COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Guido Oliana (1) San Giuseppe nella Bibbia, Tradizione e Magistero

Guido Oliana (1) San Giuseppe nella Bibbia, Tradizione e Magistero

LA TEOLOGIA E SPIRITUALITÀ DI SAN GIUSEPPE E LA VOCAZIONE DEL FRATELLO MISSIONARIO COMBONIANO.
Paternità, fraternità e ministerialità

P. Guido Oliana

Introduzione

L’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II sulla missione di San Giuseppe, Redemptoris Custos (“Il custode del Redentore”) (15 agosto 1989) (CR), scritta in occasione del primo centenario dell’Enciclica Quamquam pluries di Leone XIII,(1) può essere considerata la magna carta della teologia di San Giuseppe.(2)

P. Tarcisio Stramare, biblista e teologo, membro della commissione per la Nova Vulgata, uno dei più grandi esperti della figura di San Giuseppe, che collaborò con la stesura dell’esortazione apostolica, in diverse occasioni afferma: “La paternità è lo strumento che Dio ha messo in mano a San Giuseppe per servire Gesù, appunto come padre”. “San Giuseppe è prima di tutto un contemplativo”. “Quante volte San Giuseppe avrà pronunciato nella sua vita il nome di Gesù, come pure quello di Maria!” La sua prima funzione è quella di minister salutis, cioè di “ministro della salvezza, dove per ‘salvezza’ si intende evidentemente quella offerta agli uomini da Gesù”. “San Giuseppe è […] prima di tutto un modello di contemplazione. Ogni giorno aveva davanti a sé la Verità, e certamente era incantato dalla Verità, che è Gesù. Se manca la contemplazione anche l’azione diventa […] mera azione e basta”. “Purtroppo nei libri di dogmatica, nei seminari e nelle università cattoliche, la figura di san Giuseppe è oggi assolutamente assente. Ma come si può fare teologia della Santa Famiglia e quindi della famiglia se manca San Giuseppe?”(3) Quest’ultima affermazione potrebbe fare sorridere qualche professore di seminario, tuttavia essa evidenzia una lacuna nella nostra spiritualità cattolica attuale e in particolare, forse, nella nostra formazione comboniana.

Nella tradizione comboniana San Giuseppe viene considerato come il patrono e l’esempio dei fratelli in virtù della sua professione di “falegname”. Spesso tale visione era vista superficialmente a livello devozionale senza grandi approfondimenti teologici e spirituali. Era caratterizzata da una comprensione piuttosto moralista o edificatoria. Con l’approfondimento del carisma della vocazione del fratello missionario comboniano, avvenuto nel dopo Concilio, anche il riferimento al protettore San Giuseppe deve essere arricchito e qualificato teologicamente.

L’occasione propizia per questo approfondimento ci viene ora offerta da Papa Francesco, che ha dedicato il 2021 a San Giuseppe, offrendoci degli spunti interessanti nella sua Lettera Apostolica “Patris corde” (“Con il cuore di padre”) (PC)(4) in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa Cattolica fatta dal Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870 durante il Concilio Vaticano I, a cui partecipava anche il Comboni come teologo del Vescovo di Verona Luigi di Canossa. Siamo, perciò, invitati ad approfondire teologicamente e spiritualmente la figura di San Giuseppe e di farne emergere le sfide alla vocazione del fratello missionario comboniano e del comboniano in genere.

Per raggiungere tale scopo seguirò la seguente mappa. Esaminerò le fonti principali su San Giuseppe: la Bibbia, i Padri della Chiesa, il magistero dei Papi Giovanni Paolo II e Francesco, San Daniele Comboni e alcuni documenti della tradizione comboniana. Da tali fonti emergono delle ispiranti indicazioni applicabili alla vocazione del fratello missionario comboniano in relazione complementare con la vocazione del presbitero comboniano.

1. San Giuseppe nella Bibbia e nei Padri della Chiesa

Il nome Giuseppe significa “Colui che aumenta” o “Colui che raddoppia”. Alcuni commenti biblici affermano il significato di “Egli (il Signore) aggiungerà”, implicando perciò il nome di Dio.(5) Si può rendere anche come “accresciuto da Dio” (“yasaph, “accrescere, aggiungere”)(6) o “Jahvé voglia aggiungere [altri figli a quelli già nati]”.(7)

Attualizzandone liberamente il significato etimologico, possiamo dire che provvidenzialmente Dio aggiunse la figura di Giuseppe nella storia della salvezza nel contesto dell’incarnazione come “segno essenziale aggiunto” alla paterna azione divina per renderla concreta e percepibile storicamente. Analogamente, il fratello comboniano risulta essere un “segno essenziale aggiunto” della paterna azione provvidente di Dio mediante il suo molteplice servizio, ma in comunione con la missione del presbitero comboniano, il quale garantisce la paterna azione salvifica divina mediante l’annuncio della parola, la celebrazione dei sacramenti e la cura pastorale. Questo è il contenuto che vorrei sviluppare nel corso di questa riflessione per mostrare la complementarietà e la reciprocità delle due pur distinte ed essenziali dimensioni della vocazione comboniana.

In primo luogo, richiamo brevemente i riferimenti nel Nuovo Testamento alla figura di Giuseppe per comprenderne il significativo ruolo in ordine alla storia della salvezza. Aggiungo poi un accenno al pensiero dei Padri della Chiesa.

a) Giuseppe nel Vangelo di Matteo

Nella genealogia di Matteo, che evidenzia la discendenza di Gesù dalla stirpe di Davide (cf. Mt 1,2), Giuseppe viene menzionato come garante della discendenza davidica del figlio adottivo Gesù: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo” (Mt 1,16).

Nella narrazione del concepimento e nascita di Gesù, Giuseppe ha un ruolo imprescindibile. “Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ‘Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,18-21).

Questo brano ha subito le più disparate interpretazioni. La più immediata, ma anche la più superficiale, è che Giuseppe, vedendosi tradito da Maria, rimasta incinta da qualche altro, essendo un uomo buono e non vendicativo, non volle accusare Maria, che secondo la legge doveva essere lapidata pubblicamente, ma decise di licenziarla in segreto senza farne pubblicità. Questa interpretazione sembra la più comune. Presento più avanti le varie interpretazioni da parte dei Padri della Chiesa

Secondo gli esegeti moderni, Giuseppe è dichiarato “giusto” perché constata nell’evento della gravidanza di Maria la presenza di Dio, e quindi un intervento soprannaturale, per cui si ritira in umiltà, non sentendosi all’altezza a cooperare con un mistero più grande di lui. Secondo il senso che ha in Matteo, Giuseppe è dichiarato “giusto” perché accetta il piano di Dio che sconcerta il proprio piano.(8) Il termine “giusto” “qualifica Giuseppe, che aveva deciso di separarsi da Maria quando conobbe che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. Tale decisione non era dettata da un sospetto, come spesso si legge, ma esprimeva, invece, il ‘rispetto’ verso l’azione e la presenza di Dio, tale da spiegare la fiducia che gli venne conseguentemente accordata per mezzo dell’angelo di tenere con sé la sua sposa e di fare da padre a Gesù.”(9) Potremmo collegare il termine “giusto” alla teologia della giustificazione di Paolo. Giuseppe è “giusto” perché “giustificato” (reso accetto e capace) dalla grazia divina e, responsabilmente, dalla sua fede radicale nell’azione salvifica di Dio.

Dopo aver ricevuto il messaggio dell’angelo, che gli comunicava la volontà divina, Giuseppe prontamente la eseguisce. “Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con se la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù” (Mt 1, 24-25). Alla notizia che Erode voleva eliminare il bambino, Giuseppe riceve dall’angelo il messaggio di fuggire in Egitto e, nuovamente, egli obbedisce alla volontà divina. “Giuseppe destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode” (Mt 1,14-15). Giuseppe è menzionato anche nel viaggio di ritorno dall’Egitto (cf. Mt 1,19-20). In questi riferimenti è evidente la missione di Giuseppe come “custode del Redentore”. Non discuto qui la complessa questione storica dell’andata in e del ritorno dall’Egitto nel testo di Matteo, che è un midrash (commento edificante) che illustra la vita di Gesù come una riproduzione catechetica della vita di Mosè e del popolo eletto.

In Matteo, troviamo anche un accenno alla professione di Giuseppe. Meravigliata per la sapienza che Gesù manifestava nelle sue parabole, la gente si chiedeva: “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli il figlio del carpentiere (fabri filius)” (Mt 13,54-55)? Il termine “carpentiere” (faber) traduce il termine greco tektón. Giuseppe non faceva i semplici lavori di un falegname, ma “esercitava un mestiere con del materiale pesante che manteneva la durezza anche durante la lavorazione, per esempio: legno, pietra, corno”.(10) Mc 6,3 parla di Gesù stesso come carpentiere. “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria”? Matteo reagisce al sarcasmo della gente nell’applicare a Gesù stesso il termine poco nobile di carpentiere, e quindi cambia la frase applicandolo a Giuseppe: “Non è egli il figlio del carpentiere (tektón)”? Luca elimina la menzione dell’umile professione di Giuseppe forse perché essa sembrava inconveniente e dice in generale: “Costui non è figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22).

In sintesi, il lavoro di Giuseppe non si riduceva a umili lavori di falegname. Probabilmente era impiegato in costruzioni commerciali con una buona retribuzione. La famiglia di Nazareth non era povera, ma di medie possibilità economiche. “Ai tempi di Gesù in una simile situazione di operaio ‘si trattava di un onore di vita, decoroso ma modesto’, legato alle commissioni per l’incremento edilizio, non sempre eseguito senza tassazioni gravose. Per mantenere il benessere della famiglia, Giuseppe certamente cercò di aiutare Gesù nell’apprendere il tipo di lavoro da lui eseguito in una certa dipendenza da ambienti eletti di falegnami e artigiani.”(11)

b) Giuseppe nel Vangelo di Luca

Nella genealogia secondo Luca, che evidenzia Gesù come figlio di Adamo per mostrare l’universalità della salvezza portata da Gesù, Giuseppe riappare all’inizio del testo. “Gesù […] era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli […].” (Lc 3,23). Di passaggio, notiamo l’incongruenza tra le due genealogie. In Matteo Giuseppe è figlio di Giacobbe, in Luca è figlio di Eli.

Luca, poi, menziona Giuseppe in occasione del viaggio con Maria a Betlemme per effettuare il censimento nella terra del suo antenato Davide. “Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria, sua sposa, che era incinta” (Lc 2,4-5).

Qui Giuseppe garantisce la discendenza del figlio adottivo Gesù dalla stirpe di Davide, secondo le promesse messianiche dell’Antico Testamento.

Dopo avere ricevuto il messaggio della nascita del Salvatore, i pastori andarono senza indugio a Betlemme, dove “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia” (Lc 2,16). In altri passi, Giuseppe non viene menzionato con il suo nome proprio ma con il termine genitore. Nell’occasione della presentazione al tempio, Luca fa menzione dei genitori (Maria e Giuseppe) che “vi portarono il Bambino Gesù per adempiere a legge” (Lc 2,27). Nell’episodio di Gesù fanciullo che rimase nel tempio tra i dottori, Luca sottolinea: “senza che i genitori se ne accorgessero” (Lc 2,43). Vedendolo tra i dottori Maria, “sua madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo’ ”. Gesù risponde. “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,48-50).

Notiamo qui la presa di coscienza da parte di Gesù della sua figliolanza divina. Si nota un certo recondito contrasto tra Giuseppe, il “padre putativo” (adottivo o legale), o “il padre aggiunto” secondo la mia libera interpretazione etimologica del nome, e Dio, il vero Padre di Gesù per eterna generazione soprannaturale. Gesù adolescente, maturando la coscienza della sua provenienza divina, si rende conto della sua identità di “figlio di Dio”, e quindi della missione che Dio Padre gli ha affidato. È questo un momento culminante del Vangelo di Luca e anche della teologia e spiritualità di San Giuseppe. Gesù non rinnega la paternità legale adottiva di Giuseppe, ma mette in chiaro che la sua identità e missione provengono da Dio, suo vero Padre, per cui deve rispondere a Dio prima che agli uomini.

Luca menziona Giuseppe anche in occasione della reazione della gente di Nazareth alle parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Nazareth: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: ‘Non è il figlio di Giuseppe’ ”? (Lc 4,22). Anche qui troviamo un certo contrasto tra il figlio di Giuseppe a livello legale e il Figlio di Dio a livello soprannaturale, il quale dice parole di grazia, quindi parole ispirate dal suo Padre divino, che non potevano venire da Giuseppe, suo padre adottivo.

c) Giuseppe nel Vangelo di Giovanni

Nel Vangelo di Giovanni il nome di Giuseppe appare almeno due volte. In Gv 1,45 Filippo dice a Natanaele: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù figlio di Giuseppe di Nazareth”. In Gv 6:42 si parla delle mormorazione dei Giudei dopo il discorso di Gesù a Cafarnao sul pane di vita: “Costui non è forse Gesù il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre [Giuseppe] e la madre [Maria]. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo”?

Questi testi indicano che era convinzione generalizzata che Gesù fosse il figlio naturale di Giuseppe. Nessuno poteva immaginarne la provenienza e la natura divina. Per una speciale rivelazione di grazia, solo Maria e Giuseppe erano consapevoli del mistero che Gesù nascondeva. I maligni, che contestavano la divinità di Gesù, lo sospettavano figlio di prostituzione (cf. Gv 8,41).

d) San Giuseppe nei Padri della Chiesa

Alcuni Padri della Chiesa cercano di capire lo smarrimento vissuto da Giuseppe nell’accorgersi che Maria era rimasta incinta senza il suo intervento.

Giustino martire dice che Giuseppe è un uomo “giusto” per la sua mediazione tra l’obbedienza alla legge, che chiedeva al fidanzato o marito di sciogliere il legame coniugale in caso di adulterio, e la sua magnanimità, che mitiga il rigore della legge, evitando la pubblica diffamazione. Giuseppe risulta essere un uomo giusto o saggio. Un’altra interpretazione viene offerta da Gerolamo. Giuseppe conosce la castità di Maria, ma rimane meravigliato dell’accaduto. Nel silenzio egli nasconde il significato di quello che considera un mistero. Giuseppe si trova di fronte a un dilemma tra la propria coscienza dell’innocenza di Maria e il fatto della sua gravidanza che sembra smentirla.(12)

Questa duplice interpretazione non convince gli esegeti moderni. Già Origene ne aveva intuito l’interpretazione corretta. In un’omelia egli mette in luce che “Giuseppe era giusto e la sua vergine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvicinarsi a esso, egli si ritenne indegno”(13).

Ireneo sottolinea la funzione paterna di educatore di Gesù, servizio prestato da Giuseppe con gioia.(14) Origene ancora sottolinea la speciale missione di San Giuseppe come “l’ordinatore della nascita del Signore”.(15) Efrem qualifica San Giuseppe come “ministro dell’economia divina” (dell’incarnazione).(16) Giovanni Crisostomo afferma che san Giuseppe dopo avere accolto Maria come sua sposa, “divenne ministro di tutta l’economia (del mistero)”(17) Girolamo si scaglia contro i “deliri” dei Vangeli apocrifi su San Giuseppe. Egli sostiene che “rimase vergine colui che meritò di essere chiamato padre del Signore”.(18)

Gli autori ecclesiastici del Medio Evo e delle epoche posteriori continuano ad esaltare la figura di San Giuseppe, mettendone in luce la realtà del suo matrimonio con Maria e le virtù, in particolare quella della sua castità sull’esempio di Maria.(19)

2. San Giuseppe nel recente magistero papale:

Consideriamo brevemente due documenti pontifici: la Redemptoris custos (“Il custode del Redentore”) (RC) di Giovanni Paolo II e il Patris corde (“Con il cuore di padre”) (PC) di Francesco menzionati sopra nell’introduzione.

a) Redemptoris custos di Giovanni Paolo II

Come già accennato nell’introduzione, la lettera apostolica Redemptoris Custos viene considerata la magna carta della teologia di San Giuseppe.(20)

In riferimento all’imbarazzo di Giuseppe di fronte alla misteriosa gravidanza di Maria, Giovanni Paolo II attesta: “Egli non sapeva come comportarsi di fronte alla ‘mirabile’ maternità di Maria. Certamente cercava una risposta all’inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da quella situazione per lui difficile” (RC 3). Il messaggio dell’angelo illumina e conforta la sua coscienza. “Mediante il sacrificio totale di sé Giuseppe esprime il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole ‘dono sponsale di sé’. Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli per espresso ordine angelico la trattiene con sé e ne rispetta l’esclusiva appartenenza a Dio” (RC 20). “Di questo mistero divino Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria – ed anche in relazione a Maria – egli partecipa a questa fase culminante dell’auto-rivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio” (RC 5).

San Giuseppe esercita il suo servizio a Maria, sua sposa, e a Gesù, suo figlio adottivo mediante l’offerta della sua paternità putativa. “San Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ‘ministro della salvezza’ ”) (RC 8).(21) Giuseppe presiede alla crescita ed educazione di Gesù. “La crescita di Gesù ‘in sapienza, in età e in grazia’ (Lc 2,52) avvenne nell’ambito della Santa Famiglia sotto gli occhi di Giuseppe, che aveva l’alto compito di ‘allevare’, ossia di nutrire, di vestire e di istruire Gesù nella legge e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati al padre” (RC 16). In sintesi, Giovanni Paolo II afferma che “Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è apparente, o soltanto sostitutiva, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia” (RC 21).

La grandezza di San Giuseppe viene qui definita nel suo essere “ministro della salvezza”; in quanto padre servì direttamente Gesù e la sua missione salvifica. I misteri della vita nascosta di Gesù necessitavano l’indispensabile cooperazione paterna di Giuseppe dal punto umano, civile e religioso. “Toccava al padre, infatti, iscrivere il bambino all’anagrafe, provvedere al rito della circoncisione, imporgli il nome, presentare il primogenito a Dio e pagare il relativo riscatto, proteggere il Bambino e la madre nei pericoli della fuga in Egitto. È ancora il padre Giuseppe che ha introdotto Gesù nella terra di Israele e lo ha domiciliato a Nazareth, qualificando Gesù come Nazareno; è Giuseppe che ha provveduto a mantenerlo, a educarlo e a farlo crescere, procurandogli cibo e vestito; da Giuseppe Gesù ha imparato il mestiere, che lo ha qualificato come ‘il figlio del falegname’.”(22)

“Espressione quotidiana di questo amore nella vita della Famiglia di Nazareth è il lavoro. Il testo evangelico precisa il tipo di lavoro, mediante il quale Giuseppe cercava di assicurare il mantenimento alla Famiglia: quello di carpentiere. Questa semplice parola copre l’intero arco della vita di Giuseppe” (RC 22). “Si tratta, in definitiva, della santificazione della vita quotidiana, che ciascuno deve acquisire secondo il proprio stato e che può esser promossa secondo un modello accessibile a tutti: ‘San Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; San Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono ‘grandi cose’, ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche’ ”(RC 24).(23)

Giuseppe visse la tensione tra la vita contemplativa e la vita attiva che supera nell’amore. “L’apparente tensione tra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui un ideale superamento, possibile a chi possiede la perfezione della carità. Seguendo la nota distinzione tra l’amore della verità (‘caritas veritatis’) e l’esigenza dell’amore (‘necessitas caritatis’)(24), possiamo dire che Giuseppe ha sperimentato sia l’amore della verità, cioè il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall’umanità di Cristo, sia l’esigenza dell’amore, cioè l’amore altrettanto puro del servizio, richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di quella stessa umanità” (RC 27). Giovanni Paolo II conclude la sua lettera apostolica richiamando la portata del Concilio Vaticano II che ci ha sensibilizzato alle “grandi cose di Dio”, all’ “economia della salvezza”, della quale Giuseppe fu speciale ministro. Il Papa si auspica che “San Giuseppe diventi per tutti un singolare maestro nel servire la missione salvifica di Cristo, compito che nella Chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi ed ai genitori, a coloro che vivono del lavoro delle proprie mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all’apostolato (RC 32).

b) Patris corde di Francesco

In occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale patrono della Chiesa universale da parte di Pio IX durante il Concilio Vaticano I (1870), papa Francesco presenta un’interessante riflessione sulla figura di San Giuseppe prendendo in considerazione l’attuale pandemia.

Riferendosi alla drammatica situazione di pandemia di questi tempi, Papa Francesco riconosce il servizio responsabile di molte persone (“medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri”) che hanno servito gli altri con pazienza infondendo speranza. La pandemia ci ha insegnato che “le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia”. E tra queste persone “quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti”.

Papa Francesco vede in San Giuseppe un adombramento di queste persone che si offrono generosamente al servizio degli altri senza fare sfoggio di sé. “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in ‘seconda linea’ hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”.

Nel proseguo della lettera, Francesco sviluppa sette dimensioni della spiritualità di San Giuseppe quale padre amato (n. 1); padre nella tenerezza (n. 2); padre nell’obbedienza (n. 3); padre nell’accoglienza (n. 4); padre dal coraggio creativo (n. 5); padre lavoratore (n. 6); e padre nell’ombra (n.7). Sottolineo gli aspetti più salienti di ogni aspetto.

Nella prospettiva del padre amato (n. 1), Francesco vede la grandezza di San Giuseppe – nella linea di Giovanni Paolo II – “nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù” e, in quanto tale, “si pose al servizio dell’intero disegno salvifico”, come fu bene sottolineato da San Giovanni Crisostomo.(25) Richiamando una riflessione di Paolo VI, Francesco sottolinea la dimensione della paternità espressa nel suo spirito di servizio, di sacrificio “al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta”, nell’avere dato una copertura legale a Maria e in particolare a Gesù in un dono di sé e del suo lavoro, “nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa”(26) In sintesi, “come discendente di Davide (cf. Mt 1,16.20), dalla cui radice doveva germogliare Gesù secondo la promessa fatta a Davide dal profeta Natan (cf. 2 Sam 7), e come sposo di Maria di Nazareth, San Giuseppe è la cerniera che unisce l’Antico e il Nuovo Testamento”.

Nella prospettiva del padre della tenerezza (n. 2), viene sottolineato che “Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe: ‘Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono’ (Sal 103,13)”. Di fronte alle nostre debolezze, fidandosi della grazia di Dio, la cui forza si manifesta nella nostra debolezza (cf. 2 Cor 12,7-9), “dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza”.(27) Dio opera attraverso le prove e difficoltà della vita. San Giuseppe esperimentò la volontà e l’opera di Dio nelle angustie della sua vita. “Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande.”

Alla luce della dimensione di padre nell’obbedienza (n. 3), Francesco mostra Giuseppe nella sua capacità di pronunciare il suo “fiat” (sì) nelle varie circostanze della vita come Maria nell’evento dell’annunciazione e Gesù nel Getsemani. Giuseppe insegnò a Gesù a sottomettersi sempre alla volontà di Dio. Giuseppe fu chiamato da Dio “a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza” (RC 8).

Nella prospettiva della dimensione del padre nell’accoglienza (PC 4), Giuseppe, illuminato della grazia di Dio, accolse Maria incondizionatamente nella sua delicata e paradossale situazione. Anche noi ci possiamo trovare in situazioni complesse o incomprensibili, che ci creano delusione e frustrazione e spesso il desiderio di ribellione. “Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni”.

San Giuseppe diventa un maestro di vita spirituale nel suo spirito di accoglienza e riconciliazione con tutte le situazioni esistenziali in cui si è venuto a trovare. Giuseppe non è un esempio di passiva rassegnazione di fronte alle contraddizioni della vita. Egli mostra un atteggiamento di coraggio e forza nell’affrontare le difficoltà. “L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contraddittoria, inaspettata, deludente dell’esistenza.” Non si tratta di cercare soluzioni consolatorie o scorciatoie, ma di affrontare le difficoltà personalmente e con responsabilità creativa.

Lo spirito di accoglienza di Giuseppe ci insegna ad accogliere gli altri senza pregiudizi, dando preferenza ai poveri e ai deboli, agli stranieri, ai rifugiati, agli emarginati. Papa Francesco aggiunge: “Voglio immaginare che dagli atteggiamenti di Giuseppe Gesù abbia preso lo spunto per la parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso (cf. Lc 15,11-32)”.

Giuseppe ci rivela anche la dimensione del padre dal coraggio creativo (PC 5) di fronte alle difficoltà. Nei Vangeli dell’infanzia, vediamo le grande sfide che Giuseppe dovette affrontare per proteggere Gesù. Spesso noi abbiamo l’impressione che Dio ci abbandoni alle nostre difficoltà e ci dimentichi. “Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare.”

Francesco ci fa poi delle domande inquietanti. Sull’esempio di Giuseppe, che ha protetto Gesù e Maria in situazioni molto difficili, siamo noi capaci di difendere Gesù e Maria nel contesto della Chiesa? Giuseppe ci è di esempio come Custode della Chiesa. “San Giuseppe non può non essere il Custode della Chiesa, perché la Chiesa è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia, e nello stesso tempo nella maternità della Chiesa è adombrata la maternità di Maria. Giuseppe, continuando a proteggere la Chiesa, continua a proteggere il Bambino e sua madre, e anche noi amando la Chiesa continuiamo ad amare il Bambino e sua madre”.

Nella prospettiva di padre lavoratore (PC 6) viene messo in luce il rapporto tra San Giuseppe e il lavoro.(28) “Giuseppe era un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui Gesù ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro.” In questi tempi la problematica del lavoro è diventata un’urgenza sociale a causa della impressionante situazione di disoccupazione di molte persone. “È necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono.”

Il lavoro viene qualificato come partecipazione attiva alla storia della salvezza, affrettando la venuta del regno di Dio nello sviluppo delle proprie potenzialità e qualità personali non solo per un individualistico interesse ma per il bene della famiglia. “Una famiglia dove mancasse il lavoro è maggiormente esposta a difficoltà, tensioni, fratture e perfino alla tentazione disperata e disperante del dissolvimento. Come potremmo parlare della dignità umana senza impegnarci perché tutti e ciascuno abbiano la possibilità di un degno sostentamento?” Il lavoro diventa collaborazione con Dio stesso nella costruzione del suo regno. La presente crisi economica, sociale culturale e spirituale può provocare una nuova consapevolezza e riscoperta del “valore, importanza e necessità del lavoro” ai fini di raggiungere una situazione di “normalità” in cui tutti possano avere un lavoro dignitoso.

“Il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della pandemia di Covid-19, deve essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!”

Nella prospettiva di San Giuseppe come padre nell’ombra (PC 7), Francesco sottolinea che “padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti.” Il padre introduce il figlio nell’esperienza della vita, senza possederlo, rendendolo responsabile delle sue scelte.

San Giuseppe è perciò considerato “castissimo” in quanto non ha posseduto Gesù. “Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.” Il rispetto della libertà responsabile e creativa del figlio si fonda sul fatto che “ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà. Un padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso ‘inutile’, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure.”

Francesco conclude ribadendo che nell’esercitare la paternità non si tratta di possedere i figli. L’esercizio della paternità sull’esempio di San Giuseppe diventa segno di “una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che ‘fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti’ (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio.”

NOTE

1 GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Redemptoris Custos sulla figura e la missione di San Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa (http//www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jpii_ exh_15081989_redemptoris-custos.html).

2 Cf. T. STRAMARE, “La ‘parte’ di San Giuseppe nel mistero della redenzione”, in La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, 4/2014, 18-20) (https://sanctusjoseph.blogspot.com/2016/09/teologia-su-san-giuseppe.html). MOVI MENTO GIUSEPPINO-TARCISIO STRAMARE, La teologia Giuseppina, in https://movimentogiuseppinoword press.com/la-teologia-giuseppina/.

3 Per queste affermazioni di P. Stramare, cf. https://lanuovabq.it/it/vi-spiego-quante-grande-il-custode-del redentore; https://lanuovabq.it/it/a-dio-padre-stramare-il-teologo-di-san-giuseppe. L’autore ha pubblicato un corposo studio su San Giuseppe: T. STRAMARE, San Giuseppe. Fatto religioso e teologia, Shalom 2018.

4 FRANCESCO, Lettera apostolica Patris corde in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale patrono della Chiesa universale (http://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/ papa-francesco-lettera-ap_20201208_patris-corde.html).

5 Cf. https://it.aleteia.org/2019/03/19/cosa-significa-il-nome-giuseppe/.

6 Cf. https://www.nomix.it/significato-nome/giuseppe.php.

7 H. OBERMAYER – K. PEIDEL – K. VOGT – G. ZIELER (edd.), ed. it. A. Minissale, Piccolo Dizionario Biblico, Edizione Paoline 1973, 159.

8 Per questa discussione esegetica, cf. XAVIER LÈON-DUFOUR, Studi sul Vangelo, Milano: Edizioni Paoline 1968², 90-114. Per una sintesi, cf. B. MAGGIONI, Il racconto di Matteo, Assisi: Cittadella Editrice 1983, 25-26.

9 https://it.wikipedia.org/wiki/San_Giuseppe.

10 M. STANZIONE, “San Giuseppe nel Nuovo Testamento”, in https://www.ilnuovoarengario.it/san-giuseppe-nel nuovo-testamento/, a cui debbo anche le seguenti considerazioni bibliche.

11 M. STANZIONE, “San Giuseppe nel Nuovo Testamento”.

12 Cf. B. MAGGIONI, Il racconto di Matteo, 25-26.

13 Frase citata in https://it.wikipedia.org/wiki/San_Giuseppe. Non sono riuscito a trovarne la fonte originaria.

14 IRENEO, Adversus haereses, IV, 23, 1, in Patrologia Graeca 7, 1048. Il testo viene riportato all’inizio della Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II.

15 ORIGENE, Hom. XIII in Lucam, 7, in Patrologia Latina 13, 1832.

16 EFREM, Commento al Diatessaron, I, 26. Per l’opera, cf. Sources Chretiénnes 121. Per la considerazione dei ultime tre citazioni dei Padri (Ireneo, Origene e Efrem), cf. https://movimentogiuseppino.wordpress.com/san-giuseppe nella-teologia/.

17 GIOVANNI CRISOSTOMO, In Matthaeum, 5,3, in Patrologia Graeca 57, 57-58.

18 GEROLAMO, Adversus Helvidium, 1, in Patrologia Latina 23,213. Per una presentazione della figura di San Giuseppe in generale e nella visione fantasmagorica degli Vangeli apocrifi, cf. G. RAVASI, Giuseppe, Il padre di Gesù, Cisinello Balsamo: San Paolo 2014, in particolare 69-104 (“Gli Apocrifi questi sconosciuti”).

19 Cf. https://movimentogiuseppino.wordpress.com/san-giuseppe-nella-teologia/

20 Cf. T. STRAMARE, La “parte” di San Giuseppe nel mistero della redenzione , in La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, 4/2014, 18-20) (https://sanctusjoseph.blogspot.com/2016/09/teologia-su-san-giuseppe.html).

21 Il testo si riferisce a GIOVANNI CRISOSTOMO, In Matth. Hom., V, 3, in Patrologia Graeca 57, 57s.

22 Per una presentazione del pensiero di altri Padri della Chiesa e autori medievali e delle epoche successive sulla figura di San Giuseppe cf. https://it.wikipedia.org/wiki/San_Giuseppe; https://it.cathopedia.org/wiki/San_Giuseppe.

23 La citazione a cui il testo si riferisce è tratta da Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 1268).

24 Cf. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae», II-II, q. 182, a. 1, ad 3.

25 GIOVANNI CRISOSTOMO, In Matth. Hom, V, 3, in Patrologia Graeca 57, 58.

26 Omelia (19 marzo 1966), in Insegnamenti di Paolo VI, IV (1966) 110.

27 Cf. Evangelii Gaudium, nn. 88 and 288.

28 Cf. LEONE XIII, Rerum novarum.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/03/2021 da in Carisma comboniano, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .

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