COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

APOCALISSE – cap. 1 – Stancari (1)

L’APOCALISSE:
IL MISTERO PASQUALE LUCE DELLA STORIA
Un messaggio di consolazione scritto per noi
Capitolo 1

Pino Stancari sj

Intraprendiamo la lettura di un libro che normalmente suscita qualche incertezza, anche se esercita sempre su di noi un singolare fascino. Si tratta dell’Apocalisse di Giovanni.

Affrontiamo direttamente la lettura del testo, senza che io stia a disperdermi in eccessive considerazioni introduttive. Mi sembra più importante che mai prendere immediato contatto con la pagina viva di questo scritto così sconcertante. E se già altre volte certamente questo è avvenuto, se abbiamo dato uno sguardo alle pagine dell’Apocalisse, subito ci intendiamo: effettivamente è una lettura che ci lascia qua e là disorientati e in qualche caso addirittura preoccupati perché ci sembra che il testo sfugga alle nostre possibilità di interpretazione, fino a sentirci messi alle strette e a dichiarare la nostra impossibilità a procedere.

In realtà non è così. Il libro non è un testo enigmatico, posto qui a conclusione del Canone neo testamentario tanto per suscitare imbarazzo nei lettori. Nient’affatto. Bisogna, certamente, che noi ci aiutiamo per districarci nel discernimento di questo particolare linguaggio ma, con qualche accorgimento, constateremo che non si tratta di un’impresa superlativa al di fuori delle nostre possibilità. Tutt’altro: il nostro testo è stato scritto proprio per venire incontro alle necessità del popolo cristiano, di coloro che sono alle prese con le esperienze della vita che si svolge nel contesto della grande storia umana e che poi, localmente, assume caratteristiche e urgenze specifiche. Più in particolare, il libro considera la situazione di necessità in cui versa il popolo dei credenti, così per come sono andate le cose nel corso della storia della salvezza fino all’evento decisivo, la Pasqua del Signore Gesù che è morto ed è risorto, e che ha affidato ai suoi discepoli una missione che si sta sviluppando di generazione in generazione. Così all’inizio, così ancora fino a noi, oggi.

Il libro che leggeremo è dedicato a noi; è proprio rivolto a noi; è proprio messaggio con il quale Giovanni, che si presenta in prima persona fin dall’inizio del testo, vuole sostenere, incoraggiare, consolare coloro che – come capita al popolo dei credenti, come capita anche a noi, ma come capita a tutti coloro che sono coinvolti, di luogo in luogo e di tempo in tempo, nella grande avventura della storia umana – sono messi alle strette; coloro che sono in difficoltà.

Abbiamo a che fare con un messaggio di consolazione. Questa premessa può apparirci un po’ paradossale, perchè il termine “Apocalisse” evoca, il più delle volte, la catastrofe. In realtà l’Apocalisse è un messaggio di consolazione ed è rivolto – ripeto – a gente che è alle prese con le difficoltà della vita, con le strette della storia umana, con le avventure calamitose con cui deve frequentemente confrontarsi.

Tutto questo non perché il messaggio proclami, annunci – o, in qualche misura, addirittura auguri al modo di un’invettiva grandiosa – tutte quelle situazioni di malessere che qua e là segnano dolorosamente la storia degli uomini, a tutti i livelli, in tutti i luoghi, con diverse caratteristiche (la casistica diventerebbe interminabile); in particolare quelle situazioni di malessere che riguardano il popolo dei credenti che è contestato, che è sottoposto a conflitti, che è coinvolto in un discernimento che mette costantemente alla prova l’autenticità della fede.

Il messaggio apocalittico – come possiamo senz’altro definirlo fin dall’inizio – non si rivolge agli uomini di ieri, di oggi, di domani, al popolo di Dio fino a noi, alla nostra generazione, per annunciare la catastrofe, bensì la consolazione per coloro che nella catastrofe ci si trovano già. Perchè, vedete, il dato di fatto è che si fa fatica a vivere. Questa non è la segnalazione di un pericolo incombente; non è l’espressione di sentimenti cupi, tetri, angoscianti di qualche spettro che vuole imporci la sua visione negativa del mondo.

Siamo nella storia così come essa si svolge, così come ci stringe, così come ci trascina lungo percorsi che sono segnati da innumerevoli sofferenze e, più esattamente, quella tribolazione che affligge il popolo dei credenti. Si tratta della grande storia umana, considerata nelle sue componenti più vistose, di quella scenografia appariscente che possiamo contemplare, per quel che riusciamo, affacciandoci sulla scena del mondo: il movimento dei popoli; l’avvicendarsi, nei cicli della civiltà, di sintesi di potere che si scardinano l’una con l’altra, che si sovrappongono; i grandi imperi che si combattono tra di loro e poi si elidono vicendevolmente, si ripetono, si ricopiano. Ma si tratta anche della storia vissuta nell’intimo dell’animo di ogni uomo, del riscontro che la vicenda dell’umanità trova nel segreto del cuore che si apre in rapporto alla drammaticità della vita di ogni singola persona.

L’Apocalisse messaggio di consolazione. Fin dall’inizio, il nostro libro si presenta a noi esattamente in questi termini.

Il futuro, la fine, illumina il presente

Rivelazione, Apokalypsis: “Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per rendere noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni”. Giovanni è incaricato di svolgere un servizio profetico: accogliere e trasmettere questo messaggio che riguarda Gesù Cristo. Anzi il messaggio coincide con la realtà di Gesù Cristo, il Figlio che è morto, risorto, asceso al cielo, che è vittorioso. Notate che Gesù è oggetto e, al tempo stesso, soggetto della rivelazione: Lui è il contenuto del messaggio ed è Lui stesso il soggetto della rivelazione, l’autore di questa novità che oramai è operante nella storia umana e diviene energia che evangelizza, che illumina la scena, che spiega ad ogni povero cuore umano quale pienezza d’amore è rivelata come definitiva testimonianza della vittoria di Dio.

L’espressione “le cose che devono presto accadere” è tipica del linguaggio apocalittico. C’è una letteratura apocalittica, una teologia apocalittica, un linguaggio apocalittico. Si potrebbe risalire lungo i secoli, scandagliare in tanti testi che sono presenti nell’antica tradizione letteraria, teologica e spirituale del popolo di Israele; problemi sui quali gli studiosi hanno discusso e continuano a discutere, senza mai giungere ad una soluzione univoca, definitiva, accettata da tutti. Questioni rispetto alle quali noi adesso non dico che prendiamo le distanze, perché è impossibile, ma soprassediamo nel senso che ci preme proseguire nella lettura del testo, entrando vitalmente nella corrente che il messaggio che è stato scritto per noi ci offre come occasione di coinvolgimento: noi siamo in ascolto e siamo, allo stesso tempo, presi; siamo destinatari di un messaggio e coinvolti in una corrente viva che porta in sé la fecondità di una testimonianza diretta. E questa testimonianza passa attraverso Giovanni, si radica essa stessa nell’evento decisivo di cui è stato protagonista Gesù, proprio Lui.

Dicevo che l’espressione “le cose che devono presto accadere” è tipica di questo certo linguaggio per indicare non esattamente quello che deve succedere nel futuro prossimo o remoto; non ci invita a decifrare il senso degli eventi, ad anticipare le scadenze, ad attrezzarci per essere pronti a scorgere, ad ogni angolo di strada, quale sarà prevedibilmente la tappa successiva, e così via, “in vista”… di una fine.

Questa espressione – lo dico subito e poi, a questo riguardo, non avremo altro che da ricavare conferme – indica un modo di guardare la storia dell’umanità, in grande, in piccolo; la storia del genere umano, di tutti e di ciascuno; la storia dell’umanità all’interno della quale il popolo dei credenti sta svolgendo la missione particolare che gli è stata affidata. Uno sguardo che non cerca di scrutare l’avvenire in vista della fine, ma nella prospettiva esattamente capovolta: a partire dalla fine, noi siamo in grado di contemplare quello che sta succedendo nella storia. E la fine non è uno sbocco terminale che rimane ancora nascosto da una nuvola, più o meno grigia, ma è già la realtà acquisita, è già la pienezza manifestata. Per questo: Apocalisse, rivelazione, manifestazione. La fine è già la dimostrazione piena della vittoria di Dio. A Lui appartengono il regno, la potenza, la gloria: è un’espressione tipicamente apocalittica che noi, del resto, siamo abituati a ripetere nella celebrazione della Messa. “A te appartengono il regno, la potenza, la gloria”, la fine è tua. La fine, quindi, non è uno spauracchio che sta dinanzi a noi dal quale è bene star più lontani possibile; non si tratta di evitare passi falsi, per non scivolare con il piede e arrivare troppo presto alla fine incombente che ci risucchia.

Proprio l’opposto: la fine già realizzata costituisce il motivo della nostra consolazione; è già la dimostrazione che Dio ha vinto e che la storia umana appartiene a Lui; che niente e nessuno sfugge al suo potere e alla sua gloria.

Questo è il motivo per cui abbiamo a che fare con un messaggio di consolazione.

Non un messaggio che ci viene rivolto per spaventarci: “stai attento perché se no viene la fine; chissà che cosa ti capita”. Ma è esattamente l’opposto: “siccome è venuta la fine, rallegrati”.

Dobbiamo intendere questo punto, altrimenti ci smarriamo: poiché la fine appartiene a Dio, la sua vittoria oramai è il criterio decisivo per interpretare quello che sta succedendo nella storia umana, che è successo, che succederà. E’ il modo di guardare la storia umana a partire dalla fine, come se potessimo – e di fatto proprio questo il messaggio apocalittico vuole rendere possibile a noi – volgerci indietro, affacciandoci da quel balcone che l’essere oramai insediati nella fine mette a nostra disposizione. Siccome siamo già nella fine, e la fine è rivelazione della gloria vittoriosa del Dio vivente, ecco: noi adesso osserviamo che cosa succede nella storia degli uomini.

La missione di Giovanni

Il versetto 2 prosegue: Giovanni “attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto”. Giovanni è coinvolto in questa missione particolare a lui affidata, in quanto ha visto; c’è una sua particolare esperienza che diventa testimonianza per altri e quindi per noi; la visione di Giovanni è impregnata di quella parola di Dio che egli ha ascoltato ed è fusa con la “martyria”: la testimonianza di Gesù Cristo, tutta la storia della salvezza che è raccolta per noi nei libri della Sacra Scrittura, la parola di Dio, fino all’evento decisivo che è l’opera redentiva di Gesù morto e risorto.

Giovanni non ha da raccontare a noi sue particolari esperienze di veggente, come se gli fosse capitata qualche stranezza curiosa, forse commovente, comunque provocatoria e così via. Giovanni ha da raccontare a noi come la sua realtà di persona umana, la sua realtà di cristiano sia stata risucchiata, presa, coinvolta pienamente nella storia della salvezza che è giunta oramai al suo compimento finale. L’opera redentiva: l’evento pasquale, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo.

Abbiamo a che fare con la missione affidata a un cristiano perché metta a disposizione la sua esperienza di fede ad altri cristiani che hanno bisogno di incoraggiamento, di sostegno, di consolazione. E lo stesso Giovanni, a riguardo di tutte queste cose, è particolarmente sensibile; si rende ben conto di come le avventure di coloro che sono chiamati alla vita cristiana possano assumere aspetti drammatici, qualche volta proprio sconvolgenti; contraddizioni terribili. Ebbene: versetto 3: “beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino”.

Giovanni si rivolge a noi in quanto è profeta, in quanto l’ascolto della Parola e la sua immersione nel Mistero Pasquale del Figlio di Dio che è morto ed è risorto, tutto quello che in lui è venuto maturando attraverso l’esperienza della vita cristiana, diventa messaggio rivolto a noi per la gioia sua e nostra di condividere la medesima consolazione.

Un’assemblea liturgica che ci coinvolge

E adesso, vedete, che non soltanto noi siamo alle prese con una testimonianza profetica che ci riguarda in quanto anche noi siamo in difficoltà nell’esperienza della nostra vita cristiana: se siamo qui stasera, se apriamo questo libro e se siamo all’ascolto di questo messaggio è perché la nostra ricerca nella prospettiva della vita cristiana a cui siamo stati chiamati vuole o vorrebbe essere sincera, radicale, autentica fino in fondo. Ma qui c’è qualcosa di più: (vv. 4-8) ci troviamo coinvolti in un contesto che ha tutte le caratteristiche di un’assemblea liturgica. Ci troviamo a partecipare, direi come per incanto, in una celebrazione liturgica.

Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace”. Il messaggio profetico rivolto alla Chiesa assume la forma esteriore di uno scritto epistolare. Giovanni scrive alle sette Chiese, che verranno poi nominate una per una. Sono “quelle” Chiese, in “quella” regione dell’Oriente; ma sono sette Chiese nel senso che sono “tutte” le Chiese; la Chiesa di ieri, di oggi, di sempre. Giovanni scrive alla Chiesa, scrive ai cristiani nelle chiese, scrive al popolo cristiano dovunque è disperso, dovunque è impegnato nella missione per cui il Signore ha affidato l’Evangelo ai suoi discepoli.

Nel versetto 4 viene usata una formula che ci consente di ascoltare il saluto con cui il presidente dell’assemblea si rivolge a coloro che sono stati convocati: “da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”. E’ una formula liturgica con schema ternario: “Colui che è, che era, che viene”, è il Dio vivente, il Santo, il Padre; “i sette spiriti che stanno davanti al suo trono” (un’immagine che rinvia al candelabro a sette braccia, lo Spirito di Dio) è lo Spirito Santo; “Gesù Cristo, il testimone fedele” è il Figlio. Anche noi siamo abituati, all’inizio di ogni celebrazione liturgica, a ricevere un saluto che è rivolto a noi ricorrendo a una formula trinitaria. Notate che il primo elemento della terna è, esso stesso, ternario: “che è, che era, che viene”, come pure il terzo elemento, Gesù Cristo: “il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”. Queste tre espressioni ricalcano tutto l’itinerario della incarnazione e dell’opera redentiva svolta dal Figlio: “testimone fedele”, perché ha portato a compimento la missione che gli era stata affidata nella storia degli uomini, condividendo la carne umana; “il primogenito dei morti”, perché ha vinto la morte ed è ormai risorto e vivente; “il principe dei re della terra”, perché viene come Signore dell’universo per instaurare il Regno glorioso. Colui che è venuto nella carne, Colui che è disceso ed è risalito vincendo la morte, Colui che, risorto e glorioso, viene incontro a noi come Signore della storia umana. E’ il Figlio.

Il presidente dell’assemblea saluta. Giovanni si inserisce nel contesto di una Chiesa che vive, che celebra, che si raccoglie attorno al Mistero oramai rivelato, all’opera di Dio oramai realizzata attraverso l’evento pasquale: il Figlio che è morto e risorto con l’effusione dello Spirito Santo. Così già siamo coinvolti in quella pienezza finale che ci consente di essere presenti nella storia, nel tempo e dentro tutte le fatiche, le miserie e le angosce della vicenda umana.

A Lui la gloria e la potenza nei secoli

A questo saluto risponde l’assemblea: “A Colui che ci ama…” (anche qui troviamo una formula ternaria). L’assemblea aderisce all’invito, presente nel saluto che ha appena ricevuto, offrendo la propria piena disponibilità al servizio di “Colui che ci ama”. Abbiamo a che fare con il Figlio, di cui leggevamo immediatamente prima: “Colui che ci ama” è il primo elemento della terna; “ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, secondo elemento; “ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre”, terzo elemento. Ed ecco la risposta: “a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”. Ecco il vincitore; ecco come è vero che Dio oramai ha instaurato il suo Regno; ecco come oramai Dio ha detto l’ultima parola, quella definitiva che spiega qual è il compimento della storia di ieri, di oggi e ancora della storia che, cronologicamente, è quella di domani che, però, è già una storia compiuta per noi, che siamo in grado di ricapitolare tutto in riferimento a quella fine di cui Dio è l’autore.

L’assemblea si rivolge al Signore Gesù dicendo in primo luogo: “Colui che ci ama”, un verbo al presente (forse è l’unico caso nel Nuovo Testamento in cui l’amore del Signore è coniugato al presente). Non soltanto Colui che “ci ha” amati, ma Colui che “ci ama”. Altrove leggiamo “ci amò”. Qui è “Colui che ci ama”; è l’amore di adesso; è questa corrente d’amore che intercorre tra lui e noi e che, nella sua gratuità, riempie il presente. E, vedete, “Colui che ci ama” è Colui che “ci ha liberati”. Questo, adesso, è un aoristo. “Ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, perché l’evento redentivo è un’opera che si è compiuta nel passato, in quel particolare momento, una volta per tutte. Poi il terzo elemento: “ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre”. Noi siamo oramai coinvolti in una relazione d’alleanza che ci costituisce come famiglia in grado di andare incontro alla paternità di Dio. In queste formule, così essenziali, si ricapitola tutto il disegno della storia della salvezza e tutto, sempre, fa perno alla Pasqua di morte e resurrezione. Così Dio si è rivelato e così, nella Pasqua del Figlio, morto e risorto, la storia umana è stata visitata, trasformata; noi non siamo più prigionieri di tutte le contraddizioni che hanno inquinato il mondo devastando la realtà visibile e invisibile; noi siamo oramai in grado di rispondere “amen”, di rispondere sì, di andare incontro a “Colui che ci ama e ci ha liberati”. Tutto l’universo e tutta la storia umana prendono luce in quanto sono il contesto nel quale si configura la realtà di una famiglia di cui Dio è Padre. “A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli”.

Amen

E qui di rimando, dal v. 7, è come se noi fossimo raggiunti dalla voce di qualcuno che nell’assemblea svolge una funzione didattica, una funzione omiletica, per dir così; di qualcuno che ci aiuta a precisare i contenuti del messaggio che è di ieri, di oggi, di domani, di sempre ed è per sempre dal momento che proprio in questo messaggio già è contenuta la rivelazione della fine.

Dice così: “Ecco, viene sulle nubi…”. E’ la venuta gloriosa. Qui, naturalmente, innumerevoli citazioni provenienti dall’Antico Testamento: il Libro dell’Apocalisse è un intarsio di citazioni. Ogni pagina, ogni versetto: citazioni che si incrociano, che si sovrappongono, che si incastonano l’una nell’altra. E, dunque, qui siamo rinviati al Libro di Daniele: “Colui che viene incontro a noi, Signore glorioso”. E poi: “Ognuno lo vedrà, anche quelli che lo trafissero”; questa è una citazione di Zaccaria. Vedete: Colui che viene incontro a noi nella sua gloria è il Crocefisso, è Colui che è stato trafitto e lo vedranno coloro che lo trafissero. Viene incontro a noi per essere finalmente riconosciuto da coloro che l’hanno trafitto. Viene incontro a noi non per dimostrare che aveva ragione lui e che quelli che l’hanno trafitto sono stati dei mascalzoni. Viene incontro a noi per farsi vedere da coloro che l’hanno trafitto. Per questo è glorioso: perché viene incontro a noi, in modo tale che proprio coloro che l’hanno trafitto… E chi non l’ha trafitto? Chi non ha piagato il Crocefisso?… Perché coloro che lo trafissero, lo vedano, lo riconoscano, siano in grado di incontrarlo ed accoglierlo, e di apparire a lui; vederlo.

E ancora: “tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto”. Vedete come questa è, in breve, in un solo versetto (il versetto 7 del capitolo 1° dell’Apocalisse) la sintesi di tutta la predicazione cristiana. Tutta! Questa è la sintesi. Non abbiamo altro da dire che questo. Non abbiamo altro da predicare e da annunciare che questo.

E “tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto”. Questa storia, che si sta svolgendo, è la storia della conversione in corso; è la storia del cuore umano che si scioglie, si apre, va in frantumi, si spalanca e si arrende; e questo vale per tutte le nazioni della terra.

E quindi, “Sì, Amen!”: è la risposta liturgica dell’assemblea che aderisce alla predicazione che le è rivolta. Nel versetto 8 si inserisce, nientemeno, la voce stessa del Dio vivente: “Io sono l’Alfa e l’Omega”. Laddove l’assemblea è raccolta; laddove la Chiesa affronta il problematico discernimento della propria strada per adempiere la missione e la testimonianza che le sono affidate; laddove il popolo cristiano si dibatte in tutte le incertezze che ostacolano la vocazione alla vita nuova e laddove gli uomini sono alle prese con le vicissitudini della loro condizione, con tutte le contrarietà e le tribolazioni della storia, di ieri, di oggi e di sempre, in piccolo e in grande,… irrompe la voce di Dio: “Io sono”. La voce di Dio che, per così dire, approfitta di quel segno sacramentale che risuona là dove l’assemblea ha proclamato il suo “amen”. C’è qualcuno che ha il coraggio di rispondere “sì” alla predicazione dell’Evangelo? Lì è la presenza viva di Dio che si rivela!

Io sono l’Alfa e l’Omega”, il Dio vivente, il principio e la fine; poi “Colui che è, che era e che viene”. Non soltanto il principio e la fine, ma Colui che è protagonista del presente. Tutte formule che rinviano all’Antico Testamento e qui non finiremmo mai di andare a cercare citazioni appropriate. Il terzo titolo che il Signore Dio attribuisce a se stesso per imporsi come protagonista è L’Onnipotente (in greco il Pantokrator, colui che tiene tutto). Non soltanto il principio e la fine, Alfa e Omega; non soltanto il protagonista del presente ma colui che raccoglie, abbraccia, sopporta, contiene, sostiene, solleva tutto. E’ la sua opera che si compie; è così che Lui è presente; è così che Lui si rivela; è così che realizza il suo protagonismo, dimostrando di essere autore di questa novità piena e definitiva per cui tutto della creazione, nel corso della storia umana, viene ricomponendosi in obbedienza a Lui, in corrispondenza alle sue intenzioni. A Lui l’onore e la gloria.

In Gesù siamo fratelli

Dal versetto 9 Giovanni prende direttamente la parola in prima persona. Dopo le pagine introduttive, la prima grande visione. Nell’Apocalisse le visioni si succedono; sono tutte collegate fra loro e tutte fanno capo a questa iniziale, che contiene tutte le altre. E’ come il bocciolo che deve aprirsi; man mano i petali uno dopo l’altro… e man mano le nuove configurazioni di quella pienezza che comunque è già contenuta in quella visione introduttiva. Qui.

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù”. Dunque, tempo di persecuzione, fenomeno ricorrente. La persecuzione può assumere aspetti drammatici, più che mai cruenti, com’é avvenuto in altre epoche e in altri luoghi; oppure può esprimersi in modo più sofisticato: una persecuzione che penetra nelle coscienze, che corrompe gli animi, che devasta gli equilibri più profondi del cuore umano; ed è persecuzione anche se non si versa sangue. Ebbene: siamo nel tempo della grande persecuzione, che è tempo sempre attuale per il popolo dei credenti.

Io mi trovavo nell’isola di Patmos” dice Giovanni rivolgendosi ad altri cristiani. Qui, nel versetto 9, dice: “Io, vostro fratello… in Gesù”. Nella relazione con Gesù noi siamo in grado di riconoscerci fratelli. Che cosa vuol dire riconoscersi fratelli? Spiega, perché si fa presto a dire “fratelli”: potrebbe essere solo un’etichetta, un qualche paludamento coreografico. Vostro fratello in Gesù. Spiega. Qui leggiamo anche “vostro compagno”. Sono in comunione con voi, per cui siamo in grado di riconoscerci, di ritrovarci, di apprezzare il vincolo di parentela che ci unisce, di fraternità nel nome di Gesù. Siamo in grado di ritrovarci come fratelli per il fatto che tra me e voi circola questo particolare motivo di riconoscimento vicendevole che adesso viene strutturato con tre richiami essenzialissimi, efficacissimi.

Le cifre del cristiano nella tribolazione: regalità e perseveranza

In primo luogo, noi siamo in grado di riconoscerci nella tribolazione. C’è un modo di stare nella tribolazione che consente ai cristiani di riconoscersi fra loro, di essere in comunione. C’è un modo di stare nei guai, nelle difficoltà, nel dramma, nel dolore, nella tragedia, c’è un modo di starci dentro che consente ai cristiani di riconoscersi. E questa comunione tra cristiani è vincolo di parentela, è fraternità.

Secondo: il Regno. Qui c’è la “basileia”, la regalità, che è inseparabile dalla tribolazione. C’è una fierezza, una dignità, una libertà, una regalità – il termine è più che mai appropriato – che è proprio strutturale nella vita cristiana e che ci consente di riconoscerci. C’è un modo di stare al mondo dotati di una regalità tale per cui subito ci ritroviamo parte di un’unica famiglia, consanguinei, fratelli. Vedete: tribolazione e regalità sembrano contraddirsi. Se siamo nei guai non siamo in grado di trionfare e invece… la nostra vita cristiana si configura in modo così paradossalmente contraddittorio eppure in modo così pieno, maturo che ci riconosciamo nell’essere dignitosi, fieri, risoluti, liberi nelle situazioni più incresciose, nel contesto delle vicende più drammatiche, alle prese con le contrarietà più schiaccianti. La regalità della vita cristiana. Dice Giovanni: “fra me e voi ci capiamo”. Noi qui abbiamo a che fare non con un visionario che ha le traveggole, o che vuole addirittura spaventarci, ma con un cristiano che cerca altri cristiani con cui dialogare, ritrovarsi, riconoscersi, fraternizzare. Sentiamo dire: “non si capisce niente nell’Apocalisse”. Ma come non si capisce, quando c’è un cristiano che dice: “finalmente possiamo intenderci”. E possiamo intenderci perché c’è un modo di star dentro a tutte le situazioni più disperate con una limpidezza d’animo, con una coerenza di intenzioni, con una regalità di vita che a noi non sfugge. Non può sfuggirci.

Terzo elemento di questa sua descrizione della particolare capacità di riconoscimento che caratterizza la vita dei cristiani: la costanza in Gesù. La perseveranza, la capacità di tener duro, di star sotto ai pesi, di sostenere il carico. In realtà questo terzo termine è la sintesi dei due precedenti: tribolazione, regalità. Appunto: la capacità di stare al proprio posto e di perseverare anche là dove la stretta diventa micidiale; anche là dove il carico diventa gravosissimo; anche là dove la situazione sembra precipitare nel caos. Una perseveranza che, come poi si legge altrove nel Nuovo Testamento, assume in modo sempre più preciso le caratteristiche di una pazienza d’amore; una capacità di stare con amore al proprio posto.

Tra di noi, dice Giovanni, subito ci riconosciamo come fratelli e non si tratta di un’evanescenza ideologica, perché la nostra comunione è strutturata nella tribolazione, nella regalità, nella pazienza di coloro che si trovano al proprio posto chiamati a rendere testimonianza a un’inesauribile pienezza d’amore. Quel proprio posto che di per sé non garantisce nessuna gratificazione. Di per sé.

La domenica, a Messa

Lui adesso aggiunge: v. 10: “Rapito in estasi” (non pensate a chissà che cosa: un momento di forte intenso raccoglimento) “nel giorno del Signore”(la domenica). Giovanni è uno di quei cristiani che la domenica va a Messa. Che stranezza: vedi che nell’Apocalisse non si capisce niente. Come non si capisce niente? E’ storia di un cristiano che la domenica è andato a Messa, che partecipa all’Eucaristia e che, nel giorno del Signore, celebra insieme con la grande comunità dei fratelli la Pasqua del Signore, che è morto e che è risorto. In quella Pasqua del Signore già tutta la storia umana è contenuta. Non solo per il passato, non solo perché è quell’evento che noi ricordiamo e che ha assunto un valore straordinario allora, ma perché già tutto l’avvenire che ci sta dinanzi va a precipitare verso quella fine che per noi già è il giorno del Signore. Nel giorno del Signore, la domenica, non soltanto noi festeggiamo, di settimana in settimana, una ricorrenza che ci rimanda all’indietro, ma già celebriamo quella pienezza finale che ci consente di spaziare in tutte le direzioni: ritornare indietro e reinterpretare in pienezza il senso delle cose, il valore degli eventi, lo svolgimento della storia perché anche la nostra piccola realtà quotidiana, il nostro piccolo angolo di mondo, anche la nostra vicenda, per quanto drammatica possa essere, è ricapitolata in quell’opera redentiva mediante la quale Dio si è rivelato e ha instaurato la sua vittoria una volta per tutte. L’opera redentiva è la Pasqua del Signore Gesù.

Ascolto, conversione e testimonianza

Dunque “Nel giorno del Signore udii”. E’ un uomo in ascolto. Che cosa fa un cristiano a Messa la domenica? Ascolta. “Udii dietro di me”.Vedete, noi ci aspetteremmo che ci raccontasse qualche stranezza che gli è apparsa nella mente, o chi sa che cosa ha mai visto. E invece non ha visto niente. Ha udito una voce che viene da dietro, tanto è vero che per dedicarsi a questo ascolto e per impegnarsi in esso deve voltarsi. E’ il rivolgimento proprio della conversione. E’ un cristiano che, di domenica in domenica, riprende il cammino in una prospettiva di conversione, in ascolto della parola di Dio, costante, capillare, puntuale, metodico ascolto della parola di Dio. “Udii dietro di me una voce potente come di tromba che diceva: Quello che vedi scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese”. Ecco: nella tua esperienza di cristiano c’è una testimonianza che arricchirà la vita cristiana di altri; è una profezia attraverso di te mirata a edificare la vocazione cristiana di altri, nelle Chiese. Le sette Chiese qui vengono nominate una dopo l’altra: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea. Queste sette sono “tutte” le Chiese. E’ la Chiesa di sempre.

Scrive a noi Giovanni; l’Apocalisse è per noi. “Ora come mi voltai…”: questo verbo nel Nuovo Testamento indica esattamente quel movimento che è proprio della conversione. “Come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi…”.

La visione del Mistero Pasquale, luce della storia

Adesso la visione. Ma non dimenticate quello che già vi dicevo. Che cosa vede Giovanni? E’ la celebrazione del Mistero Pasquale, e tutto sta dentro al Mistero Pasquale, la morte e la risurrezione del Signore Gesù. E’ così che Dio si è rivelato a noi ed è così che tutta la storia umana ormai è ricapitolata; tutto quel che sta avvenendo, ciò che è avvenuto e che avverrà si illumina. Dunque: “Vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo…”. Tante, tante citazioni dell’Antico Testamento. I sette candelabri sono le sette Chiese che sono appena state nominate. E’ il popolo cristiano nella storia degli uomini, il popolo cristiano lungo le strade del mondo ed è tutta la storia umana contemplata in quanto è il contesto nel quale è in corso questa missione affidata dal Signore ai suoi discepoli. “Sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri”… uno: è il Figlio dell’uomo, è Lui. Ed è Lui che opera nella storia degli uomini attraverso la Chiesa, con la sua missione: l’evangelizzazione che è in corso e tutta la fecondità dei sacramenti che sono stati affidati ai discepoli del Signore e ogni sacramento è celebrazione del Mistero Pasquale, della Sua vittoria sulla morte. Dunque: “uno simile a un figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro”. E’ un personaggio certamente straordinario: la veste lunga fino ai piedi è un abito sacerdotale, la fascia d’oro allude invece a un capo d’abbigliamento che è proprio del sovrano. Dunque, sacerdozio e regalità; le prerogative di questo personaggio che è Lui e noi non abbiamo alcuna incertezza a riconoscerlo esattamente. Il Figlio dell’uomo che è disceso e che è risalito, che è passato attraverso la morte ed è intronizzato nella gloria, è proprio Lui che detiene tutte le potenze di quelle funzioni che nella storia della salvezza sono state attribuite al sacerdozio e alla regalità.

E poi: “I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida come neve” (è una citazione di Daniele). La sua signoria riguarda tutte le creature e, fra esse, quella creatura un po’ particolare che è il tempo. Il Figlio dell’uomo è dotato di prerogative che sono tipicamente divine: un’eternità oramai instaurata in modo tale da contenere in sé tutto lo svolgimento dei tempi nella storia degli uomini (i capelli candidi indicano “eternità”. Cfr. Daniele, 7,9). Non solo: “Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco”. Qui gli occhi fiammeggianti significano la sua mobilità, la sua agilità, la sua capacità di comunicare; una comunicativa inesauribile, penetrante; non c’è nulla e nessuno che sfugga al contatto con la sua presenza per la quale non ci sono confini. Occhi fiammeggianti, occhi che lampeggiano, occhi che stanno a dimostrare come egli è presente sempre e dovunque. E insieme a questa immagine che ci invita a contemplare la sua illimitata mobilità, adesso: “i piedi avevano l’aspetto di bronzo splendente purificato nel crogiuolo”. E’ l’immagine della stabilità; una contraddizione. Tante contraddizioni analoghe a quelle che stiamo incontrando in questi versetti ricompaiono nell’Apocalisse. Una contraddizione, perché se è mobile come fa a essere stabile? Se è così versatile in tutte le sue energie, così duttile, penetrante, come può essere compatto, bronzeo, così impietrito in questa sua monumentale solidità? Ebbene, sono le sue caratteristiche che, là dove a noi appaiono contraddittorie, sono in realtà espressioni di un’unica identitìtà: la Sua, misteriosa e finalmente rivelata senza ambiguità. Così come è mobile, penetrante – gli occhi fiammeggianti stanno lì a dimostrarlo – è solido e compatto, intronizzato in modo da non essere mai più esposto a contestazioni di sorta.

Non basta ancora: “La voce era simile al fragore di grandi acque”. Da Lui, il Figlio dell’uomo, proviene un rumore assoluto (è una citazione dal Salmo 93, vv.3 e 4) che indica la sua volontà di comunicare, che si esprime con questa sovrabbondante sonorità e che – a ben vedere o a ben ascoltare – coincide con la profondità del silenzio. E’ così assoluto il suo rumore, che davvero ci rivela la profondità del suo silenzio. E da Lui scaturisce questa volontà di instaurare rapporti di comunione. Voce che precipita come cascata travolgente, fragorosa, ed ecco: in Lui lo spazio di un’accoglienza senza limiti per cui tutto precipita in Lui e nel suo silenzio.

La missione delle sette Chiese: celebrare e annunciare la Pasqua del Signore Gesù

Nella destra teneva sette stelle”. Adesso, vedete, sette stelle nella mano destra del Figlio dell’uomo. Sono, ancora una volta, le sette Chiese qui considerate nel loro versante celeste; noi diremmo “la Chiesa trionfante”. E i sette candelabri sono invece le Chiese nel loro versante terreno, “la Chiesa militante”. Ed è la stessa Chiesa che è terrena e celeste; che è militante e trionfante. Lui si muove all’interno dei sette candelabri, la Chiesa che svolge la sua missione nel corso della storia umana, al servizio dell’Evangelo; ed è Lui che tiene nella mano destra le sette stelle. E’ la Chiesa custodita da Lui, già introdotta nella sua dimensione celeste; è la Chiesa che gode di questa carezza del Figlio dell’uomo e, attraverso la Chiesa, la storia umana è raggiunta e ricapitolata e ogni creatura riceve il messaggio di consolazione di cui ha bisogno.

Nella destra teneva sette stelle e dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto (meglio tradurre “il suo sguardo”) somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza”. Il Figlio dell’uomo parla alla sua Chiesa o meglio comunica con essa. In questo caso non si tratta di “rumore”: è la spada affilata a doppio taglio, dunque è un discorso preciso, mirato, calcolato; è un discorso che il Figlio dell’uomo rivolge alla sua Chiesa in modo tale da instaurare una conversazione. Ma non c’è solo la parola che esce dalla bocca; c’è di mezzo lo sguardo che somiglia “al sole quando splende in tutta la sua forza”. Bocca, occhi: abbiamo gli elementi essenziali del volto. E’ il Figlio dell’uomo che, mentre accarezza con la mano rivolge il volto alla sua Chiesa. Il Figlio dell’uomo che vuole instaurare una comunicazione diretta che sia sempre più penetrante, sempre più coinvolgente, sempre più esauriente con quella Chiesa che intanto è dispersa sulla scena del mondo, che è alle prese con la persecuzione, quella Chiesa che sperimenta tutte le contraddizioni che vogliono comprimere, negare la novità della vita cristiana, l’autenticità dell’Evangelo e così via. La Chiesa che celebra il Mistero Pasquale; ed è proprio Lui – il Figlio che è morto ed è risorto – che vuole confermare il valore dell’appartenenza della Chiesa e della vita cristiana di tutti coloro che sono stati evangelizzati e battezzati. L’appartenenza a Lui.

Ed ecco, v. 17: “Appena lo vidi caddi ai suoi piedi come morto”. Giovanni è una povera creatura mortale. “Ma egli, posando su di me la destra (la stessa mano che teneva le sette stelle, con cui il Figlio dell’uomo accarezza la sua Chiesa, adesso è appoggiata su Giovanni) mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.”. Vedete: stiamo celebrando il Mistero Pasquale nel giorno del Signore. E’ celebrazione che oramai è unica e definitiva, esauriente e sempre attuale; è di ieri ed è già la celebrazione che contiene in sé tutto lo svolgimento della storia umana; è tutto quel che ci affligge e ci carica di responsabilità e, generazione dopo generazione, noi siamo chiamati a immergerci in questo unico Mistero che è il Mistero del Dio vivente, che si è rivelato a noi così che nessuna creatura più sfugga alla sua volontà d’amore.

Io sono il Primo e l’Ultimo”, io sono “il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.”. E allora: “scrivi dunque le cose che hai visto”. Vedete che a Giovanni non viene dato l’incarico di andare a raccontare, attraverso le pagine dell’Apocalisse, chissà quali fantasie. A Giovanni viene dato l’incarico di rivolgersi ad altri cristiani per condividere quello che ha visto. E che cosa ha visto? Ha visto come il Signore Gesù, che è morto ed è risorto, è il Signore della storia umana. E ha visto come la vocazione dei cristiani, nel corso della storia umana, è depositaria di questa responsabilità, di questo Evangelo, di questo messaggio di consolazione che, per una sua intrinseca fecondità, è rivolto senza limiti a tutti gli uomini di ogni nazione, in ogni luogo e in ogni tempo.

Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Questo è il senso recondito (mysterium, questo è il mistero) delle sette stelle che hai visto nella mia mano destra e dei sette candelabri d’oro (Lui stesso ora dà la spiegazione), eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese”. Gli angeli sono i rappresentanti celesti delle Chiese (poi vedremo meglio, andando avanti nella nostra lettura, che questi angeli delle sette Chiese – che stanno lì ad indicare il versante celeste della Chiesa – hanno a che fare con la presenza nella Chiesa di quella figura che svolge un ruolo di responsabilità cui tutto fa capo: quello che noi chiameremmo oggi il Vescovo).

Il Figlio dell’uomo si muove in mezzo alle sette lampade e tiene in mano le sette stelle.

Che cosa ha visto Giovanni? Ha visto come la Pasqua del Signore Gesù, che è morto ed è risorto, è il criterio pieno e definitivo per interpretare quello che sta succedendo nella nostra vicenda umana. Lui guarda e scopre come siamo in sintonia, una sintonia fraterna e festosa, con quelli delle generazioni passate e già in grado di anticipare un annuncio di gioiosa consolazione a quelli delle generazioni che verranno.

http://www.incontripioparisi.it/

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Questa voce è stata pubblicata il 15/11/2020 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

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