COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

APOCALISSE – cap. 19-20 – Stancari (11)

Lectio divina sull’Apocalisse – Pino Stancari sj

L’Apocalisse:
il Mistero Pasquale luce della storia

Capitolo 19
La vittoria appartiene al Signore

Dall’inizio del cap. 17 abbiamo a che fare con le visioni relative alla caduta di Babilonia e di per sé, ancora, il testo che sta dinanzi a noi, il cap. 19, fino al v. 10, appartiene a questa sezione. Gli interi capp. 17 e 18 e fino al v. 10 del cap. 19: la caduta di Babilonia. Le visioni che stiamo leggendo in queste pagine si inseriscono negli ultimi versetti del cap. 16, là dove Giovanni ci parla delle sette coppe che vengono versate dai sette angeli. Ed è proprio nel momento in cui viene versata la settima coppa che viene annunciata la caduta di Babilonia la grande.

Finalmente un’offerta gradita a Dio

Cap. 19: “Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva: «Alleluia!»”. Esplode il canto festoso di una folla di testimoni. Sono coloro che ormai vivono sullo sfondo del cielo; una folla immensa ormai appoggiata al definitivo, incastonata nell’evento pasquale che viene celebrato nella dimensione celeste, nella gloria del Dio vivente; e là coloro che già sono passati attraverso la grande tribolazione sono in grado di proclamare il canto dell’alleluia. Vi dicevo già la volta scorsa che qui, nel v. 1 del cap. 19, risuona per la prima volta in tutto il Nuovo Testamento “l’alleluia”; mai prima d’ora. Siamo alla fine dell’Apocalisse e adesso: “Alleluia”; è il canto che esprime la condizione nuova nella quale si trovano coloro che sono stati liberati. Così canta il popolo anticamente liberato dalla schiavitù dell’Egitto: “Alleluia”. Ed è quel canto che testimonia la libertà di coloro che si preparano ormai per quell’incontro che Dio stesso ha predisposto e che maturerà nella forma di un’alleanza, di una relazione stabile, di una comunione di vita. E’ il canto della folla dei testimoni ormai introdotti nella gloria del Dio vivente, là dove è perennemente celebrato il Mistero Pasquale.

Salvezza, gloria e potenza
sono del nostro Dio;
perché veri e giusti sono i suoi giudizi,
egli ha condannato la grande meretrice
che corrompeva la terra con la sua prostituzione,
vendicando su di lei
il sangue dei suoi servi
!”.

Vedete: la vittoria appartiene a Dio, che ha instaurato la sua opera redentiva in modo tale che ormai non ci sono più obiezioni possibili. Salvezza, gloria, potenza appartengono al nostro Dio.

Qui, vedete, nel v. 2 dove leggiamo che la grande meretrice corrompeva la terra con la sua prostituzione, poi leggiamo che il nostro Dio ha vendicato su di lei. Correggiamo di poco la traduzione: rivendicando dalla sua mano il sangue dei suoi servi. È la mano di Babilonia che porge il sangue dei servi di Dio. Dire servi di Dio significa qui alludere ancora una volta a coloro che sono stati liberati dalla schiavitù. E’ così che si esprime il Salmo 113 e altri, là dove i servi di Dio non sono più servi del Faraone o di qualunque altra pretesa di potere che voglia dominare la terra, il mondo, la storia umana. I servi di Dio sono coloro che cantano l’alleluia perché sono stati liberati; e il canto dell’alleluia, come già vi ricordavo, fa tutt’uno con la testimonianza della libertà acquisita. Chi loda Dio è un uomo libero; chi canta l’alleluia non è più schiavo di nessuno e, d’altra parte, canta proprio in quanto è stato liberato: “Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore… Alleluia”.

E per la seconda volta dissero: «Alleluia! Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!»”. Questo versetto rievoca quel che leggiamo nel libro del Genesi, cap. 19, riguardo a Sodoma e Gomorra; e nel libro di Isaia, cap. 34, riguardo a Edom. Testi che descrivono fenomeni catastrofici che dimostrano come l’opposizione a Dio nella storia degli uomini è sconfitta.

In tutti questi versetti non abbiamo a che fare con il grido di entusiasmo di chi celebra il disastro per il disastro, la sconfitta per la sconfitta, la scomparsa di Babilonia perché… non se ne poteva proprio più. Qui il grido dell’alleluia rende testimonianza a quell’opera di Dio che fa della prostituta una madre; che della città demolita in modo così completo – per cui “soltanto un’esile filo di fumo sale verso l’alto” – fa una creatura finalmente obbediente che celebra la vittoria di Dio: “Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!”. E’ il fumo che sta lì a dimostrare come Babilonia non esiste più; è il fumo che sta lì a dimostrare come tutto quello che in Babilonia si è consumato adesso sale verso l’alto come offerta finalmente gradita a Dio.

Allora i ventiquattro vegliardi e i quattro esseri viventi si prostrarono e adorarono Dio”. Conosciamo già il coro celeste (leggevamo i capp. 4 e 5) e dunque i rappresentanti della storia – i ventiquattro vegliardi – e i rappresentanti della creazione – i quattro esseri viventi –“si prostrarono e adorarono Dio seduto sul trono, dicendo: «Amen, alleluia». Il coro celeste approva; la vittoria appartiene all’Agnello (questo era il canto che già udivamo nel cap. 5 dell’Apocalisse); il Mistero Pasquale è già celebrato nella gloria del Dio vivente e, adesso, v. 5: “Partì dal trono una voce che diceva (è una voce angelica, indirizzata al popolo cristiano che è ancora itinerante, siamo noi): «Lodate il nostro Dio, voi tutti, suoi servi, voi che lo temete, piccoli e grandi!»”.

La sposa si è preparata per le nozze con l’Agnello

Vv. 6-7-8: “Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano (questa è la folla del popolo cristiano che canta nelle forme liturgiche proprie della vita comunitaria di coloro che sono ancora itineranti sulla scena del mondo; ma è la voce del popolo cristiano che assorbe in sé tutte le voci della creazione). Qui percepiamo un’eco davvero complessa, dotata di una sonorità profonda e estremamente variegata: “una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano”.

E’ l’essere stesso del popolo cristiano che raccoglie nel suo cammino la partecipazione corale della creazione intera, di tutte le creature, comprese quelle invisibili, comprese quelle che restano mute: anche quelle creature partecipano al canto del popolo cristiano. E d’altra parte il popolo cristiano è esso stesso in grado di proclamare “l’alleluia” anche quando si esprime con il linguaggio del silenzio; il linguaggio muto dell’interiorità segreta e nascosta. Tutto è convogliato in questa risposta che esprime la libertà che oramai è conferita agli uomini per rendere finalmente a Dio la lode che egli merita: “Alleluia, alleluia”.

«Alleluia.
Ha preso possesso del suo regno il Signore,
il nostro Dio, l’Onnipotente.
Rallegriamoci ed esultiamo,
rendiamo a lui gloria,
perché son giunte le nozze dell’Agnello;
la sua sposa è pronta
(è meglio tradurre “la sua sposa si è preparata”),
le hanno dato una veste
di lino puro splendente
».

La “veste di lino” sono le opere giuste dei santi. Quel popolo cristiano che canta l’alleluia rende testimonianza alla regalità del Dio vivente ed è il “nostro” Dio, come leggiamo nel v. 6, nel senso che questa espressione esprime l’esperienza di una partecipazione interiore che allude a un’appartenenza intensa, affettuosissima: il Dio vivente è il nostro Dio; l’Onnipotente è il nostro Dio; tra Lui e coloro che cantano è instaurata una relazione che comporta l’esperienza di un’intimità totale.

Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria”. E’ il gusto ritrovato della vita. Qui naturalmente molteplici citazioni su cui non mi soffermo. “Rallegriamoci ed esultiamo” (questa è una citazione del Salmo 118, v. 24): “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso”. E’ il Salmo pasquale per eccellenza; tutta la settimana di Pasqua è attraversata dal Salmo 118. “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso”, “rendiamo gloria a lui” perché la regalità del Signore non è affermazione che ci rimanda alla sua trascendenza superlativa; la regalità del Signore è proclamazione di quella presenza che egli ha instaurato in modo tale da suscitare nell’intimo del nostro vissuto una gioia traboccante.

Rendiamo gloria a lui (e qui vediamo il motivo) perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta” (“la sua sposa si è preparata”). Ancora una volta è messa a nostra disposizione un’indicazione davvero molto significativa per quanto riguarda la re-interpretazione del senso della storia umana: una preparazione alle nozze. Questa è un’immagine che è già presente nell’Antico Testamento; ricorrente nella storia della salvezza; riemerge in pienezza nel nuovo Testamento ed ecco qui: le nozze dell’Agnello, laddove l’Agnello è lo sposo e la sposa che si prepara è l’umanità in cammino; il popolo cristiano svolge un ruolo per così dire di avanguardia, di testimonianza, un ruolo che assume anche aspetti eminentemente missionari; è, ancora una volta, un modo per riparlare dell’evangelizzazione. Che cosa ci sta a fare il popolo cristiano nella storia degli uomini se non per essere depositario di questo Evangelo che riguarda l’umanità intera? Questa è la notizia che spiega agli uomini il senso della storia nella quale sono coinvolti, è la sposa che si prepara per l’incontro con l’Agnello.

Le hanno dato una veste di lino puro splendente”. Notate che qui, v. 8, dice “fu data a lei”; non “le hanno dato”, ma “fu data a lei”; da chi? E’ uno di quei passivi che hanno come complemento d’agente (diremmo noi con la terminologia dell’analisi logica) Dio stesso: è Dio che le ha dato “una veste di lino puro splendente”; è la potenza dello Spirito Santo che è stato effuso in modo tale da conferire alla sposa quella veste che la rende presentabile. L’umanità giunge al termine del suo viaggio e, passata attraverso il grande travaglio di cui ci siamo resi conto, è rivestita in modo adeguato all’incontro con l’Agnello, carne di quella carne, ossa di quelle ossa, sangue di quel sangue. La sposa adesso si presenta in quanto dotata di un abito nuziale. E questo abito nuziale serve a raccogliere tutte le vicende della storia umana, tutti i linguaggi, tutte le espressioni, tutte le esperienze, tutto quello che nella storia degli uomini era stato sprecato come mostruosa avventura babilonica: tutto è recuperato come veste della sposa. E quel che a Babilonia era stato sprecato adesso è valorizzato come decorazione che rende presentabile la sposa allo sposo.

La “veste di lino” – aggiunge il versetto – “sono le opere giuste dei santi”. E’ l’effusione dello Spirito Santo che raccoglie la creazione intera in modo tale da renderla decorazione di cui la sposa può dotarsi in vista dell’incontro con lo sposo. E, d’altra parte, proprio qui è contenuta un’inconfondibile allusione alla libertà umana. La “veste di lino sono le opere giuste dei santi”. Lo Spirito effuso nell’universo conferisce alla sposa l’abito nuziale con il quale potrà presentarsi ed è la stessa libertà umana che è resa valido motivo per presentarsi.

La sposa è rivestita di tutte le creature? Gli abiti liturgici sono dei minuscoli emblemi di questa visione così ecumenica, così cosmica quale intravediamo in questi versetti: la sposa si presenta rivestita della propria libertà. Finalmente la libertà umana può essere motivo valido per presentarsi e non più motivo di disperazione. “La veste di lino sono le opere giuste dei santi”.

Beati gli invitati al banchetto nuziale

Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!». Poi aggiunse: «Queste sono parole veraci di Dio»”. Giovanni è incaricato di scrivere, come già in altri momenti del testo che stiamo leggendo: “scrivi perché questo è un messaggio che deve essere conservato”. “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!”. Il popolo cristiano? E’ l’umanità intera. Il popolo cristiano non è invitato alle nozze dell’Agnello indipendentemente dal coinvolgimento dell’umanità intera: “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!”. Questo è il senso della storia umana, dal momento che l’Agnello morto, risorto, disceso, risalito, sgozzato, Lui è lo sposo e l’umanità intera gli appartiene; può presentarsi a Lui, rivestita e finalmente in grado di porgere la propria libertà come risposta d’amore.

“Scrivi”. In forza di questo imperativo noi siamo in grado di leggere questo libro straordinario; è un servizio mirato a promuovere la testimonianza nelle generazioni future che si succederanno nel tempo, prolungando quella che è stata, in misura eminente e decisiva, la “martyria” di Gesù, la sua testimonianza, un evento redentivo.

Il cavaliere sul cavallo bianco

Ed ecco diamo uno sguardo ad alcuni versetti ancora nel cap. 19. Dal v. 11 fino alla fine del capitolo Giovanni descrive a noi le visioni relative all’ultimo combattimento, di cui già si parlava nel cap. 16 (ricordate il combattimento che ha luogo in una località chiamata Armaghedòn – v. 16 – e quell’ultimo combattimento a cui si fa cenno nel cap. 17, v. 14: siamo sempre alle prese con il fatto definitivo, ossia la nuova creazione). E’ caduta Babilonia ed ecco come le nozze dell’Agnello ormai sono state proclamate; gli uomini sono invitati alla festa delle nozze; ed ecco come ormai la stessa Babilonia da prostituta che era è divenuta madre che genera uomini liberati per cantare l’alleluia.

V. 11: Giovanni dice così: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco…”. Dunque un cavaliere che monta un cavallo bianco. Si parlava già di questo personaggio all’inizio del cap. 6, all’apertura del primo sigillo (cap. 6, v. 2), “un cavaliere che monta un cavallo bianco”: è la parola di Dio; è l’Agnello vittorioso in quanto la sua presenza è operante nel corso della storia. E, vedete: un cavallo bianco e adesso il cavaliere, da qui fino al v. 16, mediante quattro quadri che sono poi quattro prerogative di quel cavaliere; quattro funzioni storiche (proviamo a denominarle così) che è l’Agnello, che è il Signore Gesù in quanto esercita la sua opera redentiva nel corso della storia. A queste quattro funzioni svolte dal cavaliere corrispondono quattro nomi che sono poi quattro titoli di riferimento.

Il combattente

V. 11, primo quadro: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava «Fedele» e «Verace»: egli giudica e combatte con giustizia”. Dunque prima prerogativa del cavaliere è il “combattente”; il combattente per eccellenza, per antonomasia; il combattente non per il gusto di menar le mani o di far man bassa dell’avversario, ma in quanto è colui che instaura quella giustizia che è qualità messianica inconfondibile (Is. Cap. 11, v. 4); è colui che si prende cura di custodire i deboli – la giustizia – (Salmo 45, vv. 4, 5, 6); la giustizia è attuata dal sovrano là dove egli mette a disposizione la sua povertà; quel sovrano che è espressamente identificato come lo sposo: esercita la giustizia perché offre la sua povertà come testimonianza inconfutabile della sua attrazione amorosa, della sua volontà nuziale.

Il Re Sacerdote

Secondo quadro, v. 12: “I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui”. Qui vedete il “sovrano”. Era il combattente nel primo quadro; nel secondo quadro viene segnalata la regalità del Messia. Più esattamente ancora: “ha sul suo capo molti diademi”, dunque tutto ciò che riguarda la sovranità, tutti i diademi, la totalità delle prerogative regali. Sì, ma notate bene: la corona posta sul capo del sommo sacerdote è caratterizzata (richiamo all’Antico Testamento) da un’incisione o anche, se si capisce bene, dall’applicazione di una scritta o di un simbolo che le viene affisso sopra. Dunque: noi siamo immediatamente condotti a considerare come egli eserciti tutte quelle funzioni mediatrici che sono proprie del sacerdozio. “Porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui”. Appunto: il nome santo del Dio vivente che nessuno può pronunciare. E’ il nome che conosce Lui e solo Lui, ma è la sorgente della vita, è il segreto del Dio vivente che adesso noi siamo in grado di raggiungere perché il cavaliere attraversa la scena, perché il sovrano svolge in pienezza la mediazione sacerdotale.

Il Maestro

Terzo quadro, vv. da 13 a 15 (prima metà): “E’ avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti”. Notate bene che qui il cavaliere viene segnalato tenendo conto delle sue prerogative didattiche o magistrali: è il Maestro, è colui che insegna in quanto usa il linguaggio del mondo, il linguaggio della carne umana. Questo mantello intriso di sangue ci rimanda a testi famosi dei Libri del Genesi (cap. 49, v. 11) e di Isaia (cap. 63, v. 1). E’ il linguaggio della condizione umana che il Maestro è in grado di modulare, di valorizzare in maniera tale da raggiungere l’umanità intera quale che sia la diversità di idioma, di cultura, di civiltà a cui gli uomini appartengono. Gli è assegnato il nome “Verbo di Dio”, “logos”: Maestro. Il v. 14 accenna a questi “eserciti del cielo (che) lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro.” Ed è un’immagine che allude a quella prerogativa che tutti siamo soliti riconoscere proprio della nostra vita cristiana, ossia il discepolato perché Lui è il protagonista dell’evangelizzazione: “Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti”. Questa spada affilata è esattamente l’evangelizzazione che colpisce, nel senso che è quell’arma in grado di penetrare fino ai segreti più reconditi dell’animo umano in modo tale da liberare il linguaggio che è proprio delle diverse culture umane così come si sono configurate nel corso della storia. Le genti. E’ l’evangelizzazione in atto ed Egli è il protagonista in quanto è Lui il Maestro e si trascina dietro una moltitudine di discepoli, tutti al servizio di questa sua opera didattica che penetra fino ai segreti della coscienza e, dall’interno, discerne il linguaggio degli uomini: a pieno titolo gli compete il nome di Verbo di Dio.

Il Pastore

Quarto quadro. V. 15 (seconda metà) e v. 16: “Egli le governerà (in realtà qui il testo greco si rifà a quella che è la traduzione in greco del Salmo 2: Egli le pascolerà. E’ importante qui cogliere la presenza del verbo “pascolare” perché – quarta prerogativa del cavaliere che sta attraversando la scena del mondo – la funzione storica dell’Agnello è la sua pastoralità: è il pastore con tutto quello che noi possiamo ben apprezzare per quanto riguarda la premura con cui si dedica a raccogliere e custodire la moltitudine delle pecore di un gregge che è in fase di costituzione) con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori”. E dove qui leggiamo di uno scettro di ferro è lo strumento del pastore e “pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente” (siamo già abituati a questo linguaggio): si intende con questa immagine l’espressione di un’urgenza appassionata di Colui che in tutto e sempre cerca il valore definitivo; è il Pastore puntuale, metodico, sistematico, incalzante, che non dimentica nessuno, che non si stanca mai e in tutto e sempre cerca nelle creature, disperse sulla scena del mondo, il valore definitivo che fin dall’inizio è stato assegnato ad esse per il fatto che sono creature amate da Dio.

Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori”: è un nome che leggiamo una volta che lo vediamo di spalle. Interessante questo v. 16. Il cavaliere che attraversa la scena; restiamo frastornati al suo passaggio, non riusciamo a rendercene conto e, una volta che è passato, ecco, lo vediamo di spalle e sul mantello, sul femore porta scritto “Re dei re e Signore dei signori”. Ricordate che in Esodo, cap. 33 c’è un momento in cui Mosè può vedere solo di spalle il Signore. Perché? Perché è già passato. Vedete, è il pastore instancabile, il pastore che sempre ci precede, sempre ci scavalca e noi lo vediamo di spalle. Ed ecco il nome: è il “Re dei re e Signore dei signori”. Questa è una citazione del Salmo 136, il grande Hallel, v.1: “Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia”.

E ancora lo stesso Salmo, v. 3: “il Signore dei signori”. E’ il grande Hallel. Un versetto dopo l’altro, sempre il ritornello “perché eterna è la sua misericordia”, “perché eterna è la sua misericordia”, “perché eterna è la sua misericordia”. Ecco, vedete: è il pastore che corre dappertutto, che è presente dovunque, che è premuroso verso ogni creatura, che ha uno sguardo, un pensiero, un gesto, una delicatezza per tutte le pecore del gregge per quanto disperse siano, per quanto piagate, ferite, per quanto ribelli siano “perché eterna è la sua misericordia”.

Fino al v. 16, vi dicevo: l’ultimo combattimento è in corso perché questo cavaliere che monta il cavallo bianco sta attraversando la scena e noi riusciamo a intravedere e a riconoscere il combattente, il re santo e sacerdote, il maestro, il pastore.

La sconfitta della bestia e del falso profeta

Corrispondentemente a questo suo passaggio che è sempre attuale, nei versetti che seguono Giovanni ci invita a contemplare la sconfitta della bestia. La prima bestia e poi l’altra bestia. E’ caduta Babilonia; è la sconfitta della bestia; è la fine dell’impero.

V. 17: “Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: «Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio»”. Dunque, gli uccelli del cielo invitati al grande banchetto; questa è un’immagine che incontriamo nel primo Libro di Samuele, cap. 17, vv. 44-46 (ricordate il combattimento di Golia e Davide: gli uccelli del cielo convocati per il banchetto in occasione di quell’avvenimento nel quale Golia, tracotante fino all’inverosimile, viene poi sconfitto da Davide). “Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi”. Il cavaliere che attraversa la scena è disarmato ma vittorioso. Il banchetto ormai è imbandito e la scena assume una fisionomia un po’ macabra (ma siamo abituati a non impressionarci per queste cose). Questo banchetto è lo stesso che era stato annunciato per le nozze dell’Agnello; ad esso partecipa l’umanità intera che è divenuta essa stessa cibo: i commensali sono invitati a mettersi a disposizione e potersi finalmente offrire come cibo imbandito sulla mensa. “Venite, radunatevi”.

Vv. 19-21: “Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito. Ma la bestia fu catturata (notate che non c’è nemmeno combattimento, non c’è il conflitto, non c’è una vera battaglia, la bestia è catturata senza che ci siano strascichi di conflittualità residua, è catturata e basta) e con essa il falso profeta (la seconda bestia) che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevan ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere (la Parola, l’Evangelo); e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni”. Ripeto, questa immagine non deve disgustarci. E’ esattamente così che Davide commenta la vittoria su Golia nel testo che citavo poco fa. Gli uccelli del cielo sono i rappresentanti di tutta la creazione che oramai partecipa a questo avvenimento che è la vittoria del cavaliere.

Notate che le due bestie vengono gettate nello stagno di fuoco: una piastra incandescente al di là della quale noi non penetriamo. Che ne sarà di queste due bestie una volta sprofondate oltre la superficie di questo stagno infuocato innanzi al quale noi ci arrestiamo con il nostro sguardo? Noi non sappiamo; quello che è certo è che anche le due bestie vengono assorbite all’interno di una vicenda che lascia a noi la commozione di chi è testimone di una epifania di bellezza.

Capitolo 20
Vince la vita

Il drago ha già perso, ma non si è arreso

Cap. 20. Nei 15 versetti di questo capitolo l’attenzione di Giovanni, che man mano ci propone le sue visioni, ci invita a condividere il suo sguardo profetico; ci parla della sconfitta di Satana, il drago, come se ne parlava precedentemente, e quindi la sconfitta della morte. Vedete: stiamo andando a ritroso. Babilonia, la capitale dell’impero, è caduta; la prima bestia, l’altra bestia nello stagno di fuoco, e il drago perché è stato lui a inviare le due bestie. Il drago è sconfitto e la morte è sconfitta.

Ora, dal v. 1 al v. 6, la visione di Giovanni è dominata da un’immagine che viene citata a più riprese e che viene così focalizzata: “mille anni, il millennio”. Notate bene che i versetti che noi abbiamo sotto gli occhi sono stati letti, riletti, interpretati in molti modi nel corso dei secoli, e sui quali sono stati versati i fatidici fiumi di inchiostro. Noi ci sbrighiamo abbastanza allegramente. “Il millennio, mille anni”. Che significa questo? Leggiamo: “Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone (eccolo: è il drago, il serpente antico cioè il diavolo, satana con tutti i nomi con i quali lo si chiama nel linguaggio biblico) e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo”.

Fino al v. 3. non c’è dubbio, qui Giovanni ci parla della sconfitta di Satana, il drago che ha inviato le bestie per insidiare la donna, quella donna che ha partorito il figlio maschio e subito è stato rapito al cielo e che poi è impegnata nella materna responsabilità di generare uomini nuovi per la vita eterna, in comunione con quel Figlio che ha vinto la morte. E il drago ha ordito i piani di cui Giovanni ci ha parlato per contrastare la missione affidata alla donna; per questo ha inviato la bestia, poi l’altra bestia, e quindi adesso noi veniamo a sapere che il drago è sconfitto.

Ma attenzione: per mille anni. Per intenderci subito tenete conto di quei testi nei quali leggiamo – mi riferisco al Salmo 84, v. 11, al Salmo 90, v. 4 – che dinanzi a Dio mille anni sono come un giorno e viceversa. Vi ho citato due versetti di due Salmi; un testo che, prelevato dai due versetti, viene poi riproposto nella seconda lettera di Pietro, cap. 3, v. 8. Mille anni come un giorno. E questo per dire che mille anni è una cifra simbolica che serve a raccogliere tutto lo svolgimento della storia umana che dura mille anni, tremila, quattromila, cinquemila, ventimila: mille anni, il tempo nel corso del quale si svolge la storia umana ma, vedete, questo svolgimento temporale coincide con il giorno del Signore di cui si parla insistentemente già nella predicazione dei profeti, e quel giorno del Signore che fu il giorno della prima creazione. Mi riferisco non al primo, ma al secondo racconto, Genesi 2 e Genesi 3. In quel primo giorno in cui il Signore plasma dal fango della terra e soffia in modo tale da creare Adam e poi la compagna e poi il resto; tutto questo avviene nel primo giorno. Ebbene: il giorno del Signore porta a compimento quell’intenzione redentiva che si svolge lungo tutto l’arco della storia umana e adesso, vedete, noi siamo in grado di raccogliere lo svolgimento del millennio che simbolicamente contiene in sé tutta la storia di ieri, di oggi, di domani, in obbedienza a quel giorno: è il giorno del Signore che ormai è instaurato, è il giorno del Signore che ricapitola tutto lo svolgimento della storia in obbedienza a quell’iniziativa che fu manifestata fin dalla creazione.

Il millennio di cui si parla qui è il tempo nel corso del quale si sta svolgendo la nostra storia, ma questo svolgimento nel tempo è interno al giorno del Signore, coincide con l’avvento di quel giorno, è l’attuazione definitiva di quel giorno che rimane; di quel giorno che è eterno, di quel giorno che è definitivo: è il giorno del Signore.

L’avversario per eccellenza, colui che vuole imporsi come protagonista è già sconfitto in relazione alla Pasqua del Signore perché nella morte e risurrezione del Signore già è instaurato il giorno definitivo. Quel giorno del Signore è il giorno eterno che scandisce i tempi che ricapitola in sé tutti gli sviluppi, e che già segna il termine definitivo della storia umana.

Intanto, nel corso del millennio, l’avversario si agita nell’abisso. Qui “abisso” non indica un luogo particolare ma la realtà di questo mondo in quanto è ancora, durante il millennio, segnata dalle insidie dell’avversario che, per quanto sconfitto, non si è arreso. Questa è la situazione paradossale della nostra storia umana. Ed è questo il motivo per cui la realtà di questo mondo assume caratteristiche abissali o infernali.

Dice qui il v. 3 ancora: “Dopo questi – che sono i mille anni – dovrà essere sciolto per un po’ di tempo”. Attenzione a questa espressione; bisogna evitare di confondersi perché questo “dopo” (aggiungo la mia alle molte interpretazioni che sono state date) è da intendere nel senso di “sotto” o “dentro” al millennio; non è un “dopo” temporale. Dentro al millennio lui, il drago, è sciolto, si muove, si agita, “per un po’ di tempo”. E, vedete, questo “po’ di tempo” è una misura anche di spazio: quel movimento che ancora è concesso al drago come tentazione che serpeggia. Però la storia umana è ormai ricapitolata nel giorno del Signore, dunque è storia per la salvezza; nel corso del millennio il drago si agita per quel tanto che gli è concesso dalla complicità umana. In modo sotterraneo, nascosto, invadente, insidioso, tormentoso, ma ha bisogno della complicità umana. Può ancora operare nel corso del millennio per quel tanto che la malizia del cuore umano, l’iniquità, l’ingiustizia di cui dobbiamo attribuire a noi stessi la responsabilità, gli consentono di intervenire.

Dopo questi (giorni, o meglio anni; dentro ai mille anni, sotto ai mille anni) dovrà essere sciolto per un po’ di tempo”. E’ interessante l’uso di questa forma verbale perché c’è una necessità provvidenziale; per quanto il drago voglia ancora darsi l’apparenza spavalda e prepotente di colui che domina la scena del mondo, nascostamente, approfittando dell’abisso, scendendo nei luoghi oscuri che gli consentono i giochi seduttivi più impensati e più squallidi, questa sua libertà di movimento è sottoposta a una necessità provvidenziale; lui è sconfitto. “Dovrà essere sciolto per un po’ di tempo”. La stessa permanenza della tentazione nel corso del millennio è sottoposta anch’essa a quella sconfitta che già riguarda il drago per se stesso. E’ davvero orribile questa vicenda di questa creatura angelica decaduta. Benchè sconfitto non si arrende.

La morte non ha più potere sui santi martiri

Leggiamo. V. 4: “Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni (di nuovo il millennio); gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni”.

Versetti di non facile comprensione. Vi invito a prendere per buone le mie proposte. Il millennio è già coincidente con il giorno della vita nuova, mentre gli uomini sono ancora sottoposti al regime della morte man mano che si succedono le generazioni dal Genesi in poi, dal primo peccato: “tu vai incontro alla morte”, dice il Signore Dio all’uomo. La storia della salvezza si inserisce in quell’intervallo di tempo che sta tra il peccato e la morte perché la morte che è conseguenza del peccato non è immediatamente collegata con il peccato. “Ha detto il Signore Dio: quando mangerai morirai”. E’ vero? Morirai: però con uno slittamento nel tempo; quel tanto che consente alla donna di partorire; così si va di generazione in generazione e quella è già una storia che diventa il quadro nel contesto del quale si inserisce l’opera della salvezza. E’ già il primo annuncio della salvezza quell’antico racconto che leggiamo nel cap. 3 del Genesi.

Fatto sta, vedete, che gli uomini muoiono; ma gli uomini sono redenti in Cristo e Giovanni qui ci invita a contemplare la realtà di coloro che già siedono per giudicare e per regnare, coloro che già sono passati attraverso il martirio, ma più esattamente coloro che ormai sono coinvolti in quella relazione di appartenenza, di comunione con il Figlio morto e risorto per cui già sono morti e risorti con Lui. C’è di mezzo la novità del battesimo. In virtù del battesimo, muoiono in anticipo; in virtù del battesimo, che è già un’anticipazione della morte, ma è un’anticipazione della morte nel senso che ormai chi muore incontra il Signore vivente che è vittorioso sulla morte. E’ la prima risurrezione, come dice qui, che è relativa alla prima morte, quella battesimale che è, allo stesso tempo, già nascita a vita nuova che non muore più.

E notate come qui, per Giovanni, non c’è da dubitarne: proprio coloro che già hanno reso testimonianza fino al martirio, coloro che si preparano al martirio, coloro che sono ormai segnati dall’impronta battesimale, proprio costoro governano la storia umana. V. 4: “Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni”. Dunque nel corso del millennio già la nostra condizione umana mediante il battesimo e in virtù di questa comunione di morte e risurrezione con il Figlio di Dio, è condotta alla pienezza della vita che non muore più. Già la nostra condizione umana è dotata di quelle prerogative regali che competono a Cristo, il Figlio. Prerogative regali e, possiamo aggiungere, prerogative sacerdotali. Questa è la beatitudine di una vita che non muore più. Regali e sacerdotali sono le note caratteristiche di questa vita nuova a cui il battesimo consacra coloro che sono già morti in anticipo per esser già vivificati fin dall’inizio. Nel corso del millennio.

Dice il v. 5: “Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione”. E’ la beatitudine che compete a coloro che già sono stati sigillati mediante il battesimo. Una vita che non muore più, una vita dotata di competenze regali e sacerdotali tanto è vero che subito leggiamo: “Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni”. Vedete: nel corso del millennio, che è esattamente la condizione nella quale ci troviamo noi, mentre il drago ancora imperversa a suo modo, già sono beati coloro che godono la pienezza di quei frutti corrispondenti alla pienezza della vita; su di loro non ha potere la seconda morte perché quando moriranno, moriranno in Cristo, non in obbedienza al peccato che produce la morte, ma in obbedienza al Signore della morte.

Coloro che già sono morti nel battesimo non muoiono più perchè questa seconda morte è già risucchiata nella prima risurrezione: è il compimento di un disegno redentivo che sigilla la comunità redenta nella comunione con il Figlio di Dio che è risorto dai morti, che è re e sacerdote. E’ veramente meraviglioso questo modo di guardare la morte: suprema espressione di una responsabilità sacerdotale; definitiva attuazione di una dignità regale. Così muoiono i battezzati in Cristo. Muoiono e nella loro morte non obbediscono al peccato, ma a Cristo, sacerdote e re. E nella loro morte portano a compimento quella che già è la novità che ha ristrutturato dall’interno la loro vita. Proprio in quel loro morire realizzano un atto di mediazione sacerdotale e assumono la pienezza delle prerogative regali. Questo è motivo di tutto un apparato liturgico che si muove in riferimento ai nostri defunti. Vedete: questo nel corso del millennio.

La sconfitta definitiva di satana

Dal v. 7 al v. 15. Nei primi sei versetti Giovanni ci ha parlato di quella che fin da adesso, nel corso del millennio, è la sconfitta dell’avversario ed è la vita nuova, quella che non muore più.. Ma il millennio non è interminabile: il millennio finisce, si esaurisce, è tempo che passa. Rimane il giorno del Signore e qui in questi successivi versetti vediamo la sconfitta finale: “Quando i mille anni saranno compiuti (dunque siamo sollecitati da Giovanni ad affacciarci su quell’orizzonte che si spalanca davanti a noi una volta che il millennio è concluso) satana verrà liberato dal suo carcere (nel v. 7 notate bene che il verbo è lo stesso che leggevamo nel v. 3: “verrà sciolto”, era il verbo sciogliere) e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magòg, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare”.

L’opera seduttiva a cui l’avversario si è dedicato nel corso del millennio e adesso, vedete, il millennio è esaurito: satana è stato sciolto, è in grado di muoversi per un po’ di tempo, per quello spazio che gli viene messo a disposizione dalla complicità umana (è quanto leggevamo di già). Vedete, ce la mette tutta. Una seduzione, quella che egli promuove, di carattere capillare che veramente vuole inquinare la storia umana in maniera da coinvolgere una partecipazione universale; qui c’è un esplicito richiamo ai capp. 37 e 38 di Ezechiele che già citavo precedentemente, in questo accenno a Gog e Magòg, ma anche ad altri testi dell’Antico Testamento, testi dei profeti e non solo. L’avversario vuole promuovere una ribellione ad oltranza e d’altra parte ricade, lui, con tutti i suoi inganni, all’interno dei limiti che riguardano la temporalità del millennio. L’apparenza è grandiosa: tutte “le nazioni ai quattro punti della terra… per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra”.

Emerge adesso, nella visione di Giovanni, l’esplicita aggressione al popolo di Dio: “Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta”, la città amata. Citazioni antico testamentarie: ricordo l’immagine del popolo accampato, di tappa in tappa, nel deserto di cui leggiamo nei Libri dell’Esodo, del Levitico, dei Numeri, del Deuteronomio, mentre il popolo in marcia va di accampamento in accampamento, di parrocchia in parrocchia, di chiesa in chiesa; questa salita è intercettata, disturbata da un avversario che assume fisionomie differenti ma sempre pericolosissime, non c’è da dubitarne. Pensate a Amalek, nel cap. 17 del Libro dell’Esodo “fino all’assedio della città amata”; Salmo 87, v. 2, Salmo 78, v. 68; il cantico nel Libro di Tobia; la presenza del popolo di Dio, popolo amato.

Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo che li aveva sedotti (l’inganno è sbugiardato. Il seduttore aveva coinvolto le nazioni della terra per questa impresa distruttiva, mirata per l’appunto a contestare l’opera di Dio per la salvezza, ossia a rimuovere dal cuore umano la confidenza nel dono d’amore ricevuto da Dio) fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”. Qui un esplicito richiamo a un gesto compiuto dal profeta Elia, nel secondo Libro dei Re, nel cap. 1°: “un fuoco scese dal cielo e li divorò”. Un intervento celeste che passa attraverso la pazienza e il martirio dei profeti: Elia è figura esemplare.

In ogni caso il diavolo è sconfitto, è già sconfitto e la conclusione del millennio, laddove rimane il giorno del Signore, coincide con la rimozione dell’avversario, il grande truffatore che ha ingannato in tutti i modi e senza ancora arrendersi perché viene “gettato nello stagno di fuoco e zolfo”. Ritorna quella piastra infuocata dinanzi alla quale eravamo rimasti stupefatti e ammirati, laddove erano state gettate oltre la superficie di quello stagno di fuoco e di zolfo le due bestie. E adesso è lui, l’avversario, là “dove sono anche la bestia e il falso profeta (le due bestie): saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”.

Anche in questo caso la superficie di questo stagno di fuoco rimane impenetrabile per noi. C’è qui un richiamo all’episodio che leggiamo nel cap. 19 del Genesi a riguardo di Sodoma e Gomorra, un richiamo che il testo conferma in modo inconfondibile. Fatto sta, vedete, la superficie di quello stagno rimane impenetrabile. E, d’altra parte, emana una bellezza dinanzi alla quale noi restiamo incantati: che cosa ne sarà dell’avversario oltre quella soglia che per noi è impenetrabile? Non sappiamo altro se non che l’avversario – anche lui – è ricapitolato all’interno di un disegno nel quale il giorno del Signore è instaurato e l’opera del Signore si realizza in un’epifania di splendore e di gloria. Che cosa ne sarà di quella creatura? Appartiene a Dio e appartiene certamente alla gloria splendida e incantevole del Dio vivente. Questo sappiamo.

La morte della morte: è gettata nello stagno di fuoco

Dal v. 11 al v. 15: “Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso (è il Dio vivente, un grande trono bianco e colui che sedeva, senza nome). Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé”. Ricordate il Salmo 114 quando leggiamo “Che hai tu, mare, per fuggire, e tu, Giordano, perché torni indietro?”. Qui il verbo usato in greco è esattamente il verbo fuggire: “dalla sua presenza era fuggita la terra”. E’ il Dio vivente che si erge sul trono e dinanzi a lui tutto l’universo è sconvolto e ricapitolato. E’ il linguaggio del Creatore che porta a compimento le sue intenzioni senza più opposizioni. “Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé”: ogni opposizione è rimossa. E allora: “vidi i morti (vedete: la morte non è più in grado di opporre resistenza. La morte è sconfitta, è domata, è riconciliata. Tutto fa sempre riferimento alla Pasqua del Figlio perché morto è Lui, Lui è passato attraverso la morte, ha piegato la morte, ha dominato la morte e ha trasformato la morte in strumento redentivo che rivela la gloria di Dio e apre per gli uomini l’ingresso alla vita nuova) grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri”. Vedete, i morti, tutti: è l’umanità intera, la moltitudine delle creature umane, tutti gli uomini che da Adamo in poi sono sottoposti al vaglio della morte e “dinanzi a Colui che siede sul trono, laddove si aprono i libri”. Questo accenno ai libri (che riprende testi che leggiamo nel Libro di Daniele e non solo) comunque ci invita a scrutare l’intimo del Dio vivente. Qual è il segreto di Dio? Il segreto che adesso viene esposto, viene manifestato. Ricordate il Salmo 87: “Il Signore scriverà nel libro dei popoli: «Là costui è nato». E danzando canteranno: «Sono in te tutte le mie sorgenti»”.

Salmo 87, il libro di Dio, l’intimo di Dio adesso è spalancato, è squadernato, è proclamato e “i morti sono là”. “Fu aperto anche un altro libro, quello della vita”. Vedete: ci sono i libri e c’è il libro della vita, di cui già si è parlato nell’Apocalisse, che è quel criterio interpretativo di tutto quello che Dio ha voluto rivelarci, di quel segreto che Dio ha voluto esporre e mettere a nostra disposizione; quel criterio interpretativo che coincide con la Pasqua del Figlio; è il libro della vita dell’Agnello; il libro della vita.

I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere.” Dunque, vedete, ciò che sembra un modo perfettamente coerente con quello che si presenta come un quadro giudiziario nel quale considerare le cose: gli uomini, peccatori, che vanno incontro alla morte, giudicati in base a ciò che sta scritto nei libri? Ciascuno secondo le sue opere? Qui siamo, nella visione di Giovanni, di fronte a un accumulo di presenze: “Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco”. Dunque, la morte è domata. Qui abbiamo a che fare con la sconfitta della morte che è la morte della morte. E adesso, qui, Giovanni sta dicendo che questa è la grande speranza: questi versetti sono grandiosi perché Giovanni sta dicendo che la grande speranza è che per tutti gli uomini che muoiono, in quanto sono morti, non c’è altro da aspettare che la loro glorificazione in Cristo.

Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco”. Ma chi non è scritto nel libro della vita? Questa è la grande speranza della Chiesa che celebra la Pasqua del Signore disceso agli inferi. Questa è la grande speranza della Chiesa che continua a evangelizzare e che non annuncia la salvezza dei propri adepti e la condanna dei propri avversari, ma proclama che Cristo è risorto dai morti ed è vittorioso sulla morte. E in questo sta la sua vittoria: ha trasformato la morte da condanna in sigillo, in comunione redentiva per cui nessun uomo che muore può più sfuggire alla sua opera d’amore per la gloria di Dio.

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 27/11/2020 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag , .

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

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