COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Sorur, da schiavo a missionario. Incontrando Comboni

“Da schiavo a missionario.
Tra Africa ed Europa,
vita e scritti di Daniele Sorur Pharim Den (1860-1900)”.

Primo prete d’origine sud-sudanese, la sua è la voce critica di un africano del XIX secolo che arriva a delineare una visione originale di chiesa autoctona e di riscatto per il proprio continente. Ma chi era Sorur, e perché è così importante riscoprirne la figura ed il pensiero?

Vedi apprezzamento del Consiglio Generale de Missionari Comboniani

Da schiavo a missionario. Tra Africa ed Europa, vita e scritti di Daniele Sorur Pharim Den (1860-1900)
La vita e il pensiero di Daniele Sorur sono raccontati in maniera eccellente in questo volume del Dr. Giacomo Ghedini:,  esperto in storia della schiavitù e della Chiesa, con focus sulle missioni in Africa.  “Da schiavo a missionario tra Africa ed Europa, vita e scritti di Daniele Sorur Pharim Den (1860-1900)”. 

Presentazione di Gianpaolo Romanato

Questo studio di Giacomo Ghedini recupera una figura di africano e di sacerdote — Daniele Sorur — che merita la nostra attenzione. Era un dinka dell’attuale Sudan del Sud che ignorava come si chiamasse esattamente, dove fosse nato e quando, anche se probabilmente attorno al 1860. Sapeva solo di essere stato strappato alla famiglia con la violenza, cosa allora molto frequente fra le popolazioni che vivevano lungo il Nilo, e reso schiavo di un arabo musulmano che gli aveva dato il nome di Sorur e l’aveva portato verso nord, a El Obeid, nel Kordofan sudanese. Era un adolescente quando riuscì a fuggire e si rifugiò nella missione cattolica fondata da Daniele Comboni. I nomi con cui volle essere identificato dopo il battesimo e la cristianizzazione ricordavano le esperienze fondamentali della sua vita: Daniele era stata la sua salvezza, Sorur la sua condanna.

Comboni lo accolse, lo rieducò, ne intuì l’intelligenza e se lo portò in Italia, facendolo studiare a Roma, nelle migliori strutture cattoliche, e in Libano, dove perfezionò l’arabo. L’ex schiavo divenuto sacerdote imparò a parlare e a scrivere in molte lingue, si impadronì della classica cultura cristiana, girò tutta l’Europa e morì nel 1900, probabilmente di tubercolosi. Aveva circa quarant’anni. I suoi scritti, sepolti negli archivi, furono presto dimenticati. Questo libro di Ghedini, largamente fondato su documenti inediti, è dunque il primo lavoro completo su quest’uomo, fatta eccezione per un precedente intervento di Fulvio De Giorgi. Scopriamo così uno dei primissimi preti africani apparsi in Europa, che strabiliava il pubblico del tempo per la perizia con cui passava da una lingua all’altra, ma spaventava le pie donne, stupefatte e incredule davanti a un nero che celebrava la messa e distribuiva la comunione.

Daniele Sorur visse negli anni in cui esplodeva il colonialismo europeo e l’Africa cadeva preda delle grandi potenze. Dietro lo scramble for Africa, come si disse allora, c’era il profondo senso di superiorità dell’Europa. Un senso di superiorità che sconfinò spesso nel razzismo e che contagiò anche molti ambienti missionari. Quando studiai la figura di Daniele Comboni, ricordo che rimasi impressionato dai giudizi sprezzanti, oggi inimmaginabili, formulati sugli africani da molti suoi missionari. Comboni invece guardò all’Africa con il massimo rispetto, intuendo che in quel continente vergine e ancora semiselvaggio poteva esserci il futuro del cristianesimo. Ebbene, Daniele Sorur, lo schiavo divenuto sacerdote, predicatore e scrittore, fu il prodotto forse più compiuto e anticipatore del suo lavoro. Le riflessioni di questo prete dinka sulla condizione dell’uomo africano, del negro, come si diceva allora con disprezzo, le sue meditate demolizioni delle idee razziste in quegli anni tanto in voga, sostenute da una lucida intuizione della relatività delle culture, la sua capacità di ragionare da pari a pari con l’intellettualità europea, la sua appassionata difesa dell’uguaglianza degli esseri umani, dovunque si trovino, ne fanno un unicum che era tempo di riscoprire. Ugualmente, ci stupiscono per la loro valenza anticipatrice le sue riflessioni, caute ma inequivocabili, sulla questione del celibato del clero, che in Africa si scontra con abitudini di vita e valori completamente diversi.

La capacità di ragionare di questo “figlio del deserto”, per usare la sua autodefinizione, ponendosi a cavallo di due culture, di due mondi, rispettoso di entrambe ma non appiattito su nessuna delle due, è tanto più notevole se pensiamo che si muoveva — e con devota venerazione — all’interno di un cattolicesimo attardato in una sterile battaglia contro la modernità liberale, che si accodò con molto ritardo alle campagne antischiaviste ottocentesche, come si spiega nella prima parte del libro. Una figura originale e interessante, insomma, Daniele Sorur. Un precursore che meritava di essere dissepolto dagli archivi e tratto dall’oblio.

Gianpaolo Romanato

Fuggito a 13 anni, il sudanese incontrò il vescovo italiano Daniele Comboni. Nei suoi scritti la coscienza della dignità nera e dei disastri della civilizzazione europea

Roberto I. Zanini 
Avvenire, sabato 22 agosto 2020
http://www.avvenire.it

«Sapevo che se mi fossi rifugiato presso i missionari sarei stato al sicuro… Ma la prima cosa che gli arabi hanno cura di dire ai loro schiavi è che i cristiani mangiano carne umana e io ero realmente persuaso di queste dicerie…». Lo scrive Daniele Sorur Pharim Den nelle sue Memorie raccontando del difficile momento in cui, schiavo fuggito dal suo padrone, si trova a dover scegliere se rifugiarsi nella foresta e rischiare di essere mangiato dalle belve o recarsi alla casa dei missionari bianchi e finire mangiato da questi.

Siamo nel 1873 a El Obeid, in Sudan, e la casa dei missionari è quella fondata l’anno prima da Daniele Comboni. Il fuggiasco ha più o meno 13 anni, è un “dinka” rapito nel Sud Sudan un paio di anni prima da razziatori arabi che, forse per sfregio, lo hanno chiamato “Sorur” (gioioso). Quando finalmente riesce a fuggire resta nascosto e per lungo tempo assillato dal terribile dilemma (le belve, i missionari, lo scudiscio del padrone) finché «una voce insistente e misteriosa» lo consiglia: «Volgi i passi alla missione e non temere». Così, appena fa buio esce dal suo nascondiglio e si reca alla casa dei bianchi.

Il suo primo incontro è proprio col vescovo Comboni e il dialogo che ne emerge, in piena notte, alla luce di un lume, oltre che profetico, è godibilissimo: «“Di chi sei schiavo?”. “D’un cammelliere” risposi. “Dov’è la casa del tuo padrone?”. “Molto lontano da qui”. “E chi ti manda?”. “Allah, Iddio, mi manda presso di te”».

Comincia in questo modo la nuova vita del sudanese, naturalizzato italiano, Daniele (come Comboni) Sorur. Una storia in cui, chi conosce le vicende di santa Giuseppina Bakhita (di otto o nove anni più giovane), troverà molte assonanze: il rapimento, i predoni e i mercanti arabi, l’imposizione di un nome paradossalmente bene augurante (Bakhita vuol dire “fortunata”), la città di El Obeid, la schiavitù e le sue indelebili cicatrici, la fuga, l’incontro con un italiano, l’arrivo in Italia (Sorur nel 1876, Bakhita nel 1881), il passaggio nella città di Suakim sul Mar Rosso, l’avvio alla vita religiosa.

Molto diverso, invece, è il modo in cui da africani neri si relazionano con l’Occidente bianco. Bakhita resta per sempre in Italia, non impara mai a scrivere e fa dell’umiltà assoluta, del gioioso servizio al prossimo, della mistica e del perdono la sua personale strada per l’integrazione e il dialogo.

Sorur, invece, avviato al sacerdozio, punta molto sugli studi, prima al Collegio Urbano di Roma e poi alla Saint Joseph di Beirut; impara numerose lingue europee e l’arabo, oltre al latino e a un paio di idiomi africani; torna da missionario in Africa, dove muore di tubercolosi nella colonia antischiavista di Gesira ad appena 40 anni.

Un comboniano colto e un buon oratore. Animato dal desiderio di diffondere la verità di Cristo in Africa attraverso gli africani, scrive libri nella convinzione, in piena epoca coloniale, di dover far conoscere agli europei la reale condizione «della razza nera» e il suo «valore» originale e paritario.

«La civilizzazione e la cristianizzazione dell’Africa: ecco il grande problema di oggi. In qualità di figlio del deserto, ora missionario, ho giudicato mio stretto dovere esprimere pubblicamente il mio parere per allontanare le stravaganti opinione che si hanno della razza nera…». Parole redatte alla fine del XIX secolo ma che nel XXI conservano appieno la loro forza profetica. Sono tratte da uno dei tanti scritti inediti o misconosciuti che un libro di Giacomo Ghedini ha il merito di farci conoscere insieme alla straordinaria figura del loro autore. Il volume pubblicato da Studium (pagine 349, euro 26), frutto di un’intensa tesi di dottorato in Storia della Chiesa, si intitola Da schiavo a missionario. Tra Africa ed Europa, vita e scritti di Daniele Sorur Pharim Den (1860-1900).

Sono tanti gli aspetti focali di questa figura e tante le riflessioni che se ne possono trarre, a cominciare dalla precocità in senso storico con la quale da africano giunge alla convinzione di dover ingaggiare una battaglia culturale per dare la giusta visibilità alle ragioni del suo popolo, smontando uno per uno tutti i pregiudizi razziali. La stessa convinzione di dover lavorare per aprire una strada autenticamente e autonomamente africana al cristianesimo è di stringente attualità.

Siamo di fronte a un uomo davvero capace di farsi ponte, con lucidità, fra orizzonti culturali distanti (Africa ed Europa, conflittualità tribali, etniche e religiose) alle soglie di un secolo che li vedrà invece divergere sanguinosamente. «Tutto il male che corrode oggi la povera Nigrizia proviene da doppio fronte: dalle discordie che regnano fra tribù e tribù e dalla schiavitù. Il primo non potrà essere superato se non quando sarà tolto il secondo. La schiavitù è l’ultimo e il più grave ostacolo alla civilizzazione della razza nera», scrive Sorur nel 1889 in Che cosa sono i negri. E noi oggi ben sappiamo quante sono le schiavitù (fisiche, morali, religiose, politiche, economiche) che sottomettono e soffocano i popoli africani.

Quando parla di civilizzazione, padre Daniele Sorur fa aperto riferimento a una civilizzazione cristiana nel senso autentico della verità di Cristo che libera da tutte le schiavitù e ci fa fratelli nella sua e comune umanità. E se un parallelo si può fare con Bakhita, nella comunanza di sentimento europeo e africano, è proprio in questo sguardo fiducioso verso gli uomini; in questa apertura senza infingimenti al dialogo e alla relazione, che se per la santa canossiana nascono dal totale affidamento alla Misericordia divina, per il missionario comboniano, sembrano piuttosto sorgere dal pieno discernimento della cultura di verità che è nel Vangelo, fonte dalla quale si può attingere per la crescita umana e spirituale di tutti i popoli.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 07/11/2020 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag .

  • 535.574 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Unisciti ad altri 928 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: