COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Casile – La crocifissione e il costato trafitto

LA CROCIFISSIONE / IL COSTATO TRAFITTO 
nel cammino spirituale di san Daniele Comboni 

Il Mistero del Cuore trafitto di Gesù sulla Croce riassume i contenuti fondamentali della  spiritualità del Cuore di Gesù, vissuta da san Daniele Comboni fin dalla giovinezza, e può essere  preso come l’Icona del suo camminare missionario.  

In effetti, già nella sua fanciullezza egli poteva contemplare nella chiesa di Limone un grande  Crocifisso, in legno di bosso, finemente intagliato, racchiuso in una nicchia che sovrasta l’altere del  Crocifisso. La nicchia, durante l’anno, rimaneva chiusa da un quadro che raffigura ancora il  Crocifisso circondato da alcuni santi e dalla Vergine. Questo sipario veniva rimosso durante la  settimana santa, perché rimanesse esposto sull’altare il grande e suggestivo Crocifisso. Così  Comboni ha potuto contemplare più volte il volto di questo Gesù in croce e ascoltare le ispirazioni  che questa contemplazione gli suggeriva. Sta certamente qui l’inizio del suo particolare  coinvolgimento nel Mistero del Cuore di Gesù, che manifesta il suo grande amore per gli uomini  nel momento in cui è trafitto sulla Croce. Inizia qui la progressiva conformazione dello sguardo di  Comboni a quello del Cuore trafitto di Gesù, così che comincia a vedere con gli occhi del Dio Crocifisso se stesso e chi gli vive accanto, a cominciare dai più deboli.  

Giovane missionario, all’inizio del suo primo viaggio verso la Missione, arrivato ad Alessandria,  gli viene offerta l’opportunità di un pellegrinaggio a Gerusalemme.  

Questo pellegrinaggio, avvenuto nell’ottobre del 1857, costituisce nella vita e nella missione di  Daniele Comboni un episodio “provvidenziale”, che si rivela denso di significato anche per noi  oggi.  

Comboni, infatti, che “visita” la Terra Santa, rimane chiaramente “visitato” dai misteri della vita  di Cristo avvenuti in quei luoghi”. Dai sui Scritti sappiamo che egli vive con intensa commozione  questo pellegrinaggio in Terra Santa, dove tutto gli richiama alla mente la Parola di Dio, il Verbo e la  sua carne. Egli vuole contemplare ogni angolo, toccare ogni pietra, ascoltare e meditare la Parola in  essa racchiusa. Così egli descrive l’apparire di Gerusalemme ai suoi occhi: “Oh! La grande  impressione, che mi fece Gerusalemme! Il pensiero che ogni palmo di quel sacro terreno segnava un  mistero mi facea tremare il piede”, e d’intensa commozione è la descrizione che fa del Santo  Sepolcro, che «è il primo Santuario del mondo», della grotta di Betlemme, del monte Sion, dove «gli  Apostoli si divisero fra loro il mondo che doveano evangelizzare».  

Sono questi i luoghi che si sono impressi più profondamente nel cuore di Comboni come punti di  riferimento costanti della vita apostolica sua e dei suoi missionari. 

Egli, infatti, dopo aver toccato con mano la terra del Verbo-fatto-uomo, non vuole che questa  esperienza rimanga un episodio singolo e d’eccezione; così, qualche anno dopo, invia in  pellegrinaggio in Terra Santa due missionari, affidandoli alla guida del suo amico Ratisbonne:  

«Si ricorderà, mio venerato e caro Padre, le felici circostanze del mese di ottobre 1857,  quando … io ebbi la fortuna di fare il viaggio a Gerusalemme con Lei. … Ora … la  Provvidenza ha destinato che due dei miei missionari venissero in Terra Santa per  attingervi sulla tomba del Salvatore e alla greppia di Gesù Bambino la forza necessaria  per sacrificare tutta la loro vita per la salvezza e la conversione degli sfortunati figli di  Cam dell’Africa interna…». (S 2002). 

Nelle sue parole Comboni sottolinea chiaramente il nesso profondo da lui colto tra il  pellegrinaggio e la missione a cui era diretto, che si esprime nel coinvolgimento del missionario nei  misteri della vita del Signore dalla tomba alla greppia. Tale coinvolgimento che arriva fino al sacrificio della propria vita, è frutto della partecipazione nel Mistero Pasquale, tramite il quale il 

Signore Gesù ha salvato il mondo e da cui prende avvio il dinamismo che spinge lui e i suoi fratelli  missionari ad annunciare ai popoli dell’Africa Centrale la Buona Notizia della liberazione e della salvezza, di cui erano estremamente bisognosi. 

Il primo santuario che Comboni visita è il Santo Sepolcro. Qui vive il primo momento intenso e  significativo del suo pellegrinaggio, facendo l’esperienza del legame tra la tomba vuota del  Salvatore e il monte Calvario dove fu crocifisso. In questa esperienza l’Icona del Crocifisso-Risorto  affonda profondamente le radici nel suo cuore, come testimonia egli stesso nella lettera ai genitori  da Gerusalemme:  

«Questo magnifico tempio (del santo Sepolcro) abbraccia tutto il monte Calvario…. Io non  posso a parole esprimere la grande impressione, i sentimenti che mi destarono tutti questi  preziosi santuari che ricordano la Passione e la morte di G. C. Il Santo sepolcro, mi fece  rimanere estatico, e diceva fra me stesso: qui dunque stette 40 ore Gesù Cristo? questa  dunque è la sacra tomba che ebbe la sorte di chiudere in se stessa il creatore del cielo e  della terra, il redentore del mondo? questa è quella tomba, che baciarono tanti santi,  innanzi alla quale si prostrarono tanti Monarchi, tanti Principi e vescovi in tutti i secoli  dopo la morte di G. C.? 

Io baciai e ribaciai più volte quella sacra tomba, mi prostrai più volte ad adorarla, e su  quella tomba pregai, indegnamente sì, per voi, e pei nostri amati parenti, ed amici, ed ebbi  la consolazione di celebrarvi due messe, l’una per me, per voi, e per la mia missione;  l’altra per voi due, carissimi genitori. 

Dopo questa visita […], ascesi sul monte Calvario 30 passi più sopra dal S. Sepolcro:  baciai quella terra sulla quale si posò la croce, sopra cui venne disteso ed inchiodato G.  C.: mi richiamai alla mente il momento doloroso, in cui in questo luogo, segnato da una  lastra di marmo a mosaico, a G.C. vennero tirate le braccia e slogate perché le mani  giungessero al foro dei chiodi, in cui qui fu crocifisso, e rimasi tocco nel cuore da molti  sentimenti di compassione e di affetto etc. 

Ad un passo e mezzo dal luogo della crocifissione a sinistra, v’è il luogo ove stette M.  Vergine, quando G. C. gemeva in Croce: anche questo mi fece grande impressione:  quando poi a due passi di distanza da questo luogo fui sopra il luogo ove fu inalberata la  croce, e che dal Superiore dei Francescani del S. Sepolcro mi fu detto questa è la buca in  cui fu piantata la croce, mi gettai in un dirotto pianto, e per un poco m’allontanai: poscia,  dopo che baciarono gli altri, m’accostai io pure, e la baciai più volte quella buca  benedetta; e mi si risvegliarono questi pensieri:  

Questo è dunque il Calvario? Ah ecco il monte della mirra, ecco l’altare della Croce ove si  consumò il gran sacrificio. Io mi trovo sulla cima del Golgota nel luogo stesso dove fu  crocifisso l’Unigenito Figliuolo di Dio: qui fu compito l’umano riscatto; qui fu soggiogata  la morte, qui fu vinto l’inferno, qui io sono stato redento. Questo monte, questo luogo  rosseggiò del sangue di G. C.: queste rupi udirono le sue estreme parole: quest’aura  accolse il suo ultimo fiato: alla sua morte si dischiusero i sepolcri, si spezzarono i monti: e  distante pochi passi dal luogo ove fu inalberata la Croce si mostra un’enorme spaccatura  d’una profondità incalcolabile, la quale è costante tradizione che sia avvenuta alla morte  di G. C.» (S 39-43). 

Ancora oggi, è possibile vivere questa esperienza del legame tra il Sepolcro vuoto e la Croce del  Calvario, soprattutto quando si ha la grazia di poter partecipare nella processione con la reliquia  della Santa Croce nel giorno della sua Invenzione. Questa processione inizia nella Cappella di  Sant’Elena, percorre le varie cappelle intorno al Calvario e culmina sul Calvario, da qui si prosegue 

verso il Sepolcro e si compiono parecchi giri intorno ad esso mentre si continua a cantare l’Inno alla  Croce, intercalando le strofe con il suono festoso dell’organo. Hai l’impressione che i due luoghi  sono uniti l’uno all’atro e di esserci dentro, abbracciato dal Crocifisso-Risorto, da Lui fatto creatura 

nuova e inviato a portare questa Buona Notizia al mondo…..  

Alla fine del pellegrinaggio, Comboni proseguì il suo viaggio verso la Missione, navigando sul  Nilo. Durante questo suo primo viaggio con le bellezze di una natura vergine, che gli “destano  nell’anima l’idea più sublime di Dio”, poté osservare le rovine di antiche civiltà e dei primordi del  cristianesimo in quelle terre, “vagheggiando alla sfuggita le famose piramidi, e i gloriosi avanzi di  Denderah, Kneh, Tebe, Karnak, Luxor…” (S 200).  

Giunse alla stazione di S. Croce, seguendo l’itinerario dei missionari verso la Nigrizia segnalato  dalle 44 croci delle loro tombe. Quelle croci gli ricordavano una storia, che cominciò a premere sul  suo cuore e divenne pesante come un macigno quando vide soccombere i suoi primi compagni e lui  stesso arrivò ad una passo dalla morte. In questa situazione di sofferenza per la morte dei confratelli  e di trepidazione per le sorti della Missione, il 13 novembre 1858 gli giunse la notizia della morte  della mamma, che colmò la misura delle sue sofferenze.  

Così, mentre gode dell’ambiente fascinante delle foreste e del Nilo, Comboni scopre che questo  stesso ambiente rendeva impossibile la realizzazione della missione a causa del clima che portava  inesorabilmente i missionari alla morte.  

Nello stesso tempo è colpito dal fatto che questo stesso ambiente è ricoperto da un “buio  misterioso” (S 800). È un buio che nasce da un intreccio di fenomeni sconcertanti, e che attanaglia  gli Africani in una vicenda di “povertà” radicale di oltre quaranta secoli, tenendoli lontani dai  benefici del progresso umano e dai benefici della fede.  

Il più sconcertante di questi fenomeni, quello che rende più drammatica la desolante situazione  della “Nigrizia”, è la storia secondo cui “i Neri non fanno parte della famiglia umana, né sono dotati  d’anima umana…”, ma è una razza subordinata e sottomessa ai “bianchi” per cui sorgono sordide  connivenze che lasciano sfrenarsi nel continente africano la tratta degli schiavi1

La “povertà” della Nigrizia, per tanto, è una povertà in tutte le dimensioni: essa tocca l’ambiente  naturale, le anime, i corpi, e il tessuto sociale, causando l’indole avvilita dei neri, “su cui pare che  ancora pesi tremendo l’anatema di Cam”. È una povertà che, considerata alla luce di una  descrizione del deserto lasciata da don Squaranti, scava un vuoto orribile tutto all’intorno ed in  mezzo alla Nigrizia e la rende una viva immagine di un anima abbandonata da Dio!2

In Daniel Comboni il vissuto dell’icona del Cuore trafitto di Gesù sulla Croce raggiunge una  intensità e luminosità particolari nell’evento carismatico del settembre del 1864 nella basilica di S.  Pietro nel contesto di una esperienza forte di preghiera, in cui il Mistero di Cristo trafitto in Croce è  vissuto in esplicita chiave trinitaria.  

Comboni arrivò per la prima volta a Roma nel settembre 1859 proveniente dall’Africa, di  ritorno, malato, dal suo primo viaggio missionario. In quest’occasione, varca per la prima volta la  soglia della basilica del Vaticano.  

Il giovane missionario, sotto il peso delle prove della prima esperienza apostolica, porta nel suo  cuore orante quell’Africa a cui “già aveva sospirato da gran tempo, con maggior calore di quello  con cui due amanti sospirano il momento delle nozze” (S 3) e che ora, dopo averla incontrata, non  può abbandonare alla sua sorte.  

Le sofferenze che affliggono l’Africa descritte nell’Introduzione del Piano, pesano come macigni  sul suo cuore di sopravvissuto della prima luttuosa esperienza sotto il “torchio della desolata vigna  africana” (S 2744) e sfidano la sua fedeltà: “Un buio misterioso ricopre anche oggidì quelle remote  contrade che l’Africa nella sua vasta estensione racchiude… i rischi d’ogni maniera e gli scogli  insormontabili…. sgominarono le forze e gettarono lo scoraggiamento…” (S 2741).  

Il 15 settembre 1864 Comboni si trova di nuovo sulla tomba di S. Pietro “in attesa orante”. È un  

1 Cf Carte per l’evangelizzazione dell’Africa, p. 157 

2 Cf Carte per l’evangelizzazione dell’Africa, p. 156

ritorno effettuato nel momento dei suoi “più caldi sospiri verso quelle regioni infelici” (S 2754), che  certamente costituisce un momento determinante della sua vita e che può essere definito come  “battesimo di fuoco” o “Pentecoste personale” dell’Apostolo della Nigrizia.  

Infatti, presso la tomba di San Pietro è avvenuto il primo incontro dell’Africa nuova con la  Chiesa di Cristo proprio nel cuore e nella mente di Comboni, mentre il tormentato cammino della  Nigrizia alimentava la sua meditazione e la sua preghiera. Dal Piano, infatti, scaturito da questa  preghiera, è nata tutta l’opera comboniana e ne derivò la rinascita della missione dell’Africa  Centrale. Egli stesso dirà più tardi che, mentre si trovava in quel giorno nella basilica di S. Pietro,  “come un lampo mi balenò il pensiero di proporre un nuovo Piano per la cristiana rigenerazione  dei poveri popoli neri, i cui singoli punti mi vennero dall’alto come un’ispirazione” (S 4799).  

Spinto dal fervore per tale illuminazione, Comboni si recò subito alla sede del suo alloggio, si  rinchiuse in stanza e vi lavorò per “60 ore continue”. Il contenuto di quest’illuminazione lo formulò  nell’introduzione alla I edizione del Piano (Torino, dicembre 1864, p. 3-4): 

“Il cattolico, avvezzo a giudicare le cose col lume che gli piove dall’alto, guardò l’Africa non  attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della Fede; e scorse  colà una miriade infinita di fratelli appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comune  Padre su in cielo, incurvati e gementi sotto il giogo di Satana. 

Allora trasportato egli dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del  Golgota, ed uscita dal costato di un Crocifisso, per abbracciare tutta l’umana famiglia, sentì  battere più frequenti i palpiti del suo cuore; e una virtù divina parve che lo spingesse a quelle  barbare terre, per stringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegl’infelici suoi  fratelli” (S 2742-2743). 

L’intuizione di Comboni è chiara: nel regno della morte Dio entra per mezzo di Gesù Crocifisso.  Sul Calvario, la Croce diventa strumento e segno perenne dell’amore salvifico che eternamente  sgorga dal cuore del Padre; Gesù, Agnello immacolato sulla Croce, proprio mentre è oggetto della  nostra violenza, assume su di sé il male del mondo, ed è la vera rivelazione del volto di Dio, a cui  l’umanità ferita può tornare per vivere. Comboni è il primo a sentirsi avvolto da questo amore  smisurato di Dio incarnato nel mistero di Cristo Crocifisso e che entra nella regione della morte.  Così per Comboni la Croce diviene nella sua vita segno dell’amore personale del Padre per lui ed  espressione chiara dell’offerta di salvezza in Cristo che Dio vuol portare per mezzo di lui ai popoli  dell’Africa.  

Dal Cuore Trafitto di Gesù si sprigiona una potenza generatrice di vita, una “divina Vampa di  carità”, che come una punta laser avrà ragione del “buio misterioso”, che avvolge la Nigrizia e di  tutti gli ostacoli che si frappongono nel cammino dell’Apostolo dell’Africa Centrale. Gesù  crocifisso entra nelle vicende dolorose della Nigrizia, è l’espressione della sua estrema e totale  vicinanza ad essa, diventa uno di essa; con la “divina Vampa di carità” che promana dal suo Cuore,  assorbe i veleni che la paralizzano, la solleva e la conduce a sé. Gesù che muore nella “carne” presa  dalla Nigrizia, è anche il Figlio di Dio; perciò il suo ingresso nel buio che l’avvolge, è esplosivo e  spezza la prigionia della sua natura avvilita e le catene della sua schiavitù, recuperandola totalmente  all’abbraccio dell’amore del Padre. Nel morire di Gesù, la sua divinità è effusa su coloro che sono  giudicati gli ultimi della terra e diviene in essi forza salvifica e presenza rigeneratrice dell’uomo  oppresso. Si schiude così per la Nigrizia l’orizzonte del destino ultimo della sua storia, che è  l’eternità e l’infinito di luce della divinità e della risurrezione riversato nella sua storia di  oppressione: credere e sperare con amore è già andare là dove Gesù si trova per sempre, presso il  Padre. 

Frutto di questa intuizione che ha come epicentro il vissuto del Mistero del Cuore trafitto di Gesù  sulla Croce, è il Piano per la rigenerazione dell’Africa; un piano grandioso, in cui Comboni insiste 

sulla necessità pratica di una collaborazione di tutte le forze cristiane disponibili e soprattutto quelle  indigene per la salvezza dell’Africa.  

Comboni fa i primi tentativi e raccoglie i primi frutti nonostante le difficoltà che nascono dalle  circostanze di tempo e di luogo. Ma è cosciente che in questa realizzazione l’esito dipende dal  vincolo che unisce l’opera con la fonte da cui è nata, che è la Carità del Cuore di Cristo. 

Così il coinvolgimento personale nel Mistero del Cuore trafitto di Cristo, costantemente  alimentato dalla contemplazione dei misteri della vita del Signore, porta Comboni a immettere il  dinamismo di questo Mistero nella sua azione evangelizzatrice per mezzo della consacrazione al S.  Cuore del Vicariato dell’Africa Centrale. 

Nella “Lettera Pastorale” (1873), in cui propone questa iniziativa, presenta una sintesi della  spiritualità del Cuore di Gesù da lui stesso vissuta, in cui Gesù è contemplato nel suo cammino di  amore per l’umanità dalla “sacra culla di Betlemme” al sepolcro del Crocifisso-Risorto in  Gerusalemme: 

«Questo Cuore adorabile divinizzato per l’ipostatica unione del Verbo con l’umana natura  in Gesù Cristo Salvatore nostro, scevro mai sempre di colpa e ricco d’ogni grazia, non vi  fu istante dalla sua formazione, in cui non palpitasse del più puro e misericordioso amore  per gli uomini. Dalla sacra culla di Betlemme s’affretta ad annunziare per la prima volta  al mondo la pace: fanciulletto in Egitto, solitario in Nazaret evangelizzatore in Palestina  divide coi poveri la sua sorte, invita a sé i pargoli e gl’infelici conforta, risana gl’infermi e  rende agli estinti la vita; richiama i traviati e ai pentiti perdona; morente sulla croce  mansuetissimo prega pei suoi stessi crocifissori; risorto glorioso manda gli Apostoli a  predicare la salute al mondo intero”  

Questo Cuore divino che tollerò d’essere squarciato da una lancia nemica per poter  effondere da quella sacra apertura i Sacramenti, onde s’è formata la Chiesa, non ha  altrimenti finito di amare gli uomini, ma vive tuttodì sui nostri altari prigioniero di amore  e vittima di propiziazione per tutto il mondo. Né contento di questo, egli stesso in una  celebre Apparizione alla B. M. Margherita Alacoque si offrì spasimante di affetto a  rimedio dei mali che sarebbersi rovesciati sul mondo colpevole e perituro con promesse di  special protezione per coloro, che al suo culto ed amore fossersi consacrati» (S 3323;  3324). 

Ma la conformazione dello sguardo di Comboni a quello del Cuore trafitto di Gesù non si ferma  qui. Nella sua attività missionaria ha incontrato tribolazioni di ogni genere anche all’interno della  stessa comunità ecclesiale: incomprensioni, calunnie, il disinteresse dei più per la missione,  l’abbandono di tanti che avevano molto promesso e poco mantenuto, la mancanza di mezzi e la  morte prematura dei collaboratori più cari.  

Tuttavia, né il buio che avvolge “la Nigrizia” né le altre difficoltà riescono a spegnere in lui il  senso della gioia e della lode a Dio. La meravigliosa aurora del deserto che imporpora come un  incendio d’oro il cielo, i monti e il piano; il sole che puntualmente si alza maestoso, continuano a  essere nell’animo di Comboni simbolo della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi, anche nel  regno della morte3.  

Da questo sguardo contemplativo su Gesù Crocifisso, nasce nel cuore di Comboni l’Inno alla  Croce (1877), che suggella la sua nomina (1872) come Pro-vicario della difficile e scabrosa  Missione dell’Africa Centrale, da lui assunta e vissuta come mistico sposalizio con quella “Croce  che ha la forza di trasformare l’Africa Centrale in terra di benedizione e di salute”, e che è  l’esplicitazione di una riflessione e di un’esperienza vissuta da lui lungo l’arco della vita.  

3 Cf Il Messaggio di Daniele Comboni, p. 103

Quest’Inno che risuonava continuamente nel suo spirito, Comboni lo mise per iscritto nella  relazione della Missione alla Società di Colonia del 1877: 

“Il Salvatore del mondo  

compì le sue meravigliose conquiste di anime  

con la forza di questa Croce, 

che atterrò il paganesimo,  

rovesciò i templi profani,  

sconvolse le potenze dell’inferno,  

e divenne altare non di un unico tempio,  

ma altare di tutto il mondo.  

Questa Croce,  

che prese il suo volo dall’alto del Golgota  

e che riempì l’universo della sua potenza,  

nei templi le fu prestata adorazione;  

nelle città reali la più grande venerazione;  

viene rispettata come distintivo sulle bandiere  

ed invocata sugli alberi maestosi delle navi.  

Essa diede alla fronte sacerdotale la consacrazione,  

e a quella dei monarchi una sacra incoronazione.  

Sul petto degli eroi comunicò entusiasmo.  

Terra, mare e cielo riconoscono la Croce  

e dovunque le si rende onore. 

Fra i dolori e le spine  

è sorta e cresciuta l’opera della Redenzione  

e per questa essa mostra uno sviluppo mirabile  

e un futuro consolante e felice.  

La Croce ha la forza di trasformare l’Africa Centrale  

in terra di benedizione e di salute.  

Da essa scaturisce una forza,  

che è dolce e che non uccide,  

che rinnova e discende sulle anime  

come una rugiada ristoratrice;  

da essa scaturisce una grande potenza  

perché il Nazzareno, sollevato sull’albero della Croce,  

tesa una mano all’Oriente e l’altra all’Occidente,  

raccolse i suoi eletti da tutto il mondo  

nel seno della Chiesa;  

e con le sue mani trafitte, come un altro Sansone,  

scosse le colonne del tempio,  

dove da tanti secoli si prestava adorazione al potere del male. 

Su queste rovine  

Egli inalberò la Croce, operatrice di meraviglie,  

che tutto attrasse a sé:  

Quando sarò elevato da terra, attirerò tutte le cose a me”. 

(S 4973-4975). 

INNO ALLA CROCE,  

formulato a partire dal pensiero di san Daniele Comboni e proposto da “Famiglia Comboniana  in preghiera”, p. 377 

O Salvatore del mondo  

hai compiuto le tue meravigliose conquiste di anime  

con la forza di questa Croce, 

che ha sconvolto le potenze del male,  

ed è divenuta altare non di un unico tempio,  

ma di tutto il mondo.  

Con la Croce,  

hai sollevato a te gli afflitti e i poveri, 

hai liberato i prigionieri dai vincoli di ogni schiavitù, 

hai curato con il balsamo della misericordia  

ogni malattia, 

hai ottenuto per tutti la libertà definitiva.  

Con la Croce 

Hai illuminato di vera luce le tenebre del mondo, 

hai bruciato con l’amore senza misura 

le scorie dell’ingiustizia, 

ti sei identificato con chi è piagato 

nel corpo e nello spirito. 

Con la Croce 

rinnovi il mondo per uno più giusto e solidale, 

abbracci tutte le età dell’uomo, tutte le ère, 

tutti i popoli, 

unisci per sempre tutti i tuoi figli e figlie dispersi, 

prepari i cuori per una gloria senza fine.  

La tua Croce 

da patibolo infame, 

si eleva, oggi, vessillo glorioso 

gonfio del vento dello spirito, 

segno di speranza che non vacilla. Amen

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Questa voce è stata pubblicata il 10/06/2021 da in Cuore di Gesù, ITALIANO con tag .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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