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Stella Morra – Marco 16,1-8: Dalla festa nasce la paura?

Formazione Permanente – italiano – /2021

Lectio Divina di Stella Morra
Marco 16,1-8: Dalla festa nasce la paura?

DALLA FESTA NASCE LA PAURA?
Marco 16,1-8

Parole e silenzio

(…) Dentro al vangelo di Marco che ha uno stile secco, asciutto, ridotto al minimo, questo testo è considerato un brano strampalato al punto che, probabilmente, nella prima stesura era qui, al versetto otto, la conclusione del vangelo di Marco. Poi, già nel secondo secolo, la sensazione era che il versetto otto lasciasse un po’ di amaro e c’è stata un’aggiunta, scopiazzando dagli altri evangeli. Persino a loro, immediatamente, sembrava un po’ troppo secco!

Tutto il racconto del vangelo di Marco si concludeva su questa frase: “E non dissero niente a nessuno, perchè avevano paura”.  Era così forte la sensazione che non ci fosse un happy end, che già alla fine del secondo secolo sono state aggiunte le apparizioni, e vediamo la traccia degli altri vangeli: la prima apparizione è a Maria di Màgdala, raccontata anche nel capitolo 20 di Giovanni. Poi si legge: “Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna”.  E a tutti viene in mente l’episodio di Emmaus raccontato da Luca. “Alla fine apparve agli undici, mentre erano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”.  Ed è il finale di Matteo. Quindi Marco ha preso l’episodio di un’apparizione da ognuno degli altri tre vangeli; alla fine c’è una conclusione solenne, quella a cui siamo più abituati. “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con  loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

E’ come se Marco, il vangelo più essenziale, che riporta pochissimi discorsi di Gesù, cominciasse con l’annuncio da parte di Gesù ridotto tutto in una frase: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” e finisce con “E non dissero niente a nessuno perché avevano paura”.

Mi sembra un tema da tenere di sfondo: forse un buon risultato è il silenzio. Forse la parola di Dio ci conduce a non avere più tante storie da raccontare, a non avere più desiderio di troppe parole, se non quelle semplici della vita, quotidiane.

Riflessione a margine: nelle nostre attività  parrocchiali, negli incontri, nella catechesi, quasi tutta l’attività, i contenuti degli incontri sono, in varie forme, parole; si parla, si discute, ci si confronta e, paradossalmente, molto spesso sono parole sincere, ma non vere; sono parole che diciamo di buon cuore, ma che non riescono a dire lo spessore di ciò che viviamo; sono parole convenzionali, con cui diciamo ciò che pensiamo sia giusto dire, ma che in fondo risultano avere una distanza dai motivi per cui piangeremmo e da quelli per cui rideremmo.

E’ buffo: siamo presi tra inflazione di parole e silenzi, cioè  il silenzio delle cose vere e l’inflazione delle parole sincere, ma spesso non vere. Forse la parola di Dio  dovrebbe aiutarci a rovesciare la logica: un po’ più di parole vere e un po’ meno di parole convenzionali. E non è un problema di impegnarsi, è che le parole vere non le sappiamo più; non sappiamo più come si dicono le cose profonde; sembra che crescendo, con l’età, dimentichiamo il vocabolario della nostra vita. I bambini non hanno mediazione e dicono esattamente quello che sentono, per cui a volte sono maleducati e inopportuni; gli adolescenti non sanno esattamente cosa sentono e dicono di tutto, contrappongono maree di parole tra pari, con l’amico del cuore  – spesso non con gli adulti ma nel gruppo di fiducia – cercano di combattere con le parole la confusione di ciò che li abita. Hanno troppe cose dentro e parlano, parlano, si salutano, si telefonano due minuti dopo essersi salutati…E poi, improvvisamente, man mano che diventiamo adulti, diventiamo sempre più taciturni sulle cose vere, diventiamo opportuni, cioè capaci di dire quelle frasi che non mettono in difficoltà – va bene, è una buona abitudine, un po’ di educazione non fa male alla salute – ma è come se questo seppellisse la capacità di dire delle parole vere, con il risultato che alla fine ci sentiamo tutti soli e incompresi, non sappiamo mai come si fa a parlare davvero.

Da questo punto di vista il vangelo di Marco è una buona scuola, perché è molto essenziale, dice solo le cose vere. E infatti  ogni tanto è abbastanza inopportuno, dice delle cose sgradevoli. Mi sembra che i versetti dal nove al venti, siano un’aggiunta un po’ religiosa, da parrocchia per bene – “non vuoi mica far finire questa storia epocale con la figura da pesci lessi dei discepoli e delle donne che hanno paura e stanno zitti?!”. Come se non fosse spaventosamente vero e umano, come se non fosse esattamente così, che taciamo per paura! E come se non fosse molto consolante scoprire che, immediatamente dopo la risurrezione, anche quelli che hanno visto l’angelo, avevano vissuto con Gesù, hanno visto la tomba vuota, non avevano parole per dire la loro verità, avevano troppa paura e sono stati zitti. E non è caduto un fulmine dal cielo, non sono stati inceneriti… C’è un posto anche per loro nella memoria eterna del vangelo; il che è una bella consolazione! A me personalmente, pensandoci di questi tempi, sembrava un bellissimo finale, poco glorioso ma molto adatto alle nostre vite che spesso non hanno finali particolarmente gloriosi, e perché potessimo anche noi sentirci a casa nostra dentro questo racconto. Parole e silenzio hanno una stretta relazione con la pauraLa paura ammutolisce.

Vita e desideri

All’inizio di questo percorso abbiamo visto tre brani più antropologici, poi i successivi, di cui questo è l’ultimo, più cristologici con il rapporto tra fede e paura – il testo di Atti sull’episodio di Anania e Saffira; poi il tema della salvezza e paura – la tempesta sedata e, la volta scorsa, la questione della presenza-assenza e paura – l’episodio della trasfigurazione. Qui tiriamo un po’ le fila, arriviamo alla questione delle questioni, mi sembra che qui la questione posta di fronte alla paura sia la vita stessa, la totalità della vita così com’è, la vita di Gesù, che è il vivente, e la nostra.

Qui non c’è paura di qualcosa. C’è quella paura che non ha nome e che sta di fronte al mistero della vita così com’è. Possiamo chiamarla come ci pare, ma non esiste nessuno che non sia più un ragazzino, che non abbia sentito dentro di sé lo sgomento della propria vita, e ancora di più della vita di coloro che ama. Con o senza motivo. Poi, in genere, siamo abbastanza bravi a spiegarci che un motivo c’è, a dire: sono impaurito per questo o quell’altro, perché se ci diamo un motivo, poi possiamo cominciare ad occuparcene e diventare sufficientemente ansiosi sul motivo, concentrare lì tutta la nostra paura e fare quei discorsi… che solo gli adulti fanno : ‘quando avrò più denaro, se avessi più tempo…se avessi… quando avrò cambiato casa…’! Diamo questo nome allo sgomento e alla paura che abbiamo rispetto alla totalità della nostra vita, al fatto che la vita è davvero un mistero profondo, perché è abitato da due desideri contrastanti, radicali e che non possono essere tutti e due esauditi, Da una parte il desiderio di sapere quali sono le difficoltà che avrò davanti per potermi attrezzare; e dall’altra il desiderio che la vita mi sorprenda, che mi regali qualcosa che non mi sono dovuto meritare, che qualcosa di nuovo mi raggiunga e sia un dono bello, un’occasione festiva. Perché se dovessimo immaginare che la nostra vita sarà tutta uguale a quella che oggi ci siamo data e a ciò che abbiamo saputo conquistarci, ci verrebbe una tristezza assolutamente incredibile. E tutti speriamo che la nostra vita vada bene, che ci siano le cose buone che ci siamo preoccupati di costruire, ma anche che a un certo punto ci sia una botta di vita, un amore, una festa, una vincita, un lavoro nuovo, una vacanza… Poi, progressivamente, andando avanti, abbassiamo le nostre aspettative, ci accontentiamo e alla fine, al massimo, speriamo in una vacanza ben riuscita, che è il massimo dell’aspettativa in tutto il ciclo dell’anno.

Questi due desideri: che tutto sia prevedibile e che possiamo anche vantarci un po’ delle fatiche che affrontiamo, e che la vita ci sorprenda, sono normalmente, per gli esseri umani, due desideri assolutamente coestensivi e sopportabili ed è per questo che abbiamo paura della nostra vita, perché abbiamo nello stesso tempo paura che ci sorprenda e che non ci sorprenda. Credo che sia un’esperienza abbastanza diffusa; a diciotto anni abbiamo una gran voglia di diventare grandi, di decidere, di essere autonomi, autosufficienti, e appena abbiamo smesso di desiderare di diventare adulti, cominciamo a temere di invecchiare.

“Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole”.

Le donne sono ancora ferme alla scena della morte e per questo c’è il duplice richiamo al sabato, alla legge, a ciò che è stabilito. Le donne sono ancora in una vita che sembra aver già mostrato tutto ciò che doveva mostrare e fanno delle opere buone, si organizzano per aver cura di un cadavere, che è un’opera di gratuità e di pietà, quindi un’opera fondamentale. La cura della persona anche dopo la morte.

Nella scrittura, ogni volta che qualcuno si prende cura dei cadaveri, le situazioni si complicano, sta sempre per succedere qualcosa per cui la vita sorprende, come dimostra il libro di Tobia. Ed è la vita di Dio che sorprende, e sorprende i buoni. Il primo giorno dopo il sabato non è semplicemente la domenica. Pensate al significato del sabato nella scrittura antica: Dio crea tutto, finisce, e il settimo giorno si riposa. Tutta la creazione, tutta l’opera è fatta, ma non solo, è fatta anche con il lusso del riposo. Cosa ci può essere dopo il sabato?! I cristiani celebrano il primo giorno dopo il sabato come giorno della risurrezione di Gesù e come giorno festivo. Tutto è stato compiuto, l’opera è stata fatta, ci si è anche riposati, c’è stato anche un lusso … e poi non è che si ricomincia, c’è un giorno dopo il sabato, come un terrazzo lanciato sull’oceano… Là dove non poteva esserci più nulla dopo il lavoro e il meritato riposo… ecco un’esagerazione. E lì comincia la storia vera.

Questa storia di Marco, nella sua essenzialità, ci dice che il pezzo interessante non è né nei sette giorni della creazione, nella vita nascosta di Gesù, né nel riposo del settimo giorno, il sabato o nella morte, nel silenzio della tomba di Gesù, ma comincia esattamente dopo, in questa eccedenza, in questa vita in più che viene fuori.

“Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole”.

Anche qui, di buon mattino,…vennero al levar del sole. Marco insiste su questo dato di urgenza, di fretta, incapacità di aspettare, come se ci fosse ancora qualcosa da aspettare! E’ l’urgenza di una vita in più che sta esplodendo intorno, dentro le persone stesse, e che ha le forme della loro ansia.

 “Esse dicevano tra loro: ‘Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?”.

E questa è la domanda dei sette giorni della creazione, del tempo del lavoro, del ‘chi fa cosa’, del ‘bisogna darsi da fare e risolvere i problemi’, del ‘vorrei sapere che cosa mi aspetta, così mi organizzo, mi attrezzo, mi preparo’.  La domanda della prima metà del nostro desiderio. Ed è interessante, perché la domanda è: chi ci rotolerà via la pietra? Non cosa, né come … ma chi. Come se Marco ci volesse dire che a questa domanda, a questa prima metà del desiderio, cioè a come possiamo organizzarci nella nostra vita per governarla, per sapere che cosa fare, per dirigerla, la risposta è sempre personale, non è come. E’ chi sono io per governare la mia vita? Che tipo di persona sono? La questione non è cosa faccio, ma chi sono. Cerco di spiegarmi con un esempio: quando si è ragazzi sembra che siamo tutti uguali e ci distinguiamo per le cose che facciamo; quando si diventa adulti facciamo tutti più o meno le stesse cose: famiglia, lavoro, ecc. ma sappiamo quanto siamo diversi. Incontriamo persone alle quali magari siamo legati da antica conoscenza e non abbiamo più niente da dirci, scopriamo che c’è una distanza infinita. Non basta avere la stessa età, avere fatto un percorso giovanile insieme, avere una casa, una famiglia, un lavoro per essere uguali. Si diventa diversi, si diventa persone diverse che forse fanno le stesse cose, ma persone profondamente diverse. Qui la domanda è: Chi ci rotolerà via il masso? Che tipo di persona? Chi ha questo potere?

Fermarsi …guardare … per vedere

Ed ecco che il giorno dopo il sabato fa il suo effetto: sbilanciati in un tempo che non è quello della creazione, – non è quello dove il problema è rotolare il masso – l’unico problema che non avranno è quello del masso! Ne avranno molti altri, ma non quello che era l’unico che avevano immaginato di avere! E dunque è bellissimo, esplosivo, secondo me, l’inizio del versetto quattro:

“Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande”.

Per me questo versetto è il maggior antiansia che adopero tutte le volte che mi prende l’ansia da controllo. Sono preoccupata, sotto stress, non so come affronterò le diverse situazioni… ma,… guardando,  … videro che il masso era già stato rotolato via! Dunque, in genere, la mia strategia è: fermati, e guarda, perché per vedere bisogna guardare! In otto versetti, anche brevi, i verbi di vedere e guardare sono numerosi. E’ come se Marco ci dicesse che questa eccedenza, questa vita in più che rischia di farci paura, ma che è anche la nostra grande chance, la vita nuova che viene dalla risurrezione, è tutta da guardare e da vedere. Si comincia a vederla se la si guarda; c’è già, è già lì, è solo da guardare!

“Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura”.

E’ la prima  paura quando scopriamo che la nostra vita è abitata da qualcun altro. Quando ci siamo sporti nel primo giorno dopo il sabato, ci eravamo anche organizzati una buona ansia su come fare, come governare, già ci fregano sull’ansia… non solo, ma allargandoci in questa vita che non è più la nostra, perché non è più quella dei sette giorni della creazione, nemmeno quella del lusso del riposo, ma essendo spinti in questo tempo ulteriore, provando ad appoggiarci in un pezzo di vita che non è sotto il nostro governo, lo troviamo abitato da un altro. Troviamo che c’è un’altra presenza.

Non sto parlando di visioni strane, sto parlando di cose molto concrete. Per esempio questa è una dinamica fondamentale di ogni amore; se uno si programma un amore, si organizza, in genere non succede quasi niente. Un amore succede quando, per vari motivi, molli un po’ il controllo della tua esistenza. Mollandolo un po’ ti trovi spinto in un territorio in cui regolarmente riesci a farti tutte le domande sbagliate, a preoccuparti delle cose per cui non serve preoccuparsi e, in genere, a non notare neppure le cose che invece sarebbe importante notare, e improvvisamente scopri che dentro di te hai un pezzo di te abitato dalla faccia, dalle parole, dalla felicità di un altro e dal desiderio che quell’altro sia davvero felice. E sei un po’ espropriato, non hai più tutta la tua casa interiore a disposizione perché c’è un altro, che sia il marito, moglie, un piccolo, un grande, di cui sai che non ti libererai più e che, se anche un giorno non ci sarà, non sarà  mai più come se non ci fosse mai stato.

E qui di nuovo i due desideri: quello di dire: me ne occupo, faccio, garantisco; e quello di dire: oh, mi sento soffocare, adesso come faccio, non me ne libererò mai, sono assolutamente coestensivi. Credo, per esempio, che chiunque ha avuto un figlio abbia fatto l’esperienza di esserne assolutamente felice, e assolutamente terrorizzato; di fare dei pensieri altruistici ed altri egoistici – di cui si vergogna e non li direbbe mai a voce alta – di chiedersi quando mai potrà di nuovo andare al cinema senza doversi assumere grandi fatiche organizzative. Pensi che l’altro sta occupando un pezzo della tua propria libertà, e contemporaneamente non vorresti più che non fosse occupata.

Trovare l’angelo nel sepolcro, al di là dell’esperienza che hanno fatto le donne, è questa figura: uno sbilancia  la parte non governata di sé, anche un po’ scura come un sepolcro, si era ben organizzato ad affrontarlo, ma si era organizzato in un altro modo e la trova abitata da una presenza che all’inizio non riconosce. Ci vuole molto tempo, molto esercizio per riconoscere che l’ultimo abitante della nostra vita in più è Dio. Non è così automatico. Già ci mettiamo una decina d’anni ad abituarci che le persone che amiamo abitino la nostra interiorità! Figurarsi per accettare, accogliere ed essere consapevoli di cosa significa che ancora sotto, colui che abita la più profonda intimità di noi stessi è Dio. Ci va una vita! I monaci passano una vita in contemplazione per abituarsi a questa idea.

E dunque il risultato è la paura. Perché è la paura di una vita del primo giorno dopo il sabato, di una vita che non è più totalmente nel mio governo. E’ la paura di lasciarsi andare, di abbassare le spalle, di uscire dalla posizione difensiva. E’ la paura di non doversi più chiedere “Chi ci rotolerà la pietra?”

La vita a misura di Dio

“Egli disse loro: non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto. Non è qui. Ecco il luogo dove lo avevano deposto”.

Tante volte abbiamo già parlato di questa immagine – la tomba vuota – che io trovo, oltre che fondamentale rispetto alla risurrezione del Signore,  anche di una chiarezza, di una limpidezza enorme rispetto alla nostra vita; è un’immagine visivamente chiara, è stata spesso rappresentata nella pittura; l’esperienza della risurrezione è quella … di non poterci mettere una pietra sopra. Non si può celebrare questo lutto: non c’è più il cadavere. E non c’è più la pietra sopra! Non ci si può mettere una pietra sopra, proprio nel senso letterale di questa parola. E’ vuota! Voi cercate Gesù di Nazaret. E’ risorto, non è qui! Ecco il luogo dove lo avevano deposto.

E’ risorto, non è qui! Questo mi sembra il succo dell’annuncio dell’evangelo, della buona notizia. Arrivi alla profondità di te, scopri che questa profondità è abitata e non è più in tuo potere e qualcuno ti dice: non sei qui! Ecco il luogo dove ti eri ridotto a vivere! Ma non sei qui, sei altrove, sei dappertutto, in tutta la vita che puoi far fiorire intorno a te. Non sei nella profondità delle tue ansie e delle tue paure, che pure ci sono. Ma le nostre ansie e le nostre paure, ci viene detto qui – traduco un po’ – sembrano dei leoni ruggenti da lontano, poi diventano dei gattini addomesticabili. L’opera della vita non è eliminarle, avremo sempre delle paure. La nostra vita ci fa paura perché non è a nostra misura, è a immagine di Dio, quindi a misura di Dio, enormemente più grande di noi. E tutte le volte che cerchiamo di fare in modo che non ci faccia paura è perché cerchiamo di farla stare dentro la nostra misura e quindi la riduciamo, la schiacciamo, la rendiamo misera, piccola. E se non ci fa paura c’è da preoccuparsi: vuol dire che l’abbiamo troppo  ristretta. La nostra vita è tanto più grande di noi. Queste paure, però, possono essere addomesticate, possono diventare dei simpatici animaletti di compagnia e smettere di essere delle belve feroci.

E dunque dopo questo cercare noi stessi dove non siamo, e questa è la buona notizia, solo Dio può fare questo di noi, non ce lo possiamo dare da soli, solo Dio può dirci: non sei qui, dopo questa buona notizia, c’è il versetto sette che dice:

“Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”.

A delle donne impaurite, che non capiscono un bel niente di quello che sta succedendo, che sono anche delle donne – e nel racconto evangelico è un elemento a sfavore – dice: andate e dite. Alla domanda che cosa dobbiamo fare? Andare e dire!

Smetterla di scendere dentro le tombe, e cominciare ad andare, a far sì che la nostra vita acquisti la sua misura, non facendoci spaventare dagli orizzonti troppo ampi. E, per fare questo, dire, dare dei nomi, far circolare delle parole. Dire a Pietro e agli altri, scambiare questa esperienza di una vita che può andare.

Il contenuto di questo andare è che Gesù ci precede. E dunque la strada è tracciata. Non andiamo in un deserto o in un territorio sconosciuto. Gesù ci precede; noi siamo sempre i secondi ad arrivare in quel posto lì; qualcuno ha già attrezzato la strada; possiamo andare con grande allegria; qualcuno ha già preparato i posti di ristoro, i posti dove dormire; non dobbiamo stressarci su chi rotolerà la pietra … Per questo i vangeli parlano della provvidenza, per esempio.

E là, dunque, lo vedrete. Guardare, vedere; là finalmente, quando la nostra vita è fiorita, possiamo vedere.

“Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”.

Non vanno, ma fuggono e non dicono, ma stanno zitte, fanno esattamente il contrario. E’ meraviglioso, perché è semplicemente così, è esattamente quello che succede anche a noi. Uno si chiede: è ammesso almeno per un po’ continuare a considerare le proprie paure, delusioni ruggenti? Sì! E se non ce la faccio subito ad addomesticarli? Fa lo stesso: c’è tempo! C’è tempo per fuggire, per ripensarci, per essere consolati, come Maria di Màgdala; per essere incontrati sulla strada di fuga come i discepoli di Emmaus; per essere, come Pietro e i dodici, incontrati in un luogo di perplessità, come il Cenacolo; per essere riaccolti e sentirsi di nuovo dire che non si è tutti lì; e sentirsi di nuovo dire che bisogna andare, e dire, e avere il tempo di imparare ad andare e a dire.

Al di là del suo tono letterario, è una conclusione piena di consolazione. Noi siamo quelli! Fin qui sono in grado di interpretare benissimo questo vangelo: fuggire e stare zitto perché ho paura. E ancora, e ancora, chiedere che gli angeli abitino al sepolcro per dirmi: non avere paura. Voi cercate: non è qui. Perché ognuno di noi ha bisogno di farla tante volte questa strada, di sentirsi dire: non avere paura, non è qui, sei altrove, questo è il luogo su cui avevi messo una pietra sopra. E’ un po’ come imparare a nuotare: c’è un giorno in cui uno improvvisamente sa come si fa; dopo che hai provato e riprovato mille volte, i movimenti ti sembrano difficilissimi e non coordinabili, un giorno improvvisamente si coordinano. Poi c’è un giorno in cui quella paura diventa un tenero animaletto e puoi affrontare un altro giorno dopo il sabato, un altro spazio della tua vita.

A me ha colpito molto, in questa lettura di questo brano, che la sfiducia delle donne sulla loro capacità di muovere il masso, la loro paura di fronte a quello che vedono, il loro scappar via, ha come corrispettivo, dalla parte dell’angelo, e di Dio, di cui l’angelo era messaggero, che il problema, quello del masso,  è stato risolto prima di essere posto, che viene detto non abbiate paura, e che viene consegnata loro una fiducia immensa. A queste donne impaurite viene affidata la notizia della salvezza del mondo, della risurrezione! Dio cura la nostra paura così, risolvendo in genere i problemi che a noi sembrano irrisolvibili e poi, magari, ponendocene degli altri; certo, quasi mai, quelli che ci eravamo fatti noi. Consolandoci  con una parola di consolazione, ma dandoci una fiducia in più, dandoci un sovrappiù di fiducia, … affidando l’andare e dire.

Non c’è una parola di condanna, di correzione, di giudizio, non c’è una parola morale. Rispetto alle nostre paure forse dovremmo imparare da Dio la strategia. Dovremmo trattare le nostre paure come Dio tratta noi: spiazzarle presentando un altro problema, consolarle un po’, ma anche giocandole su una fiducia altrove.

Spero che questo racconto finale, di risurrezione, colori la nostra riflessione sulla paura in modo un po’ fiorito.

Fossano, 5 maggio 2007
(testo non rivisto dall’autore)
http://www.atriodeigentili.it/

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Questa voce è stata pubblicata il 06/04/2021 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag , .

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
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Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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