COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

APOCALISSE – cap. 8-9 – Stancari (5)

L’Apocalisse: il Mistero Pasquale luce della storia
Capitoli 8-9
La stretta finale della storia umana

Lectio divina sull’Apocalisse – Pino Stancari sj

Come ricordate, di visione in visione, Giovanni ci descrive quello che succede quando l’Agnello apre i sigilli del rotolo che Egli ha preso dalla mano di Colui che siede sul trono. All’apertura di ogni sigillo appare una delle grandi componenti della storia umana; ci si rivela di che cosa è fatta la storia degli uomini. E l’Agnello, proprio Lui, in quanto è sgozzato e vittorioso, in quanto è l’Agnello morto e risorto, in quanto è il Figlio che è disceso e risalito, proprio Lui è il protagonista della storia umana che è in grado di reinterpetare tutto ciò che avviene, in modo efficace e definitivo: ed è Lui che ci consente di comprendere esattamente quali siano le reali componenti della storia nella quale siamo immersi e della quale siamo responsabili.

Ricordate l’apertura dei primi quattro sigilli e le visioni dei quattro cavalieri che montano cavalli di diverso colore. E poi leggevamo, all’apertura del quinto sigillo, il dolore innocente e, all’apertura del sesto, l’angoscia che stringe l’animo di tutti gli uomini in rapporto all’esperienza di come la nostra condizione sia indifendibile, esposta a vicissitudini irreparabili, là dove non è sostenibile l’impatto con gli eventi che precipitano e che scardinano tutti gli equilibri a cui pure gli uomini, a modo loro, si affezionano. Angoscia; “chi resisterà” di fronte all’irreparabile catastrofe generale? Nel capitolo sette abbiamo visto la realtà di coloro che resistono: è quella del popolo dei credenti che è itinerante, che si accampa nel tempo della storia, che attraversa il deserto della nostra condizione umana; il popolo militante e il popolo dei credenti che già è trionfante, entrato nella gloria e che ormai ha raggiunto la meta e già condivide la vittoria piena e definitiva dell’Agnello.

Il settimo sigillo: la storia, benché in corso, è intrinsecamente finita.

Cap. 8, vv. 1-2: “Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe”. Che cosa succede adesso? Qual è il significato di questo silenzio all’apertura del settimo sigillo che svela la settima e definitiva componente della storia? Per dirla in termini essenzialissimi, questo silenzio indica la finitezza della storia umana: essa è finita. All’apertura del settimo sigillo è questa la realtà che appare. La fine della storia – badate bene – che resta in sospeso per mezz’ora (silenzio in cielo per circa mezz’ora). Quando dico “fine” non intendo propriamente che la storia sia arrivata alla sua conclusione nel senso cronologico dell’espressione, ma intendo (come mi sembra si debba, qui, interpretare il linguaggio di Giovanni) che la storia è intrinsecamente finita mentre è ancora in corso; la fine è semplicemente sospesa, ma è già dichiarata, già realizzata.

C’è una finitezza che è interna a tutte le realtà storiche. C’è un “esser finito” del mondo che già è elemento costitutivo, definitorio del mondo stesso; c’è una finitezza nella storia umana che è componente di essa, e componente decisiva, componente definitiva. Di che cosa è fatta questa nostra storia? E’ fatta di una fine che le è interna e che possiamo, in qualche modo, ridefinire come un “permanente stato di crisi”. La storia degli uomini è permanentemente in crisi. E’ già finita, ma la fine è ancora in sospeso, è rinviata, scivola. E questo essere finita, mentre ancora la storia umana sopravvive a se stessa, le conferisce una configurazione che possiamo ben sintetizzare come poco fa mi esprimevo: un permanente stato di crisi. La storia degli uomini è sempre in crisi; l’essere in crisi non è un’occasione, un episodio; non appartiene a un’epoca: l’essere in crisi della storia umana è componente strutturale di essa.

E qui si trova Giovanni sulla soglia di quella definitiva attuazione dei disegni di Dio, laddove la storia degli uomini finisce, in quanto viene definitivamente introdotta nella pienezza che si compie in corrispondenza alle intenzioni del Dio vivente. Dal di dentro della vicenda umana, mentre essa è in corso, l’esperienza della crisi ci accompagna, in qualche modo ci struttura, ci definisce per il fatto stesso che viviamo nel tempo e siamo esposti alle imprevedibili evoluzioni della nostra storia. All’apertura del settimo sigillo “si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora”.

Le sette trombe: i sintomi della fine

Qui, nel v. 2 che vi leggevo, Giovanni ci parla di sette angeli ritti davanti a Dio che ricevono sette trombe. Come constateremo tra breve, questi angeli suoneranno la loro tromba. Si tratta di un nuovo settenario che si apre all’interno del settenario precedente (già vi dicevo che le visioni sbocciano l’una dall’altra). Abbiamo avuto a che fare con il settenario dei sigilli; adesso, all’interno di quel che avviene quando l’Agnello apre il settimo sigillo, sboccia un altro settenario: quello delle trombe. Sette squilli di tromba che sono, per dirla anche in questo caso in maniera essenziale, i sintomi della fine: l’essere permanentemente in crisi della nostra storia umana è percepito, avvertito, riconosciuto da uno squillo di tromba all’altro; sono i segni della fine, di quella fine che già è interna alla nostra storia, anche se in sospeso. I sette angeli fanno risuonare le loro trombe, da uno squillo all’altro, da una tromba all’altra, da un indizio della fine all’altro che possiamo anche ridefinire come sintomi della crisi, di quel permanente stato di crisi nel quale gli uomini si trovano per il fatto stesso che sono nella storia, perché la storia è costitutivamente critica. E’ finita, ma ancora la fine è rinviata.

Il modo del credente di vivere la crisi: in preghiera.

Nei vv. 3, 4 e 5 troviamo un brano che fa da intermezzo e che acquista un significato strutturale nel complesso delle visioni che man mano Giovanni ci sta descrivendo. Di che cosa si tratta?

V. 3: “Poi venne un altro angelo e si fermò all’altare (è l’altare dei profumi) reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono”. Badate che quest’altro angelo sovrintende all’altare dei profumi (là dove è costantemente accesa la brace e vengono versati gli aromi; là dove, secondo le consuetudini nell’antico tempio di Gerusalemme, quotidianamente veniva bruciato l’incenso che poi come nuvola odorosa saliva verso l’alto) che sta a rappresentare la preghiera. Così già nella tradizione antico testamentaria: la bruciatura dell’incenso sull’altare dei profumi è una raffigurazione simbolica di quella preghiera che dal popolo di Dio, dall’umanità intera sale come offerta gradita all’Onnipotente.

Dunque, qui è in questione la preghiera. I versetti che stiamo leggendo si inseriscono proprio immediatamente dopo quel che Giovanni ci diceva circa l’apertura del settimo sigillo perché la preghiera sta direttamente, strutturalmente, in connessione con la fine della storia. La preghiera è permanente appello alla fine della storia: in tutte le sue forme, in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue manifestazioni (la preghiera di adorazione, di lode, di invocazione, di intercessione) è sempre e comunque appello a quel primato dell’iniziativa di Dio che contiene, chiude, definisce, circoscrive la storia degli uomini, che è finita in obbedienza a Dio e, in questa obbedienza, è compiuta e definitivamente realizzata. La preghiera è quel certo modo di stare nella crisi permanente della storia umana in modo tale da coglierla e interpretarla con lucidità, direi – addirittura –con una particolare competenza e con un’esplicita responsabilità. La preghiera come costante testimonianza di responsabilità nei confronti della crisi che è “strutturale” nella storia umana.

La cosa, detta così, è interessante perché a volte potremmo pensare che la preghiera sia un modo per sottrarsi o sfuggire alla storia, per evitare i suoi incroci dolorosi. Giovanni ci sta dicendo esattamente l’opposto: la preghiera è l’atto che sostiene, che cavalca, che interpreta la crisi. La preghiera si innesta nella crisi e le dà voce. Non per nulla anche noi, nelle nostre forme di preghiera liturgica, siamo abituati ad ascoltare innumerevoli volte le parole di qualcuno che dice: “per i secoli dei secoli”, e subito ci sintonizziamo con la nostra risposta: “ci siamo anche noi, ci sono anch’io, Amen!”. “Per i secoli dei secoli”: che cosa vuol mai dire se non che la storia finisce, è finita; e non c’è modo per essere testimoni della crisi per eccellenza (la fine della storia), che sia più eloquente, più aderente, più coerente della preghiera: è il nostro modo di stare nella crisi della storia, di stare nella fine quando essa ancora è in sospeso. E qui, vedete, questo altro angelo (v. 3) ha ricevuto molti profumi insieme con le preghiere di tutti i santi.

Vv. 4 e 5: “E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi. Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare (preleva la brace dall’altare dei profumi e la depone nel turibolo) e lo gettò sulla terra (quella brace che è fumosa perché è tutta impregnata di profumo): ne seguirono scoppi di tuono, clamori, fulmini e scosse di terremoto”. E’ la preghiera; vedete: la preghiera gettata nel mondo, che dà voce (l’unica voce corretta, adeguata, opportunamente sintonizzata) alla crisi della storia umana.

L’intermezzo che abbiamo appena letto in questi pochi versetti si inserisce nel contesto di cui ci stiamo occupando per un’evidente connessione tra quella settima componente della storia umana, che è la sua intrinseca finitezza (o la sua intrinseca condizione di crisi), e la preghiera, tutta interna all’apertura del settimo sigillo: l’esperienza della crisi porta in sé la coscienza di come tutte le realtà storiche siano finite, e di come questa fine sia in tutto obbediente all’eterna iniziativa del Dio vivente.

Le prime quattro trombe: gli indizi della fine nelle catastrofi naturali

Adesso, dal v. 6 compaiono nuovamente i sette angeli che avevamo incontrato nel v. 2: “I sette angeli che avevano le sette trombe si accinsero a suonarle”. E’ interessante questa consonanza tra quelle voci, quegli scoppi, quei rimbombi, inseparabili dai profumi, che ci descrivevano la preghiera nei versetti precedenti, e adesso i sette squilli di tromba. Questi squilli che udremo sono oramai inseparabili da una sinfonia che può anche passare attraverso il silenzio, che può anche passare attraverso la percezione lì per lì di uno strepito indecifrabile, ma è la preghiera. Sono i sintomi della fine, adesso, ad ogni squillo di tromba.

Anche questo settenario, come quello dei sigilli, si compone di una prima quaterna e di una successiva terna. L’iniziale quaterna è dotata di una sua particolare coerenza, come già abbiamo notato per i primi quattro sigilli: uno schematismo, valorizzato anche sul piano letterario dal nostro Giovanni, cosicché abbiamo a che fare con una serie di versetti segnati da un loro ritmo inconfondibile. Tutti e quattro i primi squilli di tromba alludono a quelle che noi chiamiamo solitamente le calamità naturali: dissesti, sventure, disastri con cui abbiamo a che fare, sempre e comunque. Indipendentemente dalle motivazioni, dalle cause, dalle responsabilità, ci siamo dentro in ogni caso. Ad ogni squillo di tromba, sintomo della fine, la percezione di esser realmente alle prese con un mondo che finisce. E, intanto, la fine rimane in sospeso; sì, ma la fine è già dichiarata. Ogni squillo di tromba segnala l’intensa esperienza di essere coinvolti in una situazione critica che sottrae alla nostra capacità di controllo e di governo il mondo fisico che ci circonda.

Primi quattro squilli di tromba: abbiamo a che fare, diremmo oggi, con fenomeni di inquinamento per quanto riguarda gli elementi cosmici. Sullo sfondo, pagine famose dell’Antico Testamento e tra queste ricordo senz’altro quelle del Libro dell’Esodo (capp. da 7 a 10), che descrivono le cosiddette piaghe, i flagelli: tutto quello che avviene in Egitto, laddove il faraone da parte sua resiste sempre più indurito, incallito nel suo rifiuto. Quelle pagine assumono un particolare significato epifanico per noi, perché le piaghe, in base alla nostra tradizione interpretativa, sono le doglie di un parto mediante il quale viene generata una creatura nuova, un popolo liberato dalla schiavitù e tutto quello che sappiamo avviene poi. Adesso, vedete, abbiamo a che fare con i primi quattro squilli di tromba: situazioni che dimostrano come è fragile l’equilibrio cosmico nel quale siamo inseriti. Siamo coinvolti in una situazione che, in sé e per sé, dichiara la propria fine. E, d’altra parte, sono le doglie di un parto.

La devastazione della terra

V. 7: “Appena il primo suonò la tromba, grandine e fuoco mescolati a sangue scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra fu arso, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde si seccò”. Primo squillo di tromba: l’elemento cosmico che qui viene devastato, che traballa, che viene esposto a calamità, è la terra che si inaridisce. Grandine, fuoco mescolati a sangue: la terra, apparentemente alluvionata, in realtà è incendiata, per cui ne vien fuori rinsecchita. Fate attenzione però: “un terzo” della terra, “un terzo” degli alberi. Dunque gli effetti prodotti da queste calamità naturali sono parziali. E’ il motivo per cui ancora siamo qui, ma intanto già è capitato e quando è capitato e ogni volta che capita, uno squillo di tromba; un sintomo della fine. Gli effetti per ora sono contenuti.

Il dissesto del mare

Secondo squillo di tromba, vv. 8 e 9: “Il secondo angelo suonò la tromba: come una gran montagna di fuoco fu scagliata nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle creature che vive nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto”. Qui l’elemento cosmico che è in questione è il mare, occupato da questa immensa montagna che è sprofondata in esso. Fenomeno di interramento per cui il mare non è più navigabile; là dove sguazzavano i pesci adesso una moria generale e là dove le navi galleggiavano una distruzione di navi quanto mai preoccupante. Anche in questo caso gli effetti sono limitati: un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle creature che vivono nel mare morì, un terzo delle navi andò distrutto. E’ successo anche questo, anche questo, anche questo… da uno squillo di tromba all’altro: sintomi della fine. E’ proprio vero: la nostra realtà di creature nel mondo è parte di un mondo finito, ma è anche vero che questa fine non appartiene a noi. Come non appartiene a noi evitare la fine, non appartiene a noi dettare la fine del mondo. Siamo in crisi.

L’inquinamento di fiumi e sorgenti

Terzo squillo di tromba, vv. 10 e 11: “Il terzo angelo suonò la tromba e cadde nel cielo una grande stella ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare”. Vedete qui un terzo elemento che è parte integrante della realtà cosmica nella quale siamo inseriti: esattamente le acque dolci, non quelle del mare; le acque dolci di cui tutte le creature viventi hanno bisogno perché altrimenti la stessa sete diviene calamità cosmica a cui non ci si può sottrarre. Fatto sta che qui le acque dolci sono avvelenate. C’è di mezzo una sostanza tossica che manifesta influssi astrali (e cadde nel cielo una grande stella ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque). Ecco, vedete: l’inquinamento delle acque potabili. Questa stella si chiama Assenzio; c’è un influsso di questa stella velenosa per quanto riguarda la tossicità che oramai contrassegna le acque di cui le creature viventi hanno bisogno per vivere. Anche in questo caso gli effetti sono limitati: “un terzo” delle acque, “molti” uomini morirono.

L’oscuramento del cielo

Quarto squillo di tromba, v. 12: “Il quarto angelo suonò la tromba e un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte egualmente”. Qui è in questione la volta celeste. Tutto della nostra storia umana si svolge sotto il cielo e qui viene segnalato un fenomeno di oscuramento del cielo, una perdita di luminosità e di calore. Un fenomeno che poi può essere ribaltato: come luminosità e calore scemano, così possono invece assumere un’intensità che supera i livelli di guardia. Una luminosità che diventa fulminante, una calura che diventa soffocante. Comunque sia, vedete, un sintomo della fine. Quarto squillo di tromba: il cielo si oscura o il cielo si trasforma in una lastra incandescente, la capacità di riscaldare si dilegua oppure la terra sotto il cielo viene incenerita come un focolare esposto a una fiamma senza controllo. Calamità naturali, evoluzioni, spostamenti, equilibri imponderabili, meteorologia che sfugge al nostro controllo, alle nostre previsioni, alla nostra programmazione, a tutto quello che possiamo inventare come criterio valido per interpretare e anche come impegno a cui dedicarsi per tentare di tenere ancora in pugno situazioni che di per sé poi ci travolgono. In ogni modo, gli effetti sono limitati: un terzo del sole, un terzo della luna, un terzo degli astri, un terzo della luce, un terzo del calore. E’ un sintomo della fine? Ad ogni squillo di tromba calamità naturali (abbiamo avuto a che fare con i primi quattro squilli e abbiamo notato come è schematica qui la costruzione del testo).

Le altre tre trombe: nel disastro antropologico, la liberazione voluta da Dio si sta compiendo

Adesso affrontiamo la lettura di quel che Giovanni ci dice quando si fanno sentire gli ultimi tre squilli di tromba. Abbiamo a che fare con un testo che tende a crescere, ad allargarsi fino a divenire una proiezione sconfinata sulle pagine che poi seguiranno. Mentre la prima quaterna è costruita in modo rigidamente schematico, la seconda terna è inserita in una costruzione letteraria che ci conduce ad affacciarci su un orizzonte che si dischiude dinanzi a noi senza confini.

Cap. 8, v. 13: «Vidi poi un’aquila che volava nell’alto del cielo e gridava a gran voce: “Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!”». Gli ultimi tre squilli di tromba vengono sintonizzati con tre “guai” proclamati a gran voce da un’aquila che solca il cielo e che anticipa i “guai” che saranno ripresi da ciascuno dei tre squilli di tromba che seguono.

Attiro la vostra attenzione sulla figura dinanzi alla quale adesso Giovanni ci pone, che è citata nel Libro dell’Esodo (19, 4) e nel Libro del Deuteronomio (32, 11), per indicare la presenza liberatrice del Dio vivente: Su ali di aquila io vi ho portato, vi ho liberato, vi ho sottratto alla schiavitù, vi ho condotti attraverso il deserto fin qui dove vi trovate oggi. “Su ali di aquila”: Esodo, Deuteronomio e altri testi ancora. L’immagine domina la scena dinanzi alla quale ci troviamo e condiziona anche l’ascolto degli squilli di tromba che adesso udremo e che pure sono sintonizzati con tre “guai”. Sì, la figura dell’aquila sovrasta ogni cosa, ogni evento, e annuncia senza possibilità di dubbio, che l’opera della liberazione secondo le intenzioni di Dio si sta compiendo. Su ali di aquila.

Cerchiamo di sintonizzarci anche noi con la voce dell’aquila, che grida mentre attraversa il cielo, e con gli squilli delle trombe: sintomi della fine?

Quinta tromba: la seduzione delle tentazioni demoniache

Cap. 9, vv. 1-12, quinto squillo: “Il quinto angelo suonò la tromba e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; egli aprì il pozzo dell’Abisso e salì dal pozzo un fumo come il fumo di una grande fornace, che oscurò il sole e l’atmosfera”. Lo squillo – come gli altri due che seguiranno – allude non più semplicemente alle calamità naturali, ma all’esperienza del dissesto antropologico. Provo a spiegarmi: anche in questo caso calamità, sventure, disastri; sì, ma nel senso che adesso è direttamente implicato quell’equilibrio di cui gli uomini hanno bisogno per la loro vita e per esser presenti nella storia di cui sono eredi e di cui sono responsabili. E la storia è in crisi. Sintomi. I sintomi di un disordine antropologico, un disordine che è interno all’uomo. E’ vero che anche i primi quattro squilli di tromba ci hanno rimandato a un disagio che è nell’animo umano, nella coscienza della nostra condizione umana, là dove ogni calamità naturale ci casca addosso e ci travolge, imponendoci un sussulto incontrollabile perché avvertiamo l’incombere della fine. Sì, ma adesso il quinto squillo di tromba e gli altri che seguiranno esplicitano il disordine che è nella condizione umana.

Sintomi della fine? Più esattamente ancora, nei primi due versetti che abbiamo letto del cap. 9, il nostro Giovanni ci parla della presenza demoniaca nella nostra storia umana e nel contesto di quella che è l’esperienza della nostra ricerca, del nostro cammino fatto di impegni, di responsabilità, di eredità che riceviamo e di quel tanto di sollecitudine missionaria che vogliamo dedicare alle generazioni che verranno. Abbiamo a che fare esattamente con una figura angelica decaduta. Giovanni ci parla di questo nel senso che già sappiamo: è un sintomo della fine, è l’impatto con una presenza che ci mette in crisi, che ci costringe a sperimentare quella fine della storia che si manifesta nel quadro di una fragilità interiore laddove siamo esposti alla cosiddetta tentazione. Una figura demoniaca, una presenza invasiva; vedete: la chiave del pozzo, il pozzo viene aperto e ne esce un fumo come di una grande fornace che oscura il sole e l’atmosfera.

In ogni caso, questo personaggio, questa creatura angelica che è caduta, che è decaduta, si trova in una posizione di obbedienza. Ritroviamo qui, come già abbiamo notato altre volte, forme verbali al passivo. Ciò indica che questo essere demoniaco è creatura, una creatura decaduta. Non ha un potere suo, non esercita di suo un potere che le è dovuto, ma è creatura. Qui leggiamo: “Gli fu data la chiave”. Dunque anche questa presenza demoniaca si inserisce nel contesto di un disegno che è vittorioso su di essa. Ma, intanto, la presenza invadente di questa creatura decaduta ci mette in difficoltà, ci tormenta, ci insidia. E’ un sintomo della fine.

Dal fumo uscirono cavallette”.Qui l’immagine delle cavallette rimanda, ancora una volta, alle piaghe d’Egitto (Es. 10, 12-15), ma anche a un testo famoso del Libro di Gioele (Gl. Capp. 1 e 2); tra l’altro, all’inizio della Quaresima si legge sempre Gioele, nel mercoledì delle Ceneri. L’immagine valorizzata dall’antico profeta è quella dell’invasione di cavallette, come adesso qui, nell’Apocalisse. Ma sullo sfondo di questa pagina, mentre irrompe questo nugolo sterminato e tormentoso di cavallette, riemerge quella realtà storica con cui abbiamo già avuto a che fare: ricordate quel cavaliere che monta il cavallo bianco, la cavalleria dei Parti, la cavalleria che si permette di tirare con l’arco stando a cavallo perché si possono puntare i piedi sulle staffe.

Dal fumo uscirono cavallette che si sparsero sulla terra e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra”. Possono colpire di coda: la cavalleria dei Parti che si permette di approfittare di qualunque posizione perché l’arciere può girarsi di spalle e tirare con l’arco. “E fu detto loro (notate tutti questi verbi al passivo) di non danneggiare né erba né arbusti né alberi… (vedete come questa aggressione è limitata: il flagello che dilaga in modo così sfacciato, così spudorato, così devastante, in realtà è contenuto), ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte”.

Dunque l’aggressione è rivolta soltanto agli uomini perché la potenza demoniaca non è in grado di esercitare la sua influenza se non ottiene la complicità, quella complicità che le viene concessa dalla libertà umana. E’ solo in quanto ottiene approvazione, obbedienza, accoglienza, connivenza dalla libertà umana che la potenza demoniaca è in grado di esercitare il suo potere. Non ha potere proprio, ha bisogno di passare attraverso la complicità degli uomini. Per questo, vedete, non danneggia né erba, né arbusti, né alberi ma unicamente gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. Questa aggressione si pone in radicale contrasto con tutto quel processo educativo, di formazione delle coscienze, che riguarda la presenza del popolo dei credenti nella storia: il popolo accampato, il popolo itinerante, il popolo sigillato, il popolo battezzato; esattamente in contrapposizione a quella presenza (che già Giovanni ci aveva descritto nella sua visione precedente, nel capitolo 7) adesso si scatena l’aggressione della creatura ribelle, che è decaduta dalla sua posizione angelica.

Però non fu concesso loro di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi”. Ancora una volta l’intervento delle cavallette – o dei cavalieri Parti che dir si voglia – l’intervento della potenza demoniaca, è circoscritto: l’aggressione non è in grado di imporre la morte, ma il tormento, quello della tentazione “… per cinque mesi”. C’è, quindi, un limite anche temporale. “E il tormento è come il tormento dello scorpione quando punge un uomo. In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte li fuggirà”. Il tormento della tentazione diventa fastidioso, insopportabile, tanto che gli uomini preferirebbero morire, ma la potenza demoniaca non è in grado di esercitare il suo influsso se non in quanto trovi la complicità degli uomini e ottenga la loro connivenza in rapporto al suo progetto di morte.

Vv. 7-10: “Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini (è un’orda adesso; però è un’orda che ha una sua configurazione organica, un suo ordinamento). Avevano capelli, come capelli di donne (le criniere) ma i loro denti erano come quelli dei leoni. Avevano il ventre simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code come gli scorpioni, e aculei. Nelle loro code il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi”. Questa presenza demoniaca è dotata di un fascino seduttivo, di una voracità ferocissima; si muove in modo compatto, rigoroso, intransigente: ha bisogno della complicità, per questo tormenta; e tormenta così da provocare terrore, disperazione, e in modo da suggerire pensieri, desideri, auspici di morte.

V. 11: “Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Perdizione, in greco Sterminatore”. E’ il custode del caos, per così dire, il distruttore per definizione.

V. 12: «Il primo “guai” è passato. Rimangono ancora due “guai” dopo queste cose». Già lo sapevamo: il quinto squillo di tromba coincide con il primo dei “guai” gridati dall’aquila.

Sesta tromba: la forza distruttiva dell’uomo

Il sesto squillo apre, adesso, una sequenza di pagine che ci porteranno molto più avanti, esattamente fino al cap. 11, v. 14 (intanto io vi incoraggio: non è un compito a casa, però è un invito affettuoso a leggere e rileggere queste pagine; non vi spaventate; tornate indietro, andate avanti e più riuscite a impratichirvi nella lettura, nel contatto diretto, anche con qualche incertezza o un po’ di imbarazzo, meglio è).

Leggiamo: «Il sesto angelo suonò la tromba. Allora udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. E diceva al sesto angelo che aveva la tromba: “Sciogli i quattro angeli incatenati sul gran fiume Eufrate” (è il confine orientale dell’impero, là dove è trattenuta per l’appunto la cavalleria dei Parti; lo schieramento della cavalleria non può superare quel confine naturale che coincide con il fiume Eufrate). Furono sciolti pronti per l’ora, il mese, e l’anno per sterminare un terzo dell’umanità». Che cosa succede adesso? Sintomo della fine? Vedete: dopo quel che già leggevamo circa le calamità naturali e, poi, circa quel certo disordine che è nell’uomo, là dove sperimenta la tentazione, adesso c’è il disordine che è in noi, là dove sperimentiamo di essere dotati di forze distruttive che in qualunque momento potrebbero esplodere, determinando conseguenze disastrose. Sintomo della fine? Squillo di tromba? Di quale capacità distruttiva siamo dotati noi…, sono dotato io? Mi affaccio sul confine dell’assurdo che io constato essere in mio potere: io posso compiere un’impresa dalle conseguenze catastrofiche.

Percepire questo è lo stesso che dire il secondo “guai”, il sesto squillo di tromba. Qui non è più in questione la tentazione, ma quel disordine che affiora dal di dentro del mio stesso vissuto: sento che in me sono presenti, ribollono e minacciano di traboccare forze di devastazione che sono incontrollabili. Un disordine. “Sciogli i quattro angeli incatenati sul gran fiume Eufrate”: questa voce proviene dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. Già abbiamo udito una voce che proveniva da sotto l’altare: quella dei martiri, all’apertura del quinto sigillo; il dolore innocente, il martirio. E’ come dire che proprio il martirio sfida questa esperienza della condizione umana, che ha in sè una potenza distruttiva sempre capace di scatenarsi in modo irreparabile.

E notate bene come questa esplosione delle forze distruttive che sono nell’uomo sottostà, ancora una volta, a precisi limiti di tempo; anche qui ci sono misure che inquadrano, circoscrivono, condizionano quella esperienza della crisi e del sintomo della fine, che Giovanni ci sta qui descrivendo, al sesto squillo di tromba. I quattro angeli sono sciolti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno per sterminare un terzo dell’umanità: ancora un limite. Può sembrare che lo scatenamento delle forze distruttive che sono in noi, abbia conseguenze definitive ma è vero che, in realtà, gli effetti sono sempre ricondotti entro misure di tempo e di spazio che gli uomini, nel corso della loro storia, debbono poi puntualmente registrare.

E intanto anche qui l’immagine di quest’orda di cavalieri per i quali non ci sono barriere: “Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. Così mi apparvero i cavalli e i cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo. Le teste dei cavalli erano come le teste dei leoni e dalla loro bocca usciva fuoco, fumo e zolfo. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che usciva dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code; le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse nuociono”. Un numero immenso: duecento milioni. Il passaggio di questa orda di cavalieri determina effetti che sono equivalenti a un immenso incendio.

Nelle immagini che il nostro Giovanni valorizza, c’è una sovrapposizione tra la figura del cavallo e quella del cavaliere. E’ un cavallo o è un cavaliere? E’ un cavaliere o un cavallo? E’ un cavallo divenuto cavaliere e un cavaliere divenuto cavallo: è un imbestialimento della nostra condizione umana tale per cui, vedete, l’orda è scatenata. Sono cavalieri, sono cavalli: sono uomini, sono animali. E’ la forza distruttiva di cui è capace l’uomo, di cui siamo capaci noi, di cui son capace io! Un sintomo della fine. Noi siamo capaci di… far finire. E invece poi Giovanni ci dice: “un terzo”; ma intanto, per come io percepisco l’evento distruttivo, è la fine del mondo; ed è la fine del mondo per come sono dissestato, disordinato, sconvolto nel mio equilibrio antropologico. Io posso fare il male! Tra l’altro, a proposito di questi cavalli che sono anche cavalieri e viceversa, c’è uno scambio tra la testa e la coda. Testa e coda si equivalgono. Comunque, sempre, teniamo conto di quel ritornello per cui gli effetti sono oggettivamente limitati: “un terzo”.

Vv. 20 e 21: “Il resto dell’umanità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani…”. Accanto alla percezione di come l’iniziativa umana può ergersi in modo distruttivo sulla scena del mondo, l’esperienza di un indurimento che riguarda i sopravvissuti: quelli che ce l’hanno fatta a non essere travolti in quell’esplosione generale per cui… “guarda un po’: io il mondo non l’ho distrutto; tutto sommato, la bomba atomica non l’ho mica fatta esplodere; io, tutto sommato, non ho usato gas mefitici; io tutte queste cose non le ho fatte”. Ebbene, vedete: i sopravvissuti sono induriti e sempre più inaspriti e incattiviti in un atteggiamento di rifiuto per quanto riguarda la conversione. Non si convertono. Malgrado tutto quello che è successo e sta succedendo; malgrado tutto quello che gli uomini sono capaci di operare sulla scena del mondo come promotori di disastri, di catastrofi, di devastazioni, di orrori… gli uomini non si convertono.

Questo indurimento dell’animo umano nella inconvertibilità fa tutt’uno con la percezione della fine incombente. La fine è incombente perché gli uomini sono in grado di esprimere una negatività tale per cui distruggono. La fine è incombente per cui gli uomini, come me, non si convertono. “Il resto dell’umanità che non perì a causa di questi flagelli (quelli che per il momento sono scampati e possono distinguersi rispetto all’orda scatenata dei cavalieri divenuti mostri) non rinunziò alle opere delle sue mani (è l’idolatria); non cessò di prestar culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie”. L’idolatria serpeggia, invade, inquina e vedete come, qui, il nostro Giovanni dà una qualche descrizione di quel terrore per il male che ritorna: il male da cui siamo scampati, l’orda dei cavalieri rispetto alla quale ci siamo distinti per una volta… il male ritorna.

Ed ecco: da un lato, la ricaduta nelle forme di un paganesimo antico che è sempre attuale, la devastazione delle relazioni interpersonali (omicidi, stregonerie, fornicazione, ruberie) e, dall’altro lato, questa spossatezza sperimentata nella nostra incapacità di convertirci. C’è un’intrinseca coincidenza tra il furore che ci consente di distruggere tutto quello che è a portata di mano, a portata di piede, a portata di cuore, a portata di iniziativa nostra; tra il furore di cui siamo capaci o che possiamo immaginare o sognare, o covare…, tra il furore e la nostra spossatezza nel constatare che non ci siamo convertiti; che non ce la facciamo a convertirci; che proprio non ci siamo ancora! Quel che è avvenuto, quell’evento dal quale io sono scampato per una volta, è sempre all’ordine del giorno e sempre mi riguarda; è un’ipotesi che non è di ieri o di altri, ma è di oggi e vale per me.

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 21/11/2020 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
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