COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Divo Barsotti – Il nuovo Tempio

Formazione Permanente – italiano – 2021

II NUOVO TEMPIO
Divo Barsotti

Un testo profondissimo sul Sacro Cuore di un altro profeta dei giorni nostri: don Divo Barsotti. Tratto da un ritiro predicato a Bologna 21 giugno 1968.

Seconda meditazione

Può darsi che il testo del Vangelo di stamani si apra ad altre considerazioni, che implicitamente contenga qualche altro richiamo, qualche altro tema. Certo che il Vangelo di stamani, la solennità almeno con cui san Giovanni narra l’avvenimento, fa pensare che l’evangelista veda chissà quali misteri, chissà quali grandezze in quel mistero e in quell’avvenimento. Ci richiama ad altri temi? Direi di sì, e l’altro tema a cui richiama il Vangelo di stamani è un tema che è soltanto implicito; direttamente non appare, però forse è il tema su cui richiama di più la liturgia della Chiesa e forse anche la pietà cristiana. Qual è questo tema? Dice il Vangelo di san Matteo che nella morte di Cristo il velo del tempio si squarciò (cfr. Mt 27, 51). Che cosa intende con queste parole san Matteo? Intende che la gloria di Jahweh lascia il tempio di Gerusalemme; ormai a un tempio è subentrato un altro Tempio. Un’altra volta la gloria di Dio aveva lasciato il tempio: nel capitolo decimo del libro del profeta Ezechiele, in cui si descrive l’esilio della gloria divina (cfr. Ez 10, 18).

La gloria di Dio si solleva dal Sancta Sanctorum del tempio e, sospesa in alto sopra il tempio e sopra la santa città, rimane come a guardare per l’ultima volta il luogo che Dio aveva scelto, poi se ne va. Dio ha abbandonato Gerusalemme. Come alla prima distruzione di Gerusalemme, così ora, nella morte di croce, Dio abbandona il tempio. Perché c’è un altro tempio? Sì, c’è un altro Tempio, secondo il Quarto Vangelo, c’è un altro Tempio che sostituisce il tempio di Gerusalemme: il cuore di Cristo, la sua umanità.

Nel secondo capitolo del Vangelo di san Giovanni Gesù dice: «Distruggete questo tempio ed io lo riedificherò in tre giorni: Egli parlava del tempio del suo corpo») (cfr. Gv 2, 19.21). Ed ora l’umanità del Signore è il Tempio nuovo di Dio, in cui tutti noi possiamo entrare nella misura che diveniamo sue membra. E divenendo sue membra noi stessi diverremo tempio di Dio. «Non sapete che voi siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?» (cfr. 1 Cor 3, 16). L’anima, principio spirituale e semplice, non si divide nelle membra ma è tutta in ogni membro del corpo. Così Dio è in ognuno di noi perché Egli è in Cristo e noi siamo nel Cristo. II tempio di Dio veramente è il Cristo, la sua umanità; ma, come nel tempio vi erano parti sacre e meno sacre, così anche nel tempio nuovo creato dall’amore infinito di Dio.

Qual è il Sancta Sanctorum di Dio? È il cuore di Cristo. Il cuore di Cristo è il cuore del mondo. E la ferita del costato che cos’è? È la porta che si apre agli uomini per poter entrare nel Tempio. È attraverso infatti la ferita del cuore che nascono i sacramenti – il sangue e l’acqua – ma mediante i sacramenti gli uomini si inseriscono nel Cristo e dunque entrano a far parte della sua umanità, entrano a far parte del Tempio. Vedete? Le due immagini si sovrappongono. Da una parte, mediante la ferita del costato, gli uomini coi sacramenti entrano a far parte dell’umanità del Cristo; dall’altra parte, pure attraverso la ferita del costato, noi possiamo pensare che gli uomini sono sollecitati ad entrare nei più intimi penetrali del tempio di Dio: nel cuore di Cristo. È questa un’immagine che è propria di san Bonaventura e che non è del tutto estranea al Vangelo.

Ed è questa la differenza allora, fra l’Antico Testamento e il Nuovo. Infatti, mentre nell’Antico Testamento il Sancta Sanctorum era sempre chiuso – e quando si apre è sconsacrato così che lo squarcio del velo è il segno che il tempio è sconsacrato –, nel Nuovo Testamento invece, quando il cuore si squarcia, è allora che il Tempio di Dio, il vero Tempio di Dio, si apre all’umanità intera perché l’umanità intera vi entri, e in questo Tempio dimori e in questo Tempio trovi la sua permanente dimora.

L’alleanza dell’amore

Ecco l’altro tema che si fa presente al testo del Vangelo di stamani. Ed è precisamente quello che dice, per esempio, l’inno delle Lodi della festa di oggi: «Cuore che continui l’arca della nuova alleanza – non l’arca dell’Antico, ma del Nuovo Testamento – che è un testamento di grazia e di perdono, di misericordia e di amore». Come l’arca di Dio nel Sancta Sanctorum era il segno di una presenza divina che accoglieva gli uomini per stabilire un’alleanza con loro, così, ora, il cuore di Cristo è l’arca che accoglie tutti, non soltanto per stringere un’alleanza di servitù, non un’alleanza fra servo e padrone, ma l’alleanza di un amore immenso che unisce per sempre gli uomini a Dio in un amore perfetto, in un amore che ci identifica a Lui, in un amore che ci stringe a Lui nell’unione più intima e definitiva.

Allora, ecco, il tema di stasera è questo: il cuore di Cristo come arca del Nuovo Testamento, come Sancta Sanctorum del nuovo tempio di Dio, che ci richiama a un’alleanza, l’alleanza dell’amore. Vivere la festa del Sacro Cuore, celebrare il cuore di Cristo vuol dire per noi celebrare veramente l’alleanza, personale e intima, intimissima ora, perché è dell’amore più grande: l’alleanza di una vera unione con Lui. Di qui deriva che per noi, che abbiamo fatto la consacrazione, oggi è giorno di festa: la festa di un’alleanza, di un matrimonio non soltanto con uno sposo terreno, ma con Dio medesimo, perché è questa l’alleanza «ultima», di cui ogni matrimonio è soltanto puro segno. Il vero matrimonio, la vera alleanza è quella che ci unisce a Dio, e noi viviamo veramente questo rito di un’alleanza intima, eterna, definitiva, che implica un’unione perfetta, precisamente nell’entrare in questo Cuore, nel vivere nella sua intimità. È la festa della nostra consacrazione, e non è soltanto una rinnovazione dell’alleanza antica del Sinai, ma dell’alleanza nuova, che è eterna, che non è di servitù, ma di grazia: non tanto dell’obbedienza alla legge quanto dell’amore, quanto della donazione di un medesimo spirito, quanto dell’unità di una vita.

La festa della nostra eternità di gioia

Ecco: vivendo oggi la festa del Sacro Cuore, che cosa viviamo? Viviamo già la festa della nostra eterna gioia, del nostro eterno amore, della nostra beatitudine definitiva. Sì, è chiaro che questo matrimonio è indissolubile; nostro Signore è fedele e lo è eternamente. Allora la festa del Sacro Cuore, più di altre feste nel Cristianesimo, è la celebrazione della nostra eternità di gioia. Siamo già in Paradiso, siamo entrati nel Sancta Sanctorum e mentre entrare si può, uscire non si può più. E questa unione che abbiamo stretta con Lui col tempo, se il tempo può fare qualche cosa, non può che divenire sperimentalmente più viva, non realmente più profonda.

Perché? Perché quando ci ha chiamato nei più intimi penetrali del suo cuore, Egli ci ha chiamato all’intimità più pura, la più perfetta, la più assoluta con Sé. È certo che noi non realizziamo ancora pienamente tutta questa intimità con Lui, ma è certo che, di per sé, tutta la vita altro compito non ha, altro contenuto non ha che quello di far sì che noi possiamo, sul piano psicologico, sul piano morale, sul piano del comportamento, sul piano di una nostra esperienza interiore, realizzare quello che essa è.

Vi dicevo che dal Paradiso non si può uscire, ma non è vero; fintanto che viviamo potremmo anche uscirne, ma la colpa rimane sempre nostra. Per uno che cada nel peccato, veramente per lui vuol dire uscire da questo Cuore divino; e nessuno può rientrare da se stesso se Dio non lo attira. Questo dunque è grave: che, mentre un peccatore non può di per sé uscire dall’Inferno, rimane vero per noi che possiamo invece uscire dal Paradiso. Ecco la condizione nostra quaggiù. Vivere allora la festa di oggi non vuol dire soltanto realizzare l’unione che Egli ha stretto con noi, vuol dire anche – e questo è anche il senso che ha probabilmente la festa del Sacro Cuore nell’intenzione stessa di Gesù, che l’ha voluta – rinnovare la nostra consacrazione. Vi ricordate? Fino a Pio XI nel giorno del Sacro Cuore la Chiesa intera rinnovava la sua consacrazione a Dio. Ma anche questo è troppo poco.

La riparazione

Nell’intenzione di Nostro Signore, nella rivelazione del Sacro Cuore, il contenuto di questa festa sembra però un altro: quello della riparazione. Ed è questo, vedete, il contenuto ultimo della festa del Sacro Cuore. Siccome la festa del Sacro Cuore è la festa dell’alleanza, la festa di un amore eterno, per questo ne viene che tu, che vivi nel Cuore di Cristo, ma che non puoi essere separato dai tuoi fratelli con i quali formi un medesimo corpo, tu devi riparare per loro, pregare per loro perché, se essi sono separati da Lui – si può uscire da questo Paradiso, si diceva – per la tua preghiera, la tua riparazione, la tua immolazione, tutti tornino a celebrare con te la festa dell’amore nel suo Cuore Divino.

La festa del Sacro Cuore dunque è la festa dell’amore, ma di un amore che non può essere pieno per te cristiano fintanto che non sarà la festa dell’amore perfetto, la festa di un amore che abbraccia tutti e tutti fonde nell’unica sposa. «Unica è la mia colomba» (cfr. Ct 6, 9), la mia sposa, ed è tutta la Chiesa, ed è tutta l’umanità. Tu non puoi celebrare convenientemente dunque questa festa dell’amore fintanto che con te non la celebrano tutti insieme i cristiani, tutti insieme gli uomini. La tua festa dunque ha un carattere di per sé riparatore per coloro che dal Cristo si sono allontanati o che non l’hanno ancora conosciuto, perché finalmente, con te, tutti insieme possano vivere in questo Sancta Sanctorum che è il Cuore del Cristo, e celebrare in questo Cuore la festa dell’amore infinito di Dio, che a sé ci ha attratto e si è comunicato a noi per fare immensa la nostra gioia: non più la gioia dell’unico con l’unico, ma la gioia di tutta l’umanità redenta con l’Unico Sposo.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/06/2021 da in Cuore di Gesù, ITALIANO con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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