COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

3 Dicembre – Francesco Saverio


santo-del-giorno

Una rassegna di Santi, maestri e testimoni del Vangelo di tutti i tempi che come fari luminosi orientano il nostro cammino di cristiani e missionari.

 3 Dicembre
Francesco Saverio.
Gesuita, missionario dal cuore aperto al mondo 


Chi guarda al mondo con gli occhi del Risorto non teme i confini, sa che l’intero pianeta è “casa”, una dimora comune per l’umanità amata da Dio. Nel mondo globalizzato non sempre questa prospettiva appartiene al vissuto delle comunità cristiana: oggi la liturgia ci ricorda la necessità di vivere da missionari con il cuore aperto al mondo celebrando la memoria di san Francesco Saverio, sacerdote gesuita. Nato in Navarra nel 1506, a Parigi aveva incontrato Ignazio da Loyola, che aiutò nella fondazione della Compagnia di Gesù. Su richiesta di papa Paolo III nel 1540 venne scelto per portare il Vangelo in Oriente. Ci volle un anno per giungere a Goa e poi da lì arrivò a Taiwan. Nel 1545 era nella penisola di Malacca e quattro anni dopo arrivò in Giappone. Progettava di portare il Vangelo in Cina ma morì di polmonite sull’isola di Shangchuan nel 1552.
Altri santi. San Sofonia, profeta (VII sec. a.C.); beato Giovanni Nepomuceno Tschiderer, vescovo (1777-1860)

Matteo Liut
Avvenire

Dalle «Lettere» a sant’Ignazio di san Francesco Saverio, sacerdote

Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave ed i Comandamenti della legge divina.
Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali, come si dice, non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano né dire l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il regno dei cieli.
Perciò, non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono molti intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani.
Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno!
Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti!
In verità moltissimi di costoro, turbati questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore: «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?» (At 9, 6 volg.). Mandami dove vuoi, magari anche in India.
(Lett. 20 ott. 1542, 15 gennaio 1544; Epist. S. Francisci Xaverii aliaque eius scripta, ed. G. Schurhammer I Wicki, t. I, Mon. Hist. Soc. Iesu, vol. 67, Romae, 1944, pp. 147-148; 166-167)


Il santo missionario visto dagli occhi di tre gesuiti nella Chiesa del terzo millennio

MARCO GRIECO
3.12.2019
http://www.interris.it

Nelle migliaia di lettere che invia alla Compagnia di Gesù, il giovane Francesco Saverio non parla mai del “miracolo del granchio”. Ne fa menzione il giovane avventuriero Fausto Rodríguez, che accompagnò il gesuita in una spedizione verso l’Indonesia: un’odissea nella quale entrambi rischiarono di perdere la vita fra i marosi, se il santo non avesse calato il crocifisso nelle acque per poi perderlo fra gli abissi. Eppure, scampati alla morte, si dice che sulla spiaggia dell’isola di Ceram un granchio riportò a Francesco Saverio quel piccolo crocifisso di legno e lui lo baciò, lodando Dio per averli salvati.

L’episodio è la sintesi della vita del santo gesuita, che può essere letta soltanto camminando al suo passo. Patrono delle missioni, San Francesco Saverio incarna il Vangelo nei passi, come un San Paolo nel sedicesimo secolo. Il suo ascendente sulla Compagnia di Gesù ha un peso rilevante al punto che lo stesso Papa Francesco lo ha eletto nel suo recente viaggio in Giappone quale esempio di Chiesa in cammino. Il santo gesuita ha dato corpo alla parola missione nella sua vita, pur uscendo a fatica dalle ambizioni di quello che era un valente giovane originario della Navarra, poi il promettente studente di un’Europa embrionale che si stava formando fra i chiostri universitari d’Europa.

Agli studenti si rivolge in una delle sue lettere “infiammate”, opponendo l’azione tipica del carisma di Ignazio di Loyola alle sterili dispute cattedratiche. Il gesuita di Navarra tradusse i suoi pensieri in azione: navigò tremila miglia in tre anni in cui provò il corpo più che lo spirito.

Come può un santo vissuto nel XVI secolo essere da esempio alla Chiesa di oggi? In Terris lo ha chiesto ad alcuni gesuiti, che incarnano appieno lo spirito della “Chiesa in uscita” simboleggiato da San Francesco Saverio, in un viaggio alle radici non solo della Compagnia di Gesù, ma di tutta la missione della Chiesa nel terzo millennio.

Cardinale Michael Czerny S.J.

Il cardinale M. Czerny è Sotto-Segretario della Sezione Migranti del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Eminenza, cosa rappresenta oggi San Francesco Saverio per la Chiesa di oggi?
“Nel giorno in cui lo ricordiamo nella Liturgia, ci ispiri San Francesco Saverio, così come ci insegna Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium: “La partenza missionaria è il paradigma di tutta l’opera della Chiesa” (EG15). La Chiesa è missione! Il cristiano è un itinerante! Siamo tutti inviati alle nostre personali periferie e alle periferie esistenziali della nostra società. San Francesco Saverio, prega per noi, ed ottienici dal Signore il coraggio di vivere pienamente la nostra vocazione battesimale”.

Padre Antonio Spadaro S.J.

Padre A. Spadaro è Direttore de La Civiltà Cattolica.

Padre Spadaro, quale insegnamento da san Francesco Saverio ai Gesuiti di oggi?
“Francesco Saverio colpisce tutti i Gesuiti di ieri e di oggi, anzi direi che la sua vocazione missionaria fa parte del dna della vocazione di un gesuita. In fondo, lui era un giovane di belle speranze, proiettato verso il successo mondano. Ma ha incontrato Ignazio di Loyola quando era studente: non avendo molti soldi, fu costretto a dividere la stanza che l’università affittava agli studenti con due altri compagni di studio: Pietro Favre – fato santo da Papa Francesco – e sant’Ignazio, appunto. Grazie a questo incontro fece una forte esperienza spirituale che lo ha cambiato e poi lo ha spinto in missione e a desiderare di andare lontano”.

Cosa la colpisce di questo “santo missionario”?
“Sono molto belle le sue lettere dal Giappone. È, per esempio, celebre la prima in cui egli esprime le sue impressioni sulla gente giapponese, “la migliore” che avesse mai incontrato. Questo dimostra che in lui c’era un senso di profondo amore, di rispetto, quasi la percezione di un ‘senso di superiorità’ dell’altro. Il suo è l’atteggiamento missionario di uomo appassionato del Vangelo, ma nello stesso profondamente innamorato della cultura e della gente che incontrava. Francesco Saverio ammirava molto la cortesia l’onore che i Giapponesi gli comunicavano e questo rivela in lui la capacità di essere attento ai tratti caratteristici di una cultura altra”.

Il suo occhio missionario si volge anche ai suoi Compagni, vero?
“Sì. Questo è un altro elemento che mi ha sempre colpito di lui: l’amore per la scrittura come mezzo per mantenere il collegamento con i suoi Compagni in Europa, con Sant’Ignazio e il suo desiderio di dare notizie, ma anche di riceverne. San Francesco portava nella talare, all’altezza del cuore, il nome di Ignazio e dei suoi Compagni: questo significa che la sua esperienza spirituale aveva un carattere profondamente comunitario, legato a un carisma che era proprio nato in quegli anni. Questo suo desiderio di tenere i contatti è, dunque, molto importante per noi oggi”.

Lui ha incarnato il “magis”, tipico del carisma gesuita…
“Se si leggono le sue lettere, si trovano espressioni come fare un grande fruttoaumentare molto i confini di Santa Madre Chiesafare molto servizioaumentare la nostra fede. Questi termini esprimono il ‘desiderio del di più’,  la sua capacità di sognare in grande e di voler spendere totalmente la sua vita per il Vangelo. Francesco Saverio era realista, consapevole dei propri limiti in sé e nella propria azione, ma questo non ha mai intaccato, né ostacolato il suo desiderio, puntando sempre al ‘frutto più grande’”.

Come San Francesco Saverio può essere modello per i missionari di oggi?
“Lui comprendeva le circostanze e la tipologia di missionario che le varie terre richiedevano. Le lettere sono preziose anche in tal senso. Per esempio, quando parla delle regioni dell’India, lui scrive a Sant’Ignazio che erano necessarie persone con forze corporali e grandi qualità spirituali, perché il lavoro missionario in quelle terre prevedeva catechesi, visite ai villaggi: tutte attività impegnative anche dal punto di vista fisico. In Giappone, invece, l’aspetto intellettuale, poiché aveva notato che i Cinesi e i Giapponesi gli ponevano molte domande e – come lui stesso scrive – ‘amano la filosofia’. In questo caso, richiedeva missionari con solidità spirituale e buona capacità intellettuale, versati nella dialettica. Tutto questo è interessante perché si vede in lui l’adattamento alle situazioni che dice molto della sua grande capacità di lettura della storia, dei popoli e delle esigenze delle persone”.

Padre Francesco Occhetta S. J.

P. Francesco Occhetta è scrittore de La Civiltà Cattolica.

Padre Occhetta, qual è l’insegnamento di San Francesco Saverio oggi per la Chiesa? Papa Francesco lo ha menzionato nel suo viaggio in Giappone: il santo gesuita è un esempio di spiritualità come “intimità itinerante” (Evangelii Gaudium) anche oggi?
“Camminare verso le frontiere non ancora esplorate, non solo territoriali, ma anche culturali e politiche. Spende dieci anni della sua vita in Asia, di questi ne passa almeno cinque in navigazione o aspettando di imbarcarsi, percorre qualcosa come 63.200 km, al punto che molti biografi lo considerano un nuovo san Paolo. Ma il viaggio più affascinante che percorre il Saverio è quello interiore. Il suo cammino lo porta ad uscire da se stesso per giungere alla soglia del faccia a faccia con Dio per riconoscere il fondamento della sua identità nel volto delle migliaia di persone incontrate”.

In che modo la figura di San Francesco Saverio ispira un gesuita di oggi?
“La sua disponibilità. Quando don Pedro Mascarenhas, ambasciatore di Giovanni III, re del Portogallo, va a Roma per chiedere a sant’Ignazio, a nome del suo sovrano, un gesuita per l’Oriente. La partenza era fissata per il 15 marzo 1540. Ma il padre prescelto, il Bobadilla, si ammala. Il 14 marzo Ignazio chiede al Saverio se può sostituire il suo confratello. Il tempo di pensarci, di accettare, di ordinare le poche cose che aveva per presentarsi a Ignazio e dirgli: “Pues, sus héme aqui” (Bene, eccomi qui!). La sua vita cambiò per sempre e non ritornò più. Ci insegna che l’infinito è sempre nel passo in più”.

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Questa voce è stata pubblicata il 04/12/2020 da in ITALIANO, Missione, Santo del giorno, Santo della settimana con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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