COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – Mosè e Comboni. 1. Mosè, una vita al servizio della liberazione di Israele

MOSÈ E COMBONI:
TESTIMONI E GUIDE DEI CHIAMATI ALLA MINISTERIALITÀ SOCIALE
P. Carmelo Casile

I. MOSÈ: UNA VITA A SERVIZIO DELLA LIBERAZIONE DI ISRAELE

Le note che seguono su Mosè liberatore, sono frutto di un periodo di riflessione, che praticamente mi ha accompagnato dall’inizio del mio servizio come formatore nel Noviziato di Santarém (Portogallo) nel 1972, è proseguito nel Noviziato di Huánuco (Perù), dove ho sviluppato queste note alla luce della Teologia e della Spiritualità della Liberazione; in seguito le ho approfondite a Roma, durante il periodo in cui sono stato incaricato del Corso di Rinnovamento, e sono arrivato al termine nel 1999; nel 2009 mi hanno accompagnato nello Scolasticato di Casavatore come aiutante del formatore. È un periodo quindi che copre tutto l’arco della formazione, cioè di base e permanente, e della mia stessa vita di servizio missionario.

Ultimamente, giunto ormai al mio Nebo in vista della Terra Promessa, la tematica sulla “ministerialità sociale” mi ha stimolato a tornare a queste note e a ricordare…

Dopo averle rilette, vedo che la figura di Mosè ci parla ancora. Il titolo iniziale, «Mosè: testimone e formatore nell’iniziazione ed esperienza di Dio “liberatore”», è attuale e può essere riformulato in termini equivalenti: «Mosè: testimone e guida dei chiamati alla ministerialità sociale e alla loro formazione iniziale e permanente».

Mosè è anzitutto “testimone”, perché ministro non si nasce ma si diventa e, nell’ambito della Storia della Salvezza, si diventa partendo da una chiamata, alla quale si impara a rispondere con gratitudine e creatività responsabile durante tutta la vita (cfr. RV 16; 20; 35; 82; 82.1). Alla base della ministerialità nel Popolo di Dio c’è, per tanto, un comune denominatore che è la vocazione.

Nel quadro della Storia della Salvezza, infatti, la vita cristiana ed in essa la vocazione ad un particolare ministero, sono prospettate come dialogo di fede e di amore tra Dio che chiama e il credente che risponde ed è inviato.

La vocazione, allora, non è una decisione della persona, che sceglie tra il bene e il male, che sceglie un codice morale o un ideale attraente da realizzare; la persona chiamata si trova davanti a un Dio personale, ad un TU che la trascende e la interpella, e davanti ad una Storia di Salvezza che Dio stesso ha cominciato e porta avanti mediante la collaborazione umana. Ciò che tocca fare alla persona chiamata, è prendere una decisione sulla sua partecipazione a questa Storia di Salvezza, lasciandosi amare e scegliere da Dio stesso. Nasce così nel chiamato la consapevolezza che la vocazione non appartiene all’ordine del tenere o del fare, ma dell’essere-in-relazione-per attuare: la vocazione è un modo particolare di essere in relazione con Dio in Cristo Gesù sotto l’azione dello Spirito Santo, è un’esperienza forte di Dio, che porta a un particolare modo di mettersi in relazione con Dio stesso che, a partire da Lui, sfocia nell’incontro con gli altri e si incarna in un particolare stile di vita in vista di una missione specifica da compiere (AG 23-24; RV 20; 21;46; 58). Nascono così uomini e donne “santi e capaci”,“amanti perché amati”, in cui la santità e la capacità (=fantasia ministeriale) sono i due poli della esistenza cristiana e a maggior ragione della vita consacrata per la missione. Da questa reciprocità scorgano il dinamismo e la fantasia pastorale.

Allora si capisce che la testimonianza è un modo pieno e intenso di vivere la missione a cui si è chiamati nel quotidiano della vita, con quell’obbedienza responsabile e creativa che consente di lasciarsi toccare dalla storia, dagli altri, d’imparare da tutti, di farsi tutto a tutti secondo le sue capacità e il bisogno di ciascuno …

La testimonianza, per tanto, costituisce il certificato di garanzia del missionario, del suo messaggio e del suo impegno ministeriale, che gli apre la via ad un incontro sempre più fecondo con le persone a cui è inviato, che sono in cerca come lui della Via che porta alla Verità della Vita.

1. Dio interviene nella storia per liberare e salvare

Si può affermare che la carta di identità del Dio della Bibbia è proprio questa: “Un Dio Liberatore”. Il Dio della Bibbia è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe…, che è solidale e vicino ad essi, che si prende cura di essi, per cui interviene nella storia per liberare e salvare.

La Bibbia, a partire dal secondo Libro, narra come Dio si preoccupò di liberare il suo popolo. Infatti, il secondo libro, che gli Ebrei dalle prime parole indicano con il titolo “Questi sono i nomi”, porta per noi il titolo “Esodo”, che significa “una strada per uscire”. Viene indicata così la partenza di Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè, ma anche tutto il viaggio ed il soggiorno nel deserto verso la Terra della sua libertà. “Cominciava così la drammatica vicenda della liberazione, che sarebbe restata nella memoria d’Israele come esperienza basilare per la sua fede” (Giovanni Paolo II, Lettera sul pellegrinaggio…, nº. 6). Per questo, l’Esodo è per Israele il Libro dei libri, l’epicentro della Scrittura, giacché dà testimonianza sia dell’origine della sua storia sia della sua obbedienza al Dio Liberatore. Poiché nella liberazione dall’Egitto e al dono dell’Alleanza Sinaitica Israele ha attribuito la sua nascita, l’Esodo è continuamente ricordato e celebrato nella Bibbia. L’Esodo è la storia di un popolo, di tutti i popoli, di tutti gli uomini verso la libertà. Una libertà che i credenti biblici sentono come una vocazione e un dono di Dio, che li impegna ad essere veramente uomini, ponendosi al servizio dei fratelli e di Dio. Esodo che, per essere tale, è prima di tutto uscita dalla situazione di peccato verso la grazia e la redenzione. Per questo, la celebrazione della Pasqua farà memoria ogni anno di questa liberazione. Lavori forzati perpetui, sottomissione, vita senza un futuro…, da tutta questa schiavitù saranno strappati per sempre i figli d’Israele, popolo passato dalla servitù alla libertà e al servizio di Dio per la realizzazione del suo piano di salvezza in favore di tutta l’umanità.

La nascita del popolo comincia, per tanto, con una “uscita”, un esodo. Già nel deserto esperimenteranno la libertà. D’allora in vanti staranno “in piedi”, invece di dover piegare il collo sotto il giogo del Faraone. Sono uniti per formare un popolo, invece di servire gli idoli e dèi stranieri.

Il Dio della Bibbia sarà eternamente “colui che ci ha liberato dalla mano degli Egiziani”. Senza dubbio, il Dio di Mosè è Padrone e Signore; in questa storia spesso fa “esplodere il suo potere”. Tuttavia l’Esodo fa risaltare il fatto che Dio è Dio perché libera. Il suo nome fa storia, e la sua azione si concentra in un gesto di liberazione. Dio ha visto la miseria del suo popolo e interviene in suo favore: “Venne fra la sua gente”. Esodo straordinario di un Dio che condivide la sofferenza di un popolo che chiama suo.

Io sono il Signore” potrebbe essere la rivelazione di un qualunque Dio, di un Dio che non libera, ma riduce a schiavitù: un Dio onnipotente, Signore e Padrone. Il Dio dell’Esodo dichiara: “Io-sono il Signore tuo Dio”. D’ora in aventi il volto del vero Dio sarà inconfondibile, perché è colui che si coinvolge nella storia, facendo sua la storia degli uomini. Dio si fa prossimo ed afferma: “Ho deciso prendermi cura di voi”. Dio strappa l’uomo dall’oppressione che lo manteneva schiavo e, anno dopo anno, la notte di Pasqua sarà notte di speranza. Il Dio dell’Esodo rivela il suo Nome nello stesso tempo in cui agisce: “Io-sono colui che sono”, cioè, ”Io sono colui che dimostrerò di essere con quanto farò per voi”. La rivelazione si compie quando gli uomini si trovano di nuovo in piedi, liberi.

Dio parla, Dio salva, Dio crea un popolo. Ma non è facile essere uomini e donne liberi… I figli d’Israele sanno questo fin dallo stesso giorno della loro uscita dalla schiavitù. Le lampade sono spente, la festa è finita. Agli accenti gloriosi del Canto di Mosè succedono le lamentele, le mormorazioni. Ormai niente è sicuro per Israele, che sente subito la mancanza delle false sicurezze dell’ambiente strutturato del Faraone e degli alimenti d’Egitto. Ai figli d’Israele non sono sufficienti i 40 anni di peregrinazione attraverso il deserto per realizzare la loro vera Traversata, imparando il cammino che porta alla Liberazione. In fatti questo è il vero Esodo: non dire mai “la nostra Salvezza è nelle nostre mani”. Si tratta di scoprire le nuove relazioni che Dio ha stabilito rivelandosi come “il Signore, tuo Dio”.

Il passaggio dalla schiavitù alla libertà è un passaggio nel quale si manifesta il Mistero di Dio. Infatti, non dipende dalla forza dell’essere umano, abbandonato a sé stesso, passare dall’Egitto al deserto. Questo passaggio è presentato dalla Bibbia come una “azione creatrice” di Dio.

Così si può affermare che, mentre il Libro della Genesi narra la creazione del cielo e della terra ad opera di Dio, il Libro dell’Esodo narra la creazione che Dio ha fatto di un “essere libero”. Sia la creazione dell’universo e dell’uomo sulla terra, sia la creazione dell’uomo da schiavo a libero, sono opere divine.

Per questo, nella Sacra Scrittura Dio è presentato come creatore sia nel Libro della Genesi, dove si narra la creazione del cielo e della terra, sia nel libro dell’Esodo, dove si narra la storia della liberazione dell’uomo.

Queste due opere sono eminentemente divine e la potenza di Dio che scende nel mondo, forse ha più difficoltà nel convertire l’uomo da schiavo in libero che nel creare dal niente il cielo e la terra. È vero che questo modo di parlare non esprime adeguatamente la realtà; tuttavia rimane il fatto che, per descrivere la creazione, la Bibbia si serve di un capitolo, mentre per descrivere la liberazione dell’uomo, ha bisogno di ben 14 capitoli dell’Esodo, e solamente nel capitolo quattordicesimo l’uomo passerà, con grande fatica, dall’Egitto al deserto in cammino verso la Terra della sua libertà.

Ancora più meravigliosa ed immensa sarà, dal punto di vista spirituale, l’opera divina di far raggiungere all’uomo la libertà interiore! L’Esodo, per essere tale, è prima di tutto uscita dallo stato di peccato verso la grazia e la redenzione. Sta qui il grande compito di ogni persona. Per questo la Mishna afferma (Pesahim, 10,5):

In ogni generazione, ogni uomo deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto personalmente. Infatti è scritto (Es 3, 18): “In quel giorno tu spiegherai a tuo figlio: Faccio così per ricordare quel che il Signore ha fatto per me, quando sono uscito dall’Egitto” (Cf. AA. VV, Dios cada día, Ed. Sal Terrae, vol. 4, pp. 104-105).

Forse si trova qui la ragione per cui l’ultima parte del libro dell’Esodo, dopo la stipulazione dell’Alleanza (Es 24), si dilunga con insistenza sulla descrizione della pratica del culto divino (Es 25-31; 35-40).

Il popolo e, nel suo seno, ogni individuo, rimarrà libero nella misura in cui dà il primo posto all’adorazione di Dio. Il Tempio è segno che Dio è presente e che la sua azione liberatrice continua e garantisce la conservazione delle mete umane raggiunte nel cammino di liberazione.

Il popolo di Dio rimarrà sotto quest’influsso benefico e sarà libero, se dà il primato ad un atteggiamento interiore di adorazione di Dio, espressa e alimentata attraverso il culto.

Infatti, il culto è un modo regolare e sistematico di realizzare ed esprimere la relazione dell’uomo con Dio secondo “il modello” rivelato all’uomo dallo stesso Dio in tutti i suoi dettagli, per sottolineare la trascendenza divina e la gratuità dell’azione salvifica di Dio. Per mezzo del culto il popolo celebra e vive il fatto che Dio è sempre il primo impegnato nella liberazione del suo popolo, che quindi guarda con fiducia verso il futuro.

2. L’uscita dall’Egitto e il passaggio del Mar Rosso

L’uscita d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto attraverso il passaggio del Mar Rosso è un avvenimento fondamentale che sta alle origini del popolo eletto: Es 1-15.

Fu una liberazione vittoriosa, nella quale Jahvè non pagò alcun riscatto agli oppressori d’Israele. Gli Israeliti, schiavi in Egitto, erano oppressi e maltrattati: “Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio” (Es 2, 23).

In questa terribile disgrazia, “Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero” (Es 2, 24- 25; 3, 7-9).

Dio ascoltò e guardò. Il testo non dice che i gemiti e le grida degli Israeliti erano espressamente diretti a Dio. E questi gemiti e grida di lamento, che forse non furono espressi in termini di una supplica esplicita, salirono a Dio, perché la sofferenza per sé stessa è già preghiera e verità, che determina l’azione liberatrice di Dio.

È questo intervento liberatore che fa scoprire agli Israeliti il significato profondo del primo comandamento ricevuto in seguito nel deserto: “Non avrai altri dei di fronte a me”, perché “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla condizione di schiavitù” (Es 20, 3.2).

Questo comandamento garantisce la libertà d’Israele e di ogni essere umano: “Soltanto nella misura in cui io ho Dio per mio Assoluto, un Assoluto che mi supera infinitamente e dal quale non mi sento mai limitato, io non avrò nessun altro idolo, nessun mito che mi faccia suo schiavo” (D. M. Turoldo).

3. La mediazione di Mosè

In questo processo di liberazione appare come determinante la figura di Mosè, inviato o apostolo di Dio. Infatti, è per la mediazione di Mosè (Es 3-4) che Dio realizza il suo intervento decisivo, che porta Israele fuori dalla schiavitù e lo conduce in vista della Terra promessa.

In quanto inviato di Dio-Liberatore, Mosè è suo rappresentante. Dio fa ricorso a uno simile al popolo, perché possa sentire su labbra umane parole che sono la parola stessa di Dio, e così possa aprirsi all’esperienza di Colui che è l’Altro e lasciarsi condurre dalla sua azione liberatrice. Per questo, accettare i suoi ordini era accettare il piano di Dio (Es 3, 18; 4, 28-31) e, viceversa, criticare e mormorare contro Mosè equivaleva a criticare e mormorare contro Dio (Es 17, 2.7; Nm 12, 1.8; 21, 5).

Ma data la sua funzione, Mosè doveva essere prima di tutto “servo di Dio”1, docile strumento e potente eco delle sue meraviglie2. Doveva mantenersi sempre in piena comunione con Dio, radice e fondamento del suo mandato e della sua forza. Non doveva parlare o agire per proprio conto, ma doveva seguire le indicazioni ricevute3. Alla singolare missione e assistenza divina (Es 3, 12), doveva corrispondere una totale disponibilità umana. In effetti, l’esperienza del Mistero di Dio fatta da Mosè, è una relazione che coinvolge la sua persona in ogni sua dimensione, sviluppandosi progressivamente dall’episodio del roveto ardente (Es 3, 1-6) fino a quello dell’Oreb4e alle affermazioni del Deuteronomio5.

Questa esperienza diviene per gli Israeliti una scuola dove imparare la vera relazione con Dio. Così, l’esperienza storica d’Israele è vissuta sotto il segno della convinzione che la salvezza viene agli uomini solo da Dio ma sempre attraverso la mediazione di uomini che Dio sceglie per questo6.

1 Nm 11, 11; 12, 7-8; Dt 3, 24; 34, 5; cf. Eb 3, 5
2 Es 15, 1-21; Dt 31, 30; 32, 1-44
3 Es 6, 29; 7, 19; 17, 6; 34, 32.34; Nm 16, 28
4 Es 33, 18-23; 34, 5-8
5 Dt 34, 10; cf. Eccli 45, 4
6 Es 3, 10; 32, 30; Nm 11, 29; 14, 31-21

Per questo Dio si prende cura prima di tutto di Mosè. Sotto l’azione provvidente di Dio, Mosè nelle sconvolgenti vicissitudini della sua vita arriva a entrare nel cammino di una profonda esperienza del Mistero di Dio-Liberatore che, mentre lo salva, lo elegge come strumento di salvezza per i suoi fratelli Israeliti. Un’esperienza che comincia con il momento forte sul monte Oreb, alle falde del Sinai e termina sul monte Nebo, in vista della Terra promessa.

4. Origine e vita di Mosè prima della chiamata: “il salvato dalle acque”.

– Mosè è figlio di un popolo sottomesso alla schiavitù dagli Egiziani: Es 1, 8-22; 2, 1-4.

– La liberazione del popolo ebreo comincia con un atto semplice, solitario, quello della madre schiava che, per salvare il suo bambino, mette a rischio la propria vita. È l’atto di ribellione di una coscienza che non accetta una legge disumana. È l’atto della fede della madre che presente il futuro meraviglioso che Dio apre ad una nuova vita e che, nello stesso tempo, sa che è la speranza del suo popolo: Es 2, 1-4; cf. Eb 11, 23.

– Per intervento della figlia del Faraone, Mosè può essere “salvato dalle acque” e vivere per quarant’anni alla corte degli Egiziani, dove riceve un’educazione che lo prepara per la sua funzione di condottiero del Popolo di Dio. Così Dio prolungherà il primo gesto liberatore della madre e dà al bambino l’opportunità di ricevere, nella corte del Faraone, un’educazione che mai avrebbe avuto nella sua famiglia. Colui che doveva liberare gli schiavi, aveva bisogno di sapere che cosa era la libertà, perché ne aveva fatto l‘esperienza; giacché essi neppure sapevano che cosa significava essere persona libera: Es 2,5-10; cf. At 7, 21ss.

– Nonostante l’educazione ricevuta nella corte del Faraone, Mosè non dimenticò la sua origine ebrea. Egli viveva una vita da principe. Tuttavia, andava ad incontrare i suoi fratelli di condizione inferiore e, mettendosi dalla loro parte, finì per uccidere un Egiziano, convinto che non ci fosse alcun testimone: Es 2,11-12.

– Nello stesso tempo scoprì un altro aspetto del male: i suoi fratelli non erano vittime innocenti. L’oppressione che soffrono ha qualcosa da vedere con la violenza, la cattiveria e l’irresponsabilità che esistono tra di loro. Non sono rispettati dagli Egiziani, ma neppure si preoccupano per meritare che li rispettino. Fu così che Mosè intervenne per porre fine ad una lite sorta tra due Ebrei. Essi però reagiscono rinfacciandogli il suo delitto. Questa volta Mosè, che tentò di liberare con le sue sole forze il suo popolo schiavo, dinanzi alla possibilità di essere denunciato, preferisce scappare. La sua fuga fu provvidenziale, perché evitò che Mosè, vivendo negli onori e nelle immense possibilità della corte, si allontanasse troppo dal popolo e dalle sue abitudini: Es 2, 11-15.

– Per lunghi anni, -la tradizione ci parla di nuovo di 40 anni-, Mosè visse in terra straniera, nel deserto, rinunciando al progetto di essere lui il salvatore del suo popolo. Che cosa pensava in tutti questi anni? Che cosa faceva? Pastore nel deserto, Mosè impara la vita dura, povera e libera, come quella di Abramo. Inoltre, i madianiti erano più o meno discendenti del padre dei credenti (cf. Gn 25, 2). Così avviene che Mosè riceve da suo suocero Ietro, le tradizioni su Abramo e la sua fede nel Dio unico: Es 2, 16-22.

Doveva fare quest’esperienza perché Dio gli si presentasse rivelandogli il proprio mistero ed eleggendolo come strumento della sua salvezza.

5. La chiamata di Mosè

– Mosè ormai ha la vita indirizzata come padre di famiglia e pastore di pecore nel deserto, dove si è marginato dalle disgrazie dei suoi fratelli, perdendo giorno dopo giorno la speranza che potesse servire il suo popolo. Mentre, nel deserto della sua vita, Mosè si sente un fallito, Dio lo va preparando ad uscire dalle sue sicurezze per aprirsi all’azione creatrice di Dio stesso: Es 2, 21-22.

– Ciò che determina la chiamata di Mosè è la misericordia di Dio verso il suo popolo: Es 2, 23-25; 5, 13ss.

– La narrazione biblica ci fa trovare Mosè “presso il monte di Dio, l’Oreb, oltre il deserto”, dove stava pascolando il gregge.

Improvvisamente vide un fenomeno molto strano: un roveto che bruciava senza consumarsi. Davanti allo spettacolo meraviglioso del roveto che lanciava bagliori di fiamme e di fuoco e non si estingueva, Mosè dovette togliersi i calzari: si trovava al cospetto del Dio vivente, che lo chiamò e gli disse:
Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. (…). Ora va! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”: Es 3, 1-10.

– Dio si presenta come un fuoco che attira gli sguardi, ma brucia colui che volesse avvicinarsi troppo. Tuttavia, Dio non viene a Mosè come uno sconosciuto: è il Dio amico dei suoi antenati che adesso chiama Mosè, per riprendere l’opera salvifica cominciata o promessa ai suoi padri: Es 3, 1-6.

A tale esperienza Mosè giunge attraverso un dialogo rispettoso e nello stesso tempo audace con il Dio del roveto ardente; un dialogo che, una volta iniziato, si prolungherà fino alla fine della vita e della missione di Mosè e che fa emergere in lui un’intensa sofferenza. In fatti, all’iniziativa divina, segue la varietà degli atteggiamenti di Mosè, che è chiamato ad una relazione personale con Dio, che lo coinvolge nel suo progetto di liberazione d’Israele. Si svolge, per tanto, tra Dio e Mosè un dialogo difficile, che implica una certa lotta e che arriva a momenti di alta tensione. Attraverso questo dialogo, lentamente Mosè riesce a capire che cosa è il mistero di Dio e, mentre esperimenta la salvezza divina nella propria vita, si offre come strumento di questa stessa salvezza in favore dei suoi fratelli schiavi.

Il roveto ardente senza consumarsi alle falde del Sinai continua a dirci con i suoi bagliori di fiamme e di fuoco che il Signore è il Dio trascendente (sopra di noi), ma nello stesso tempo è il Dio solidale con noi (il Dio della storia, il Dio con noi) e il Dio amico che offre ad ognuno la sua intimità divina (il Dio in noi).

6. La reazione di Mosè alla chiamata di Dio: Es 3, 11-4, 18.

– Una gran paura si impossessò del cuore di Mosè, la paura di chi improvvisamente si vede assegnato un compito che supera di gran lunga le sue possibilità. Da questa paura, dal profondo del cuore di Mosè nasce, come un gemito, la domanda: “Ma chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?”: Es 3,11.
Da quel momento in avanti siamo spettatori della lotta di Mosè per liberarsi dalla chiamata.

In Mosè assistiamo al disaggio di ogni persona che ascolta nella sua vita la chiamata divina: tenta di non crederlo; presenta tutte le difficoltà possibili, per dimostrare che non può caricare il peso della vocazione, che non ha le capacità necessarie, che è debole e certamente fallirà.
Ma la risposta di Dio è sempre e soltanto una sola: “Io sarò con te” (Es 3,12); e per Dio niente è impossibile.
Infatti, la parola divina non è soltanto una chiamata, una missione affidata; è anche un’investitura, una comunicazione di forza; la parola divina realizza, compie la missione attraverso l’uomo con la sua debolezza e non senza di essa.

La risposta di Dio: “Io sarò con te”, è il primo segno del fatto che è Egli stesso che invia Mosè: “Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi verrete ad adorarmi su questo monte” (Es 3,12).

Mosè non si sente molto sicuro davanti ad un segno che doveva verificarsi in un futuro così lontano. Egli pensa alle difficoltà immediate, che troverà quando si presenterà al popolo come liberatore.

– Allora gli domanderanno in nome di chi viene. Ma Dio dissipa la difficoltà di Mosè, rispondendogli: “Così dovrai rispondere agli Israeliti: Il Dio che si chiama “Io sono”, mi ha mandato da voi”. Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”: Es 3, 14ss.

– Mosè presenta un’altra difficoltà: – Gli Israeliti non mi crederanno e non daranno ascolto alla mia parola.
Come risposta, Dio dà a Mosè il potere di fare prodigi: il bastone che Mosè ha in mano, gettato a terra, si trasforma in serpente e quando lo afferra per la coda si trasforma un’altra volta in bastone; nel mettere la mano nel suo petto, la toglie coperta di lebbra; la rimette nel petto, e la toglie sana: Es 4, 1-9.

– Neppure con questo Mosè rimane convinto e presenta un altra difficoltà: “Io mai ho avuto facilità di parola…”: Es 4, 10.
Ma Dio respinge anche questa difficoltà: “Chi ha dato all’uomo la parola?… Io, il Signore! Su, va! Io sarò con te quando parlerai e ti insegnerò quel che devi dire!”: Es 4, 11-12.

– Tuttavia, Mosè ancora una volta tenta di evitare l’incarico: “Ti prego, Signore, manda un altro!”: Es 4, 13.

– Dio vince la resistenza e la paura di Mosè, obbligandolo ad accettare la missione: “Allora il Signore si adirò contro Mosè e gli disse: – Ma non c’è tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui è capace di parlare bene…Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone, con il quale tu compirai i prodigi”: Es 4, 14-17.

– In fine, vinse la grazia irresistibile di Dio. Mosè divenne il liberatore, il condottiero politico e religioso di Israele non per ambizione personale ma per chiamata divina. Colui che pensava di finire i suoi giorni nella tranquillità della campagna, prendendosi cura del bestiame di suo suocero, entra in un cammino nuovo, pieno di responsabilità, rischi ed imprevisti, appoggiandosi unicamente nella parola del Signore: “Io sarò con te”.

7. Fedeltà di Dio con Mosè

Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è un Dio fedele; Egli è sempre con Mosè nella realizzazione della duplice missione che gli affidò: “Sono venuto a liberare il mio popolo dalla schiavitù degli Egiziani e per condurlo verso una terra fertile e spaziosa”: Es 3, 8.

Mosè esperimenta nel compimento di questa parola la fedeltà di Dio, la efficacia della sua promessa. “Io starò con te”. Di fatto:

– Dio aiuta Mosè di fronte al Faraone e dà efficacia alla sua attività per mezzo delle 10 piaghe: Es 3,20; 7, 14-12, 36.
Dio è presente a fianco di Mosè e in mezzo al popolo nell’uscita dall’Egitto e nel passaggio del Mar Rosso: Es 12, 37-14, 29:
Quel giorno il Signore salvò Israele dalla minaccia degli Egiziani… Il popolo fu preso da timore per quel che il Signore aveva fatto ed ebbe fiducia in lui e nel suo servo Mosè” (Es 14, 30-31).

– Dio aiuta Mosè durante la peregrinazione nel deserto, compiendo per mezzo di lui numerosi prodigi, così che Mosè riesce a condurre il popolo fino ai limiti della terra Promessa:

* La manna e le quaglie: Es 16.
* L’acqua sgorgata dalla roccia dell’Oreb: Es 17; Nm 20,2-13
* Il serpente di bronzo: Nm 21, 4-9.

La missione di Mosè era ardua e difficile; ma, nonostante tutto, la portò a termine. Alla fine della sua vita, dopo aver guidato il suo popolo attraverso il deserto durante 40 anni, poteva affermare: “Ora ho centovent’anni e non sono più in grado di essere il vostro capo. Il Signore, inoltre, mi ha detto: “Tu non passerai al di là del Giordano”. Il Signore stesso, il vostro Dio, passerà il fiume davanti a voi, sconfiggerà questi popoli che vi stanno di fronte, e voi vi impadronirete della loro terra. Giosuè sarà alla vostra testa…Siate forti e coraggiosi, non spaventatevi e non abbiate paura davanti a quei popoli: il Signore, vostro Dio, vi accompagna, non vi lascerà e non vi abbandonerà” (Dt 31, 2-6).

Di seguito passò il comando a Giosuè con le stesse parole di fede e di fiducia: “Sii forte e coraggioso… Il Signore sarà con te e ti guiderà; non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non aver paura e non perderti di coraggio” (Dt 31, 7).

Così Mosè, al termine della sua missione, testimonia solennemente che Dio realizzò in lui ciò che gli aveva promesso: “Io sarò con te”. Alla fine dell’esperienza della lunga peregrinazione attraverso il deserto accompagnato e sostenuto dalla potente mano di Dio, Mosè appare totalmente trasformato: il suo cuore è pieno di fede e di fiducia nel Signore. Come ricompensa di quest’atteggiamento di fede, Dio lo fece salire sul monte Nebo, di fronte alla Terra Promessa. Da questo monte Mosè ebbe l’ultima visione della sua vita, coronamento della sua missione compiuta: “Il Signore disse a Mosè: – Questa è la terra che ho promesso ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, quando dissi che l’avrei data ai loro discendenti. Io te la lascio vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai! Mosè il servo del Signore morì là, nella regione di Moab, come il Signore gli aveva detto” (Dt 34, 4-5).

Mosè poté guardare la Terra promessa, senza la gioia di toccarla, ma con la certezza di averla ormai raggiunta. Il suo sguardo dal Nebo è il simbolo della speranza. Egli poteva da quel monte constatare che Dio aveva mantenuto le sue promesse. Ancora una volta, però, doveva abbandonarsi fiducioso all’onnipotenza divina per il definitivo compimento del preannunciato disegno” (Giovanni Paolo II, Lettera sul pellegrinaggio, nº 6).

Sostenuto dalla potente mano di Dio, Mosè portò a termine il suo compito. Gli Israeliti uscirono dall’Egitto come un popolo oppresso, sfruttato. Arrivarono alle frontiere della loro nuova terra come un popolo libero, unito, organizzato con leggi proprie e soprattutto unificato dalla fede e dal culto. Un popolo che visse tanti anni – quattro secoli- in mezzo ai pagani, scoprì il Dio dell’Alleanza, il Dio che lo elesse come suo popolo, un popolo che gli obbedisse, gli rendesse culto puro, senza idolatria, senza immoralità, senza la devastazione del paganesimo. Tutto ciò compì Dio per mezzo di Mosè, che cominciò la sua avventura sul monte Oreb e la terminò contemplando la Terra Promessa, sperimentando la gioia della fede e la fiducia in Dio sul monte Nebo.

8. Mosè nell’attuazione della sua vocazione

Nell’attuazione della sua vocazione, Mosè si presenta come un uomo totalmente dedicato al servizio di Dio e del suo popolo. Mosè trasse Israele dalla schiavitù di Egitto e lo guidò fino alla Terra Promessa.

Tra questi due poli si distacca il punto più alto dell’attività di Mosè: l’essere stato intermediario tra Dio e il popolo nella stipulazione dell’Alleanza (Es 19) e nella promulgazione della Legge (Es 20; 24, 3-7).

Questa missione affidata da Dio a Mosè era ardua e difficile, ma nello stesso tempo meravigliosa. Egli doveva essere lo strumento di Dio per la realizzazione dell’Esodo, per trarre il popolo di Dio fuori della schiavitù di Egitto. Uscendo da questa schiavitù, il popolo di Israele, che all’inizio era una piccola tribù di nomadi, doveva divenire una nazione indipendente, un popolo libero.

Soprattutto Israele, per mezzo di Mosè, doveva stabilire un’alleanza con Dio e trasformarsi così nel popolo di Dio.

Questi avvenimenti costituiscono una prima realizzazione, un abbozzo di ciò che sarebbe la Redenzione, che è nello stesso tempo il nuovo e definitivo Esodo: la liberazione dalla schiavitù del peccato e del demonio, che è il fatto che costituisce la Chiesa come popolo che Dio si conquistò per sé.

Mosè è colui che si mise al servizio di un popolo, perché questo popolo accettasse l’invito di Dio a passare dalla “schiavitù” dell’Egitto alla Terra della “libertà”, dalla situazione di non popolo allo stato di “popolo sacerdotale, profetico e regale”. Risalta così la straordinaria importanza di Mosè nella Storia della Salvezza.

La sua figura si eleva come un modello di particolare interesse davanti a colui, a cui Dio dirige oggi la chiamata all’apostolato: Mosè un “prototipo” di Apostolo, di Missionario.

La persona e l’opera realizzata da Mosè costituiscono una figura ed un ideale, capaci di stimolare ancora oggi i chiamati e aiutarli a comprendere che cosa vuol dire “mettersi al servizio della liberazione”, servizio necessario perché un popolo e il Dio e Padre di Gesù Cristo, nostro Signore, arrivino ad un’Alleanza.

9. La persona di Mosè: capacità per un servizio

9.1. Mosè “è-dentro” la situazione del suo popolo

L’educazione e la vita nella corte del Faraone, lontano dal contatto immediato con la sofferenza dei suoi, non gli impediscono di “andare a visitare i suoi fratelli” (Es 2, 11).

Mosè non si vergogna della sua origine e dei suoi fratelli. Al contrario, le ingiustizie che gli Ebrei subiscono, toccano profondamente il suo cuore, fino a prendere apertamente la difesa dell’ebreo contro l’egiziano (Es 2, 11).

La lettura dei libri dell’Esodo e dei Numeri ci presentano un Mosè profondamente appassionato per il suo popolo, anche quando questo popolo è ribelle, mormoratore ed ingrato: “Signore, questo popolo ha commesso un grave peccato: con l’oro si sono fatti un dio. Ma ora, ti supplico, perdona il loro peccato! Se no, cancella me dal tuo libro della vita” (Es 32, 31-32; cf. Rom 9,2-3).

Mosè è anche integrato nell’ambiente socioculturale dell’Egitto: “Mosè imparò tutte le scienze degli Egiziani e divenne un uomo importante, sia per quello che diceva sia per quello che faceva (At 7, 22). In tutto ciò che riguarda l’organizzazione politica, sociale, giuridica che dà al popolo, dipende dall’ambiente culturale del vicino Oriente (cf. Es 18).

Nella sua condizione di inviato, Mosè era il servo degli Israeliti, il servitore del popolo di Dio, difensore della sua causa e promotore dei suoi interessi. Ciò richiedeva, da parte sua, un atteggiamento di disponibilità e un grande spirito di servizio. Tuttavia questa investitura non era un ordine di sottomissione a qualunque desiderio degli Israeliti. Mosè doveva servirli anche con le sue doti di sapienza e discrezione; doveva, anzitutto, prestar loro un servizio di orientamento e discernimento, pesando le cose con la bilancia di inviato di Dio. Con questo criterio, poteva e doveva promuovere il vero bene degli Israeliti e respingere le loro richieste contrarie al piano di Dio su di loro. E così si oppose a coloro che proponevano di ritornare in Egitto7o volevano tracciarsi autonomamente il progetto della loro vita8.

7 Nm 11, 4-5; 14, 1-4; cf. At 7, 39
8 Es 32, 1. 23-26, cf. At 7, 40

9.2. Mosè “è-fuori” del popolo

D’altra parte, Mosè appare anche come un uomo che è profondamente al di fuori del suo popolo.

Il fondamento di questa distinzione è essenzialmente di natura religiosa.

In fatti, Dio gratificò Mosè con una profondissima esperienza religiosa. Egli esperimentò in modo eminente l’amore salvifico del Dio d’Israele: fin dalla sua nascita la sua storia personale è una testimonianza di quest’amore (cf. Es 2, 1-10).

Mosè è il primo tra i discendenti di Abramo che “conosce il nome” di Dio. Questa espressione indica una esperienza religiosa, una comunicazione, una rivelazione da parte di Dio fino ad ora mai raggiunta da qualcuno. Dio gli rivelò il suo piano riguardo al popolo e lo invitò a lavorare perché lo stesso popolo arrivasse alla conoscenza di questo piano, lo accettasse e lo integrasse nella sua vita, ricavandone opzioni di vita corrispondenti.

I capitoli 2,3,4,5 dell’Esodo mettono in risalto che la comunione di Mosè con Dio è frutto di un lungo apprendistato nel deserto, dove Mosè si rifugiò dopo aver ucciso l’egiziano.

L’Oreb, la montagna del grande incontro è nel “deserto”.

Davanti alla chiamata di Dio, Mosè si sente incapace, presenta a Dio le sue obiezioni, non riesce a capire, rimane perplesso di fronte alla missione che gli è proposta, ha paura, vorrebbe che un altro andasse al suo posto…

Ma Dio con pazienza e lentamente influisce nel suo spirito fino a portarlo ad accettare e a raggiungere quella robustezza morale necessaria, per affrontare le grandi prove.

La sapienza divina che è in lui9e lo Spirito del Signore che aveva ricevuto10 gli conferiscono la capacità di prestare al popolo un servizio unico, fondamentale e insostituibile, in piena lealtà a Dio.

La sua lealtà a Dio ha messo Mosè non poche volte in conflitto con gli uomini. Per questo la figura di Mosè porta anche le stimmate del servo paziente e dell’apostolo perseguitato. In fatti, si vide criticato e maltrattato precisamente per essersi mantenuto fedele alla sua missione, rifiutando di dare la sua approvazione e il suo appoggio a dei piani che non erano i piani di Dio. Assaporò perfino l’amarezza di vedersi invidiato e diffamato dai suoi stessi fratelli, Aronne e Maria. E più di una volta dovette sopportare la tristezza e l’angoscia di stare per essere lapidato dagli Israeliti, cioè, da coloro che tanto amava11.

9 Cf. Sap 10,6; Eccli 45, 1-6
10 Cf. Nm 11, 24-30
11 Angel Pardilla, La figura bíblica del Apóstol, Claretianum, Roma 1982, pp. 20-25

9.3. La preghiera di Mosè

Mosè riconosceva la necessità di mantenere sempre viva la sua stretta relazione con Dio, elemento primordiale della sua identità di inviato. Da questa prospettiva, si capisce meglio il fatto e il significato della sua preghiera. La Bibbia non parla soltanto dei suoi 40 giorni e 40 notti passati sulla montagna dentro la nube del Signore (Es 24, 12-18; 34, 28) o della sua famosa supplica con le mani alzate sulla collina di Rafidim (Es 17, 8-13); i testi biblici parlano anche dei suoi frequenti contatti con Dio. Mosè è “l’uomo di fiducia” (Nm 12, 7), che si mantiene aperto alla speciale rivelazione del Signore (Nm 12, 6.8), è l’uomo che dialoga con un Dio12 che gli parla e che lo lascia parlare “a faccia a faccia come uno parla a un amico” (Es 33, 11). La sua preghiera si fa ora canto di lode e di ringraziamento ora supplica ed intercessione, che manifestano il suo amore e la sua preoccupazione per le persone a cui è stato inviato13.

12 Es 3, 4-22; 4, 1-11; 17, 4-6; 19 ,9; 32, 9-14; 33, 9-23
13 Es 5, 22-23; 32, 9-14.30-32; 34, 9; Nm 11, 2; 12, 13; 14, 13-19; 21, 7

La preghiera di Mosè è, per tanto, espressione della sua comunione profonda con Dio e della sua partecipazione appassionata nella vita e nella sorte dei suoi fratelli e costituisce l’elemento fondamentale che spiega tutta la sua vita.

In questo dialogo intimo, Dio gli manifesta il significato salvifico o di condanna degli avvenimenti quotidiani del suo popolo, cioè la dimensione religiosa degli avvenimenti, che supera il senso comune dei fatti.

Israele si trova schiavo in Egitto! Questo fatto può portare a pensare che si tratta di una situazione semplicemente politica, economica, sociale. In realtà tutto ciò esiste nella vita d’Israele che vive sotto il Faraone, ma Dio vuol far capire al suo popolo che, al di là di questa situazione, c’è un’altra più profonda e di ordine spirituale. Vuol portare Israele a capire il significato salvifico della presente situazione, il valore che questa situazione può avere in ordine ad arrivare a celebrare l’alleanza con Dio, per divenire “popolo di Dio”. E di fatti, è Mosè che in Egitto, nell’Esodo, durante le peripezie del deserto, per mezzo di un continuo contatto con Dio, mostra al popolo il significato religioso degli avvenimenti che si trasformano così in “segni dei tempi” per Israele e manifestano la volontà salvifica di Dio. Mosè, nella preghiera, scopre la presenza del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe nella storia del popolo nomade, nelle difficoltà con gli altri nomadi del deserto, nelle disgrazie, nella mancanza d’acqua, nella nostalgia dell’Egitto. È Mosè che aiuta costantemente il popolo perché viva questi avvenimenti “in alleanza” con Dio. Una storia di beduini del deserto si trasforma in storia di salvezza. In questo modo Mosè appare come una persona per mezzo della quale Dio manifesta la sua presenza nella storia d’Israele e gli dà la possibilità di “celebrare” la sua esistenza quotidiana come un’offerta gradita a Dio.

Privo della mediazione di Mosè orante, il popolo sarebbe rimasto condannato a vivere una vita delle più insignificanti, mosso nelle sue scelte soltanto da interessi economici, sociali o politici.

La preghiera di Mosè, oltre che manifestare la presenza operante di Dio nella vita d’Israele, è anche intercessione in favore del popolo, perché trovi la forza di accettare la presenza di Dio e convertirsi secondo la chiamata divina.

È interessante e impressionante vedere questo orante che lotta con Dio, che vuole già rompere l’alleanza con Israele, a causa della sua infedeltà cieca e ostinata.

Allora Mosè si trasforma in avvocato appassionato e costante di un popolo di “dura cervice”, che non riesce a vedere la presenza di Dio nelle peregrinazioni della sua vita, soprattutto nei momenti più difficili, che esigono una fede più generosa e profonda. Dio è deciso e si rivolge a Mosè: “Conosco bene questa gente: hanno la testa dura! Lasciami fare: nella mia collera li voglio distruggere. Poi farò nascere da te un grande popolo” (Es 32, 9-10).

Allora Mosè rispose al Signore: “Perché, Signore, adesso vuoi castigare il tuo popolo, dopo che hai usato la tua grande forza e la tua potenza per liberarlo dall’Egitto?” (Es 32,11).

Questo “essere-dentro” la situazione del popolo e questo “essere-fuori” dal popolo nell’orbita della trascendenza divina, rendono Mosè capace di fomentare e sostenere il travaglio del “passaggio” nel processo della “liberazione”. Togliendo uno dei due aspetti, si toglie anche la possibilità della “liberazione”.

Incarnazione” e “trascendenza”, o “inserzione” ed “esperienza mistica”, o “rimanere” e “uscire”: sono binomi che quanto più sono vissute in mutua relazione tanto più abilitano l’eletto da Dio (= il missionario) a compiere il compito che gli è stato affidato, e quindi a “essere una missione”.

Siamo qui di fronte allo stesso Mistero della persona di Cristo: Figlio di Dio (= trascendenza, esperienza mistica o profonda di Dio => essere-fuori), Uomo (= incarnazione, inserzione => essere-dentro), tanto “dentro” e tanto “fuori” della situazione del popolo al quale è inviato che proprio per questo fatto è autore della “Pasqua” definitiva.

È necessario “credere” non “eliminare” il Mistero. Non si può eliminare Gesù Cristo come dono del Padre (= esperienza mistica) per trasformarlo in semplice frutto della nostra terra (= incarnazione-inserzione come pura strategia umana).

Lo stesso Mosè fu sottoposto alla stessa tentazione, quando il popolo chiedeva gli “dèi” per essere “come” gli altri popoli, ma egli rispose bruciando il vitello d’oro.

È chiaro che colui che non è disposto ad affrontare la grande fatica della preghiera, rimane fuori del significato della sua vocazione missionaria. Finirebbe per identificarsi con il vitello d’oro, perdendo così il senso della sua missione, che consiste nel rivelare il piano di Dio al popolo.

10. Al servizio della “liberazione”

Meritano particolare attenzione alcuni elementi costitutivi dell’azione liberatrice di Mosè:

10.1. Il Dio della storia della salvezza

Il popolo in Egitto vive una situazione religiosa, politica e sociale, dove al fianco di aspetti positivi esistono molte ambiguità e fattori negativi: magia, idolatria, disprezzo per la vita, disperazione…

Il popolo ignora “il nome” del Signore.

In questo contesto, Mosè si impegna a far capire alla gente ebrea oppressa che la situazione presente non è definitiva. L’Egitto è appena una tappa della storia d’Israele, che è ancora in cammino verso la “terra promessa”. Così dichiara Stefano ai Giudei: “Dio era con i nostri padri…” (cf. At 7, 9).

Gli avvenimenti dolorosi come la vendita di Giuseppe, la carestia, l’abbandono della Palestina all’epoca di Giacobbe per cercare viveri in Egitto, tutto aveva una finalità e un significato nella storia. Dio era presente ed agiva con mano potente in mezzo a quelle situazioni. Le stesse tribolazioni del momento presente stanno per rivelare questa presenza del Dio fedele, nonostante che la mancanza della conoscenza del “nome” impediva al popolo di entrare già in alleanza con lui.

Il Dio che adesso per mezzo di Mosè si manifesta al popolo, è il Dio che era già presente ed agiva in favore ed in mezzo al popolo: “Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”. È questa una dichiarazione divina che è continuamente presente nel libro dell’Esodo.

La rivelazione del “nome” dà un significato totalmente nuovo a questa presenza, perché comporta una “alleanza” profonda e reciproca “come l’uomo ama la donna della sua gioventù”. Al popolo costa accettare questo Dio, che si manifesta per mezzo di fatti della storia, soprattutto in quelli più insignificanti e dolorosi; che si manifesta nella storia non per distruggerla ma per trasformarla in una storia di “salvezza”.

Non mi crederanno e non daranno ascolto alla mia parola; anzi diranno: Non è vero che ti è apparso il Signore” (Es 4,1).

In fatti davanti ad ogni contrarietà e difficoltà, come per esempio la reazione negativa del Faraone che rafforza l’oppressione, il pericolo presso il Mar Rosso, la mancanza di acqua e di carne, l’ostilità delle tribù nomadi del deserto, l’organizzazione sociale e militare superiore dei popoli della Palestina…, davanti ad ognuna di queste difficoltà si indebolisce la fede nella presenza salvifica del Dio di Abramo. Collaborare con questo Dio per arrivare alla “terra promessa”, è duro, sarebbe meglio se tutto fosse risolto da lui solo, perciò mormoravano dicendo: “In questo modo dov’è la salvezza? Ci conviene di più ritornare in Egitto, là dove al meno avevamo qualcosa di concreto nelle mani”.

Questa è la croce di Mosè e di tutti i profeti. Il popolo vuole un Dio che metta fine e trasformi immediatamente questa storia umana fatta di “buon grano e di zizzania”, questa storia umana che si svolge come un camminare “verso…”.

Il popolo vuole un Dio che lo collochi immediatamente nella “Terra promessa”. Non vuole un Dio “redentore” della storia, ma un Dio che risolva già e da solo tutti i problemi personali, sociali e familiari.

Tutto lo sforzo di Mosè consiste nel rivelare al popolo che rifiuta di capire, questo “nome di Dio”.

Dio mai soddisfa le speranze egoistiche del popolo. La rabbia con la quale un giorno inchioderanno Cristo sulla Croce, è precisamente la rabbia di un popolo deluso, che lungo i secoli continuerà a non volere accettare un Dio redentore della storia.

Su, costruisci per noi un dio che ci guidi. Ormai non sappiamo che fine abbia fatto quel Mosè…” (Es 32, 1).

Se non si arriva ad accettare questo “nome” di Dio, ogni manifestazione di fede e di religiosità risulta superficiale ed ambigua, perché non porta alla vera conversione del cuore.

10.2. Mosè persona-chiave

Mosè diviene, per tanto, la persona-chiave, per mezzo della quale Dio rivela il suo vero nome, la sua presenza salvifica negli avvenimenti della storia.

Mosè, in virtù della sua profonda amicizia con Dio e dello spirito di sapienza che gli viene comunicato, non si scandalizza di fronte al Dio di Abramo. Non si ribella, definendolo assente o infedele quando gli avvenimenti sembra che chiudano il popolo in vicolo cieco (cf. Es 14). Accetta con fede un cammino che conosce pieno della luminosità del Monte Oreb, ma nello stesso tempo pieno delle ombre del vitello d’oro (Es 32), della ribellione di Core, Datan e Abiran (cf. Nm 16).

Neppure si tratta di un’accettazione facile, senza martirio interiore e momenti di incertezza e debolezza: “Se vuoi proprio trattarmi in questo modo, fammi morire! Allora manifesterai la tua bontà verso di me, e io non dovrò più subire questa triste sorte” (Nm 11, 15).

Il momento della tentazione più forte, tremendo e terribile, fu quello delle acque di Meriba. Questo momento rimane impresso indelebilmente nella vita di Mosè e del suo popolo: “Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: – Non avete avuto fiducia in me; non avete lasciato che la mia santità si manifestasse agli occhi degli Israeliti! Perciò non sarete voi a fare entrare questo popolo nella terra che do loro.” (Nm 20, 12-13).

Il Salmo 106 al versetto 32 commenta: “Alle fonti di Meriba irritarono il Signore; Mosè dovette soffrire per loro. Lo avevano molto amareggiato ed egli parlò con poca saggezza14.

14 Cf. Sl 95; 81, 8; Dt 6, 16; Es 17, 1ss

Tuttavia, Mosè non si scoraggiò e non rinunciò alla sua missione. Egli continua a lottare. Lotta con il popolo che vuole ritornare ai suoi idoli, che confida più nei fattucchieri che in Dio. Lotta perché questo popolo accetti il Dio di Abramo con il suo vero nome.

D’altra parte, lotta anche con Dio, perché abbia compassione del suo popolo, perché non si stanchi a causa della durezza del suo cuore e lo distrugga. Mosè brucia di amore e di passione per Dio e per il popolo.

10.3. Ogni “liberazione” comporta incognite e difficoltà.

Mosè sostiene, aiuta la speranza, la costanza e il coraggio, perché l’entusiasmo dell’inizio non venga meno di fronte alle difficoltà.

Assaporare la gioia di essere “popolo libero”, vuol dire impegnarsi nella lotta per conquistare e consolidare la libertà; vivere come “popolo alleato” di Dio vuol dire impegnarsi ad essere fedele. Tutto ciò ha il suo prezzo!

Perciò non c’è da meravigliarsi se nel cuore del popolo d’Israele appaia una fiamma di nostalgia dell’Egitto, dove, anche se schiavo, aveva un minimo di sicurezza e protezione. Mentre nella traversata del deserto è tutto differente!

Infatti, la presenza di Dio non elimina la fatica, l’insicurezza, le prove, ma fa sì che “questa malattia non porti alla morte, ma serva a manifestare la gloriosa potenza di Dio” (cf. Gv 11, 4). Colui che è inchiodato sulla croce non rende facile il cammino. Non ti dice: “Non devi soffrire con me…, giacché ho sofferto io a sufficienza…”. Egli ti dice: “Lottiamo assieme; ti do il mio Spirito di fortezza proprio per lottare unito a me”.

Mosè prega per il popolo, chiede a Dio che sia paziente con parole uniche: “Non l’ho voluto io questo popolo, non sono stato io a metterlo al mondo, eppure mi ordini di portarlo in braccio, come una balia con un bambino” (Nm 11, 12).

E ancora: “Perciò, ti prego, Signore: dimostra la tua potenza e agisci come hai dichiarato quando hai detto: – Io sono il Signore. Sono paziente e grande nella misericordia. . Sopporto i peccati e le disubbidienze…

Perciò, Signore, secondo la tua grande misericordia, perdona ancora il peccato di questo popolo, come hai fatto da quando hanno lasciato l’Egitto fino ad ora” (Nm 14, 17-19).

La vita di Mosè scorre tra due dialoganti: Dio e il suo popolo. Egli mentre è un uomo che fa, ancora di più è un uomo totalmente dedicato alle persone in ordine alla loro comunione e partecipazione.

10.4. In fine, Mosè appare come un uomo che sa aspettare.

La liberazione, che Israele deve raggiungere per mezzo del suo servizio, è una trasformazione così profonda, radicale e integrale, che richiede “tempo”.

Nel libro dell’Ecclesiastico si trovano indicate le doti di cui questo educatore aveva bisogno: “Tra tutti gli uomini il Signore lo scelse per sé, perché era un uomo fedele e buono”. (Eccli 45, 1-5).

Non si scoraggiò né indietreggiò, anche se soffriva molto, quando il popolo si dimostrava ingrato.

Le ribellioni, mormorazioni, incomprensioni erano all’ordine del giorno… Il Popolo dimenticava con estrema facilità i benefici ricevuti. Poco dopo del gran prodigio del passaggio del Mar Rosso in cui Mosè si distinse per il suo intervento, di fronte al popolo ribelle, con amarezza si sfogava dicendo: “Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po’ e mi uccideranno a colpi di pietra” (Es 17, 4).

La stessa esperienza farà lo stesso Gesù e poi anche Paolo…

In questa ottica, si rivestono di particolare significato le parole che Mosè alla fine della sua vita rivolse a Giosuè: “Sii forte e coraggioso, perché insieme a questo popolo entrerai nella terra che il Signore ha promesso di dare ai loro padri, e la darai loro in proprietà. Il Signore sarà con te e ti guiderà; non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non aver paura e non perderti di coraggio” (Dt 31, 7-8).

Che lezione per noi schiavi del cronometro! Il ritmo umano e divino della “liberazione” non è misurato con il cronometro, ma con la “pazienza”. È questo il ritmo della Storia della Salvezza.

11. Mosè, nostro compagno di viaggio

In diversi momenti, i testi del Concilio Vat. II ci invitano alla consapevolezza di vivere la fede come una peregrinazione (LG 2; 8; 65), per lo più facendo espresso richiamo alla traversata di Israele nel deserto. Certamente quella marcia costituì la prova del fuoco per la fede d’Israele nel suo Dio. Tuttavia, se da quella prova uscì fortificata la fede del popolo nel suo Dio, la lunga peregrinazione fu colma di adorazione e bestemmie, acclamazioni e proteste.

Tutto ciò è un simbolo reale delle nostre relazioni con Dio mentre siamo “in cammino”; soprattutto è il simbolo delle esitazioni e delle perplessità che subisce ogni anima nella sua ascensione verso Dio, in special modo nella sua vita di fede. Poche persone, forse nessuna è rimasta libera da tali mancamenti. La Bibbia ce ne dà indubitabile prova15.

15 Ignacio Larrañaga, Mostrami il tuo volto, Ed Paoline, Roma 1982, p. 42

Di fronte al dramma della fede degli Israeliti, che riguarda anche noi, Mosè è il “servo di Dio”, la cui fede si manteneva inamovibile: “Per fede (Mosè) lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile” (Eb 11, 27).

Mosè è un uomo che ha vissuto una storia di salvezza, percorrendo egli stesso un certo itinerario e facendolo percorrere alla sua gente. Mosè è il simbolo di quell’itinerario in cui la Chiesa pone il momento centrale della sua memoria battesimale, l’itinerario che tutti percorriamo nella notte di Pasqua, che è la notte della Chiesa, la notte del cristiano, la notte in cui passiamo il Mar Rosso: quella del nostro battesimo, della nostra conversione, del nostro primo passo avanti verso il Signore. Contemplando Mosè, noi meditiamo sulla memoria battesimale della Chiesa, sull’origine di tutta la liturgia, che risale appunto alla notte di Pasqua e che si svilupperà fino all’eucaristia, e in questa celebrazione memoriale del passaggio del Mar Rosso leggiamo il passaggio di Cristo dal sepolcro alla risurrezione e quello nostro dalla morte alla vita (C.M. Martini, Vita di Mosè, p. 8s).

Camminando in sua compagnia, Mosè ci insegna a rendere Dio presente come una realtà della nostra vita da irradiare e condividere con gli altri; ci insegna ad essere uomini di Dio, cioè delle persone per le quali Dio non è una teoria ma una realtà, non è un’idea ma una Vita.

Ancora di più, nel nostro mondo socializzato, Mosè ci insegna ad essere uomini di Dio, riuniti da Lui al di là delle nostre diversità e divergenze, testimoni di Dio-Liberatore-.

Inoltre, la scena della trasfigurazione di Gesù sul Monte in mezzo a Mosè ed Elia (cf. Mt 17, 1-6), ci indica chiaramente che, per entrare nel mistero della persona di Gesù, abbiamo bisogno della compagnia di Mosè.

Mosè, per tanto, è per noi una guida che ci introduce nel mistero della vita di Gesù e dell’esistenza pasquale del cristiano.

Camminando in compagnia di Mosè, riceviamo un continuo impulso nella vita di preghiera, rendendoci sempre più consapevoli della sua funzione nella genesi della vocazione e nell’attuazione della missione.

A questo scopo, ci può essere utile riprendere l’esperienza vocazionale di Mosè, per approfondirla e sintetizzarla, trascrivendo una pagina di P. Tommaso Beck e Giovanna della Croce, tratta dal libro: Gesù è il Signore, p. 31ss16.

16 Altri riferimenti bibliografici:
Vem e vê. A vocaçâo na Biblia, Pennok, pp. 24-34.
– La vocazione, S. Zedda, pp. 47-49.
– Pasqua: profondità e ampiezza della missione, Bulletin MCCJ, Nº 100, pp. 27-31. – La preghiera del missionario, Superiori Generali, Roma-Pasqua 1972.
– Gesù è il Signore, riflessioni bibliche di T. Beck e Giovanna della Croce, Ed Ancora 1981, pp. 31- 34.

“Nessuno meglio di Mosè può essere presentato come esempio del cuore umano che, sbalordito dinanzi al roveto che brucia senza consumarsi, riesce lentamente a capire cos’è il mistero di Dio. La narrazione biblica ce lo fa trovare “presso il monte di Dio, oltre il deserto”, dove stava pascolando il gregge di Jetro. Dopo 40 anni di vita alla corte degli Egiziani, la tradizione ci parla di nuovo di un periodo di 40 anni, vissuto in terra straniera, rinunciando al progetto di essere lui il salvatore del suo popolo. Forse gli era pervenuta la notizia della morte del re di Egitto, la quale per nulla aveva mutato la dura schiavitù degli Israeliti. Che cosa pensava Mosè in tutti questi anni? Che cosa faceva?

Dalle scarse indicazioni della Bibbia sappiamo che Mosè viveva povero, umiliato, portando dentro di sé il terribile vuoto dello sconfitto. Lui che prima era ritenuto un uomo potente, un figlio del Faraone, capace di compiere qualunque impresa di liberazione, ora si riconosce un povero israelita, incapace di qualunque azione di salvezza e semplicemente proteso verso la conoscenza umile della sua debolezza. Si era sposato e aveva dato al suo figlio il nome di Gherson, che significa: “Sono un emigrato in terra straniera” (Es 2, 22) Forse l’aveva chiamato così nella consapevolezza di non essere altro che un emarginato costretto a valorizzare la sua situazione di straniero.

Ma questo uomo potente e glorioso che, convinto di sé, si era investito della missione di “capo e giustiziere” (cf. Es 2, 14), aveva bisogno della lenta purificazione, per mezzo di un’esistenza povera ed insignificante, per diventare un uomo vero. Doveva sperimentare la vita dell’emarginato, dell’escluso dalla società, per comprendere “nella propria carne” la triste sorte del suo popolo. Solo quando aveva riacquistato la verità del suo essere, non quella dell’esponente di un potere dominante, bensì quella della propria debolezza, povertà e mortalità, Mosè poteva assumersi la missione di guidare il suo popolo verso la libertà della Terra promessa. Doveva arrivare a questo momento perché Dio gli si presentasse rivelandogli il proprio mistero.

Tale rivelazione stupenda avvenne alle falde del Sinai, davanti al roveto ardente. Davanti allo spettacolo meraviglioso del roveto che lanciava bagliori di fiamme e di fuoco e non si estingueva, Mosè dovette togliersi i calzari: si trovava al cospetto del Dio vivente. Ma questo Dio glorioso che gli appariva stupendo e terribile, non gli si manifestava per sottolineare la sua trascendenza o la sua potenza e gloria di Creatore, come aveva fatto con Abramo e Isacco, bensì per insegnare a Mosè la potenza divina messa a servizio della povertà dell’uomo. Dal fuoco divoratore che mai si consumava, Dio faceva udire la sua voce che rivelava a quest’uomo povero ed emarginato il suo essere un Dio eterno e glorioso, la cui cura principale e più grande sta nel riversare il fuoco della sua gloria e della sua potenza divina sulla creatura da lui creata: sull’uomo. Nel mistero del roveto ardente Mosè poteva così accogliere il mistero del nome di Dio Signore, perché la manifestazione di tale nome includeva una rivelazione nella quale la parola di Dio si era resa servizio e salvezza del povero fra i poveri.

Fu in questo momento che Mosè capì come la gloria del Signore consiste nello scendere ad abbracciare la sua creatura e a salvarla, illuminandola nella sua debolezza, in quanto un uomo può essere illuminato. L’esperienza travolgente lo rese veramente capace di compiere un’opera nuova e grande, cioè di tornare, per ordine di Dio, in Egitto per liberare il suo popolo nel nome di questo Dio Liberatore.

E tale esperienza di Mosè si ripete anche nella nostra vita, ogni volta che noi di fronte alla gloria di Dio ci sentiamo abbracciati e bruciati dal fuoco dell’amore di un Dio che salva, imprimendo in noi i caratteri del suo nome di Signore. Non presumiamo di poter salvare qualcuno! Prima dobbiamo riconoscere, noi stessi, di essere stati salvati dalla fiamma del roveto ardente. E non sapremo mai che cosa vuol dire esse un “salvato”, se non siamo riusciti prima ad amare e adorare il Kyrios Adonai.

L’esempio di Mosè ci indica dunque anche il nostro cammino nella conoscenza di Dio Signore. È un cammino che ci svela la gloria di Dio nel mistero della salvezza, un cammino percorso con le mani giunte nel silenzio della preghiera e dell’adorazione. Mosè si toglieva i calzari, e non poteva fare altro perché era sopraffatto dall’esperienza della santità del luogo. Non esiste infatti nessuna attività dell’uomo più concreta, più incisiva e più storica dell’adorazione. Perché l’adorazione è la “terra santa” dove si imprime nell’anima umile il nome di Dio Signore e Salvatore. E quando l’anima si sarà lasciata investire con potenza dal Dio liberatore, avendo sperimentato dentro di sé il passaggio dalla tristezza alla gioia, dalla morte alla vita, essa potrà diventare uno strumento per la salvezza dei fratelli. Lo stesso Adonai, Kyrios, Signore, che si è messo in azione nell’intimo dell’uomo, attraverso l’adorazione e la contemplazione della gloria divina, si metterà in azione, attraverso l’uomo, sulle strade del mondo, per salvare gli altri uomini. Perché il Signore vuole salvare tutti gli uomini con il concorso degli stessi uomini.

Questi uomini che possono concorrere all’opera divina di salvezza, son coloro che hanno accettato la gloria del Signore, del Dio Creatore e Liberatore. Sono in grado di prestare servizi umili, semplici, nascosti, disinteressati, modesti e anche potenti, per aiutare dolcemente i propri fratelli a inserirsi in questo cammino di amore e di liberazione, perché tutti riconoscano Dio nel nome di Signore”.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/01/2021 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

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