COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Divo Barsotti – Siamo una cosa sola con Dio

Formazione Permanente – italiano – 2021

Meditazioni sulla Pentecoste di don Divo Barsotti

Dal ritiro del 5-6 giugno 1965

Terza meditazione

Siamo una cosa sola con Dio

Non siamo parte di un tutto, siamo il tutto se Dio è nostro. Nell’atto che io vivo, io non vivo un atto che si compone nella successione del tempo ma vivo tutta la vita, tutta l’eternità; non vi è un prima e un dopo, non vi è un’ora e un’altra, non vi è qui ed altrove. In ogni istante e in ogni luogo vivi il tutto perché Dio è tutto.

Abbiamo detto nelle meditazioni precedenti delle cose molto importanti, ma quello che abbiamo detto rischia di essere troppo alto o troppo generico; noi dobbiamo vedere in che modo realizzarlo. Si è detto qualcosa, ma non tutto. Si è detto che tutto dipende dal dono che dobbiamo fare di noi stessi a Dio, nell’abbandono che dobbiamo fare di noi stessi all’azione dello Spirito. Il dono di noi stessi non può essere reale se non è reale la persona alla quale ci doniamo. La vita cristiana suppone la fede, ma una fede pratica, una fede in qualche cosa di concreto: Dio è presente, è reale per l’anima che veramente a Lui si dona, e questo Dio è lo Spirito Santo che viene a te proprio perché tu a Lui ti doni.

Non basta credere in un Dio creatore dal quale dipendono il cielo e la terra, in un Dio che ha stabilito la terra sui cardini, come dice l’Antico Testamento. Non si tratta per noi di credere nell’esistenza di un Dio che è ancora lontano, inafferrabile per l’uomo: si tratta di credere in un Dio che veramente si fa intimo a noi, vuol essere nostro per farci suoi e non si fa nostro che nella Persona di questo Spirito divino che veramente è entrato nel mondo, si comunica all’anima e vive in noi. Dio è nostro, tutto per noi, è un bene del quale noi possiamo usare. Se noi abbiamo questa certezza, allora possiamo pensare di vivere una vita cristiana.

Dio è talmente nostro che è divenuto il principio di tutte le nostre operazioni. Tutte le operazioni hanno per principio Dio e l’anima, insieme ma non come unico principio (se fosse come unico principio si cadrebbe nel panteismo). Lo Spirito Santo è nostro, ma rimane un dono. Noi non ci confondiamo con questo Spirito, ma è per Lui e in Lui che ci muoviamo, viviamo e siamo: e il nostro atto, proprio per questo, è insieme Suo e nostro.

Il Signore è presente nel tabernacolo, nella pisside, nel calice; ma calice, tabernacolo e pisside non posseggono il Cristo, non hanno la capacità di entrare in possesso di Dio. Lo contengono, ma non Lo posseggono. Dio invece si dà a te per essere posseduto da te.

Il dono dello Spirito Santo è quello che distingue l’economia cristiana e rende possibile a noi il nostro stesso dono a Dio; non si può pensare di possedere Dio senza essere noi posseduti da Lui, perché altrimenti possedere Dio vorrebbe dire staccare lo Spirito Santo dal Padre e dal Figlio, se questo possesso non implicasse anche immediatamente l’essere noi posseduti da Dio. Tu non conosci Dio che in quanto Lo possiedi, tu non Lo conosci che in quanto ne sei posseduto. Talvolta crediamo di vivere questa nostra dipendenza dallo Spirito Santo, pensando lo Spirito Santo come qualche cosa di estraneo a noi, che agisce su noi dal di fuori, così come agiscono su noi il caldo e il freddo; il sole ci riscalda, il gelo ci intirizzisce. Così noi pensiamo che lo Spirito Santo, come il sole e come il gelo, possa agire dal di fuori dandoci calore divino, dilatando il nostro spirito, trasformando in qualche modo i nostri sentimenti, la nostra esperienza interiore. No, Dio non agisce così, dal di fuori; se lo Spirito Santo agisce, agisce in quanto è principio delle nostre operazioni, in quanto veramente Egli è il fondo di tutto l’essere nostro, è la radice di tutto il nostro essere. Ora tutto questo che cosa implica? Implica che possedere vuol dire essere posseduti, vuol dire che noi dobbiamo sentirci veramente, non soltanto pervasi ma presi da Lui, vuol dire che noi dobbiamo sentirci strumento, organo della sua azione.

Possedere nell’essere posseduti

C’è però un pericolo che nasce dal fatto che noi potremmo credere in un’azione che non fosse reciproca; se credessimo di poter essere invasi dallo Spirito, di parlare in suo nome, senza essere trasformati in Lui, senza essere posseduti pienamente, se crediamo di possederLo senza essere posseduti. Ma nella misura che io voglio essere posseduto, nella misura che io realmente mi dono, e che vivo il mio dono a Lui, Egli anche è il Suo dono a me. E se Egli è dono a me, e se Egli è mio, come è immensa la mia vita, quale grande forza io posseggo, come debbo superare in questa certezza, in questa fede ogni sentimento della mia vanità, della mia povertà, del mio nulla, della mia impotenza! Intendiamoci bene, non per usare dello Spirito come di una forza a mio vantaggio, perché dire “a mio vantaggio” vuol dire che io non mi sono donato, vuol dire che io, sì, pretendo di possederlo, ma non di essere posseduto. Io Lo posseggo soltanto nella misura che mi sono spogliato da ogni mio egoismo e mi lascio possedere da Dio, nella misura che mi lascio realmente possedere e Lo posseggo, allora la mia vita è realmente divina. E tutto questo ha il suo fondamento in una fede pratica, concreta, viva che Dio è in me ed è mio, che io sono in Lui e sono Suo. Nei riguardi di ciascuno di noi per se stesso, ognuno di noi deve sentirsi veramente posseduto, donato per sempre, sentire veramente che si è donato e non si può riprendere più: sentire veramente che è come un’ostia consacrata. Non vi è più nulla in noi di nostro: tutta la divinità dello Spirito è nostra proprietà. Questo deve darci la possibilità di vivere una pienezza assoluta in ogni istante.

Tutto nell’attimo presente

Non siamo parte di un tutto, siamo il tutto se Dio è nostro. Nell’atto che io vivo, io non vivo un atto che si compone nella successione del tempo ma vivo tutta la vita, tutta l’eternità; non vi è un prima e un dopo, non vi è un’ora e un’altra, non vi è qui ed altrove. In ogni istante e in ogni luogo vivi il tutto perché Dio è tutto. Il senso della pienezza, dell’assoluto che l’anima vive in questa presenza attiva di Dio in noi: ecco che cos’è che distingue la vita cristiana.

Indubbiamente non realizzeremo mai certamente tutto questo, non potremmo nemmeno esserne consapevoli in tal modo che non si possa realizzarlo di più; per questo viviamo anche nel tempo, perché in ogni atto che viviamo si possa realizzare, in misura sempre più intensa, questo assoluto divino. E pur tuttavia in ogni atto devo cogliere questo assoluto nella misura della grazia che ho nel momento che vivo, per essere abilitato a vivere una misura più colma nell’istante che segue. Ma vedete, l’istante che segue non si compone con l’istante di prima, è sempre un assoluto. E questo ci fa capire la morte. Credete voi forse di portare un corbellino pieno di tutte le robine che avete fatto durante la vita nel momento del vostro morire? Molto spesso si ha questa concezione della vita cristiana e della nostra morte: tutte le opere nostre ci seguono sicché abbiamo dei corbellini e una sporta da portare lassù in paradiso. In realtà no! L’atto del nostro morire è un atto unico, e davvero non ha né un prima né un dopo, ma in quest’atto unico tu realizzi quello che istante per istante hai avuto la capacità di cogliere e se hai risposto a Dio, allora l’atto del tuo morire è l’atto veramente terminale di un cammino onde tu hai vissuto l’assoluto ogni giorno, ogni istante in un modo sempre più pieno, sempre più intenso. È la distinzione che fa san Tommaso d’Aquino, che è importantissima anche se è in parte molto misteriosa: «Totus sed non totaliter». Dio non si dà per parte e se Dio vive in te, vive già tutto in te ora, e vivrà tutto anche domani quando sarai santo. Ma oggi meno totalmente di domani, e mai totalmente così che non possa vivere di più anche se sei giunto alla santità: e l’atto ultimo della tua morte, dunque, è l’atto onde tu vivi quest’assoluto se tu da questo assoluto non ti strappi, se tu hai sempre risposto.

Nelle adunanze precedenti si diceva precisamente che la fine si accompagna al processo del tempo; in ogni istante tu vivi la fine perché in ogni istante tu vivi Dio, e oltre Dio non c’è nulla. Perciò questo istante non si compone in una storia con l’istante che verrà; sotto questo aspetto il Buddismo ha ragione, negando una continuità, e pur tuttavia una continuità vi è da parte dell’uomo il quale però non procede di cosa in cosa, ma affonda più o meno, più o meno si inserisce in una presenza, in un tutto che fin dall’inizio è donato, se Dio fin dall’inizio è donato. Tutto questo vuol dire non rimandare a domani e nemmeno a stasera; vivete ora, nella capacità che avete, tutta la vita, perché ora e qui dovete vivere Dio, se Dio è vostro, se la vita cristiana è questo dono dello Spirito e nel dono dello Spirito il dono di Dio, di tutto Dio. Certo che vivete anche nel tempo e dovete dunque vivere questo Dio fra un’ora in un modo diverso da come lo vivete ora, ma tuttavia il dono rimane lo stesso, sarà la vostra anima che avrà acquistato la capacità di abbracciare più pienamente questo dono, o di radicarsi più profondamente in questa Presenza. Ma ora e qui, tutto: ora e qui, Dio è per te.

Io vi chiedo di vivere questo. Non credo che sia facile, ma credo che sia essenziale alla vita cristiana. Comprendere questo vuol dire credere, ed è una cosa immensa. Io, ogni volta che dico una preghiera, soprattutto alla Messa indubbiamente, ma comunque quando realizzo un atto soprannaturale, se veramente lo realizzo, non riesco più a cogliere altro che questa presenza; non una presenza astratta, contigua al mio essere, ma la presenza di un Dio che mi prende e che io posseggo e dal quale io sono posseduto, presenza che implica veramente un assoluto, senza prima né dopo, senza né qui né là, presenza pura e assoluta di colui che è tutto.

Ogni desiderio si compie nello Spirito

Dono dello Spirito, e proprio perché nel dono dello Spirito questo si realizza, il Cristianesimo ha posto una fine alla rivelazione, ha posto una fine alla storia; è veramente la risposta di Dio all’uomo.

Dono dello Spirito all’uomo! Ora, dicevo, il dono dello Spirito implica ch’io abbia coscienza che Egli è mio; e questa coscienza vuol dire una certa esperienza, una conoscenza sperimentale, vuol dire sperimentare in qualche modo questo assoluto della vita cristiana. Non vi sembra davvero che in questo momento non abbiamo più nulla da desiderare? Comprendere la vita cristiana vuol dire realizzare che effettivamente non ci fa nulla essere qui o altrove: se io vivo questo possesso, in questo possesso tutto io trovo. Ecco perché non posso desiderare di essere vescovo, di essere più giovane. Che senso ha? Dio è il mio possesso e nella presenza divina queste altre cose non sono, perché in fondo queste altre cose sono soltanto condizione di questa presenza e quando questa presenza è realizzata, la condizione se ne va.

Questo vuol dire entrare in possesso, vivere questo dono perché Dio o è tutto o non è nulla. Potrebbe essere qualche cosa di meno per voi il dono dello Spirito se veramente voi lo ricevete, se veramente Egli è vostro? Se fosse qualche cosa di meno non sarebbe più dono, sarebbero cianfrusaglie, sentimentucci di donne pie, nulla di più. Ecco perché uno dei caratteri della vita divina secondo tutti i mistici, da Diadoco di Foticea [Vescovo di Foticea in Trespotia (Epiro), verso la metà del secolo VI fu il continuatore dell’insegnamento di Evagrio e dello Pseudo Macario] fino a Rosmini, da santa Teresa di Gesù fino a Newman, è il senso della pienezza. Dice Rosmini nella Antropologia soprannaturale: «Quello che distingue l’esperienza religiosa cristiana è il senso del tutto, il sentimento del tutto: tu l’hai e tu vivi, tu non l’hai e vivi come uomo, non vivi ancora come cristiano, non vivi ancora come colui che ha ricevuto lo Spirito».

Ma che cosa vuol dire vivere in questo sentimento del tutto, in questa coscienza di assoluto? Vuol dire essere anche tu posseduto da Dio. E che cosa vuol dire essere posseduto da Dio? Una cosa semplicissima – se volete che vi dica le cose con estrema umiltà -, una cosa semplicissima: vuol dire non avere più egoismo, non essere più nostri, essere pienamente liberati da ogni riferimento a noi stessi, da ogni ricordo di noi stessi. Siamo Suoi, posseduti pienamente da Lui. Lo si possiede soltanto nella misura che siamo posseduti; noi dobbiamo lasciarci possedere e, per lasciarci possedere, non difenderci più, non riservarci più nulla; né un pensiero, né un sentimento; né un ricordo, né una preoccupazione, nulla, Né tantomeno l’affetto degli altri o la stima degli altri, né tantomeno tenere a quello che non è nemmeno così intimo a noi, come sono, appunto, i sentimenti altrui. Ma nemmeno a quello che è più mio, più intimamente legato a me. Vuol dire spogliarci di tutto, essere posseduti; e non posseduti soltanto alla superficie come io posseggo una veste, come il marito possiede la sposa, ma come Dio soltanto può possederci, in tal modo che anche il nostro spirito sia Suo e non vi sia volontà propria in me.

Tagliare la propria volontà

La vita divina, secondo i Padri del deserto, proprio in questo si misura: nella liberazione da ogni volontà propria, perché quello che è più proprio nell’uomo, quello di cui l’uomo non si spoglia mai nei confronti di un altro, è la sua volontà di uomo e in questo intimo centro non entra che Dio, Egli soltanto può possederti fino nell’intimo, così. Ed è per questo che possedere Dio vuol dire per te spogliarti anche di questo; tutta la tua volontà non è che puro abbandono, non è che volontà di essere presi, non è che volontà di essere posseduti, non è che volontà di morire a sé perché in noi non viva che Lui.

Ecco che cosa vuol dire, in fondo, possedere ed essere posseduti. Una liberazione totale da ogni egoismo, da ogni amor proprio, da ogni volontà propria, che è ancora di più che amor proprio, perché quando si parla di amor proprio s’intende sempre quelle reazioni che sono di carattere affettivo, si direbbe; la volontà è qualche cosa di ancora più forte, perché è più spirituale. Ogni liberazione dalla volontà propria è veramente una distruzione, si direbbe, dell’io.

Ciascuno di noi non dice “io”, nessuno di noi dice “io”; ciascuno di noi non può dire che “tu” se veramente si ordina totalmente a Cristo. Nemmeno Dio dice “io”, perché Dio anche nella sua intima vita dice: “Tu”. “Tu”, dice il Padre al Figlio, “Tu” dice il Figlio al Padre. Dio dice “io” soltanto in riferimento alla creazione, perché allora si chiude nella Sua solitudine. Ma quando Egli ama (“Propter nos et propter nostram salutem descendit de caelis”), Egli si ordina totalmente all’uomo e l’uomo egualmente, nell’amore, nello Spirito Santo, a Dio soltanto si ordina e dice “tu”. Qual è dunque il mio nome? Anche il mio Egli ha assunto; io sono Tu, sono precisamente questo riferimento puro, totale a un Dio dal quale voglio essere posseduto, al quale totalmente mi dono.

Ma per essere più semplici, più concreti, che cosa fare? Credere, credere veramente. Dio è presente, ma non presente come Creatore, è presente come l’Amore che ti ama e ti vuole per Sé, come Amore che si dona ed è tutto tuo, tutto alla tua portata.

Che cosa importa essere vecchi? Che importa essere stanchi? Tutto Dio è tuo, e puoi ballare tutto il giorno e tutta la notte. Dio è tuo; che importa essere quello che siamo? Quello che siamo è una cosa che interessa Lui, non interessa più te. Quello che interessa te, quello che è tuo è Dio l’Infinito, è Dio la giovinezza eterna, è Dio, la santità pura ed infinita.

Di fatto, tutto questo Egli ha vissuto, nel dono che Egli ha fatto di Sé, nel voler essere Lui posseduto, per possederci, nel volerci possedere per essere posseduto. Egli si è fatto uomo e ha preso la tua stanchezza e il tuo male, la tua morte e il tuo peccato, perché tu vivessi la sua vita divina. Ed è questo che tu devi vivere non domani ma ora e qui, perché non a domani Egli rimanda il Suo dono. Egli è lo Spirito e il nome dello Spirito è Donum Dei Altissimi. Non sarebbe più la terza Persona della Santissima Trinità se Egli non fosse dono e non volesse essere accolto, e non volesse che tu Lo accogliessi, perché divenisse tuo.

Credere dunque, ecco la prima cosa che s’impone, perché se crediamo viviamo anche questo dono di noi stessi a Lui, questo essere posseduti. Infatti la fede non è soltanto l’adesione a questa verità misteriosa ed immensa dell’amore divino, dell’amore personale di Dio che si dona tutto a te, ma è anche l’abbandono a questo amore. Credere vuol dire infatti abbandonarci – “credere aliqui” – e anche credere “in Deo”. È sempre un moto di tutto l’essere verso Colui cui l’anima si dà.

Se noi viviamo questa fede noi viviamo tutta la vita, e si può dire veramente che tutta la vita cristiana non è che questo atto di fede. Non per nulla il cristiano è la sposa, e la sposa promette fedeltà allo sposo e ha la fede al dito come segno della sua unione col suo sposo. Anche tu non devi avere che questo anello, non devi portare che questo anello: essere fedele, credere, e credere sempre, in un atto continuo, che non è più ripetuto perché non è mai sospeso.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/05/2021 da in ITALIANO, Spirito Santo con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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