COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

FP.it 9/2021 Pentecoste e l’unità della comunità

Pentecoste, l’unità

Formazione Permanente – italiano – 2021

  • Ecco la prima cosa che opera lo Spirito Santo: l’unità! Non è forse lo Spirito di Dio l’unità del Padre e del Figlio? Sarà dunque ancora lo Spirito Santo ad essere l’unità anche dell’uomo con Dio, l’unità, anzi, di tutta l’umanità con Dio, di tutta quanta la creazione con Dio.
  • Ma prima ancora di operare questa unità di tutta la creazione con Dio, deve operare l’unità nostra: noi non siamo uno, il nostro corpo obbedisce a leggi che sono contrarie alle leggi del nostro spirito, portiamo in noi stessi una guerra, un dissidio. Lo Spirito Santo deve comporre in unità l’essere umano.

Meditazione di don Divo Barsotti sulla Pentecoste

Dal ritiro del 5-6 giugno 1965

Prima di tutto vorrei sottolineare la presenza qui in mezzo a noi di tanti che rappresentano un poco tutta la Comunità. […] Come è bello vivere insieme questa solennità che è una delle grandi solennità della Chiesa e dovrebbe essere una delle nostre grandi solennità. Noi non possiamo vivere insieme la festa del Natale, né la festa della Pasqua; le famiglie ci reclamano ed anch’esse hanno diritto a una nostra presenza in quei giorni. Bello sarebbe, dunque, se noi potessimo vivere insieme la festa della Pentecoste e fare della Pentecoste una delle nostre grandi feste, la festa anzi in cui dovremmo realizzare di più la nostra unità. Nessun altro giorno più di questo è adatto a una celebrazione comunitaria.

È in questo giorno che, si dice, è nata la Chiesa. Forse questa espressione non è del tutto esatta, ma comunque si può accettare anche un’espressione di questo genere. È certo che è nello Spirito Santo che tutta quanta l’umanità diviene il Corpo di Cristo, diviene la Chiesa, corpo di Cristo, cioè è per lo Spirito Santo che uomini di tutte le razze divengono un solo Cristo. Così, ancora, è per opera di questo medesimo Spirito che deve nascere giorno per giorno la Comunità.

Niente dunque di strano che noi sentiamo in modo particolarissimo l’esigenza di celebrare questa festività come un rinnovamento vero e profondo della Comunità intera, come una nuova nascita, per noi singolarmente e per la Comunità in generale. Per noi singolarmente perché non siamo altro che delle ossa aride che è dallo Spirito di Dio che debbono riacquistare il potere di stare in piedi, di avere nuova vita. Anche per la Comunità, perché non potrà vivere veramente se tutti noi, donandoci allo Spirito, non diverremo un’anima sola e un cuore solo. Ecco, dunque, siamo riuniti qui insieme per celebrare la Pentecoste come il Mistero della nostra nascita sia personale che comunitaria. È oggi che la Comunità deve imparare a vivere, è da oggi che deve imparare a rispondere alle sollecitazioni divine e non potrà rispondere, né ognuno di noi né la Comunità intera alle esigenze divine, che in quanto ciascuno di noi e tutta la Comunità non si abbandonerà all’azione dello Spirito divino.

Ecco dunque la prima cosa che opera lo Spirito Santo: l’unità! Non è forse lo Spirito di Dio l’unità del Padre e del Figlio? Sarà dunque ancora lo Spirito Santo ad essere l’unità anche dell’uomo con Dio, l’unità, anzi, di tutta l’umanità con Dio, di tutta quanta la creazione con Dio. Ma prima ancora di operare questa unità di tutta la creazione con Dio, deve operare l’unità nostra.

Che cosa ha compiuto il peccato?

Il peccato ha disgregato l’essere umano: noi non siamo uno, il nostro corpo obbedisce a leggi che sono contrarie alle leggi del nostro spirito, portiamo in noi stessi una guerra, un dissidio. Lo Spirito Santo deve comporre in unità l’essere umano. Ricordate la grande parola di sant’Ireneo? “L’uomo è sfuggito alle mani di Dio col peccato, ma ecco le mani di Dio riprendono l’uomo e lo plasmano nuovamente e le mani di Dio sono il Verbo e lo Spirito Santo”. Queste mani devono prendere anche ciascuno di noi per modellarci di nuovo secondo l’immagine di Dio, per ridonarci unità. Dispersi, divisi interiormente è per l’amore di Dio e nell’amore di Dio che saremo ricomposti in perfetta unità, sì che il nostro corpo risponda allo spirito, sì che la legge del nostro corpo non contrasti la legge del nostro spirito e tutto l’essere nostro consumi nella lode divina, nell’amore.

L’unità dell’uomo, quale impegno e quale programma! È difficile che si possa riacquistare questa perfetta unità: possiamo dire che è impossibile. Chi può comporre in unità elementi sparsi, divisi, se non una forza che li trascende, se non un principio esteriore a questi stessi elementi? Il principio esteriore dell’uomo, ma divenuto intimo a lui, è precisamente lo Spirito di Dio. Dio manda in noi il suo Spirito per ricomporre in unità l’uomo, ciascuno di noi. Il profeta Geremia disse: “Siamo come cisterne screpolate che non valgono a contenere acqua”. Proprio così. Tutte le nostre potenze invece di convergere nel loro centro in cui dimora Dio, se ne vanno ciascuna per conto proprio e la nostra anima si perde come acqua, si effonde, si versa al di fuori e non si trova più: l’immaginazione, il sentimento, i pensieri, le sollecitudini della vita, i ricordi del passato, il gusto del nostro fantasticare e anche del nostro pensare stesso, l’impegno della nostra volontà, tutto va per proprio conto e non riusciamo nemmeno a prenderci in mano. Non dico totalmente, ma abitualmente viviamo un’alienazione continua, e anche l’uomo non vuole rendersi conto di questo suo perdersi, perdendosi sempre di più. È questo, in fondo, il male del mondo moderno, dell’uomo di oggi: si è talmente perduto, che trova troppa fatica e anche tormento nel riconoscere la sua perdizione, e proprio per non riconoscerla mai, cerca di perdersi totalmente in modo da non ricordarsi mai di se stesso, da non riprendersi mai in mano, in modo da non vedersi mai nella luce, non dico di Dio, ma nemmeno nella luce di una vera responsabilità morale.

Il divertimento

Sapete qual è il lavoro fondamentale dell’uomo? Quello di divertirsi, nel senso proprio latino, di sfuggire a se stesso, di uscire di sé, di non pensare mai. Ecco com’è l’uomo di oggi, anche quando lavora, il lavoro è un divertimento per lui, è il modo di dimenticarsi e tanto più si lavora e con maggiore impegno si lavora perché proprio il lavoro rappresenta il massimo dei divertimenti, il massimo cioè dei mezzi perché l’uomo non entri mai in contatto con se stesso e si riconosca qual è. Oh, la febbre del lavoro proprio dell’uomo moderno è peggio dello stesso suo divertimento, perché nel divertimento sa di abbandonarsi a delle sollecitazioni esteriori alla sua vita, sicché può giocare al pallone per tre ore ma poi deve ritornare a casa, deve mettere il capo a partito; può andare al cinema e starci anche tutta una serata, ma poi deve ripensare al lavoro di domani. I suoi divertimenti non sono così gravi com’è grave il suo lavoro, perché il lavoro si fa e ci si mette tutti noi stessi, proprio perché il lavoro è il supremo divertimento umano, è cioè l’occasione, è il mezzo per dimenticare totalmente le nostre responsabilità vere. L’uomo moderno è l’uomo del lavoro che nel lavoro ha perduto interamente se stesso, non si ricorda mai di essere, né dove va, né perché viva: mangiato dal lavoro, assorbito dal lavoro, l’uomo mai emerge non dico per vedere Dio, ma nemmeno per guardarsi negli occhi, per rendersi conto che ha un’anima, per realizzare un suo destino.

Ecco come siamo perduti. Davvero cisterne screpolate che non valgono a contenere l’acqua siamo noi! Ma chi potrà mettere unità in tutta questa nostra vita interiore, e nella nostra vita anche esteriore? Può unirci un principio sociale? No, perché tutto quello che è sociale ed esteriore è sempre inferiore alla vita intima dell’uomo, perciò non ci si può aspettare dallo Stato, e nemmeno dalla Chiesa come società, qualche cosa che ci unifichi interiormente. È lo Spirito Santo, è Dio stesso che non è esteriore all’uomo, ma è intimo all’uomo e tuttavia non si identifica all’uomo ma lo trascende. Intimo e trascendente, ecco solo questo principio può dare unità all’uomo, soltanto per Lui ed in Lui io sono uno.

Donarsi allo Spirito Santo

Ma in che modo lo Spirito Santo potrà operare la mia unità? Lo Spirito Santo ci può unificare nella misura che noi ci doniamo allo Spirito Santo. Rimane un fatto che Dio ha creato l’uomo donandogli una libertà, facendolo capace di una collaborazione e anche capace di ostacolare l’azione divina. Dio crea. Quando crea le cose non trova ostacolo in esse, l’atto divino le stabilisce nel loro essere. Siccome però tutta la creazione è ordinata all’uomo e trova il suo centro e il suo fine nell’uomo, l’atto divino non realizza quello che vuole se non attraverso di te, se non per il tuo concorso, se non in quanto tu lo lasci operare, se non in quanto tu ti abbandoni a questa forza divina che ti solleva e vuole sollevare con te tutto l’universo. E tutto questo vuol dire che lo Spirito Santo non può unificare l’uomo, e tanto meno può unificare l’umanità, e tanto meno può unificare la creazione se l’uomo singolarmente non si dona a Dio, non si abbandona alla forza dello Spirito.

La cooperazione massima che l’uomo ha dato a Dio è stata la cooperazione della Vergine. Infatti è attraverso questa cooperazione che si è compiuta la massima opera di Dio: l’Incarnazione del Verbo. Qual è stata la cooperazione di Maria? L’abbandono totale che ha fatto la Vergine di sé allo Spirito divino: “Ecce ancilla Domini, fiat mihi…”. Noi potremo riacquistare l’unità nostra interiore in Dio solo nella misura che ci abbandoneremo, che ci doneremo a questo Spirito divino. Non è cosa facile, sapete, donarci. Non è facile nemmeno a volte donare le nostre cose esteriori, e il dono della nostra anima a Dio è cosa terribile. Credete voi di esservi dati davvero al Signore? Ma se vi appartenete ancora, ma se ci apparteniamo ancora e con quanti legami! Nessuno di noi ha vissuto e vive pienamente il suo dono di sé. Ma è questo che dobbiamo vivere, perché lo Spirito Santo non può operare in noi se non nella misura che noi lo lasciamo operare; ma non lo lasciamo operare se noi ci conserviamo stretti il nostro bene, se non ci doniamo a Lui per essere strumento della sua azione, per divenire veramente suo possesso. Ecco quello che s’impone: un vero dono di noi stessi, del nostro passato, del nostro presente, del nostro avvenire, del nostro corpo e della nostra anima, di tutto, per ora e per l’eternità.

Non ci apparteniamo

Non essere più nostri: ecco quello che vuol dire donarci a Dio. Non essere più nostri. Vogliamo noi davvero rinunciare a noi stessi per essere tutti di Dio? Certo che lo vogliamo, ma ci sarà difficile ugualmente fare questo dono fintanto che noi non realizziamo fino in fondo che cosa voglia dire per noi esserci donati. Vuol dire non possederci più, vuol dire non difenderci più, vuol dire non voler noi decidere della nostra vita, vuol dire non insegnare noi a Dio il cammino per il quale Egli deve portarci; vuol dire non mettere più nessuna condizione alla divina volontà. Ogni condizione che noi poniamo è una riserva al nostro dono. Ricordiamoci che non dobbiamo avere paura perché è all’amore che ci si dona. Il dono che vogliamo fare di noi stessi a Dio è il dono di noi stessi all’Amore e all’Amore infinito. Se non abbiamo questa persuasione, se non realizziamo questo, ci sarà sempre impossibile donarci. In realtà la difficoltà che noi troviamo a donarci a Dio dipende dal fatto che non crediamo fino in fondo di essere amati; crediamo di poterci salvare meglio da noi stessi, vogliamo avere noi il timone della nostra nave, vogliamo essere noi a dirigere il corso della nostra esistenza. Vogliamo dire a Dio: “Fin qui; chiedi questo e non altro”.

In questo giorno di Pentecoste dobbiamo rinnovare la donazione intera dell’essere nostro al Signore: corpo e anima, senza voler poi più rimproverare a Dio perché ci porta attraverso un cammino piuttosto che in un altro, senza lamentarci più con Dio perché ci manda una malattia o qualsiasi altra cosa. Tutto è bello e tutto è bene, ricordatevene. Non dite: “Ma lei padre fa bene a dire questo, ma se fosse nella mia famiglia, col marito che ho, coi nipoti che ci trovo…”. No, ve li ha dati il Signore e Lui lo sapeva; queste sono soltanto scuse, pretesti per sfuggire all’azione divina. Abbandonatevi a Dio e accettate da Dio quello che Egli vuole perché è Dio che li ha scelti – vostro marito, i nipoti, i fratelli – e sapeva che quella era la via per vivere il dono vostro a Lui, per vivere in concreto la vostra donazione al Signore.

Non anteponete la sapienza vostra alla Sapienza di Dio, lasciatevi prendere da Lui e condurre per la sua via. Donatevi al Signore, donatevi allo Spirito di Dio, anima e corpo, donate il vostro passato e il vostro avvenire. Non pensate più ai vostri peccati: ci pensiamo troppo, tante volte non raggiungiamo la santità proprio perché siamo appesantiti dal pensiero dei nostri peccati passati, delle nostre infedeltà. Ma Lui ci prende così come siamo per trasformarci come Lui vuole, e siamo quello che siamo col passato che è il nostro passato e con l’avvenire che sarà il nostro avvenire. Ma il nostro avvenire proprio perché è il nostro avvenire se noi ci abbandoniamo a Lui, sarà la vita di Dio, non può essere altro che la vita di Dio.

E allora non pensiamo più né all’inferno, né al purgatorio, né al paradiso. C’è Dio: non ci può essere altro per l’uomo, se veramente si dona, che Dio stesso. E Dio è il Paradiso, e Dio è la gioia, e Dio è la purezza! Ma cos’è la morte? Non dovete aver paura, guardatela in faccia e amatela la vostra morte e desideratela come l’incontro ultimo con Dio che è l’amore. Fin da ora vi chiedo: amatela! Dovete amarla, ve lo dico, perché altrimenti si fanno delle belle parole e basta; dobbiamo accettarla, volerla ed amarla fin da ora, perché il nostro avvenire è Dio, quel Dio a cui ci siamo donati. E d’altra parte non possiamo neppure allontanarla. Perché dunque volete cercare di bendarvi gli occhi, di mettervi davanti una muraglia? È il passato e l’avvenire che dovete lasciare al Signore, allora non vi apparterrà più che il Signore, Dio solo, ed è in Dio che ritroverete la vostra unità, perché vi sarete perduti e Lui solo rimarrà per voi. E infatti è in Dio solo che l’uomo si ritrova uno. Perder noi stessi per ritrovarci in Lui solo: ecco la via.

Unità della Comunità

Ma non si tratta soltanto di realizzare la nostra unità in Dio, si tratta di realizzare l’unità della Comunità come tale. Si diceva prima che la Pentecoste è la nascita della Comunità. Il dono che noi facciamo di noi stessi a Dio lo facciamo in un contesto storico, in una situazione concreta che è precisamente la Comunità; non c’è nulla da fare, è la Comunità! E anche qui, non giochiamo. Perché in fondo l’atto supremo della nostra esistenza, questo dono di noi stessi a Dio, lo abbiamo realizzato proprio nella Comunità: la consacrazione. Certo lo abbiamo realizzato nella Chiesa con il Battesimo, ma poi questo Battesimo l’abbiamo voluto vivere e realizzare pienamente proprio attraverso la Comunità. E allora, in concreto, l’unità nostra realizzerà anche l’unità della Comunità, perché il dono di noi stessi a Dio implica per sé un dono alla Comunità, verso la Comunità e nella Comunità. Infatti quella consacrazione che abbiamo fatto è proprio quella consacrazione che ci ha unito fra noi.

Come quando ci siamo consacrati a Dio col Battesimo siamo venuti a far parte della Chiesa, così la consacrazione religiosa, nello stesso tempo che c’impegnava alla perfezione dell’amore verso Dio, c’impegnava anche fra noi, a vivere una vita di famiglia, ad essere una sola cosa: sono due impegni inscindibili. Il dono di noi stessi a Dio si realizza nel dono alla Comunità e guardate che il dono alla Comunità è molto concreto. Come l’amore di Dio si prova nell’amore del prossimo, così il dono di noi stessi a Dio si prova in questo dono nella Comunità che implica davvero tanta pazienza, tanta umiltà, tante virtù. Quanto più si va avanti tanto più ce ne rendiamo conto, ma è giusto, è naturale, ed è bene che sia così, perché altrimenti noi ci si accontenterebbe soltanto di belle parole e di bei sentimenti. Il dono di noi stessi a Dio si realizza nel dono che noi facciamo alla Comunità: della nostra vita, del nostro corpo, della nostra anima, di tutto.

Vi ricordate di Edel Quinn [Edel Quinn (1907-1944), irlandese, è stata una missionaria laica, erede e continuatrice della grande tradizione missionaria di san Patrizio]? Mangiata dalla febbre, tisica, moribonda, quasi non si è risparmiata fino all’ultimo giorno per la sua Comunità. È così che ha vissuto il suo dono concreto a Dio e il suo dono alla Chiesa, vivendo per la sua comunità, sacrificandosi per essa. Ha lasciato famiglia, ha abbandonato ogni cosa, non ha curato la sua salute. Aveva la febbre a quaranta e andava su una jeep attraverso l’Africa per portare il suo messaggio, per vivere la sua funzione, il suo compito.

Oh, lo so bene quanto costa anche a me, sapete, vivere per la Comunità; così, anch’io cerco di evadere. Può essere un’evasione tante volte anche scrivere un libro [cfr. Per l’acqua e per il fuoco, 12.9.1970]. Io devo vivere per voi, in concreto per voi, ma non soltanto per contentarvi, anche per schiaffeggiarvi. Vivere per voi, per chiedere a voi tutto, per non lasciarvi nella vostra debolezza, nella vostra pigrizia, nella vostra indolenza. Devo sapere che la mia vita è questa; è un servizio, non ai vostri egoismi, ma alla vostra anima che è stata chiamata alla santità. Devo vivere per voi, per questi ragazzi che il Signore mi ha dato, anche se rimarranno quei tre gatti che sono, anche se voi rimarrete quei tre gatti che siete, che importa? Lo sa Dio! Perciò vuole che io viva per voi, io non devo chiedere conto al Signore. Se Dio mi ha voluto nella Comunità, in questa baracca, che io viva e muoia per essa! Ecco la mia funzione. Ma questo è vero anche per tutti voi, miei cari figlioli. È vero per voi. Non cercate di evadere; quello che fate al di fuori è perduto, così come è perduto tutto quello che faccio io se non è ordinato a voi, alla vostra santificazione.

Indubbiamente io non escludo gli altri, non si può mai escludere gli altri, ma gli altri riceveranno nella misura che io mi dono intanto a voi che siete coloro che Dio mi ha messo vicino. Pretendere di poter amare gli Zulù senza amare il mio compagno di lavoro, colui che vive con me sotto il medesimo tetto è soltanto letteratura, non altro. Bisogna che io impari ad amare ciascuno di voi fino in fondo, ad accogliervi, sì, così come siete, ma per farvi come Lui vi vuole. Perciò potrò anche essere duro, ma dovrò essere sopratutto molto paziente e disponibile, sempre umile e generoso e pronto ad accogliervi perché nasca davvero un’unità fra di noi, unità che prima di tutto implica veramente non soltanto unità di una stessa vocazione, ma un’unità di uno stesso sentimento, così come di uno stesso ideale. Precisamente quel “cor unum et anima una” di cui parlano gli Atti degli Apostoli (cfr. At 4, 32).

La festa della Pentecoste è la festa, dunque, in cui deve nascere la Comunità, e la Pentecoste noi dobbiamo viverla precisamente proprio per questo: perché la Comunità sia, se il Signore la vuole, e nella misura che Egli la vuole, come Egli la vuole.

Come amare la Comunità?

Come dobbiamo amare la Comunità? È presto detto, miei cari figlioli: più di noi stessi. È l’unica misura. Un po’ troppo? Forse è troppo poco, ma di più non posso chiedere, di più non può chiedervi nemmeno il Signore. L’unità della Comunità è la prova poi che veramente lo Spirito Santo è presente fra noi. Noi possiamo sempre illuderci di avere realizzato la nostra unità interiore, come uomini singoli e la prova che non c’illudiamo è sempre l’amore del prossimo che crea la Chiesa, è sempre la carità fraterna che crea la Comunità: comunità parrocchiale, comunità religiosa, comunità di gruppo; la comunità. Non nasce nulla se doniamo soltanto il dito mignolo, se diamo soltanto una parte di noi stessi. Anche questo allora diviene un divertimento e io vi chiedo allora di lasciare la Comunità; sarebbe molto meglio, perché è un pericolo per la Comunità intera e per voi. Non si può mettere la Chiesa con le altre cose: la Chiesa è tutto. Ora noi si vive precisamente il mistero della Chiesa nel mistero di una unità, di una comunità a noi più proporzionata, che non fa più piccola la Chiesa, ma fa presente la Chiesa secondo le dimensioni proprie di ciascuno.

Ora che cosa opera lo Spirito Santo in questa unità che Egli compie in noi e in tutta la Comunità? Questa unità che cos’è? Per capirci qualcosa possiamo ritornare un po’ al Mistero Trinitario: lo Spirito Santo è l’unità del Padre e del Figlio e questa unità si realizza nella circuminsessione, nel fatto che il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre: il Padre è Padre totalmente in quanto si riferisce al Figlio e il Figlio è Figlio in quanto totalmente e unicamente si riferisce al Padre. È quell’unità che, cioè, fa sì che l’uno viva dell’altro, cosicché l’uno dall’altro sono inscindibili anche se rimangono distinti, sono uno quantunque siano due.

Ora, come sono uno? Ricordate le parole del Vangelo: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo» (Mt 11, 27). Questo essere l’uno nell’altro è in fondo una conoscenza. La parola può essere interpretata in senso molto banale ma può essere interpretata anche nel suo vero senso. Che vuol dire conoscere? Nell’atto della conoscenza tu entri in possesso della cosa. Qui ci può veramente aiutare la metafisica di san Tommaso: nell’atto del conoscere l’intelletto umano trae a sé l’oggetto conosciuto e lo possiede, mentre nell’atto dell’amore l’amante esce di sé per donarsi all’amante, ed è in possesso dell’essere amato. L’unità di ciascuno di noi, l’unità fra di noi, l’unità con Dio che cos’è allora?

Se ci si riferisce all’unità con Dio abbiamo dei testi molto precisi ed espliciti nel Vangelo di Giovanni. Questa unità non è altro che la nostra conoscenza del Cristo e di Dio. Siamo uno con Dio perché di fatto noi siamo totalmente in Dio, ma Dio anche è totalmente in noi, cosicché di fatto noi non viviamo, non possediamo più, non abbiamo altra conoscenza che di Lui: tutta la nostra vita è Lui e Lui solo. Così per il Figlio: tutta la vita del Figlio non è che il Padre, Egli non vive che il Padre, Egli non conosce che il Padre, Egli non vede che il Padre.

Il Padre solo è tutta la sua vita, la sua ricchezza, la sua gloria, la sua santità. E altrettanto è vero del Padre: tutta la sua vita, ricchezza, gloria non è che il Figlio. La mia unità con Dio vuol dire questo: la mia vita è Lui, io non sono più, non mi conosco più, sono totalmente perduto perché mi sono donato; è Lui che mi conosce, io non mi conosco, la mia conoscenza è Dio solo. Ed è questo il paradiso, quando non ci conosceremo più, perché allora ci saremo perduti, avremo perduto ogni nozione della nostra miseria, ogni nozione del nostro peccato, ogni nozione dei nostri limiti, ogni conoscenza sperimentale della nostra meschinità, della nostra povertà umana, creata. Dio solo è la nostra vita, Egli ci conosce e noi non conosciamo che Lui: paradiso.

L’unità fra noi come si realizza?

Come si realizza l’unità fra di noi? Nel vivere noi la vita di tutta la Comunità, nel non conoscere più una nostra vita personale, individuale. Nella misura che la vita della Comunità diverrà la nostra vita, la nostra stessa esperienza, il contenuto stesso della nostra esistenza, soltanto allora potremo dire di essere una sola cosa fra noi: quando noi ci saremo perduti e non vivremo più che la vita di tutti e di tutta la Comunità come tale; presenti in noi ciascuno degli altri, presenti in noi tutti gli altri nella loro unità. Vivere per la Comunità vuol dire intanto che noi ci siamo liberati di noi stessi, e il nostro dono è totalmente per gli altri: non viviamo che per la Comunità, non vediamo che la Comunità, non vediamo che il suo bene, non vediamo che i suoi pericoli, non ci rendiamo conto che dei suoi bisogni. Vedete come il linguaggio si fa concreto. Fintanto che si parla di Dio si crede subito di aver realizzato tutto questo, ma se si viene al concreto ci rendiamo conto di quanto cammino ancora abbiamo da fare.

Vi ricordate quello che diceva quel Chassid polacco? «”Perché tu non mi conforti?”. “E dimmi che pene hai”. “Se tu mi amassi tu le avresti già conosciute, tu mi avresti conosciuto, avresti vissuto in me più che in te”». Il fatto che siamo impenetrabili gli uni agli altri, il fatto che noi possiamo vivere vicini senza renderci conto delle pene di un altro, è già significativo di una nostra indisponibilità, è già segno che non ci siamo donati. Quante volte voi mi avete rimproverato che siete venuti qui e non vi ho nemmeno guardati, forse. Ed è giusto il vostro rimprovero; il fatto che io non sia sensibile a una vostra attesa dimostra che io non vi amavo abbastanza. Ma non fate soltanto rimproveri a me, pensate anche a voi: come avete vissuto la vita degli altri? Fintanto che noi si pretende dagli altri non abbiamo capito nemmeno l”abc” della vita cristiana; fintanto che noi anteponiamo gli altri a noi stessi e diciamo “a me non è stato dato quello che mi aspettavo dalla Comunità” siamo fuori strada. Tu non puoi chiedere nulla, tu devi chiedere a te stesso soltanto di poter morire, null’altro, di poter donarti fino in fondo senza limiti; e io anche lo devo chiedere a me stesso, intendiamoci, e non a voi. Ma ciascuno è questo che deve chiedere a sé: di poter amare fino in fondo, di poter donarsi fino in fondo senza limiti, per tutti. Non giochiamo più, non ne vale la pena! Siamo vicini a morire, che cosa volete aspettare allora a santificarvi, se non vi liberate finalmente da tutte le vostre meschinità, suscettibilità, amor proprio, da tutti i vostri egoismi?

Amare la Comunità vuol dire non domandarci più nulla di noi stessi. C’è ancora tanto, invece, non dico soltanto di personale ma di egoistico, perché noi mettiamo tante difese al nostro piccolo io, alla nostra piccola vita, alla nostra piccola esperienza, e pretendiamo che la Comunità intera viva per noi! Non soltanto allora siamo egoisti, ma nel nostro egoismo ci vogliamo assicurare il beneficio di tante persone quante sono nella Comunità quelle che debbono pensare a noi. Cosi l’egoismo si moltiplica per tante persone, quante noi siamo. Non è così, che si vive per la Comunità, non è così che si conosce quest’unità operata, creata dallo Spirito Divino!

L’unità passa attraverso l’umiltà

L’unità in noi, l’unità in ciascuno di noi si realizza con la conoscenza del nostro nulla. Cioè è l’umiltà che ci assicura e misura l’unità che l’uomo ha raggiunto con se stesso. Perché l’uomo, quando ha realizzato veramente se stesso, ha realizzato il suo essere creatura cioè pura capacità aperta al dono di Dio. L’uomo in sé e per sé non è che un nulla cosciente, perché è proporzionato al tutto di Dio: “nulla”, “tutto”, l’abisso che chiama l’abisso. Io non mi conosco che in quanto mi conosco come nulla aperto a ricevere il tutto; io sono il puro nulla e null’altra cosa. Quando ci si conosce in maniera diversa, allora non si è realizzata ancora la nostra vita; conosciamo la superficie, le unghie, le mani, ma non l’anima. O dell’anima conosciamo la fantasia, i nostri pensieri, il nostro passato, le nostre preoccupazioni, magari il nostro futuro, ma non il vero fondo. L’unità dell’uomo è realizzata nella conoscenza che l’uomo ha di sé come pura creatura, pura capacità aperta ad accogliere il dono divino, come pura umiltà senza fondo.

Ecco, allora, in che consiste la vita cristiana. Lo Spirito Santo agisce in noi nella misura che acquistiamo un’umiltà senza fondo nella vera conoscenza di noi stessi; agisce fra noi nell’unità che stabilisce, nel farci vivere una carità fraterna che ci dona totalmente agli altri nella dimenticanza di noi stessi, nel superamento di ogni egoismo. Agisce nell’unità nostra con Dio realizzando questa unità in questa vita divina che è pura estasi di amore: Dio solo, l’anima non vede più che Dio, Dio solo.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/05/2021 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO, Spirito Santo con tag , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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