo; il gesto dello sposo di portare la sposa dalla casa di suo padre alla sua costituiva l’atto simbolico del matrimonio. Le dieci vergini, o meglio, le dieci damigelle – la parabola non intende dare una lezione sulla verginità –dovevano attendere nella casa della sposa o nelle sue vicinanze. La metafora nuziale per esprimere il rapporto di amore e di fedeltà intercorrente fra Dio e la nazione eletta nell’AT e tra Cristo e i battezzati nel NT è una delle note più efficaci della tradizione biblica (cfr. tutto il Cantico dei Cantici; Ger 2,2; Is 40,10; Ez 16,8; Os 1,2; Mc 2,19 e Lc 5,34; Gv 3,29; 2 Co 11,2; Ef 5,25).

vv. 2-4 – Questo corteo di vergini è subito fotografato e classificato: 5 stolte, folli, non sanno vivere; 5 invece sapienti, assennate (alla lettera), sanno vivere. Tutte però convivono insieme, ancora non sono divise, quasi come la zizania e il grano buono.

«olio nei vasi»: nella narrazione ha una funzione rilevante; è il metro che separa il corteo delle vergini. Nella Bibbia l’olio è spesso segno di ospitalità e di intimità, come si dice nel Sal 23 riguardo all’olio profumato versato sul capo dell’ospite: «Tu cospargi di olio il mio capo» (v. 5). L’olio era anche segno di prosperità e soprattutto un simbolo messianico perché usato nelle consacrazioni regali (Sal 45,8) e sacerdotali (Sal 133), infatti la parola ebraica “Messia” e la sua traduzione greca “Cristo” significano “Unto” con l’olio santo. Nella tradizione giudaica l’olio era il simbolo delle opere giuste che aprono le porte del regno di Dio. Qui sta a simboleggiare la perseveranza, poiché con esso le lampade potranno rimanere accese durante la lunga veglia fino all’arrivo dello sposo. Non basta essere invitati al banchetto del regno, bisogna essere sapienti nelle opere, attingendo all’olio dell’impegno fedele e generoso.

v. 5 – «ritardo»: avviene l’incidente di percorso: lo sposo tarda; il motivo è taciuto, ma si può scoprire. Non è il classico ritardo della mattina fatale in chiesa; ma nella considerazione delle vergini, che si attendevano un evento frettoloso. Non conoscono l’«ora» della venuta, hanno solo la certezza della Venuta; sanno chi è lo sposo, una persona seria.

«dormono»: accade che tutte e 10 «si assopirono», vivono la loro vita in uno stato ancora incerto, nelle loro occupazioni normali, ed infine «dormono», kathéudô, usato qui in senso metaforico ma scoperto, ossia muoiono, come in 9,24 (cfr. Mc 5,39; Lc 8,52; Gv 11,11, di Lazzaro!; 1 Tess 5,10 e 4,13-18 la II lett.), nel senso della morte che non dura per sempre, ma da cui si è «risvegliati» come da un pacifico sonno.

v. 6 – «si levò un grido»: ecco il momento; la notte giunta alla sua metà, apre già sul giorno, il ritardo non c’è più. Solo il servo cattivo pensa al ritardo (24,48), ma il Signore viene inesorabilmente per concludere i conti finali (25,19). I suoi ufficiali, «voce di arcangelo» scriverà Paolo (cfr. II lett. v. 16), gridano: «Ecco lo sposo!», «Ecco l’Uomo!» (Gv 19,5), «Ecco il vostro Re!» (Gv 19,14). Occorre accogliere lo Sposo e bisogna farlo con la luce, con la gioia, con i segni cioè dell’amore per Lui, e di gloria per noi.

v. 7 – «si destarono»: furono resuscitate: egéirô, nel senso reale del verbo, usato per la Resurrezione di Cristo! Furono resuscitate tutte le vergini, e prepararono le loro lampade, quelle avute per tempo. La resurrezione provoca la separazione delle vergini sapienti dalle stolte e perdute, come il pastore separa le pecore dai capri (v. 32).

vv. 8-9 – «No!»: quelle che prima non pensarono chiedono alle sapienti: «Dateci del vostro olio» le nostre lampade stanno spegnendosi. La risposta delle sapienti è sconcertante, sembra contro ogni carità, in contrasto con la legge fondamentale del vangelo che è l’amore. In realtà la risposta è ineccepibile! Ogni prestito del «personale» ad un’altra «persona» è impossibile. Nel testo è insistito molto sulla proprietà individuale di ciascuna (pronome heutái, «esse stesse»); non è detto mai nella indifferenziazione (autái, «esse»). Dare l’olio all’ultimo non serve, poiché a ciascuno fu dato dall’inizio; non si va alle nozze con mezza porzione di santità, né per rinuncia, né per acquisizione della metà quando è troppo tardi.

vv. 10-11 – Le vergini stolte vanno alla ricerca di un acquisto fuori tempo massimo, mentre le sagge entrano con lo Sposo.

«la porta fu chiusa»: come allora il Signore stesso chiuse la porta dell’arca dove Noè aveva trovato alloggio (Gen 7,16b). Fu chiusa indica un tempo preciso, puntuale, irreversibile, «per l’eternità». Del resto chiudere e sbarrare la porta non era per quei tempi un compito semplice e non veniva aperta di nuovo se non in caso di vera emergenza. Chi rimaneva fuori era a conoscenza del rischio di non poter più entrare.

«Signore! Signore! Apri a noi»: Già nel 1° grande discorso, il «discorso della montagna», Gesù affermò che avrebbe dato la stessa risposta a coloro che, pur chiamandolo «Signore, Signore», non hanno fatto la volontà del Padre celeste: «Andate via da me, operatori d’iniquità!». Lo Sposo dà la sentenza definitiva: «Io, l’Amen- fedele, parlo a voi: Io non vi conosco!».

v. 13 – La conclusione rilancia l’avvertenza che punteggia tutto il discorso escatologico: «Vigilate, perché non conoscete né il giorno né l’ora». Adesso chi può dire: Non lo sapevo?

Estratto da http://www.abbaziadipulsano.org/
Abbazia Santa Maria di Pulsano
Novembre 2017

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Questa voce è stata pubblicata il 04/11/2020 da in Anno A, ITALIANO, Tempo Ordinario (A).

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
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Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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