COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Prima Lettera di Giovanni – Agostino (5) Omelie 9-10 Capitoli 4-5

Lectio divina sulla Prima Lettera di Giovanni – Sant’Agostino
Omelie 9-10 Capitoli 4-5

OMELIA 9

In questo il nostro amore è perfetto…

La carità che ci fa rimanere in Dio, si estende ai nemici e, preparata dal timore servile, guidata da quello casto, ci rende belli agli occhi di Dio, perché la carità è Dio stesso. Con essa rimaniamo uniti a Cristo e nell’unità della Chiesa.

[Non esser pigro. Rimani in Dio, per non cadere.]

1. Ricorda la vostra Carità che dobbiamo esporre e commentare l’ultima parte dell’Epistola dell’apostolo Giovanni: lo facciamo con l’aiuto che il Signore vorrà concederci. Noi siamo ben consapevoli di questo nostro debito e voi d’altra parte dovete ricordarvi di esigerne il pagamento. Proprio quella carità, che tanto spesso e quasi esclusivamente viene raccomandata in questa Epistola, rende noi debitori fedelissimi e voi dolcissimi esattori. Vi ho definito esattori dolcissimi perché, se si toglie la carità, l’esattore è persona che procura amarezza. Ma dove c’è carità, allora anche un esattore può diventare persona dolce. A sua volta, pur andando il debitore incontro a qualche fatica, la carità rende lieve ed a volte annulla la sua fatica. Non vediamo forse negli stessi animali, che pure non parlano e non hanno la ragione, e nei quali non vige la carità spirituale bensì una carità carnale e naturale, con quanto affetto i piccoli chiedono il latte alle poppe materne? Eccolo il piccolo levarsi quasi con impeto verso di esse; ma la madre non ci bada, purché il suo piccolo venga a succhiare e ad esigere ciò che la carità impone di dare. Spesso osserviamo vitelli già divezzati percuotere con la testa le mammelle delle loro madri e sollevare i corpi di esse con impeto da terra, senza che esse li tengano lontani con le zampe; anzi, se non è presente il piccolo a succhiare, vanno muggendo per attirarli a sé. Se dunque c’è in noi quella spirituale carità cui accenna l’Apostolo quando dice: Mi son fatto come un bambino in mezzo a voi, come una nutrice che si prende cura dei figli (1 Ts 2, 7), noi vi amiamo proprio quando voi vi mostrate esigenti. Non amiamo i pigri, poiché per i tiepidi nutriamo apprensione. Abbiamo dovuto mettere da parte il testo di questa Epistola, perché nelle recenti festività abbiamo dovuto leggere altri importanti testi liturgici, che non si poteva tralasciare di leggere e spiegare. Ma adesso ritorniamo al programma interrotto e la vostra Santità presti tutta l’attenzione a quest’ultima parte. Non so come Giovanni avrebbe potuto farci l’elogio della carità con parole più sublimi di queste: Dio è carità (1 Gv 4, 8). C’è qui una lode tanto breve eppure tanto grande: breve nelle parole, grande nel significato. Si fa tanto presto a pronunciare la frase: Dio è amore! Una frase breve, di un solo periodo, ma quanto peso di significato essa contiene. Dio è amore; e Giovanni aggiunge: Chi resta nell’amore, resta in Dio e Dio resta in lui (1 Gv 4, 16). Dio sia la tua casa e tu sii la casa di Dio: resta in Dio e che Dio resti in te. Dio resta in te per contenerti; tu resti in Dio per non cadere. L’apostolo Paolo dice infatti della carità: La carità non cade mai (1 Cor 13, 8). Come è possibile che cada colui che Dio contiene?

[C’è chi sopporta la morte e chi la vita.]

2. In questo il nostro amore ha raggiunto la perfezione, che nel giorno del giudizio saremo pieni di fiducia, perché anche noi, in questo mondo, siamo così come è lui (1 Gv 4, 17). Ci dice qui in quale modo ciascuno può provare sin dove la carità è progredita in lui o meglio fin dove lui è progredito nella carità. Infatti, se è vero che Dio è carità, Dio né progredisce, né regredisce. Dicendo allora che in te progredisce la carità, si vuol intendere che tu progredisci in essa. Chiediti dunque quanto è il tuo progresso nella carità, ascolta che cosa può risponderti la coscienza, al fine di conoscere la misura dei tuoi progressi. Giovanni ci ha promesso di mostrarci il segno da cui possiamo avere la certezza di conoscere Dio, quando ci disse: In questo consiste la perfezione della carità. Chiedi pure: in che? Nel fatto di sentirci animati da fiducia nel giorno del giudizio. Chi appunto si sentirà animato da fiducia nel giorno del giudizio, ha raggiunto la perfezione della carità. Ma che significa avere fiducia nel giorno del giudizio? Significa non temerne l’arrivo. Alcuni non credono nel giorno del giudizio; essi non possono certo avere fiducia in quel giorno in cui non credono. Ma costoro lasciamoli pure da parte; Dio un giorno li susciterà alla vita; ma ora a che pro interessarci di morti, quali essi sono? Essi non credono che ci sarà un giorno del giudizio, non lo temono e naturalmente neppure lo desiderano. Tutto questo perché non credono. Ma se uno incomincia a credere che verrà il giorno del giudizio, da quel momento incomincerà anche a temerlo. Se però lo teme soltanto, non è ancora fiducioso nel giorno del giudizio, né la carità in lui è ancora perfetta. Che fare allora? Disperarsi? Ma perché non sperare che ci sarà la fine, allorché vedi che c’è stato l’inizio? Quale inizio? mi chiederai. Quello del timore. Senti cosa dice la Scrittura: Il timore di Dio è inizio di sapienza (Sir 1, 16). Quando si incomincia a temere il giorno del giudizio, ci si incomincia anche ad emendare ed a combattere i nemici che sono i propri peccati. Si incomincia a risuscitare interiormente e a mortificare le proprie membra terrene, secondo le parole dell’Apostolo: Mortificate le vostre membra terrene (Col 3, 5). Membra terrene sono – a detta dello stesso Apostolo – la malizia spirituale, che viene poi così specificata quando ricorda: l’avarizia, l’immondezza, ed altri vizi di cui ci dà l’enumerazione. Chi ha incominciato a temere il giorno del giudizio, quanto più mortifica le membra terrene tanto più risuscita ed irrobustisce quelle celesti. Membra celesti sono tutte le opere buone. Sviluppandosi le membra celesti, si incomincia anche a desiderare ciò che prima si temeva. Chi prima temeva il ritorno di Cristo, perché pauroso che Cristo avesse trovato in lui un empio da condannare, ora desidera che egli venga, poiché potrà trovare in lui una persona pia da premiare. Dal momento in cui un’anima casta desidera il ritorno di Cristo, desiderando l’abbraccio dello sposo, lascia gli amori adulteri; diventa, interiormente, una vergine ad opera della fede, della speranza e della carità. Essa allora si sente tutta fiduciosa nel giorno del giudizio. Quando prega e dice: Venga il tuo regno (Mt 6, 10), non ripete una frase che potrebbe volgersi a suo danno. Chi teme che venga il Regno di Dio, teme che questa preghiera venga esaudita. Come pregare, se si ha il timore di essere esauditi? Chi prega nella fiducia che nasce dalla carità, brama che il Regno di Dio venga già fin d’ora. Mosso da tale desiderio, così pregava il salmista: Tu, Signore, perché tardi? Volgiti, o Signore, e chiama a te l’anima mia (Sal 6, 4-5). Gemeva perché Dio tardava a mostrarsi. Certi uomini sopportano la morte; altri, che hanno raggiunto la perfezione, sopportano la vita. Mi spiego. Chi ama ancora questa vita mortale, quando giunge la morte, la sopporta con pazienza, lotta contro se stesso, rassegnandosi alla volontà di Dio; e così agisce più per fare la volontà di Dio che non la propria: e dal desiderio della vita presente sorge una lotta tra lui e la morte; ha bisogno di pazienza e fortezza per morire in serenità d’animo. Così chi muore con sopportazione. Ma chi è attratto dal desiderio della morte e brama, come dice l’Apostolo, di andarsene per essere insieme col Cristo, non muore con sopportazione; anzi, dopo aver sopportato la vita, muore con gioia. Ecco l’esempio dell’Apostolo, che ha vissuto sopportando la vita, non amando cioè la vita presente ma tollerandola. E’ molto meglio – afferma lui stesso – partire, per stare col Cristo: ma è pur necessario, a causa di voi, restare nella carne (Fil 1, 23-24). Orsù dunque, o miei fratelli, fate che sorga dentro di voi il desiderio del giorno del giudizio. Non si dà prova di perfetta carità, se non quando si incomincia a desiderare il giorno del giudizio. Ma lo desidera questo giorno chi si sente animato da fiducia al suo pensiero; e questo avviene in coloro la cui coscienza non è agitata da timore, perché confermata dalla perfetta e sincera carità.

[Simili a Dio se preghiamo per i nemici.]

3. Questo è il segno che in noi l’amore di Dio ha raggiunto la perfezione: l’aver fiducia nel giorno del giudizio. Perché abbiamo fiducia? Perché come lui è, così anche noi siamo in questo mondo (1 Gv 4, 17). Tu hai così conosciuto il motivo della tua fiducia: che cioè noi siamo, in questo mondo, così come egli è. Non pare che qui Giovanni abbia detto qualcosa di impossibile? Può l’uomo essere come Dio? Già vi ho spiegato che questo come non sempre equivale ad uguaglianza ma corrisponde ad una certa similitudine. Sarebbe come se si dicesse: questa immagine ha orecchie, come le ho io. Evidentemente questo paragone non comporta una stretta eguaglianza e tuttavia tu lo esprimi col “come”. Ma se noi siamo fatti ad immagine di Dio, perché non siamo come Dio? Siamo immagine di Dio secondo il modo umano, non nell’uguaglianza perfetta. Da dove dunque ci deriva la fiducia nel giorno del giudizio? Da questo: che noi siamo, nel mondo, così come egli è. Ma questo motivo deriva dalla carità e dobbiamo comprenderlo bene. Dice il Signore nel Vangelo: Se voi amate quelli che vi amano, quale ricompensa vi meritate? Non fanno così anche i pubblicani? (Mt 5, 46). Che cosa vuole da noi il Signore? Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5, 44; Lc 6, 27). Se comanda di amare i nemici, quale esempio ci dà su questo punto? Quello di Dio stesso. Dice ancora il Signore: Affinché siate figli del Padre vostro che sta nei cieli. In che modo Dio ci dà questo esempio? Egli ama quelli che gli sono nemici perché fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5, 45). Se dunque Dio ci invita alla perfezione di amare i nostri nemici così come lui ha amato quelli che lo odiano, questa appunto è la nostra fiducia nel giorno del giudizio, che cioè noi siamo, in questo mondo, così come lui è; come lui ama i propri nemici, facendo sorgere il sole su buoni e cattivi, mandando la pioggia su giusti ed ingiusti, così noi, poiché ai nostri nemici non possiamo offrire il sole e la pioggia, offriamo le nostre lacrime pregando per loro.

[Il timore via alla carità.]

4. Di questa fiducia, che stiamo esaminando, vedete ora quel che ha da dirci Giovanni. Quale è il segno della carità perfetta? Ci risponde negativamente: La vera carità non consiste nel timore. Che cosa diremo di colui che incomincia a temere il giorno del giudizio? Se fosse in lui una carità perfetta, non avrebbe questo timore. La perfetta carità lo renderebbe perfetto nella giustizia e gli toglierebbe perciò ogni motivo di timore: anzi lo porterebbe a desiderare che passi l’ora dell’iniquità e venga il Regno di Dio. Nella carità dunque non c’è posto per il timore. In quale carità? Non certo in quella iniziale: in quale dunque? La perfetta carità – dice Giovanni – esclude il timore (1 Gv 4, 18). All’inizio ci sia pure il timore, perché il timore di Dio è inizio di sapienza. Il timore prepara il posto alla carità. Ma non appena la carità incomincia a prenderne possesso, ne scaccia il timore che le aveva preparato il posto. Quanto più cresce la carità, altrettanto diminuisce il timore; più la carità penetra dentro di noi, più il timore viene espulso fuori. Maggiore è la carità, minore il timore; minore è la carità, maggiore il timore. Ma se non vi è alcun timore, manca alla carità la via per entrare nell’animo. Così vediamo che si introduce un filo di lino per mezzo di un filo di seta, quando si ha da cucire; si fa prima entrare la seta, ma se poi non la si fa uscire, non si può far entrare il lino: allo stesso modo dapprima il timore occupa la mente, ma non vi resta, perché vi è entrato per questo preciso scopo: far strada alla carità. Stabilita ormai nel nostro animo la sicurezza, quale sarà la gioia in questa e nella vita futura? Chi potrà nuocerci, in questo secolo, così ripieni come siamo di carità? Guardate l’esultanza dell’Apostolo, quando parla della carità: Chi ci separerà dalla carità di Cristo? la tribolazione? le angustie? la persecuzione? la fame? la nudità? il pericolo? la spada? (Rm 8, 35). E Pietro da parte sua afferma: Chi vi potrà nuocere, se sarete gli emulatori del bene? (1 Pt 3, 13). Nell’amore non esiste timore; ma l’amore perfetto esclude il timore; perché il timore procura tormento. Tormenta il cuore la coscienza dei peccati: la giustificazione non è ancora compiuta. C’è qualcosa che lo prude e lo punge. Che cosa si dice nel salmo circa la perfezione della giustizia? Tu hai cambiato in gaudio il mio lutto: hai stracciato il mio sacco di penitenza e mi hai riempito di letizia perché il mio canto ti dia lode e io non resti nell’amarezza (Sal 29, 12-13). Che significa questo “non restare nell’amarezza”? Che più nulla tormenta la mia coscienza. Il timore tormenta la coscienza; ma tu non temere; ecco la carità che subentra per risanare ciò che è ferito dal timore. Il timore di Dio arreca ferite, come fa il ferro del chirurgo; toglie il marcio e sembra quasi che allarghi la ferita. Quando era nel corpo questo marcio, la ferita era meno larga ma più pericolosa; interviene il ferro del chirurgo e la ferita incomincia a dolorare più di prima. Essa duole di più quando viene curata che non quando la si lascia come è; ma appunto, quando si applica la medicina, duole di più, affinché, conseguita la salute, più non dolga. Il timore dunque entri nel tuo cuore per preparare il posto alla carità; dopo il ferro del chirurgo non resta altro che la cicatrice. Qui si tratta poi di un medico tanto bravo da far scomparire anche le cicatrici. Da parte tua non devi far altro che affidarti alla sua mano. Se non hai il timore, impossibile per te la giustificazione. C’è un testo delle Scritture ad affermarlo: Chi è senza timore, non potrà essere giustificato (Sir 1, 28). Bisogna dunque che il timore entri per primo ed attraverso il timore arrivi la carità. Il timore è medicina, la carità è salute. Ma chi teme non ha raggiunto la perfezione della carità (1 Gv 4, 18). Perché? Perché il timore tormenta così come la ferita aperta dal chirurgo.

[Il timore casto.]

5. C’è tuttavia un’altra affermazione che sembra contraria a questa, se non sarà convenientemente compresa. In un certo passo del salmo si dice: Il timore di Dio è casto, esso dura nei secoli dei secoli (Sal 18, 10). Il salmista ci mostra qui un timore eterno ma casto. Se il timore è eterno, tale affermazione non contraddice forse questa Epistola? Dice infatti l’Epistola: Nella carità non c’è timore, ma la perfetta carità scaccia il timore. Vediamo di penetrare a fondo queste due divine dichiarazioni. Si tratta del medesimo Spirito che parla, anche se la sua parola è riferita in due libri diversi, da due diverse bocche, da due diverse lingue. La prima affermazione è di Giovanni, la seconda di David; ma non bisogna credere che si tratti di ispirazione diversa dell’unico ed identico Spirito. Se avviene che un unico fiato vada a finire in due trombe, non potrà forse un unico Spirito riempire due cuori e muovere due lingue? Se due trombe ripiene di un unico identico fiato emettono insieme uno stesso suono, avverrà forse che due lingue, ripiene dello stesso Spirito, possano dissentire? Le due affermazioni che abbiamo ricordato hanno dunque una loro consonanza, una loro segreta concordanza che esige però un buon intenditore. Ecco dunque che lo Spirito ha soffiato e riempito due cuori, due bocche, ha mosso due lingue. Dalla prima lingua abbiamo udito queste parole: Nella carità non c’è timore, ma la perfetta carità espelle il timore. Dall’altra lingua abbiamo invece sentito queste parole: Casto è il timore di Dio; esso rimane per i secoli dei secoli. Sembra che le due affermazioni discordino tra loro. Ma non è così. Apri bene le tue orecchie, ascolta la melodia. Non è senza motivo che in una delle espressioni è definito casto il timore, perché evidentemente c’è anche un timore non casto. Vediamo di tener ben distinti questi due tipi di timore e capiremo che le due trombe suonano in perfetta armonia. Come capire, come discernere? Faccia attenzione la vostra Carità. Certi uomini temono Dio, perché non vogliono cadere nell’inferno e bruciare col diavolo in un fuoco eterno. Questo appunto è il timore che prepara il posto alla carità; ma è un timore transeunte. Se tu temi il Signore ancora a causa dei suoi castighi, non lo ami ancora. Non desideri il bene ma ti astieni unicamente dal male. Ma per il fatto che ti astieni dal male, ti correggi ed incominci a desiderare il bene. E quando incominci a desiderare il bene, il tuo timore diventa un casto timore. Quale timore è casto? Il timore di perdere gli stessi beni. Comprendetemi: altra cosa è temere Dio perché non ti mandi all’inferno, altra cosa temerlo perché egli non si allontani da te. Il primo timore che ti porta a scongiurare di essere condannato all’inferno insieme col diavolo, non è ancora un timore casto; non deriva infatti dall’amore di Dio, ma dal timore del castigo. Ma quando tu temi il Signore perché la sua presenza non si sottragga a te, allora tu l’abbracci e desideri godere di lui.

[Due generi di spose.]

6. Non è possibile spiegare meglio la differenza tra questi due timori, quello che esclude la carità e quello casto che resta per sempre, se non ricorrendo all’esempio di due donne sposate di cui una è intenzionata a commettere adulterio e trovare gioia nell’iniquità, ma timorosa delle vendette del marito. Costei teme il marito, ma lo teme precisamente perché ama ciò che è disonesto. La presenza del marito le è tutt’altro che gradita e confortevole. Se per caso la sua condotta è cattiva, essa teme di essere sorpresa dal marito. Simili a questa donna sono quelli che temono la venuta del giorno del giudizio. L’altra donna, che abbiamo preso come esempio, ama il suo sposo, lo circonda di casti amplessi, non si macchia di nessun adulterio, brama la presenza del marito. Come si distinguono questi due tipi di timore? Soggetta al timore è la prima come la seconda donna. Interrogale; ti daranno quasi la stessa risposta. Interroghiamo la prima: Temi il marito? Essa risponderà: sì, lo temo. Interroga la seconda: Temi tuo marito? Ti risponderà ugualmente: Lo temo. La risposta è identica, ma diverso lo spirito. Interroghiamole ancora, domandando loro perché temono il marito. La prima risponde: Temo che torni mio marito. La seconda invece: Temo che si allontani. La prima: temo di essere castigata; e la seconda: temo di essere abbandonata. Applica queste risposte nell’anima cristiana e scoprirai il timore che esclude la carità ed il casto timore che resta per sempre.

[L’una teme la condanna.]

7. Ci rivolgiamo dapprima a quelli che temono Dio alla maniera della donna disonesta: essa teme che il marito la condanni. Parliamo dunque a costoro. O anima, tu temi Iddio perché Dio non ti condanni, proprio come quella donna che agisce disonestamente e teme il marito per paura di essere castigata. Come a te dispiace quella donna, così dispiaciti di te stesso. Tu non vorresti una moglie che ti teme per paura del castigo e che sarebbe ben contenta di fare il male, ma se ne astiene per la grave paura che ha di te, non perché condanna il male. La vuoi casta, perché ti ami, non già perché ti tema. Anche tu offriti così a Dio, come vorresti che sia la tua sposa. Se ancora non hai moglie ma la vuoi avere, è così che la vuoi. Che cosa stiamo dicendo, o fratelli? Quella moglie che teme il marito solo per non essere ripudiata dal marito, probabilmente non commette adulterio, perché non venga scoperto dal marito e non le tolga questa luce temporale. Il marito potrebbe anche ingannarsi; è infatti una creatura umana come colei che può ingannarlo. Orbene quella donna teme un marito, ai cui sguardi potrebbe sottrarsi, e tu non temi gli sguardi del tuo sposo sempre fissi sopra di te? La faccia del Signore è sempre rivolta sopra coloro che fanno il male (Sal 33, 17). La donna adultera approfitta dell’assenza del marito ed è sollecitata forse dal piacere dell’adulterio; essa tuttavia dice a se stessa: Non mi azzarderò: egli è assente, è vero, ma la cosa non potrà non essere risaputa da lui. Essa dunque si trattiene dal male per paura che le cose siano sapute da un uomo, soggetto all’ignoranza ed all’errore, che potrebbe giudicare buona anche la donna malvagia, ritenere casta la moglie adultera. Tu invece non temi gli occhi di Dio che nessuno può ingannare? Non temi la presenza del Signore che non può mai esserti tolta? Prega il Signore che rivolga il suo sguardo sopra di te e allontani il suo volto dai tuoi peccati. Allontana la tua faccia dai miei peccati (Sal 50, 11). Come puoi meritare che egli distolga la sua faccia dai tuoi peccati? Facendo in modo che tu non distolga l’attenzione dai tuoi peccati. Sono le parole stesse del salmo che dicono: Io riconosco la mia iniquità ed il mio peccato sta sempre davanti a me (Sal 50, 5). Tu, dunque, riconosci i tuoi peccati ed egli te li condonerà.

[L’altra teme l’abbandono.]

8. Ci siamo rivolti all’anima che ancora nutre un timore non duraturo per l’eternità, ma quel timore che viene scacciato e bandito dalla carità. Ci rivolgiamo anche all’anima che già possiede il timore casto, duraturo nei secoli eterni. Pensiamo forse di trovarla da poterle parlare? Ritieni che ci sia in questo popolo? In questa sala? Su questa terra? Impossibile che non ci sia e tuttavia resta nascosta. Siamo d’inverno ed il verde delle foglie sta ancora tutto dentro la radice. Può darsi però che le nostre parole giungano alle sue orecchie. Dovunque si trovi quell’anima, possa io giungere a scoprirla, e sentire io la sua voce, non lei la mia. Essa mi istruirebbe piuttosto che imparare da me. Un’anima santa, un’anima di fuoco che desidera il regno di Dio; non io le rivolgo la parola ma Dio stesso, e la consola, finché sopporta la presente vita terrena, con queste parole: Tu vuoi che io già venga a te ed io lo so bene: so che sei tale da poter aspettare con serenità la mia venuta. So della tua pena, ma attendi ancora un poco, sopporta: ecco vengo, vengo presto. Questa venuta sembra un ritardo all’anima che ama. Odila cantare come fosse un giglio tra le spine; odila sospirare e dire: Io canterò e comprenderò sulla via dell’innocenza; quando verrai da me? (Sal 100, 1-2). A ragione essa non teme, stando sulla via dell’innocenza, perché la carità perfetta scaccia ogni timore. Quando quest’anima giungerà all’amplesso del Signore teme, ma nella sicurezza. Che cosa teme? Starà attenta a togliere da sé ogni macchia di peccato, per non peccare più: non per la paura di essere mandata al fuoco, ma per non essere abbandonata dal Signore. E che cosa ci sarà in lei se non il casto timore che resta per sempre? Abbiamo ascoltato dunque le due trombe suonare in perfetto accordo. La prima parla del timore come la seconda; ma la prima parla del timore che ha l’anima di essere condannata, l’altra del timore che ha l’anima di essere abbandonata. Il primo è quel timore che viene eliminato dalla carità, il secondo invece è quel timore che rimane per sempre.

[L’amore ci rende belli.]

9. Noi dunque amiamolo, perché egli per primo ci ha amati (1 Gv 4, 19). Quale fondamento avremmo per amare, se egli non ci avesse amati per primo? Amando, siamo diventati amici; ma egli ha amato noi, quando eravamo suoi nemici, per poterci rendere amici. Ci ha amati per primo e ci ha donato la capacità di amarlo. Ancora noi non lo amavamo; amandolo, diventiamo belli. Che cosa fa un uomo deforme, colla faccia sformata, quando ama una bella donna? Che cosa fa, a sua volta, una donna brutta, sciatta e nera, se amasse un uomo bello? Potrà diventare forse bella, amando quell’uomo? Potrà l’uomo a sua volta diventare bello, amando una donna bella? Ama costei e quando si guarda allo specchio, arrossisce di sollevare il suo volto verso di lei, la bella donna che ama. Che farà per essere bello? aspetta forse che sopraggiunga in lui la bellezza? Nell’attesa, al contrario, sopravviene la vecchiaia che lo rende più brutto. Non c’è dunque nulla da fare, non c’è possibilità di dargli altro consiglio che ritirarsi, perché, non essendo all’altezza, non osi amare una donna a lui superiore. Se per caso l’amasse veramente e desiderasse prenderla in moglie, dovrà amare la sua castità, non la forma del suo corpo. La nostra anima, o fratelli, è brutta per colpa del peccato: essa diviene bella amando Dio. Quale amore rende bella l’anima che ama? Dio sempre è bellezza, mai c’è in lui deformità o mutamento. Per primo ci ha amati lui che sempre è bello, e ci ha amati quando eravamo brutti e deformi. Non ci ha amati per congedarci brutti quali eravamo, ma per mutarci e renderci belli da brutti quali eravamo. In che modo saremo belli? Amando lui, che è sempre bello. Quanto cresce in te l’amore, tanto cresce la bellezza; la carità è appunto la bellezza dell’anima. Noi, dunque, amiamolo, perché lui per primo ci ha amati. Ascolta l’apostolo Paolo: Dio ha dimostrato il suo amore per noi, perché quando ancora eravamo peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8-9), lui giusto per noi ingiusti, lui bello per noi brutti. Quale fonte ci afferma che Gesù è bello? Le parole del salmo: Egli è bello tra i figli degli uomini, sulle sue labbra ride la grazia (Sal 44, 3). Dove sta il fondamento di questa asserzione? Eccolo: Egli è bello tra i figli degli uomini perché in principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Assumendo un corpo, egli prese sopra di sé la tua bruttezza, cioè la tua mortalità, per adattare se stesso a te, per rendersi simile a te e spingerti ad amare la bellezza interiore. Ma quali fonti ci rivelano un Gesù brutto e deforme, come ce lo hanno rivelato bello e grazioso più dei figli degli uomini? Dove troviamo che è deforme? Interroga Isaia. Lo abbiamo visto: egli non aveva più bellezza né decoro (Is 53, 2). Queste affermazioni scritturistiche sono come due trombe che suonano in modo diverso ma uno stesso Spirito vi soffia dentro l’aria. La prima dice: Bello d’aspetto, più dei figli degli uomini; e la seconda, con Isaia, dice: Lo abbiamo visto: egli non aveva bellezza, non decoro. Le due trombe son suonate da un identico Spirito; esse dunque non discordano nel suono. Non devi rinunciare a sentirle, ma cercare di capirle. Interroghiamo l’apostolo Paolo per sentire come ci spiega la perfetta armonia delle due trombe. Suoni la prima: Bello più dei figli degli uomini: essendo nella forma di Dio, non credette che fosse una preda l’essere lui eguale a Dio. Ecco in che cosa egli sorpassa in bellezza i figli degli uomini. Suoni anche la seconda tromba: Lo abbiamo visto e non aveva bellezza, né decoro: questo perché egli annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini, riconosciuto per la sua maniera di essere, come uomo (Fil 2, 6-7). Egli non aveva né bellezza né decoro, per dare a te bellezza e decoro Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità; affinché tu possa correre amando e possa amare correndo Già sei bello: ma non guardare te stesso, per non perdere ciò che hai preso; guarda a colui dal quale sei stato reso bello. Sii bello in modo tale che egli possa amarti. Da parte tua volgi tutto il tuo pensiero a lui, a lui corri, chiedi i suoi abbracci, temi di allontanarti da lui; affinché sia in te il timore casto che resta in eterno. Noi amiamolo, perché lui stesso ci ha amati per primo.

[Amare il prossimo è amare Dio.]

10. Se uno dirà: io amo Dio. Ma quale Dio? perché lo amiamo? Perché lui stesso per primo ci ha amati e ci ha fatto dono di amarlo. Egli ha amato noi che eravamo empi, per renderci pii; ingiusti, per renderci giusti; ammalati, per renderci sani. Dunque anche noi amiamolo perché per primo ci ha amati. Interroga ciascuno singolarmente e ti dica se ama Dio. Ciascuno grida, ciascuno confessa: io lo amo; lui lo sa. Ma c’è un’altra domanda da fare. Dice Giovanni: Se uno dirà: io amo Dio, ma poi odia suo fratello, è impostore. Quale prova si ha di ciò? Eccola: Chi non ama il suo fratello che vede, come potrà amare Dio, che non vede? (1 Gv 4, 20). Dunque, chi ama il fratello, ama anche Dio? Inevitabilmente ama Dio, inevitabilmente ama l’amore stesso. Si può forse amare il proprio fratello e non amare l’amore? E’ inevitabile che ami l’amore. Ma costui ama Dio appunto perché ama l’amore stesso? Proprio così. Amando l’amore, ama Dio. Hai forse dimenticato che poco prima Giovanni ha detto: Dio è amore? Se Dio è amore, chiunque ama l’amore ama Dio. Ama dunque tuo fratello e sta’ sicuro (cf. 1 Gv 4, 8-16). Tu non puoi dire: Amo il fratello ma non amo Dio. Allo stesso modo che menti quando dici: Amo Dio, se non ami il fratello; così ti inganni, quando dici: io amo il fratello, e poi ritieni di non amare Dio. Necessariamente, amando il fratello, ami l’amore stesso. L’amore infatti è Dio; e chi ama il proprio fratello, necessariamente ama Dio. Ma se non ami il fratello che vedi, come puoi amare Dio che non vedi? Perché questi non vede Dio? Perché non possiede l’amore stesso. Perciò non vede Dio, perché appunto non possiede l’amore; e non possiede l’amore perché non ama il fratello; quindi non vede Dio, proprio perché non possiede l’amore. Ma se ha l’amore, vede Dio, perché Dio è amore; ed il suo occhio viene sempre più purificato dall’amore, per essere in grado di vedere quella sostanza incommutabile che è Dio, e per poter sempre godere della sua presenza e in eterno gioirne insieme con gli angeli. Ma ora corra in tal modo che possa poi rallegrarsi, quando sarà nella patria. Non ami il pellegrinaggio, non ami la via: tutto consideri amaro, ad eccezione di colui che lo chiama, fino al momento in cui non ci congiungeremo con lui e potremo dire ciò che fu detto nel salmo: Hai mandato in perdizione tutti quelli che si sono prostituiti lontano da te. Chi sono questi fornicatori? Quelli che se ne vanno via da lui per amare il mondo. Tu in che posizione sei? Prosegue il salmo: Per me è buona cosa stare vicino al Signore (Sal 72, 27-28). Tutto il mio bene è questo: attaccarmi a Dio gratuitamente. Se tu interrogassi il salmista e gli dicessi: perché aderisci a Dio? e ti rispondesse: per avere dei doni da lui; e tu gli chiedessi: quali doni? Lui stesso ha fatto il cielo e la terra: che cosa deve ancora donarti? Già aderisci a lui: trova di meglio ed egli te lo dona.

[Rimaniamo con la carità uniti a Cristo e alla Chiesa.]

11. Chi pertanto non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Da lui abbiamo ricevuto questo comandamento, che ami anche il fratello colui che ama Dio (1 Gv 4, 20-21). Tu hai detto molto bene: Amo Dio; ma odi il fratello! O omicida, in che modo puoi amare Dio? Non hai sentito le parole precedenti dell’Epistola? Chi odia il suo fratello, è omicida (1 Gv 3, 15). Ma io continuo ad amare Dio, pur odiando il fratello. Decisamente tu non ami Dio, se odi il fratello. Adesso ve lo dimostro con un altro passo. Giovanni ha detto: Cristo ci ha dato il precetto di amarci a vicenda (1 Gv 3, 23): come puoi amare quel Dio di cui tieni in odio il comandamento? Chi mai direbbe: io amo l’imperatore, ma ne odio le leggi? L’imperatore capisce che lo si ama da questo: se le sue leggi sono osservate nelle province. Quale è la legge del nostro imperatore? Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l’un l’altro (Gv 13, 34). Tu affermi di amare Cristo: osserva il suo comandamento ed ama il tuo fratello. Se non ami il fratello, come puoi amare uno di cui disprezzi il comandamento? O fratelli, non mi sazio di parlare della carità, nel nome di Cristo. Più voi siete avari di questo bene, più speriamo che esso cresca in voi, scacci il timore, perché rimanga quel casto timore che dura per sempre. Cerchiamo di tollerare il mondo, le tribolazioni, gli scandali delle tentazioni. Non abbandoniamo la giusta via, manteniamo l’unità della Chiesa, teniamoci uniti a Cristo, conserviamo la carità. Non separiamoci dalle membra della sua sposa, non strappiamoci dalla fede, perché possiamo gloriarci quando egli si farà presente; resteremo in lui senza turbamenti, ora con la fede, più tardi con la visione, di cui abbiamo come caparra certissima il dono dello Spirito Santo.

OMELIA 10

Chiunque crede che Gesù è il Cristo…

Se uno ama veramente il Padre, ama anche il Figlio e i figli di Dio. E’ un amore che non conosce fatica e genera sicurezza, perché nessuno può sottrarre l’oggetto amato. In tale amore si realizza tutta la Legge e abbraccia i membri di Cristo, cioè la Chiesa.

[Fede ed amore.]

1. Credo che ricordiate, voi qui presenti ieri, dove siamo giunti nella spiegazione dell’Epistola, cioè là dove si dice: Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Questo comandamento appunto ci viene da lui, affinché chi ama Dio ami anche il suo fratello (1 Gv 4, 20-21). Eravamo giunti fin qui. Esaminiamo ora con ordine quel che segue. Chi crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio (1 Gv 5, 1). Chi è colui che non crede che Gesù è il Cristo? Chi non vive così come Cristo ha comandato. Molti dicono infatti: io credo; ma la fede senza le opere non ci salva. L’amore stesso è opera di fede, secondo le parole di Paolo apostolo: la fede che opera attraverso l’amore (Gal 5, 6). Le tue opere precedenti alla fede o non erano buone o, se tali sembravano, erano inutili. Se non avevi opere buone, tu eri come un uomo senza piedi o incapace di camminare a causa dei piedi piagati. Se invece le tue opere sembravano buone, prima che tu avessi la fede, certo correvi ma fuori strada, e dunque vagavi più che tendere alla meta. Dobbiamo dunque correre ma sulla giusta strada. Chi corre fuori strada, corre inutilmente, anzi lo fa con danno. Tanto più esce di strada, quanto più corre lontano da essa. Quale è la strada sulla quale noi dobbiamo correre? Cristo disse: Io sono la via. Quale è la patria verso la quale corriamo? Cristo disse: Io sono la verità (Gv 14, 6). Noi corriamo sulla strada che è lui e corriamo alla meta che è lui ed in lui troviamo il nostro riposo. Ma appunto perché ci servissimo di lui come della nostra strada, egli è arrivato fino a noi, che eravamo lontani da lui e andavamo errando fuori strada. E’ poco dire che erravamo lontano; in realtà, a causa del nostro languore, non potevamo neppure muoverci. Egli venne a noi, quale medico agli ammalati, quale via aperta a noi pellegrini. Che ci sia dato di avere da lui la guarigione, e camminare per suo mezzo. Questo significa credere che Gesù è il Cristo, così come fanno quei cristiani che non sono cristiani solo di nome ma lo sono coi fatti e con la vita; e non già come credono i demoni. Anch’essi infatti credono e tremano (Gc 2, 19), come dice la Scrittura. Che cosa potevano credere i demoni più di quando dissero: Noi sappiamo chi sei: il Figlio di Dio? Ciò che dissero i demoni, lo disse anche Pietro. Quando il Signore domandò chi egli fosse e chi lo ritenesse la gente, quei discepoli risposero: Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia o Geremia o uno dei Profeti. E Gesù riprese: Ma voi chi dite che io sia? Rispose Pietro: Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo; e si sentì dire dal Signore: Beato sei, Simone figlio di Giona, perché non la carne o il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Vedete quale lode ottiene questa fede di Pietro: Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa (Mt 16, 14-18). Che significano le parole: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa? Significano: su questa fede che confessa: Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivo. Dice dunque il Signore: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Quale lode grandiosa! Pietro dice: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo; anche i demoni dicono: Sappiamo chi sei: il Figlio di Dio, il santo di Dio. Quello che dice Pietro, lo dicono anche i demoni; ma se le parole sono le stesse, l’animo è diverso. Dove abbiamo la prova che Pietro qui parlava con sentimento di amore? Da questo: che la fede di un cristiano è sostenuta dall’amore; quella di un demonio è priva di amore. Perché senza amore? Perché Pietro pronunciava quelle parole con lo scopo di aderire a Cristo, mentre i demoni le pronunciavano con lo scopo di allontanare Cristo da loro. Prima di dire: Sappiamo chi tu sei: il Figlio di Dio, essi avevano detto: Che c’è di comune fra te e noi? Perché sei venuto prima del tempo a perderci?(Mt 8, 29; Mc 1, 24). Altro è infatti rendere testimonianza a Cristo per aderire a lui, altro è rendergli testimonianza per allontanarlo da noi. Vedete dunque che nelle parole: colui che crede, si indica una certa fede, non una fede comune a molti. Perciò nessun eretico, o fratelli, vi dica: Anche noi crediamo. Vi ho portato l’esempio dei demoni proprio perché non vi rallegriate delle parole di quelli che credono; ma esaminiate i fatti delle persone che vivono la loro fede.

[Amare il Padre è lo stesso che amare il Figlio.]

2. Vediamo dunque che cosa significa credere in Cristo; che cosa significa credere che Gesù è il Cristo. Giovanni aggiunge: Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio. Ma che cosa significa credere ciò? Chiunque ama colui che ha generato, ama anche colui che è stato generato (1 Gv 5, 1). Giovanni ha subito collegato la fede con l’amore, perché senza l’amore la fede è vana. La fede del cristiano è accompagnata dall’amore, la fede del demonio è senza amore; quelli che però non credono sono peggiori del demonio, più tardi a capire che non il demonio. Non so chi non vuole credere in Cristo; costui non giunge neppure ad imitare i demoni. Ma, ecco, crede in Cristo, ma lo odia; fa confessione di fede per timore del castigo, non per amore del premio: anche i demoni temevano di essere puniti. Aggiungi ad una fede siffatta l’amore ed essa diventerà una fede quale ce la descrive l’apostolo Paolo: La fede che opera per mezzo dell’amore (Gal 5, 6); hai così scoperto il cristiano, hai trovato il cittadino di Gerusalemme, il concittadino degli angeli, il pellegrino che sospira lungo la via; aggregati a lui, perché è tuo compagno di viaggio; corri con lui, purché anche tu sia quello che è lui. Chiunque ama colui che ha generato, ama anche colui che è stato generato. Chi ha generato? Il Padre. Chi è stato generato? Il Figlio. Che cosa ha voluto dire con queste parole? Chiunque ama il Padre, ama anche il Figlio.

[Chi ama il Figlio, ama anche i figli di Dio.]

3. Da questo conosciamo che amiamo i figli di Dio (1 Gv 5, 2). Che significa questo, o fratelli? Poco prima Giovanni aveva parlato del Figlio di Dio, non dei figli di Dio. Solo Cristo ci era stato proposto da contemplare e ci fu detto: Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama colui che lo ha generato, cioè il Padre, ama colui che è stato da lui generato, cioè il Figlio, nostro Signore Gesù Cristo. Giovanni prosegue dicendo: Da questo conosciamo che noi amiamo i figli di Dio; come se volesse dire: Da questo conosciamo che amiamo il Figlio di Dio. Prima aveva detto del Figlio di Dio, ora parla dei figli di Dio; i figli di Dio infatti sono il corpo dell’unico Figlio di Dio: lui il capo, noi le membra, ma unico il Figlio di Dio. Chi dunque ama i figli di Dio, ama il Figlio di Dio; chi poi ama il Figlio di Dio, ama il Padre; nessuno può amare il Padre, se non ama il Figlio e chi ama il Figlio, ama anche i figli di Dio. Quali figli di Dio? Le membra del Figlio di Dio. E amando, anch’egli diventa un membro e per mezzo dell’amore viene ad appartenere alla unità del Corpo di Cristo; e sarà un solo Cristo, il quale ama se stesso. Poiché le membra si amano a vicenda, conseguentemente il corpo ama se stesso. Se un membro soffre, tutte quante le membra soffrono insieme. E se un membro è in onore, tutte le altre membra godono con lui. E che cosa aggiunge? Voi siete il corpo di Cristo e le sue membra (1 Cor 12, 26-27). Giovanni, parlando poco prima dell’amore fraterno, diceva: Chi non ama il fratello che vede, come potrà amare Dio che non vede? (1 Gv 4, 20). Se pertanto ami il fratello, forse che nello stesso tempo non ami anche Cristo? E’ mai possibile il contrario, dal momento che tu ami le membra di Cristo? Se ami le membra di Cristo, ami Cristo; e quando ami Cristo, ami il Figlio di Dio; ami perciò anche il Padre. L’amore non può dunque essere diviso. Scegli pure ciò che vuoi amare: il resto seguirà da sé. Potresti dire: io amo soltanto Dio, Dio Padre. Tu menti: se ami, non puoi amare un solo essere; se ami il Padre, ami anche il Figlio. Sì, tu dici, amo il Padre ed il Figlio, e basta: amo Dio Padre e Iddio Figlio, Gesù Cristo, Signore nostro, che ascese al cielo e siede alla destra del Padre, Verbo per mezzo del quale tutto fu fatto, Verbo fatto carne, che abitò tra noi (cf. Gv 1, 3-14): soltanto questi io amo. Tu menti: se ami il capo, ami anche le membra; se poi non ami le membra, non ami neppure il capo. Non senti spavento alla voce del capo che parla anche per le membra? Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9, 4). Quella voce ha definito suo persecutore il persecutore delle sue membra; ha invece chiamato suo amico l’amico delle sue membra. Voi già sapete quali sono sue membra, o fratelli; sono la Chiesa stessa di Dio. Da questo conosciamo che noi amiamo i figli di Dio, dal fatto che amiamo Dio (1 Gv 5, 2). In che modo? I figli di Dio non sono forse diversi da Dio? Ma chi ama Dio, ama i suoi precetti. E quali sono i precetti di Dio? Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). Nessuno si scusi in nome di un altro amore, per darsi ad un altro amore. Tanto è coesivo l’amore che, come esso è strutturato in compagine, così fonde in una sola realtà tutti coloro che da esso dipendono, come fusi dal fuoco stesso. E’ oro: la massa viene fusa, formando un tutt’uno compatto; ma se non s’accende il fuoco della carità, quei molti non possono fondersi in unità. Dal fatto che conosciamo Dio, abbiamo la prova che noi amiamo anche i figli di Dio.

[Dolcezza dell’amore di Dio.]

4. Su che cosa ci fondiamo per sapere che noi amiamo i figli di Dio? Su questo: che amiamo Dio e osserviamo i suoi precetti (1 Gv 5, 2). Qui ci viene fatto di angustiarci per la difficoltà di mettere in pratica il precetto di Dio. Senti ciò che voglio dire. O uomo, perché trovi pena nell’amare? Perché tu ami l’avarizia. Non si ama che con fatica quel che tu ami; ma, amando Dio, non ci si affatica. L’avarizia ti comanderà fatiche, pericoli, rischi, tribolazioni e tu obbedirai. Per qual fine? Per avere ricchezze da riempire le tue casse e perdere la tranquillità. Prima di possederle, eri probabilmente più tranquillo di adesso che ti sei dato ad ammassare. Ecco che cosa ti ha comandato l’avarizia: hai riempito la casa ma sei in trepidazione per i ladri; hai ottenuto oro, ma hai perso il sonno. Questo ti ha comandato di fare l’avarizia. Ti ha detto: fa’ questo, e tu l’hai fatto. Dio che cosa ti comanda? Amami. Se ami l’oro, cercherai l’oro e magari non lo troverai; chiunque mi ricerca, ecco che io sono con lui. Vuoi amare l’onore e forse non lo raggiungerai; chi invece ha amato me, non è forse giunto fino a me? Dio ti dice: tu vuoi avere un patrono o un amico potente; lo corteggi per mezzo di un’altra persona a lui inferiore. Ama me – dice il Signore -: Non si giunge a me per mezzo di un altro; l’amore stesso ti fa presente a me. Che cosa è più dolce di questo amore, fratelli? Fratelli, non senza motivo avete da poco udito nel salmo: Gli ingiusti mi hanno raccontato dei loro piaceri, ma non sono piacevoli come la tua legge, Signore (Sal 118, 85). Quale legge del Signore? Il comando di Dio. Qual è il comandamento di Dio? Quel comandamento nuovo, che è detto nuovo proprio perché rinnova: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda. Senti come questa viene dichiarata legge stessa di Dio, nelle parole dell’apostolo Paolo: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo (Gal 6, 2). Il compimento di tutte le nostre opere è l’amore. Qui è il nostro fine: per questo noi corriamo; verso questa meta corriamo; quando saremo giunti, vi troveremo riposo.

[Non c’è altra meta che l’amore.]

5. Avete udito nel salmo: Ho visto la fine di ogni opera (Sal 118, 96). Dicendo: ho visto la fine di ogni opera, che cosa dunque ha visto il salmista? Mettiamo che sia salito sulla cima di un altissimo monte e da quel vertice abbia contemplato e visto tutta la distesa in cerchio della terra ed i cerchi dell’universo; forse per questo ha detto: Io ho visto la fine di ogni opera? Se questa è cosa lodevole, domandiamo al Signore occhi materiali tanto acuti da intravvedere qualche monte altissimo della terra, dalla cui cima possiamo vedere la fine di ogni opera. Non andare lontano; ecco, ti dico: sali sul monte e vedi questo termine. Cristo è il monte; vieni a Cristo e vedi il termine di ogni opera. Cosa è questo termine? Interroga San Paolo: Il fine del precetto è la carità che viene da un cuore puro, da una coscienza retta, da una fede non finta (1 Tm 1, 5). In un altro passo egli dice: L’amore è la perfezione della legge (Rm 13, 10). C’è qualcosa di più finito, di più completo della perfezione? A ragione dunque il salmista ha usato il termine fine. Non pensate che egli abbia inteso parlare di distruzione, ma di completamento. Diverso è il senso in cui diciamo “ho finito il pane” da quello in cui diciamo “ho finito la tunica”. Ho finito il pane mangiando, ho finito la tunica tessendo. In ambedue i casi abbiamo usato il termine fine. Ma il pane finisce perché viene mangiato, la tunica è finita perché venga usata; il pane finisce e non c’è più, la tunica è finita perché completata. Intendete dunque in questo ultimo senso il termine fine usato quando si legge il salmo e voi sentite dire: in fine del salmo di Davide. Molte volte avete udito questa frase nel corso della lettura dei salmi e dovete capire le cose che sentite. Che significa dunque in fine? Fine della legge è Cristo, per offrire la giustizia a chiunque crede(Rm 10, 4). Che significa allora che Cristo è fine? Significa che Cristo è Dio e fine del precetto è la carità e che Dio è carità; Padre e Figlio e Spirito Santo sono una sola cosa. Qui è il tuo fine: fuori di qui non c’è altro che la strada. Non fermarti sulla strada perché altrimenti non giungerai al fine. In qualunque altro luogo tu sia giunto, passa oltre finché non giungerai al fine. Che cosa è il fine? Per me è buona cosa stare unito al Signore (Sal 72, 28). Hai aderito al Signore, sei giunto al termine della strada: rimarrai in patria. Cercate di comprendere! Qualcuno va in cerca del denaro: ma questo non sia il tuo fine; devi passare oltre come il pellegrino. Cerca la strada per dove passare, non il posto dove rimanere. Se tu ami il denaro, sei imbrigliato nell’avarizia; l’avarizia sarà la catena ai tuoi piedi e non puoi più avanzare. Passa dunque oltre questo ostacolo; cerca la fine del viaggio. Tu cerchi la salute del corpo ma anche qui non arrestarti. Che cosa è questa salute del corpo, che può essere distrutta dalla morte, indebolita dalla malattia? Instabile, mortale, fluida. Cercala, ma affinché una salute precaria non ti impedisca di compiere opere buone. Il tuo fine dunque non è qui; la salute infatti viene cercata in vista del fine. Tutto ciò che noi cerchiamo in vista di un altro bene, non costituisce il fine; tutto ciò che si cerca per se stesso e senza uno scopo di utilità, quello è il fine. Cerchi gli onori; li cerchi forse per mettere in opera qualche tuo progetto, forse per piacere a Dio: non amare l’onore in se stesso, per non fermarti lì. Cerchi la lode? Se cerchi quella di Dio, fai bene; se cerchi la tua lode, fai male; resti fermo per strada. Ecco, tu sei amato e lodato: non congratularti se ti lodano; lodati nel Signore, perché ti sia lecito cantare: Nel Signore alla mia anima si darà lode (Sal 33, 3). Pronunci qualche buon discorso, che viene lodato? Fa’ che non venga lodato come tuo, perché non è questo il fine. Se qui poni il tuo fine, anche tu sei finito; e non sei finito perché hai raggiunto la perfezione, ma perché sei giunto alla tua distruzione. Non sia lodato dunque il tuo discorso come fosse tuo merito, cosa tua. Come deve allora essere lodato? Come dice il salmo: In Dio io loderò il mio discorso, in Dio io loderò le mie parole. E con ciò si realizza quanto segue: Io ho sperato in Dio, non temerò ciò che l’uomo potrà farmi (Sal 55, 5 11). Allorché tutte le tue opere sono lodate in Dio, la lode a te dovuta non devi temere di perderla. Dio infatti non viene mai meno. Fa’ dunque di andare oltre questa lode.

[Nessuno potrà sottrarti l’oggetto del tuo amore.]

6. Vedete, o fratelli, quanti beni dobbiamo oltrepassare, che non sono il nostro fine. Di essi noi usiamo così come per strada; ce ne cibiamo come avviene nelle stazioni di ristoro per i cavalli, ma poi continuiamo il cammino. Dov’è dunque il fine? Dilettissimi, noi siamo figli di Dio e non ancora si mostra quello che saremo: sono parole che ci ha detto proprio questa Epistola. Siamo dunque ancora in cammino; dovunque giungeremo, ancora dobbiamo proseguire, finché giungeremo ad un fine. Sappiamo che quando apparirà, saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3, 2). Questo è fine: là ci sarà perpetua lode, là un Alleluia senza fine. Nel salmo è perciò indicato questo stesso fine: Ho visto il fine di ogni operazione. E come se si domandasse al salmista: Quale è questo fine che hai visto? Assai vasto è il tuo comandamento (Sal 118, 96). Questo è il fine: l’ampiezza del comandamento. Questo comandamento ampio è la carità, perché dove c’è la carità, non ci sono ristrettezze. Proprio in questa ampiezza di carità si trovava l’Apostolo quando diceva: La nostra bocca sta aperta davanti a voi, o Corinti; il nostro cuore si è allargato; non abbiate angustie in noi (2 Cor 6, 11-12). Per questo ampio assai è il tuo comandamento. Qual è il comandamento di tanta ampiezza? Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda. La carità dunque non soffre ristrettezze. Vuoi non soffrire ristrettezze in terra? Abita dove c’è ampiezza di spazi. Qualunque cosa l’uomo ti faccia, non riesce ad angustiarti; tu infatti ami ciò che l’uomo non può danneggiare: ami Dio, ami la fratellanza, ami la legge di Dio, ami la Chiesa di Dio: un amore che sarà eterno. Soffri sulla terra, ma giungerai al premio promesso. Chi ti può togliere ciò che ami? Se nessuno ti può togliere ciò che ami, dormi tranquillo; o meglio vigili nella tranquillità, affinché, dormendo, non abbia a perdere ciò che ami. Non fu detto invano: Illumina i miei occhi perché non abbia a dormire nel sonno della morte (Sal 12, 4). Coloro che davanti alla carità chiudono gli occhi, si adagiano nelle concupiscenze dei piaceri carnali. Sta’ dunque all’erta. Mangiare, bere, accontentare la carne, giocare, andare a caccia: sono attività piacevoli ma ogni male viene dietro a queste vanità fastose. Ignoriamo forse che questi sono diletti? Chi lo potrebbe negare? Ma la legge di Dio è amata più di questi diletti. Contro quelli che ti spingono a cercarli, tu devi gridare: Gli iniqui mi hanno raccontato dei loro piaceri, ma non così piacevoli quanto la tua legge, o Signore. E’ un diletto, quello della tua legge, che rimane. Non solo rimane perché tu lo raggiunga, ma chiama indietro perfino chi ne fugge lontano.

[Universalità dell’amore.]

7. Questo è infatti amore di Dio: adempiere i suoi precetti (1 Gv 5, 3). Già avete sentito: La Legge e i Profeti sono in questi due precetti. Vedi come non ha voluto che ti dilungassi su molte pagine di comandamenti. In questi due precetti stanno tutta la Legge e i Profeti. In quali due precetti? Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutta la tua mente, e poi, amerai il prossimo tuo come te stesso. In questi due precetti sta tutta la Legge e i Profeti (Mt 22, 40 37). Ecco, di questi precetti ci parla tutta l’Epistola. Mantenete perciò l’amore e state tranquilli. Perché temi di far male a qualcuno? Chi fa del male a colui che egli ama? Ama: non può capitare se non che tu faccia del bene. Forse tu riprendi qualcuno? Questo è opera di amore, non di cattiveria. O forse lo picchi? Lo fai per disciplina. L’amore della carità non ti permette di trascurare chi è indisciplinato. Cosicché abbiamo talvolta degli effetti quasi diversi ed anzi contrari alla loro origine e cioè che l’odio, di quando in quando, blandisca e l’amore castighi. Un tale, ad esempio, odia il suo nemico e finge amicizia con lui; lo vede far qualcosa di male e lo loda; vuole che sia veloce nel male, vuole che corra ciecamente nei precipizi delle sue cupidità, da dove non ne risalga più; lo loda perché il peccatore viene lodato nelle concupiscenze della sua anima (Sal 9, 3). Adopera con lui dell’adulazione: odia, eppure lo loda. Un altro vede un amico suo fare qualcosa di simile, e lo ritrae da ciò; se non lo ascolta, pronuncia anche parole di riprensione, sgrida, litiga: a volte è costretto proprio a litigare. Ecco come in questo caso l’odio blandisce e l’amore litiga. Non badare alle parole di chi blandisce e all’apparente severità di chi rimprovera; guarda alla sorgente, cerca la radice da dove proviene quell’atteggiamento. Quello blandisce per ingannare, questo litiga per correggere. Non è necessario, o fratelli, che il vostro cuore venga da noi allargato; chiedete a Dio che vi amiate a vicenda. Amate tutti gli uomini, anche i vostri nemici, non perché sono fratelli, ma perché lo diventino; e sempre siate accesi di amore fraterno, tanto verso il fratello già tale, quanto verso il nemico, affinché con l’amore diventi fratello. Sempre, quando ami il fratello, ami un amico. Già egli sta con te, già ti è congiunto nell’unità che si estende a tutti gli uomini. Se vivi bene, tu ami il fratello che prima ti era nemico. Se ami qualcuno ancora non credente in Cristo, o credente in Cristo come fanno i demoni, rimproveri la vacuità del suo atteggiamento. Da parte tua ama ed ama con amore fraterno; quell’uomo non ancora ti è fratello, ma tu lo ami perché diventi tuo fratello. Tutto il nostro amore dunque è diretto verso i cristiani, verso tutte le membra di Cristo. La regola della carità, o miei fratelli, la sua forza, il suo fiore, il suo frutto, la sua bellezza, la sua attrattiva, il suo pasto, la sua bevanda, il suo cibo, il suo abbraccio, non conoscono sazietà. Se la carità ci riempie di diletto mentre ancora siamo pellegrini, quale sarà la nostra gioia in patria?

[Non si può amare Cristo, e disprezzare le sue membra.]

8. Corriamo dunque, fratelli miei, corriamo ed amiamo Cristo. Quale Cristo? Gesù Cristo. Chi è questi? Il Verbo di Dio. In che modo egli venne presso noi malati? Il Verbo si fece carne e abitò tra noi (Gv 1, 14). Si è dunque adempiuto ciò che la Scrittura aveva predetto: Bisognava che Cristo patisse e risorgesse il terzo giorno da morte. Dove giace il suo corpo? Dove soffrono le sue membra? Dove devi trovarti per essere sotto l’influsso della testa? Occorreva che si predicasse nel suo nome la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le genti, incominciando da Gerusalemme (Lc 24, 46-47). Che qui si diffonda la tua carità. Cristo ed il salmo, cioè lo Spirito di Dio, dicono: Grande assai è il tuo comandamento, ed io non so chi viene a fissare nell’Africa i confini della carità. Estendi la tua carità su tutto il mondo, se vuoi amare Cristo; perché le membra di Cristo si estendono in tutto il mondo. Se ami solo una parte, sei diviso, non ti trovi più unito al corpo; se non sei unito al corpo, non sei sottoposto alla testa. Che vale credere e poi bestemmiare? Adori Cristo nel capo e lo bestemmi nelle membra del suo corpo. Egli ama il suo corpo. Se tu ti sei separato dal suo corpo, il capo no. Esso dall’alto ti grida: tu mi onori a vuoto e senza motivo. Sarebbe come se uno ti volesse baciare il capo ma pestarti i piedi; potrebbe avvenire che ti schiacci i piedi con scarpe chiodate, mentre vuole abbracciarti e baciarti: tu gli grideresti, nel bel mezzo delle sue espressioni di onore: Che fai? Non vedi che mi schiacci? Non gli diresti: tu schiacci il mio capo; realmente egli dava onore al tuo capo; ma questo protesterebbe, più perché le altre membra vengono calpestate che non per sé, che è anzi fatto oggetto di onore. Non sarebbe il capo per primo a dire: non voglio questo tuo onore, cerca piuttosto di non calpestarmi? Provati, tu, di dirgli, se puoi: perché ti ho calpestato? E rivolgendoti alla testa, di’: Io volli baciarti, volli stringerti. Ma non vedi, o stolto, che, in forza di una struttura unitaria, ciò che tu vuoi abbracciare si identifica con ciò che calpesti? Mi onori in alto, mi calpesti in basso. Sente più dolore ciò che calpesti che non gioisce quel che tu onori. Perché ciò che onori prova dolore per ciò che calpesti. Che cosa va gridando la lingua? Essa dice: sento dolore; non dice: sento dolore al piede, ma semplicemente: sento dolore. O lingua, chi ti ha mai toccato? Chi ti ha percosso? Chi ti ha punto? Chi ti ha ferito? Nessuno, ma sono unita alle membra che vengono calpestate. Come puoi volere che non senta dolore, quando non resto separata?

[Cristo ha affidato al nostro amore il suo corpo.]

9. Perciò, il Signore nostro Gesù Cristo, salendo al cielo, il quarantesimo giorno, ci ha raccomandato il suo corpo che doveva restare quaggiù, perché vide che molti avrebbero onorato lui appunto perché ascendeva al cielo, ma vide pure che l’onore reso da costoro è inutile, se calpestano le sue membra qui in terra. Affinché nessuno fosse tratto in errore, adorando il capo che sta in cielo ma calpestando i piedi che stanno in terra, ci ha detto dove si sarebbero trovate le sue membra. Mentre ascendeva al cielo, pronunciò le sue ultime parole: dopo aver pronunciato le quali non parlò più qui in terra. Il capo che doveva salire in cielo raccomandò a noi le sue membra che restavano sulla terra e partì. Ormai non puoi più sentire Cristo che parla qui in terra. Puoi sentirlo parlare, ma dal cielo. E dal cielo, perché parlò? Perché le sue membra erano calpestate qui in terra. A Saulo, suo persecutore, egli disse dal cielo: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9, 4). Sono salito al cielo, ma giaccio ancora in terra: siedo qui in cielo alla destra del Padre, ma lì in terra io ancora avverto la fame, la sete, ancora sono pellegrino. In che modo ci ha raccomandato il suo corpo in terra, allorché stava per salire al cielo? Quando i discepoli lo interrogarono: Signore, è forse venuto il momento in cui tu ristabilirai il regno di Israele? Sul punto di partire, egli rispose: Non tocca a voi sapere il tempo che il Padre ha posto in suo potere: ma riceverete la forza dello Spirito Santo che verrà in voi e mi sarete testimoni. Vedete fin dove fa giungere il suo corpo, vedete dove non vuole essere calpestato: Voi mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e in tutta la terra (At 1, 6-8). Ecco dove rimango io, che pure ascendo in alto; ascendo perché sono la testa, ma il mio corpo giace ancora quaggiù. Dove giace? Per tutta la terra. Vedi di non colpire, di non violare, di non calpestare il mio corpo: sono queste le ultime parole di Cristo, che sale al cielo. Guardate un uomo che giace ammalato nella sua casa, ed è consunto dal male, vicino alla morte, col respiro affannoso, con l’anima per così dire tra i denti; se gli viene in mente qualcosa che gli sta a cuore e che molto lo interessa, chiama i suoi eredi e dice loro: vi prego, fate questa cosa. Egli trattiene la sua anima come a forza, perché non spiri prima che quelle sue parole vengano convalidate. Dopo aver dettato quelle sue ultime parole, l’anima sua spira: il cadavere viene portato al sepolcro. In che modo i suoi eredi ricorderanno le ultime parole del morente? Se ci fosse qualcuno che dicesse loro: “Non fate le cose che vi ha detto”, che cosa risponderebbero? Non farò forse ciò che il padre mio mi ha comandato di fare al momento di lasciare questa vita, ciò che risuonò alle mie orecchie come la sua ultima parola, nel momento della sua partenza? Potrei anche passar sopra a tutte le altre sue parole, ma queste sue ultime mi obbligano di più; non l’ho più sentito parlare. O fratelli, pensate con sentimenti cristiani: se per un erede sono tanto dolci, tanto gradite, tanto importanti le parole di uno che sta per andare al sepolcro, che cosa devono essere per gli eredi di Cristo le sue ultime parole, pronunciate non quando egli stava per andare al sepolcro ma per salire al cielo? L’anima di chi è vissuto ed è morto viene portata in altri luoghi, ed il suo corpo è deposto dentro la terra: a lui non interessa se le sue parole sono attuate o no; ormai egli opera altre cose, altre cose soffre; o gode nel seno di Abramo o, stando nel fuoco eterno, desidera un poco di acqua (cf. Lc 16, 22). Nel suo sepolcro giace un cadavere insensibile, e tuttavia le sue ultime parole, pronunciate quando moriva, vengono custodite gelosamente. Che cosa possono sperare quelli che non custodiscono le ultime parole di colui che siede in cielo? di colui che vede se quelle sue parole sono disprezzate o no, e che disse: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? di colui che riserva al suo giudizio tutto ciò che vede soffrire dalle sue membra?

[Vivere nel corpo di Cristo.]

10. Che cosa abbiamo fatto? – dicono costoro -. Abbiamo subíto persecuzioni senza averne inflitte ad altri. O miseri, voi avete fatto persecuzione anzitutto perché avete diviso la Chiesa. E’ più dannosa la spada della lingua che quella del ferro. Agar, serva di Sara, fu superba e fu angustiata dalla padrona a motivo della sua superbia. Quel trattamento aveva uno scopo disciplinare, non punitivo. Quando si allontanò dalla sua padrona, che cosa le disse l’angelo di Dio? Ritorna alla tua padrona (cf. Gn 16, 4-9). Dunque, o anima carnale, se hai sofferto, come quella serva superba, qualche molestia in vista della tua correzione, perché agisci stoltamente? Torna alla tua padrona, mantieni la pace del Signore. Ecco, consultiamo i Vangeli e vi leggiamo fin dove la Chiesa è diffusa: ci vengono fatte delle contestazioni e ci vien detto: Traditori! Traditori di chi? Cristo ti raccomanda la sua Chiesa e tu non credi: io dovrei crederti mentre parli male dei miei padri? Vuoi che ti creda su questa accusa riguardante i traditori? Incomincia prima tu a credere a Cristo. Che cosa conviene fare? Cristo è Dio e tu sei uomo: a chi bisogna credere per primo? Cristo ha diffuso la sua Chiesa per tutto il mondo: lo dico io? Disprezza pure. Lo dice il Vangelo? Sta’ attento. Che dice il Vangelo? Era necessario che il Cristo soffrisse, risorgesse da morte il terzo giorno e fosse predicata la penitenza nel suo nome e la remissione dei peccati. Dove c’è la remissione dei peccati, là c’è la Chiesa. Perché? Perché ad essa fu detto: A te darò le chiavi del Regno dei cieli; e tutto quello che avrai sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo; tutto quello che avrai legato sulla terra, sarà legato anche in cielo (Mt 16, 19). Fin dove giunge questa remissione dei peccati? Fino a tutti i popoli incominciando da Gerusalemme (Lc 24, 47). Credi dunque a Cristo. Ma poiché comprendi che, se credi a Cristo, non potresti dir nulla contro i “traditori”, pretendi che io creda a te che sparli dei miei padri piuttosto che credere tu agli insegnamenti di Cristo.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/01/2021 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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