COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Passi nella fede con il Vangelo di Marco (3) cap. 2-3

Lectio divina sul Vangelo di Marco
Passi nella fede con il Vangelo di Marco (3)
Capitoli 2-3

I testi del presente Sussidio sono stati preparati da: Mons. Mario Rollando, P. Cesare Vaiani e i membri delle Commissioni Aspiranti, Giovani Professe e Formazione Permanente del Consiglio Centrale dell’Istituto Secolare Missionarie della Regalità di Cristo (http://www.ism-regalita.it/Testi/Vino_nuovo.pdf)

SESTA LECTIO

“Vista la loro fede, disse al paralitico: ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2,1-12)
Fede e perdono dei peccati. La comunione dei santi.

1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2 e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. 3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» 8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio, e va’ a casa tua». 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

La pagina ascoltata è parte di un complesso di cinque dibattiti – conflitti che insorgono attorno all’operato di Gesù. Possono essere considerati all’interno delle discussioni delle scuole rabbiniche oppure indicativi di questioni che la comunità cristiana, entro la quale l’evangelista Marco scrive, stava affrontando.

Ecco le cinque dispute: 1. Il perdono dei peccati (Mc 2,7) 2. Accogliere nella comunità i peccatori, stare a mensa con loro, Levi – Matteo (Mc 2,16) 3. Il digiuno (Mc 2,19) 4. Cogliere spighe in giorno di sabato (Mc 2,23) 5. Guarire in giorno di sabato (Mc 3,4)

Questi conflitti provocano gli interlocutori di Gesù in modo crescente, da una reazione solo interiore a un proposito esplicito di ucciderlo.

1. L’INFERMO

Gesù si rivolge a lui con due espressioni imperative: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, “Alzati e cammina”. Alcune osservazioni.

Il nodo dell’episodio è il perdono dei peccati. Da diversi punti di vista:

  • dell’interessato: sorpresa, non se l’aspettava;
  • degli scribi: lo scandalo per la bestemmia;
  • della folla: l’esultanza.

Poniamoci anzitutto dalla parte del paralitico. Si aspettava ben altro, come chiunque di noi. Non intendeva scomodare l’onnipotenza divina alla quale soltanto – è cosa nota – compete il perdono dei peccati. Gli bastava un piccolo prodigio compiuto da questo guaritore di cui tutti parlavano.

Una parola sul peccato.

L’evangelista non intende dire che quest’uomo, il paralitico, sia particolarmente peccatore, ma che è in condizione di peccato come ogni uomo. In greco, peccato si dice amartìa. Il vocabolo ebraico equivalente significa fallire il bersaglio, smarrire la via. Forse ha una radice beduina: in marcia nel deserto alcuni abbandonano la carovana, si perdono, rischiando di morire. Ma Dio, nella sua bontà, li riacciuffa e li ricolloca nella carovana della salvezza. Il peccato è un uscire dalla carovana.

Il paralitico ha altre preoccupazioni che riguardano il suo corpo, non la sua anima. Gesù non le disprezza affatto; Egli sa quanto poco sia vivibile la vita dentro un corpo immobile, paralizzato. Il bisogno della guarigione è serio e legittimo. Ma Gesù sa anche che in quell’uomo, come in ogni uomo, c’è un altro bisogno, forse inconsapevole: quello di rientrare nella carovana, di essere salvato, di restituire un significato alla propria vita.

Il primo gesto d’amore di Gesù consiste nel mettere il paralitico a contatto con un bisogno che lo abita, ma del quale lui non ha forse coscienza. Lo mette a contatto col suo peccato, non suscitando in lui un senso di colpa, ma annunciandogli che il suo peccato, qualunque esso sia, è già perdonato.

Quando gli dirà che è anche guarito nel corpo, si rivolgerà a lui con questo verbo “Alzati”, che ha un forte significato simbolico. È come se gli avesse detto: “Risvegliati, rinasci, risorgi”. L’intento dell’evangelista è di affermare che quanto avviene sotto lo sguardo di tutti (il paralitico si alza, prende il suo lettuccio e se ne va in presenza di tutti) è segno visibile di quanto invisibilmente è realmente accaduto in quell’uomo.

L’incoscienza del peccato.

Nella Bibbia la vicenda del vitello d’oro dice che nel credente è sempre in agguato un processo riduttivo. Noi spegniamo le nostre attese, spesso senza accorgercene. Con facilità non sappiamo più cos’è il peccato. È soltanto la Parola di Dio che, suscitando in noi il senso della fede, suscita anche il senso del peccato. Come il contatto col pulito, con l’ordine, ci fa capire cos’è lo sporco e il disordine, così è solo il contatto col bene, con la santità, che ci fa capire cos’è il male. Non a partire dalla nostra introspezione ma a partire da una presenza luminosa noi ci accorgiamo della tenebra in cui siamo caduti. È sempre rischioso per l’uomo prendere coscienza dei propri peccati, se manca in lui la consapevolezza del perdono a portata di mano. È quello che fa Gesù col paralitico.

2. I QUATTRO BARELLIERI

Di questi uomini non conosciamo né il nome né il volto. La casa ove si trova Gesù è piena di gente, non c’è “più posto neanche davanti alla porta”, dice il testo. Scrive un autore: “La casa palestinese si compone normalmente d’una sola stanza, con sopra un tetto piano fatto d’un traliccio di rami poggiante su traverse di legno e ricoperto d’uno strato di fango secco che dev’essere risistemato ogni anno prima della stagione delle piogge. È dubbio che si possa fare un buco nel tetto se la casa è piena di gente” (E. Schweizer, Commento al Vangelo di Marco, Ed. Paideia, pp. 66-67).

L’iniziativa di questi uomini è probabilmente simbolica, per esprimere la loro generosità e intraprendenza. Marco chiama fede questa loro audacia e costanza

È fede in qualcuno? Fede generica in Dio? Nel maestroguaritore, Gesù di Nazareth? Oppure è soltanto la fede di chi non si arrende, non si dà per vinto, non accetta che la malattia, la paralisi, sia l’ultima parola pronunciata su un uomo? Anche attorno a noi, vivendo nel mondo e condividendo le condizioni più ordinarie di vita, possiamo riconoscere uomini e donne animati da questo tipo di “fede”, perché impegnati a estrarre il meglio dalla vita, o persone senza “fede” perché spente, rassegnate, che hanno tirato i remi in barca.

Ci sono persone, tra i giovani come tra gli adulti, che non si rassegnano a dire che non c’è più nulla da fare e spendono la loro esistenza perché qualcosa cambi nel mondo. Altri invece, sono paralizzati nel cuore, abitati da una mortificante sfiducia, incapaci di qualunque sogno e ancor meno di un gesto d’amore.

Il movimento, l’iniziativa, lo slancio dei quattro barellieri è tutto il contrario della paralisi dell’uomo che portano sulle spalle. Forse proprio perché sono così appassionati alla vita non sopportano che essa sia bloccata in qualcuno. E questo è già germe di fede. Possiamo anche chiederci se Gesù non riconosca se stesso in questi quattro uomini che si stanno prodigando per un altro. Non possono quei quattro rinviarci al buon samaritano, o al buon pastore, o al buon vignaiuolo, tutte immagini create da Gesù per parlare della cura di Dio per l’uomo?

La fede è loro: “vista la loro fede”. Non si fa cenno a nessuna attitudine dell’infermo verso Gesù. Diremmo che lui non ha nessun merito: lo hanno portato. Non solo perché lo hanno caricato sulle spalle, ma perché lo hanno portato col loro ardore, con la loro fede. Più volte nei Vangeli, innanzi a un infermo, sono annotate le parole di Gesù: “la tua fede ti ha salvato”. Qui sembra proprio che il paralitico sia totalmente passivo. Operano i barellieri e Gesù: “Uomo, sei perdonato per la fede di quelli che ti portano”.

Due osservazioni:

La fede è creatività; incalza la fantasia perché inventi. Sovente non riusciamo a pensare e a intraprendere nuovi percorsi perché la nostra fede è debole, vacillante. La fede che inventa, si fa operosa, intraprendente, si concretizza in gesti d’amore.

La fede è supplenza: come la preghiera di Abramo ha intenerito il cuore di Dio che voleva distruggere la città peccatrice, così tutti i veri credenti suppliscono alla mancanza di fede di molti. Scrive un autore: “Il mondo è aggrappato ai santi, la città è salva per pochi giusti”. Esiste un magnetismo del bene. La persona buona irradia attorno a sé un campo magnetico di luce, di grazia, di misericordia. Spesso noi siamo stupiti delle buone ispirazioni che germogliano in noi, della speranza che non ci abbandona nonostante la prova e forse ci chiediamo da dove ci venga tutto questo. È il campo magnetico del bene di persone che, come i quattro barellieri, non hanno né nome né volto. È il mistero della comunione dei santi. Notiamo ancora che la supplenza dei santi dura finché è necessaria e vien meno quando noi possiamo provvedere a noi stessi. È ammirabile nel Vangelo ascoltato la discrezione dei quattro barellieri, i quali scompaiono tra la folla non appena il loro servizio è terminato. Non c’è una parola né un plauso per loro. Chi serve lo fa in silenzio, in modo gratuito.

3. L’ACCUSA E L’ESULTANZA

L’accusa

La reazione degli scribi è giustificata. Nel loro cuore prendono giuste distanze dalle parole di Gesù. Poiché soltanto Dio può perdonare i peccati, neanche il Messia lo avrebbe potuto fare. Qui c’è uno che si arroga il potere di Dio, il potere più forte, quello che “rimette”, cioè allontana ed annulla il peccato dell’uomo. Gesù bestemmia. Gesù si rivolge agli scribi e chiede loro: “«Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua.» Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti…”.

Lo svolgersi dei fatti sembra dire il desiderio di Gesù di evangelizzare gli scribi. La loro riserva interiore e l’accusa di bestemmia erano giustificate. Hanno diritto di sapere che qui sta accadendo un evento nuovo, imprevisto. E Gesù, soprattutto per loro, sembra guarire la paralisi del corpo a conferma della guarigione operata nella paralisi dell’anima.

L’esultanza

Il testo italiano traduce l’originale greco meraviglia e gioia, che coinvolge, espressa con quelle parole: “Non abbiamo mai visto nulla di simile”. Una traduzione più fedele dovrebbe dire che impazzivano di gioia. Il sollevarsi del paralitico guarito è così descritto dal testo latino: “surrexit ille. Et abiit coram omnibus”.

Quel surrexit non può che rinviarci alla risurrezione di Gesù, sorgente della vita nuova di cui l’uomo sanato usufruisce. Egli anticipa la Pasqua del Signore, alla quale il Vangelo di Marco sempre mira, e nella quale ognuno troverà salvezza. Quel surrexit del corpo è anche profezia della risurrezione dei nostri corpi che nell’eskaton diventeranno gloriosi.

Ma è anche importante quel coram omnibus, davanti a tutti. In questa pagina c’è una grande coralità: la folla dentro e fuori la casa, i barellieri, gli scribi e poi ancora la folla esultante. Agli occhi di tutti l’infermo è restituito alla propria autonomia: “prese il suo lettuccio e se ne andò”. Il peccato è una patologia che ripiega l’uomo su di sé. Il perdono lo restituisce alla sua capacità di relazione con Dio e con gli uomini.

Dice il testo che la meraviglia e la gioia coinvolgono tutti. Anche gli scribi? Probabilmente sì. Non c’è motivo per ritenere che si siano rifiutati di arrendersi agli eventi straordinari accaduti. L’evangelista ci consente di pensarlo. Perché non credere, nella nostra vita, nella Chiesa oggi, che persone le quali, con onestà, in base alle loro informazioni, hanno espresso un severo e legittimo giudizio, non siano capaci di cambiare avviso? In questa luce la presenza dolce e autorevole di Gesù, nel Vangelo ascoltato, è fonte di luce per tutti: per il paralitico, perdonato e guarito, per la folla, testimone esultante, per i quattro barellieri appassionatamente impegnati perché quel corpo guarisca, per gli scribi, custodi della legge, che detestano la bestemmia perché vogliono la salvezza eterna dell’uomo e lodano Dio con i più poveri, quando l’impossibile si avvera. Per questa ragione il titolo di questa meditazione era comunione dei santi, di tutti i santi, anche di quelli ai quali noi non faremmo credito.

Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita

Riconosco che nella mia vita, come per il paralitico, ci sono dei “barellieri” che mi hanno portato e mi portano a Gesù. A volte sono capace di farmi carico dei fratelli e delle sorelle, forse anche quelle della mia comunità, per portarli al Signore…

SETTIMA LECTIO

“Possono gli invitati a nozze digiunare quando lo sposo è con loro?” (Mc 2,18-22)
Fede e adempienze legali

18 Ora i discepoli di Giovanni e i farisei Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?» 19 Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. 21 Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. 22 E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Si intrecciano nel brano digiuno e nuzialità, penitenza e festa, assenza e presenza dello sposo, mortificazione e gioia.

1. IL DIGIUNO

⇏ Lettura cristiana del digiuno

Come ogni altra pratica – recitare preghiere, compiere un gesto rituale – il digiuno ha significato non in sé, ma come espressione della nostra interiore relazione con il Signore. Le pratiche, se ritenute fine a se stesse, possono diventare pericolose: possono indurre a credere che la salvezza consista solo nel fare determinate cose, come nel caso emblematico del pubblicano al tempio, che digiuna due volte la settimana e paga le decime di quanto possiede ma non ha il cuore di un orante, aperto a Dio e agli altri. Il ripetere atti religiosi può introdurre in una sorte di autosalvezza. Ogni atto di religione è a servizio della fede che salva e della carità che rende simili a Dio.

È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse (il vero digiuno) nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri (…)? (Is 58,5-7)

E la voce di S. Girolamo aggiunge: “Se digiuni due giorni, non ti credere per questo migliore di chi non ha digiunato. Tu digiuni e magari t’arrabbi; un altro mangia, ma forse pratica la dolcezza. Che razza di digiuno vuoi che sia quel quello che lascia persistere immutata l’ira ?”(Epistole 22,37).

⇏ Digiuno e sposo

I discepoli dei Farisei e i discepoli del Battista digiunano, i discepoli di Gesù non digiunano. La domanda posta a Lui è legittima, data l’importanza che la pratica religiosa del digiuno riveste.

Nella sua risposta, Gesù evoca la figura dello sposo tipicamente messianica. Lo sposo del Cantico dei Cantici e dei profeti è il Messia. Gesù intende dire ai suoi ascoltatori che l’atteso è giunto. I tempi si sono compiuti. Ed egli documenta questa sua affermazione con gesti messianici: guarisce, perdona i peccati, toglie la separazione tra giusti e peccatori, libera dal digiuno e dal sabato.

Alla questione che gli è stata posta, “perché non digiunate?”, risponde con una nuova domanda: “possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?”. È come se Gesù avesse chiesto: conta di più un atto di religione o un atto di fede? Conta di più compiere un rito, offrire un omaggio ad una persona assente, o rimanere in compagnia della persona amata che è presente, senza porre gesti rituali se non quelli semplici e consueti della vita?

Il digiuno è un sacrificio. Ma cosa significa questa parola sacrificio? Sacrum facere, cioè, rendere sacra ogni cosa, anche il mangiare e il bere, la festa, il lavoro, l’amore, l’amicizia.

Gesù aggiunge “verranno giorni in cui sarà tolto loro lo sposo e allora digiuneranno”. Lo sposo tolto, strappato è, per Marco, richiamo alla Croce. Dopo la morte di Gesù per tutti i discepoli, anche per noi, comincia il vero digiuno che consiste nel desiderio dello sposo e nella sua assenza. Il digiuno è la nostra condizione di esuli, incamminati verso la patria. Il digiuno cristiano, quaresimale o quotidiano, è sobrietà e libertà in relazione alle cose per essere disponibili e pronti alla relazione col Signore (preghiera) e coi fratelli (carità), è consapevolezza dell’esilio e desiderio della patria. Il digiuno intende renderci liberi dal fittizio, sobri nell’accessorio, fedeli nel necessario e radicati nell’essenziale.

Il digiuno non è cancellato da Gesù, ma motivato. Ha senso per tutti progettare un proprio digiuno da qualcosa, affinché il cuore sia più libero per pregare e per amare.

2. LA NUZIALITÀ, DIMENSIONE DELLA VITA CRISTIANA

⇏ Gesù, sposo dell’umanità

In Lui la natura divina e la natura umana sono unite perfettamente in una sola persona. Egli sposa tutta la condizione umana. Gesù sposa l’umanità d’ogni tempo e cultura. È il vero partner dell’umanità.

⇏ La Chiesa, sposa eletta di Cristo

Le nozze di Gesù con tutti gli uomini avvengono tramite la Chiesa. La comunità cristiana raccoglie in sé le gioie e le speranze (GS 1), le angosce e i dolori di tutti gli uomini. Non basta perciò che la Chiesa ascolti l’Evangelo per dirlo agli uomini, ma è necessario che ascolti l’uomo, assuma l’uomo per collocarlo nel Vangelo.

⇏ La nuzialità della vita cristiana

Divenuti col Battesimo fratelli d’ogni uomo e d’ogni donna, è connaturale ai cristiani un tratto nuziale della loro vita. Sponsalità significa reciprocità, appartenenza, integrazione con tutti i diversi. Vivere da sposi significa edificare la comunità dei volti, che ci interpellano e attendono il nostro “eccomi”. Don Milani, uomo nuziale, insegnava ai ragazzi di Barbiana ad essere sposi di tutta l’umanità con il motto dei giovani americani: I care, mi interessa, mi appassiona, mi prendo cura. Forse esistono due categorie di persone: gli sposati e i non sposati, anche se hanno moglie o marito.

3. VECCHIO E NUOVO

⇏ Gesù è la novità

Gesù perdona i peccati, toglie la separazione tra giusti e ingiusti, libera dalla rigida osservanza del digiuno e del sabato, poiché fa irrompere il Regno. Ma i suoi interlocutori fanno resistenza alla novità. Gesù propone di essere figli, ma gli uomini preferiscono rimanere servi. La difficoltà ad accogliere la novità evangelica pare che dipenda dal culto d’una certa ragionevolezza (un po’ di buon senso!) e dalla custodia delle tradizioni. Gesù è ritenuto né ragionevole né rispettoso delle tradizioni.

Scrive Don Bruno Maggioni: “I farisei pensavano che convertirsi a Gesù significasse introdurre qualche semplice perfezionamento (potremmo dire qualche abbellimento) nel loro sistema di vita: come se la novità di Gesù fosse una pezza nuova da inserire su un vestito vecchio, come se fosse possibile mettere la novità di Cristo nelle vecchie botti”. (Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Ed. Cittadella, p. 54.)

⇏ La novità in noi

Sovente il cristiano non dà credito alla novità portata da Gesù. Non ci si consegna all’opera dello Spirito Santo, non c’è una resa incondizionata al Signore, perché non ci decidiamo a vivere nella grazia della fede e contiamo piuttosto sugli appoggi rituali delle adempienze. Non sopportiamo di essere sprovveduti poiché davvero credenti. E non facciamo spazio alla conversione, che è solo opera del Signore. “Teniamo il Vangelo alla periferia del villaggio, illudendoci di essere seguaci di Gesù perché abbiamo costruito qualche suo monumento-ricordo al centro della piazza” (Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Ed. Cittadella, p. 54.)

⇏ La novità rifiutata

La novità di Dio, che in Gesù irrompe nel mondo, lo condurrà alla Croce. Quella che Gesù porta è una novità che affascina l’uomo, eppure egli la rifiuta perché in fondo ritiene che tutto sia religione, cioè opera sua, merito proprio. Facciamo fatica ad accettare che siamo i figli della grazia e non del merito. Le grandi novità delle prime pagine del Vangelo di Marco sono grazia, non merito.

Il perdono dei peccati, il crollo della separazione tra giusti e ingiusti, la liberazione dal sabato e dal digiuno, sono opera di Dio tramite Gesù e non opera dell’uomo. L’uomo rifiuta queste tre novità, che pure desidera, e condanna il profeta che le proclama. “Gli uomini sembrano rifiutare un Dio che li ama e che li libera. Decidono di toglierlo di mezzo. Sembrano preferire un Dio che li spadroneggi”. Gesù sposo dell’umanità è la grande utopia divenuta realtà. (ivi, p.55)

Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita

Il cambiamento potrebbe spaventare; mi affido al Signore ed “oso” per gustare la bellezza della novità. Rivivo le esperienze di castità, povertà, obbedienza che mi hanno portato ad un “passo oltre” di libertà e intimità con il Signore…

OTTAVA LECTIO

“Chi compie la volontà di Dio è mio fratello, sorella e madre”
(Mc 3,7-35)
Diverse risposte di fede. Maria, prima discepola

7 Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. 8 Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall’Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. 9 Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. 10 Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo. 11 Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12 Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.

13 Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici che stessero con lui 15 e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. 16 Costituì dunque i Dodici: Simone , al quale impose il nome di Pietro; 17 poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome Boanèrghes, cioè figli del tuono; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo 19 e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

20 Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé». 22 Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». 23 Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? 24 Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; 25 se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. 26 Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. 27 Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. 28 In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; 29 ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna». 30 Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo».

31 Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» 34 Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Il brano riferisce le parole e le opere di Gesù in un contesto di volti e luoghi molto differenziato: si recò verso il mare… salì sul monte. La moltitudine è variopinta: dalla Galilea, dalla Giudea, da Gerusalemme, dall’Idumea, da oltre il Giordano, da Tiro e Sidone. Ci sono i sani e gli infermi, c’è la folla, ci sono i discepoli, ci sono i Dodici, ci sono i parenti, gli scribi, ancora i parenti e, con loro, Maria sua madre. Prendono parte agli eventi reagendo, ognuno secondo il proprio modo di sentire, alle parole e ai gesti di Gesù.

Esistono diverse risposte all’unica proposta.

1. LA FOLLA

In tutto il Vangelo le folle sono caratterizzate da un elemento di ambiguità nel loro modo di sentire: la folla passa dalla simpatia al plauso, all’ostilità ed anche alla condanna. Gesù manifesta affetto e compassione per la folla ma ne prende le distanze. In Mc 3,9 chiede una barca “a causa della folla, perché non lo schiacciassero”.

2. I DISCEPOLI

Stanno in mezzo alla folla e, come tutti gli altri, ascoltano la Parola di Gesù ma, ascoltando, si decidono per Lui. Il gruppo dei discepoli non è ben definito circa la quantità. Mentre della folla il Vangelo giunge a dire che si tratta anche di cinquemila persone e degli apostoli sappiamo che sono dodici, dei discepoli non se ne conosce il numero esatto. In un passaggio del Vangelo si parla di settanta di essi. Il loro numero sembra fluttuante tra l’essere folla o discepolo, e non tra l’essere discepolo o apostolo. I Dodici, pur essendo stabile il loro numero, conservano nel cuore elementi della folla che non si decide per Gesù.

3. LA SCELTA DEI DODICI

Ricevono una speciale chiamata. Nei sinottici si distinguono due chiamate dei Dodici: la chiamata del lago (Mc 1,14-20) e la chiamata del monte (Mc 3,13-19). La chiamata del lago corrisponde alla vocazione ad essere cristiano (il Battesimo), la chiamata del monte corrisponde alla speciale vocazione di ognuno ad essere apostolo (la vocazione personale).

Dall’istituzione dei Dodici, oltre quanto già indicato nella lectio di Mc 1,14-20, possiamo apprendere che il numero dodici è certamente evocativo d’una continuità con le dodici tribù di Israele; provengono da ambienti, esperienze, condizioni sociali diverse: alcuni pescatori, un pubblicano, Levi, Simone lo zelota, un politico estremista, Giuda di Karioth. La chiamata non conosce confini. Si rivolge ai giusti e ai peccatori.

Il metodo educativo di Gesù è ritmato da tre movimenti: venite, rimanete, andate

I tre ritmi sono declinati insieme, non in senso cronologico, cioè prima il venite, poi il rimanete, poi l’andate. Gli apostoli, mentre vengono a Lui, hanno già percepito elementi essenziali del rimanere con Lui e, mentre rimangono con Lui, vanno anche insieme. Egli è sempre con loro, la formazione è continua sia nel venire, che nel rimanere, che nell’andare.

Può accadere, nei nostri percorsi formativi, che una persona sia ritenuta, ad un certo momento, ormai formata, e inviata, come un manufatto ormai completo e da mettere in commercio. Siamo tutti in formazione permanente: Gesù accompagna i Dodici con una continua verifica, ponendoli continuamente a a contatto con la loro personale verità, anche con quella più scomoda, come malcelati desideri di potere o protagonismi…

In certa misura Gesù, mite e umile di cuore, non dà tregua ai suoi. Ricordiamo come apostrofa Simon Pietro, primo dei Dodici, per la sua incapacità ad accogliere l’annuncio della Croce: “Allontanati da me, tu ragioni come Satana”.

Il metodo educativo di Gesù è poi ritmato da adesione a Lui, separazione dagli altri. L’universalità della salvezza e la solidarietà con tutti gli uomini esige una separazione da tutti e da tutto, per aderire prioritariamente a Lui ed essere così capaci di universalità-solidarietà con tutti. Solo gli assidui frequentatori del mistero di Dio possono essere raffinati interpreti e servitori fedeli del mistero dell’uomo.

Gesù sceglie, attrae a sé, perché si rimanga con Lui ma non per collocarci contro il mondo o fuori del mondo, ma per restarvi come seme che nella terra germoglia e porta frutto. Per germogliare e portare frutto occorre essere diversi, quindi scelti e separati, ma al tempo stesso occorre restare ben piantati nella terra.

L’apostolo custodisce sempre e comunque una sua originalità: egli non può sbiadirsi, scolorirsi, stemperarsi nel mondo. Rimane se stesso perché fedele al Signore e fedele all’uomo che serve con la propria originalità. I Dodici sono uomini comuni, fragili. La lista dei Dodici si apre col nome di Simon Pietro e si chiude con quello di Giuda. Entrambi, in modo diverso, lo hanno tradito. Gesù, che conosce fin da principio chi lo avrebbe tradito, custodisce il traditore tra i suoi intimi. Non si tratta d’un manipolo elitario, composto da uomini sicuri, affidabili, santi.

A commento delle parole di S. Paolo in 2Cor 4,7:

Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”, un vaso casalingo, umile, anche fragile, che si utilizza ogni giorno. Non è come un vaso prezioso che si pone in vetrina per essere ammirato. Fuori metafora: se Dio si servisse solo di santi sarebbe un’ovvietà. Tutti immaginiamo che Dio – se davvero è Dio – dovrebbe agire così. E invece si serve anche (e soprattutto) di uomini comuni, fragili, persino di poca fede come i discepoli che si è scelto e come noi. Sta qui la meraviglia che sorprende… Se il vaso fosse prezioso, attirerebbe l’attenzione su di sé. Nella sua umiltà, invece, rinvia.
La sua debolezza è la sua trasparenza.
La potenza del Vangelo si fa presente nella inadeguatezza per rendere trasparente, chiaro per tutti, che la sua efficacia viene da Dio, non dagli uomini e dai loro strumenti…
Chi pretende una parola di Dio subito chiara, direttamente visibile, appariscente, clamorosa, non incontrerà mai il Signore. E ne resterà perennemente scoraggiato.
E sarà sempre tentato di affrettare i tempi della maturazione del seme con mezzi non evangelici.
Senza dire, poi, che in una comunità di soli santi mi troverei molto a disagio. Mentre invece in una comunità di “vasi di coccio” mi sento perfettamente a mio agio, accolto, amato e perdonato. Non mi scandalizzo mai della debolezza degli uomini, anche di Chiesa, e neppure se ne scandalizza il mondo, quello vero. Piuttosto qualche amarezza quando vedo – o mi sembra di vedere – arroganza, ostentazione e giudizi troppo taglienti”.
(Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Ed. Cittadella, pp. 10-11.)

IL MISTERO DI MARIA

Marco dice che ritenevano fosse diventato pazzo. Perché? Per l’esagerata disponibilità e l’attività spossante: “Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero” (Mc 3,9); “quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo” (Mc 3,10); “al punto che non potevano neppure prendere cibo” (Mc 3,20); e per le conseguenze che temevano potessero ricadere sulla famiglia, dati i conflitti con farisei e scribi.

Coi parenti è presente Maria, sua madre. Dice il testo: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano» (Mc 3,32) e riporta la risposta di Gesù: “«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» 34 Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».” (Mc 3,33b-34)

Questo è l’unico brano del Vangelo di Marco che si riferisce a Maria, ed è riportato in tutti e tre i Vangeli sinottici. Dato che il Vangelo di Marco è il più antico, ciò significa che nella Chiesa dei primissimi tempi l’immagine che si ha di Maria è quella della persona sempre richiamata dal Figlio all’essenziale:

– Nel ritrovamento al Tempio: “«…tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole.” (Lc 2,48b-50) »

– Quando la donna grida a Gesù in mezzo alla folla: “«Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».” (Lc 11,27b-28)

Maria è la prima discepola: Paolo VI in Marialis Cultus scrive “Maria è la figura del perfetto discepolo”. Essere cristiani significa tornare come Maria. Maria è la prima cristiana, la prima credente, nostra maestra nella fede.

Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita

Ripercorro il mio cammino di donna cristiana e ne rendo grazie. Alla luce del Vangelo e delle sfide della storia mi lascio accompagnare anche dalla comunità per fare il vero nella mia vita e diventare discepola come Maria…

Scheda di riflessione per le Lectio 7-8

Le nozze

Il desiderio di intima comunione con tutta l’umanità si realizza nel dono totale di sé nella reciprocità, nell’appartenenza e nell’integrazione con tutti i diversi. Come dico sì ogni giorno a questo invito?

L’umanità

Ricerco nel Vangelo di Marco i volti di donna che mi invitano a vivere con gioia ogni giorno la volontà di Dio…

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Questa voce è stata pubblicata il 22/01/2021 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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